Rassegna Stampa di mercoledì 6 Febbraio 2008

RASSEGNA STAMPA – mercoledì 6 febbraio 2008

C’è da rimanere sconcertati leggendo la rassegna stampa di oggi.

Da un lato, la notizia che il Papa ha ufficialmente cancellato dalla liturgia del Venerdì Santo la preghiera “per la conversione degli ebrei”, sostituendola con “il Signore Dio nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo salvatore di tutti gli uomini”. Giustamente i rabbini Laras e Di Segni (Corriere della Sera, Luigi Accattoli) si sono indignati e parlano di grave regressione e ostacolo al dialogo. Nel manuale di Paolo VI, superato dal ritorno alla liturgia in latino, voluto da Benedetto XVI, il testo era formulato in modo più rispettoso: lapreghiera chiedeva a Dio “che gli ebrei possano progredire nella fedeltà alla sua alleanza”. Ma, ci si chiede, perché i cattolici debbono pregare per noi? Non potrebbero limitarsi a pregare per se stessi?

Intanto prosegue la grande kermesse della Fiera del Libro. Il CdA ha annunciato la decisione a procedere con l’invito a Israele, ma un gruppo di facinorosi legati ai centri sociali e al Forum Palestina ha occupato la sede della Fiera. E intanto ognuno dice la sua. Furio Colombo, sull’Unità, invita la sinistra a non lasciare che sia la destra, nella città di Primo Levi, a difendere la Fiera, e si schiera contro coloro che vorrebbero cancellare Israele dalll faccia della terra.

Interessante la posizione di R.A. Segre sul Giornale: il boicottaggio sarebbe un autogol per chi lo ha propugnato. Ha infatti avuto l’effetto di rendere simpatico Israele, di spaccare la sinistra per la quale la delegittimazione dell’avversario è l’ arma principale; ha indebolito proprio gli scrittori israeliani più critici verso il governo e provocato la dissociazione di molti scrittori arabi.

Il Foglio propone una intelligente analisi di David Frum (da non perdere) sul rapporto Winograd, che potrebbe essere estesa anche alla kermesse della Fiera: e cioè il problema della guerra mediatica: le battaglie si combattono ormai su giornali e tv, l’informazione è un’arma fondamentale, siamo nell’epoca della Guerra di Disinformazione. Frum elenca numerose istanze di manipolazione dei media da parte di Hezbolllah, nella guerra in Libano emerse proprio dal rapporto Winograd: foto ritoccate, falsi attacchi alle ambulanze, il sito di Qana diventato “un grottesco scenario mediatico”. Così, aggiungiamo noi, a Torino, la protesta anonima di un gruppo di scrittori giordani è stata rilanciata dai giornali ed è diventata una valanga inarrestabile, grazie anche all’intervento tempista dell’astuto Tariq Ramadan, che la guerra di disinformazione è maestro nel combatterla, giocando sull’ambiguità del suo ruolo di docente universitario.

E intanto riesplode la violenza a Gaza, dopo l’attacco kamikaze di Dimona.
Umberto De Giovannangeli sull’Unità riferisce che la tv israeliana avrebbe mostrato con “morbosità” l’immagine del poliziotto che uccide il secondo kamikaze, provocando lo sdegno di un non meglio identificato “sito Internet”.

Roberto Buongiorni, sul Sole 24 Ore, sottolinea il pericolo che l’attacco, rivendicato da Hamas ma con cellule partite da Hebron, non da Gaza, segni un indebolimento per Abu Mazen, che finora era riuscito a mantenere un seppur blando controllo degli estremisti sul suo territorio.

