Francesco Caruso dona soldi ai terroristi dell’Achille Lauro

Francesco Caruso dona soldi ai terroristi dell’Achille Lauro

La vittima in carrozzina di quegli “eroi”

F. B. per “L’espresso” – Poco prima di decadere da deputato, il leader no global Francesco Caruso ha visitato in carcere un terrorista condannato all’ergastolo per il dirottamento della Achille Lauro e gli ha donato dei soldi. Il ‘visitato speciale’ si chiama Khalid Husain, numero di matricola ‘AAQ29600854’ ed è un palestinese di 78 anni appena trasferito d’urgenza, per motivi ignoti, dal carcere di Parma a quello di Benevento. Sottoposto a regime di massima sicurezza, il 15 marzo Husain ha ricevuto la visita dell’onorevole Caruso, convinto che la sua condanna in contumacia sia ingiusta.

Il 29 marzo, secondo quanto risulta dai documenti visionati da ‘L’espresso’, Caruso ha versato in contanti alla Casa circondariale di Benevento la somma di 450 euro per Husain. Una cifra di per sé non certo elevata, ma che equivale sostanzialmente alle spese di sopravvitto che il palestinese sostiene mediamente nell’arco di cinque mesi. Husain intanto sta scrivendo un libro per difendersi e vorrebbe la riapertura del processo. Chissà che un giorno non possa restituire quei soldi al generoso Caruso.

Liberali per Israele

Achille Lauro: Fatayer chiede permesso di soggiorno

ACHILLE LAURO: FATAYER CHIEDE PERMESSO SOGGIORNO

ROMA 2008-07-10 19:08 – Ibrahim Abdellatif Fatayer, il più giovane componente del commando che nel 1985 sequestrò la nave Achille Lauro, ha presentato richiesta di permesso di soggiorno per ragioni umanitari alle autorità di polizia italiane. Materialmente la richiesta è stata presentata da uno dei suoi legali, avv. Francesco Romeo. La richiesta, che è stata depositata all’Ufficio Immigrazione della Questura di Roma, è motivata dal fatto che Fatayer è uomo senza stato e senza nazione, “apolide di fatto anche se non di diritto, una persona che non può essere mandata da nessuna parte”, come ha specificato l’avvocato Romeo.

L’Ufficio Immigrazione a questo punto aprirà un’istruttoria. Procedimento che supera il problema della scadenza dei 15 giorni (il 19 luglio) per lasciare l’Italia, imposto a Fatayer da un provvedimento emesso nei giorni scorsi proprio dallo stesso Ufficio. “Può restare nel Paese fino a quando non riceve una risposta”, ha precisato Romeo. La presentazione della richiesta del permesso di soggiorno “non è un espediente per restare una settimana o un mese in più – ha concluso il legale – è un fatto serio che mira a chiudere definitivamente e in modo stabile la vicenda”.

(Fonte: Ansa, 10 Luglio 2008 )

Chi è Samir Kuntar: una storia che in pochi conoscono

Chi è Kuntar?

In un’intervista alla tv Al-Jazeera martedì 12 settembre, il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah ha ribadito che i due soldati israeliani Eldad Regev e Ehud Goldwasser, sequestrati il 12 luglio 2006 su suolo israeliano e trattenuti in ostaggio in Libano, non verranno liberati se Israele non accetterà di scarcerare perlomeno Samir Kuntar, il libanese da più tempo detenuto nelle carceri israeliane, presentato da Hezbollah e da molta propaganda araba come un “prigioniero di guerra” e un “eroe della lotta di liberazione palestinese”. Ma chi è Samir Kuntar?

Cittadino libanese nato nel 1962 ad Aabey, in Libano, da famiglia drusa, Kuntar entrò a far parte del Fronte di Liberazione Palestinese (FLP), fazione terroristica filo-irachena guidata da Muhammad Zaidan (Abu Abbas).

Il 22 aprile 1979 Kuntar guidò un gruppo di quattro terroristi che, partiti da Tiro a bordo di un gommone, sbarcarono verso mezzanotte sulla spiaggia di Nahariya, città israeliana una decina di km a sud del confine israelo-libanese, con lo scopo di compiervi un attentato. I quattro si imbatterono in un agente di polizia israeliano, Eliyahu Shahar, che uccisero all’istante. Dopodiché entrarono in un edificio al numero 61 di via Jabotinski e fecero irruzione nell’appartamento della famiglia Haran prima che potessero sopraggiungere rinforzi di polizia. I terroristi presero in ostaggio Danny Haran, 28 anni, insieme alla figlia Einat di quattro anni. La madre, Smadar Haran, fece in tempo a nascondersi in un soppalco sopra la stanza da letto insieme alla figlia Yael, di due anni, e a una vicina. “Non dimenticherò mai – ha successivamente raccontato Smadar –l’allegria e l’odio nelle voci degli uomini di Kuntar mentre si aggiravano per la casa dandoci la caccia, sparando coi mitra e gettando granate Sapevo che se avessero sentito Yael piangere avrebbero gettato una granata nel nostro nascondiglio uccidendoci tutte. Così tenni la mano sulla sua bocca per non farla gridare. Acquattata là dentro, mi tornavano alla mente i racconti di mia madre su quando si nascondeva dai nazisti durante la Shoà”.