Partendo proprio dal nuovo attacco terroristico, il primo da oltre un anno, il Wall Street Journal Europe arriva alla conclusione che il terrorismo si può contrastare con successo. Gli israeliani grazie alla costruzione del muro, ad attacchi mirati alle enclaves tipo Jenina e ai singoli terroristi sono riusciti a passare da 451 morti nel 2002 a pochissimi recentemente. E non è vero, sostiene l’anonimo autore, che così facendo Israele aumenta il ciclo della violenza. E’ vero il contrario: mettendo ostacoli al terrorismo la necessità di azioni militari su vasta scala diminuisce. E’ una lezione che andrebbe applicata anche all’Iraq.

Le Monde pubblica oggi due interviste anti-Israele: quella più moderata a Abdelrazek Al-Yehiya, ministro dell’Interno palestinese in visita in Francia, che accusa Israele di non collaborare con i palestinesi moderati, e quella, molto pesante, a Ahmadinejad che, tuonando contro Israele, Paese da cancellare, accusa gli Americani di poca democrazia nelle elezioni. Al giornalista Alain Franchon che gli chiede come va la democrazia dalle sue parti, il premer iraniano risponde che il suo popolo non ne ha bisogno.

E infine due aggiornamenti sull’antisemitismo: il Corriere della Sera dedica un articolo agli attacchi antisemiti di Hugo Chavez, che avalla la violenza contro gli ebrei in Venezuela. L’Avvenire riporta la notizia della condanna, per ora solo pecuniaria, al professor Pietro Melis di Cagliari, citato in giudizio dall’UCEI per aver difeso, da posizioni “animaliste”, le camere a gas, perché i templi degli ebrei sarebbero dei veri e propri mattatoi di animali, cosparsi di sangue. La domanda che viene spontanea è se un pensatore di questo calibro può continuare a insegnare in una Università: possibile che non sia stato sospeso?

Viviana Kasam

Ucei

Rassegna Stampa – Martedì 5 Febbraio 2008

RASSEGNA STAMPA – martedì 5 febbraio 2008

Mentre in America si attende con il fiato sospeso l’esito del Supertuesday, da noi continuano a imperversare le polemiche sulla presenza di Israele alla Fiera del Libro di Torino.

Un boicottaggio orribile, che dimostra come, anche in campo culturale, l’antisemitismo mascherato da antisionismo imperversi, e come persino da parte di chi difende l’invito a Israele, venga fatta una differenziazione tra scrittori ebrei “buoni” (quelli che si dichiarano anti-governo) e “cattivi” (quelli che non criticano pertmente Olmert). Come se il giudizio politico fosse un metro per valutare la cultura.

Tra le molte voci, la più interessante viene dall’editoriale non firmato del Foglio, in cui si denuncia “l’gnobile equidistanza” del quotidiano di Torino “La Stampa”, noto da sempre per la sua civiltà che stavolta “si presta ad ospitare le farneticanti allucinazioni di Vattimo che scambia Israele con il Sudafrica dell’apartheid” (si riferisce all’opinione del filosofo apparsa ieri sul quotidiano torinese) . L’editorialista condanna quanti, per aprire il dibattito “mettono sullo stesso piano la faziosità illiberale del boicottaggio e lo spirito di dialogo e accoglienza che ha ispirato la decisione di invitare Israele”.

Fiamma Nirenstein sul Giornale denuncia chi difende la presenza di Israele giustificandola con il fatto che gli scrittori israeliani sono quasi tutti di sinistra e contrari a Olmert; allora quelli di destra non hanno il diritto di esprimersi?

Aldo Grasso sul Corriere si chiede perché gli intellettuali di sinistra che fanno tanti bei programmi di cultura in Tv si sono finora ben guardati dall’esprimersi contro il boicottaggio.

Sulla Stampa Dario Fo e Moni Ovaia, pur condannando chi attacca Israele auspicano che il Salone del Libro inviti ufficialmente anche la Palestina. Sposando la causa di una cultura politicizzata che inevitabilmente porta alla distruzione della cultura stessa.

Interessante su Libero la testimonianza del giovane scrittore israeliano Etgar Keret, che insieme al palestinese Samir El-Youssef, suo traduttore, ha scritto Gaza Blues, tradotto in Italia da E/O. Keret racconta di aver incontrato El-Youssef a una manifestazioen letteraria in Norvegia, che il palestinese si era rifiutato di sedersi vicino a lui, ma che dal dibattito nacque l’amicizia e la collaborazione: segno la conoscenza reciproca e amore per la letteratura possono creare un ponte.

Intanto, la notizia dell’attentato kamikaze a Dimona, il primo in Israele dal gennaio 2007, riapre il dibattito sulla frontiera di Rafah con l’Egitto, da dove pare siano venuti i due attentatori.

Alessandra Coppola sul Corriere intervista Ari Shavit, editorialista di punta di Haaretz, che ritiene necessaria la costruzione di un nuovo muro, che sarebbe più semplice del primo perché il confine con l’Egitto è internazionalmente ratificato e non si presta a contestazioni.

Francesca Paci sulla Stampa riporta l’umore della popolazione, che si aspettava l’attentato, da quando il valico di Rafah ha ceduto.

Originale e inquietante la riflessione non firmata del Riformista, che si chiede se i kamikaze vengano davvero da Gaza e non, come suggeriscono voci di strada da Hebron. Questa ipotesi sarebbe molto più pericolosa, perché dimostrerebbe che sta finendo la luna di miele tra Abu Mazen e i gruppi armati palestinesi, pronti ad agire di concerto con Hamas.

Le Monde pubblica una lunga analisi di Michel Bole-Richard sulle ragioni per cui Olmert non è caduto, nonostante l’impopolarità, i sospetti di corruzione e la poca simpatia di cui gode. La stessa Commissione Winograd sarebbe stata morbida con il premier , consapevole che la sua è l’unica chance di arrivare alla pace, e che, minandolo, si arriverebbe a un successo elettorale dei conservatori oltranzisti.

Sempre Le Monde una testimonianza di Daniel Baremboim sulla necessità di integrazione dei palestinesi all’interno di Israele, che va di pari passo con la creazione di uno Stato palestinesi fuori, e su come questa consapevolezza lo abbia portato ad accettare la doppia cittadinanza.

La Repubblica pubblica un estratto dal nuovo libro di Marek Halter “La mia ira” edito in Italia da Spirali. Secondo lo scrittore Bin Laden sta già vincendo, cioè ha ottenuto ciò che il terrorismo degli anni ‘70 predicava: “trasformare la crisi politica in conflitto armato tramite azioni violente che forzeranno il potere a rrasformare la democrazia in situazione militare”, come scriveva Carlos Marighela, brasiliano, nel “Piccolo manuale del guerrigliero”. L’ira di Marek Halter nasce dal la progressiva contrazione, già in atto, delle libertà civili per difendersi dal terrorismo.

E il terrorismo continua le sue minacce con la voce di Ahamdinejad, che ora ha dato il via al lancio di un missile per mettere in orbita satelliti. I giornalisti si chiedono se anche questa sia una manifestazione della volontà di perseguire armamenti nucleari da parte del presidente iraniano.

E infine, due notizie di cultura. Il Foglio recensisce il libro di John Freely Sabbatai Sevi, il Messia perduto, una ricostruzione storica delle controverse vicende del cabalista e mistico che diceva di essere il Messia e si convertì all’Islam.

E il Corriere, in un lungo articolo di Elisabetta Rosaspina, riporta le polemiche sul musical ispirato ad Anna Frank, che sta per andare in scena a Madrid. Il cugino di Anna Frank si oppone alla trasformazione del dramma in spettacolo musicale, mentre la Fondazione è favorevole e ha collaborato alla messa in scena.

E’ giusto che una tragedia diventi musical? Si può accettare la giustificazioni che così si avvicinano i giovani alla tragedia della Shoah? Difficile rispondere, ma il problema si sta ponendo sempre più spesso (come è successo con il film di Lizzani) ora che la Seconda Guerra Mondiale si sta storicizzando.