Tragicamente in quei frangenti Smadar provocò la morte per soffocamento della figlia Yael, accorgendosene solo troppo tardi.

Nel frattempo Kuntar e i suoi uomini tentavano una sortita e uscivano dall’edificio trascinando Danny e la piccola Einat sulla spiaggia, dove ingaggiavano una sparatoria con agenti e soldati israeliani. Fu in quel momento che Samir Kuntar sparò a bruciapelo alla schiena di Danny Haran davanti agli occhi della figlioletta, immergendolo poi in mare per assicurarsi che fosse morto. Subito dopo venne visto uccidere la piccola sfondandole il cranio con il calcio del fucile contro le rocce della spiaggia.

Intanto nella sparatoria rimanevano uccisi un secondo agente israeliano e due uomini di Kuntar (Abdel Majeed Asslan e Mhanna Salim Al-Muayed).

Alla fine, il quarto terrorista, Ahmed Al Abrass, e lo stesso Kuntar vennero catturati vivi, processati e condannati all’ergastolo.

Ahmed Al Abrass venne successivamente scarcerato, nel maggio 1985, nel quadro di uno scambio di 1.150 detenuti nelle carceri israeliane contro tre soldati israeliani sequestrati dal gruppo terrorista di Ahmed Jibril. Kuntar non venne incluso in quello scambio. Poco dopo, nell’ottobre 1985, un commando dell’FLP prese in ostaggio la nave da crociera italiana Achille Lauro, pretendendo la scarcerazione di Kuntar. Durante il sequestro, i terroristi palestinesi uccisero il passeggero ebreo americano Leon Klinghoffer, costretto su una sedia a rotelle, e ne gettarono il corpo in mare.

Samir Kuntar ha sempre rivendicato con orgoglio la “missione” compiuta nel 1979 a Nahariya. Nel marzo 2006 l’Autorità Palestinese ha annunciato che gli avrebbe conferito la cittadinanza onoraria palestinese.

Abu Abbas, il mandante di Kuntar e del sequestro dell’Achille Lauro, lasciato fuggire da Roma nell’ottobre 1985 dall’allora governo Craxi, trovò rifugio a Baghdad dove venne catturato da soldati americani nell’aprile 2003 mentre cercava di fuggire in Siria. Deceduto in carcere nel marzo 2004, è sepolto a Damasco.

(www.israele.net, 14.09.06)

Nella foto in alto: Samir Kuntar (a sinistra) fotografato di recente in un carcere israeliano insieme al capo delle milizie Tanzim di Fatah Marwan Barghouthi, anch’egli condannato all’ergastolo per omicidi terroristici.

Hezbollah arruola bambini nelle sue milizie

La finta beneficenza di Hezbollah

Israele.net

Fatayer: “Abu Abbas non organizzò il sequestro dell’Achille Lauro”

Fatayer: “Abu Abbas non organizzò il sequestro dell’Achille Lauro”

14 aprile 2008

«La mia verità sulla Lauro»

di Marco Menduni

«Ero in contatto con Abu Abbas. Ma non fu lui a organizzare il sequestro dell’Achille Lauro». Da quattro giorni Abdellatif Ibrahim Fatayer vive nel limbo. Uno dei terroristi palestinesi che dirottò la Lauro ha finito di scontare la sua pena. Il giorno stesso, a Perugia, la polizia gli ha messo in mano un decreto di espulsione. Ma Fatayer è quasi un apolide e nessuno lo riconosce come suo cittadino. È nel centro di accoglienza di Ponte Galeria, a Roma, in attesa della sua sorte e dice: «Temo per la mia vita». Lo odiano gli israeliani, perché quel tragico blitz costò la vita all’ebreo-americano Leon Klinghoffer. È nel mirino dell’intelligence statunitense. E nemmeno il mondo palestinese, con le sue mille divisioni, è unanime nel considerarlo un eroe.