Viviana Kasam

Ucei.it

Fiera del libro di Torino: appello contro il boicottaggio culturale ai danni di Israele

Fiera del libro di Torino: appello contro il boicottaggio culturale ai danni di Israele

Questo è il testo dell’appello proposto da Libero contro l’ultimo, vergognoso boicottaggio culturale ai danni dello Stato d’Israele, stavolta in atto a Torino. Chi vuole firmarlo può farlo inviando il proprio nome e cognome a questo indirizzo email: alessandro.gnocchi@libero-news.eu . I nomi dei firmatari saranno pubblicati su Libero.

Da qualche settimana è in atto una campagna di boicottaggio della prossima Fiera del Libro di Torino (8-12 maggio 2008). La presenza dello Stato d’Israele come ospite d’onore, in occasione dei sessant’anni dalla sua fondazione, è stata strumentalmente interpretata come uno schiaffo alla causa palestinese. Parte degli scrittori arabi intende declinare l’invito degli organizzatori, per evitare il confronto coi colleghi israeliani. La protesta è stata subito supportata da associazioni italiane da sempre schierate contro Israele.

Esprimiamo solidarietà agli scrittori israeliani, e siamo spiacevolmente sorpresi dagli scrittori arabi incapaci di capire che la cultura è innanzi tutto confronto, anche duro, di opinioni contrastanti. Li invitiamo a venire a Torino, a non sottrarsi alla parola, a non diventare, proprio nel loro compito di “intellettuali”, triste esempio d’intolleranza e settarismo, e ricordarsi che nei loro stessi Paesi, dove purtroppo la libertà è spesso ancora un’utopia, ci sono scrittori colpiti da censure e condanne a morte proprio per la loro parola, i quali hanno avuto (come nel caso di Salman Rushdie, Ibn Warraq, Talisma Nasreen, Maryam Namazie e molti altri) il nostro appoggio, la nostra condivisione, la nostra difesa anche materiale.

Sottrarsi è una scelta perdente e vile, e non offende solo Israele, offende noi tutti e i nostri valori: la libertà del confronto è il fondamento della democrazia in cui crediamo, contro le feroci ideologie che sono alla base degli orrori totalitari del XX secolo, che hanno segnato nel profondo l’Europa e il mondo, che continuano a diffondersi in Medio-Oriente, e contro le quali lo Stato d’Israele, con la sua tragica storia e con la sua democrazia, continua a essere il baluardo e il simbolo più vivo.

Per firmare l’appello

Andrea Ronchi (AN): «I musulmani dell’Ucoii dietro il boicottaggio degli scrittori israeliani»

ANDREA RONCHI (AN) «I musulmani dell’Ucoii dietro il boicottaggio degli scrittori israeliani»

di Enrico Paoli

ROMA – «L’integrazione, quella vera, è un’altra cosa, Dalla lezione francese non abbiamo imparato nulla. Per questa ragione, al salone del libro di Torino, Alleanza Nazionale sarà in prima linea contro coloro che vogliono tappare la bocca agli scrittori israeliani. Sono convinto che dietro a questa operazione di boicottaggio c’è l’Ucoii (l’Unione delle comunità islamiche in Italia ndr). Non si può trattare e dialogare con chi nega l’esistenza dello Stato d’Israele». Andrea Ronchi, deputato di Alleanza Nazionale e portavoce del partito, non ha dubbi. Dietro al boicottaggio dello Stato di Israele alla Fiera del Libro diTorino non c’è solo un gruppo di intellettuali che si rifa alle ragioni dei Comunisti italiani, ma ci sono gli esponenti dell’Ucoii. Per questa ragione il partito di Fini è pronto a mobiitarsi e a sostenere l’appello del nostro giornale.

Onorevole Ronchi, da cosa scaturisce la sua idea? «Dalla constatazione dei fatti. L’Ucoil non ha firmato la carta dei valori fra lo Stato italiano e le varie comunità religiose. La stessa Unione, due anni fa, firmò una pagina contro Israele che grida ancora vendetta. L’Ucoii, evidentemente, nonvuoleunaveraintegrazione ma incitare all’odio e alla violenza».

Ma a Torino ci sono dimezza i libri… «Esatto, Ed è ancora più grave. Quando si arriva a colpire la cultura, quando si nega la circolazione delle idee, vuoi dire che si ha paura del confronto. Quello che fa paura è il silenzio dei cosiddetti liberali. E non è la prima volta».

A cosa si riferisce? «Penso alla vicenda della Sapienza che nega al Papa di parlare. Vedo un filo logico fra i due eventi e non possono non essere preoccupato. Soprattutto perché la sinistra offre sponde a questi estremisti».

Si riferisce ai Comunisti Italiani? «No. Loro recitano la loro parte e, in questo, sono coerenti nell’essere anti israeliani. Mi riferisco invece a quelle manifestazioni durante le quali vengono bruciate le bandiere americane e israeliane. E poi ci sono le amministrazioni rosse che aprono alle moschee, dentro alle quali cresce il fondamentalismo».

Guarda caso l’Ucoil ha organizzato proprio a Bologna, la città che vuol diventare la più islamica d’Italia come sostiene Magdi Allam, la sua assemblea nazionale… «Quando si vogliono realizzare insediamenti enomri come quello di Bologna, i cittadini devono potersi esprimere attraverso lo strumento del referendum. Invece di partire dall’alto, bisogna parte dalla gente. Non siamo contro le moschee, siamo contro le speculazioni e il silenzio imbarazzante della sinistra».

Non c’è il rischio di passare per intolleranti? «Gli intolleranti sono loro, quelli dell’Ucoii, non noi che vogliamo sia l’esistenza dello Stato d’israele che quello Palestinese. Dobbiamo essere chiari, e non aver paura di sostenere l’islam moderato».

(Fonte: Libero, 3 Febbraio 2008)

Stavolta sfidiamo il boicottaggio

Stavolta sfidiamo il boicottaggio

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No,stavolta bisogna fare barriera. Stavolta non è possibile non avvertire il divario morale tra le immagini ancora fresche del raccoglimento per la Giornata della memoria e l’intimazione al silenzio minacciata contro gli scrittori ebrei. Stavolta bisogna chiedere ad Abraham Yehoshua, Amos Oz e David Grossman di vincere la loro ritrosia e di sfidare il boicottaggio anti-israeliano alla Fiera del libro di Torino. E alle autorità italiane, ovviamente, di tutelare il loro diritto di parola.

Si comprende lo spirito che ha indotto Giorgio Israel sul Foglio a consigliare a Israele il boicottaggio dei boicottatori, un gesto ascetico e pedagogico di rinuncia che, ricalcando la scelta di Benedetto XVI di non recarsi alla Sapienza, rendesse ancora più evidente il volto intollerante degli imbavagliatori di professione. Stavolta è diverso. Chi protesta perché a Torino saranno presenti gli scrittori israeliani non contesta soltanto il diritto di esprimere un’opinione: contesta loro il semplice fatto di esistere. Considerando Israele come il frutto di una brutale usurpazione, ogni israeliano meriterebbe perciò di essere trattato come un usurpatore. Cancellato. Indegno di esistere. E dunque bruceranno senza pudore, come al solito, le bandiere con la stella di Davide. Accetteranno nelle loro schiere, come al solito, chi si traveste da terrorista, con la cintura esplosiva ben esposta attorno al corpo come quella usata dagli jiahdisti per deflagrare nelle strade di Tel Aviv e Gerusalemme allo scopo di uccidere quanti più «sionisti» (bambini compresi) è possibile.

Qualche anno fa un corteo che si diceva solidale con gli oppressi e i perseguitati del mondo circondò con bastoni e urla raccapriccianti il Ghetto ebraico di Roma, quello dei rastrellamenti del 16 ottobre 1943, destinazione Auschwitz. Non ci fu un grande sdegno, come se quell’episodio rappresentasse qualcosa di sgradevole certo, ma normale. Come è normale bollare i figli di Israele come i «nuovi nazisti» e suggerire spaventose somiglianze iconiche tra la croce uncinata e la stella di Davide. Ecco, non può più essere normale che la semplice presenza degli ebrei di Israele a Torino sia considerata addirittura come un’offesa. Non può più essere normale che una minoranza fanatica disponga del diritto dei torinesi di ascoltare ciò che hanno da dire gli scrittori israeliani.

Non può essere normale che vinca con il suo appello al boicottaggio Tariq Ramadan, ideologo dell’islamismo fondamentalista, un volgare antisemita che dopo l’11 settembre accusò gli intellettuali francesi di essere alla mercé di una «cricca» di ebrei e ciò nonostante viene calorosamente accolto come una creatura esotica nei salotti dell’intellighenzia italiana. Non è normale che il direttore della Fiera del libro torinese Ernesto Ferrero sia costretto a giustificare un atto coraggioso ma che dovrebbe essere, questo sì, considerato persino ovvio: invitare chi scrive libri a una festa del libro. Non è normale che Valentino Parlato sulle colonne del manifesto venga lasciato solo e insultato perché ha criticato la scelta dissennata di boicottare gli ebrei. Non è normale che uno scrittore come Tahar Ben Jelloun, schierandosi su Repubblica contro il boicottaggio di Torino, inviti a dissociare le responsabilità degli scrittori israeliani da quelle del governo di Israele: loro cui viene concessa la patente d’innocenza, quest’ultimo colpevole per definizione. Colpevole comunque, colpevole di esistere, colpevole di esser nato sessant’anni fa sulla base di una spartizione tracciata dall’Onu per dare una vita a uno Stato nelle cui librerie sono liberamente esposte le opere di Edward Said, l’intellettuale palestinese e anti- israeliano il cui nome è ancora oggi tassativamente proibito a Gaza, dove spadroneggiano gli squadroni di Hamas. Non è normale che si accrediti come paladino della lotta all’oppressione chi non spende una parola per protestare contro gli Stati in cui si fa scempio quotidiano di diritti umani fondamentali. E non è normale che esponenti piemontesi del Pdci e di Rifondazione aderiscano impunemente a questa campagna di intolleranza estranea, ne siamo certi, alla sensibilità di Fausto Bertinotti.

Per questo è un buon segnale che gli organizzatori della Fiera tengano duro, che gli sponsor privati, come ha sostenuto Franzo Grande Stevens, non possano assistere muti a una simile campagna censoria, che le istituzioni di Torino e del Piemonte dicano che non intendono cambiare la loro linea. Per questo il bel gesto della rinuncia stavolta non funzionerebbe. Non servirebbe a rompere l’incantesimo di assuefazione che ha favorito il diffondersi della prepotenza intollerante. Stavolta a Torino gli scrittori, gli israeliani, gli ebrei devono poter parlare.

Pier Luigi Battista
corriere.it

Marco Rizzo (PDCI) sulla Fiera del Libro di Torino dedicata ad Israele……

Purtroppo in quel partito l’antisemitismo è pari solo alla stupidità dei propri rappresentanti…..con tutto ciò che ahinoi ne consegue…..

Dal Corriere della Sera, del 25 Gennaio 2008, pagina 15:

“……….Argomenti che non convincono Marco Rizzo, coordinatore dei Comunisti italiani: «Dedicare la Fiera del Libro a Israele è una piena legittimazione della politica attuale del governo israeliano. Un governo rappresentato da quel muro che i palestinesi hanno abbattuto ieri (mercoledì n.d.r.). E un gesto sbagliato perché oggi i deboli sono i palestinesi e noi siamo dalla parte dei deboli. Questo non vuol dire essere antisemiti»…….”

Israele alla Fiera del Libro: l’arte di intimidire (preventivamente)

21.01.2008 Israele alla Fiera del libro – ottava puntata

Testata: Corriere della Sera
Data: 21 gennaio 2008
Pagina: 26
Autore: Pierluigi Battista
Titolo: «L’arte di intimidire (preventivamente)»

Dal CORRIERE della SERA del 21 gennaio 2008

Ernesto Ferrero ha avuto il coraggio di un gesto che, in condizioni normali, non dovrebbe essere coraggioso ma semplicemente ovvio: invitare gli scrittori a una Fiera del libro. Ma il direttore della Fiera torinese ha deciso di ospitare gli scrittori israeliani e per invitare gli scrittori israeliani di questi tempi ci vuole coraggio, e molto fegato in grado di sfidare gli intolleranti che i libri non vogliono leggerli, bensì mandarli al rogo. E infatti gli intolleranti, inorriditi perché a Torino verranno a parlare scrittori del calibro di Avraham Yehoshua, Amos Oz, David Grossman, Aaron Appelfeld, hanno già manifestato il loro sdegno censorio. Negando l’esistenza dello Stato di Israele, del resto, non possono che negare l’esistenza di una letteratura israeliana. Protestano, come ha fatto il Pdci di Torino. Sono pronti a gridare il loro immacolato «antisionismo » (versione politically correct dell’antisemitismo) e anche a oltraggiare, come al solito, la bandiera con la stella di Davide. Nel nome della lotta all’oppressione, naturalmente: pura neolingua orwelliana.

Non impediranno, si spera, il regolare svolgimento della Fiera di Torino. Ma è possibile che riescano a procurare un effetto intimidatorio. E ad alimentare attorno a un’occasione di dibattito e di riflessione un’atmosfera di paura e di tensione che scoraggia l’espressione libera e disinibita di ciò che si pensa in un pubblico confronto. A questo serve l’intimidazione preventiva: a smussare i dissensi, a indurre una tentazione di autocensura in chi, per non infiammare gli animi e per esibire virtuosamente una buona volontà «dialogante», rinuncia a dire ciò che potrebbe apparire una «provocazione », potrebbe rappresentare l’esca di un conflitto, potrebbe offendere la sensibilità di chi considera la tua stessa presenza (di più: la tua stessa esistenza) come un atto d’arroganza.

Se ne rende conto lo stesso Ferrero quando, sulla Stampa, ricorda che in un articolo Yehoshua aveva denunciato «senza mezzi termini la pratica israeliana degli “avamposti” in Cisgiordania. Dovremmo zittire anche lui?». Ma perché, se invece Yehoshua avesse scritto il contrario, avrebbe forse meritato l’intimazione al silenzio?

Il rischio è insomma che il prezzo richiesto per farsi accettare sia quello di dire cose soltanto «accettabili», ma così accettabili che potrebbero essere pronunciate anche da chi vuole mettere il bavaglio a uno scrittore, ostracizzato e boicottato solo perché israeliano. Yehoshua ha scritto esattamente ciò che pensa da tempo, beninteso. Ma è anche possibile che nella variegata e pluralistica democrazia israeliana, a differenza di ciò che accade nella totalità delle nazioni rette da dispotismi che la circondano, altri scrittori la pensino diversamente dal loro più rinomato collega. Cosa fare in quel caso? Zittirli a priori per evitare che siano zittiti con metodi più brutali? Chiedere loro di attenuare e di edulcorare il proprio pensiero per renderlo più innocuo? Ecco perché funziona l’intimidazione preventiva: la libertà di parola è disinnescata, il pensiero pericoloso depotenziato. Gli intolleranti lo sanno, e perciò non perdono occasione per mettersi in mostra.

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