Fatayer è nato nel campo profughi libanese di Tal el Zatar, teatro, nel 1976, del grande massacro. I falangisti libanesi attaccarono, con la connivenza dei siriani di Assad, il campo: 1.600 morti, 4.000 feriti. Il suo avvocato, Gianfranco Pagano, ha ora inoltrato un ricorso alla corte di giustizia dell’Aja perché l’espulsione sia annullata: in qualunque luogo fuori dall’Italia, afferma, Fatayer sarebbe in gravissimo pericolo di vita. A Ponte Galeria il Secolo XIX è riuscito a rintracciarlo. E per la prima volta Fatayer ha parlato.

Che cosa è accaduto, Fatayer?

«Ho scontato tutta la mia pena. Vent’anni di carcere duro, più tre anni di libertà vigilata, a Perugia».

Cosa ha fatto in questi tre anni?

«Ho lavorato prima in un magazzino, ultimamente in un negozio di kebab. È difficile trovare un reinserimento, per uno che ha la mia storia».

Poi l’espulsione.

«Il giorno in cui la mia pena si è conclusa, il 9, sono andato in questura. Mi hanno fatto riconsegnare il librettino rosso che è il documento di chi si trova in libertà vigilata. Poi mi hanno fatto accomodare al terzo piano. Lì gli agenti della Digos mi aspettavano».

Che cosa le hanno detto?
«Che sono un clandestino. Che dovevo essere espulso».

Lei ha ribattuto…

«Certo. Ho detto che sono in Italia da più di un quarto di secolo e che ho scontato la mia pena. Mi hanno detto che non c’era nulla da fare, che dovevo seguirli a Roma. Qui sono in attesa dell’espulsione. Ma nessuno riesce a capire verso quale Paese».

Il dirottamento dell’Achille Lauro è un episodio ancora in parte oscuro di quegli anni.

«In realtà la storia è più semplice di quel che si è voluto costruire. Eravamo un gruppo di giovani. Forse troppo giovani e troppo arrabbiati. Il dirottamento non era in programma. Il nostro commando voleva entrare in Israele utilizzando la nave come mezzo di trasporto, per poi lanciare un attacco contro una base militare». Nel processo i terroristi raccontarono che la loro destinazione era il porto di Ashdod, già allora obiettivo strategico primario.

Si è raccontato di un cameriere che entrò nella vostra cabina.

«Andò esattamente così, non è una fantasia. Quell’uomo entrò, vide un’arma, si mise a fare mille domande, a chiederci chi eravamo, di mostrare i passaporti. Poi uscì di corsa, per avvisare il comandante e la security».

In quel momento?

«In quel momento decidemmo di cambiare la nostra missione. Fu una decisione presa in pochi attimi. Una manciata di secondi, tutti d’accordo. Non avevamo altra scelta, credo».

Però nelle fasi successive ci fu l’omicidio di Leon Klinghoffer.

«È stato un errore. Un tragico errore. Qualcuno ha perso la testa e quello sbaglio è costato carissimo a tutti noi, abbiamo pagato per più di vent’anni, anche chi non c’entrava nulla con quel delitto. Ripeto: i nostri obiettivi erano militari, non rientrava sicuramente nei nostri progetti uccidere civili disarmati».

Lei non ha ucciso.

«No. Si sa benissimo chi ha sparato, i giudici lo sanno. Ma abbiamo pagato tutti». Per l’assassinio a sangue freddo di Klinghoffer, durante il processo in corte d’assise a Genova, fu indicato come esecutore Majed al Molqui.

Nel 2004 l’Fbi chiese di poter interrogare in carcere lei e Al Molqui. È avvenuto quell’interrogatorio?

«Sì. Una prima volta fu rimandato perché la notizia, che doveva rimanere segretissima, trapelò invece proprio sul vostro giornale, il Secolo XIX, e sul Corriere della Sera. Quando le acque si furono calmate, gli agenti dell’Fbi si presentarono nelle nostre celle».

Che cosa vi chiesero?

«Volevano sapere soprattutto dei miei rapporti con Abu Abbas». Considerato dai giudici l’organizzatore del sequestro, Abbas fu arrestato in Iraq, dove si era rifugiato da anni a Baghdad sotto la protezione di Saddam Hussein, nell’aprile 2003. Il leader del Fronte per la liberazione della Palestina morì nel marzo 2004, anche se la notizia non ha mai ricevuto conferme ufficiali.

Le chiesero di Abbas.

«Sì, mi chiesero se lo conoscevo e quali erano i nostri rapporti con lui. Risposi che sì, certo che lo conoscevo, eravamo entrambi negli organismi direttivi dell’Olp».

Abu Abbas fu davvero l’organizzatore del sequestro?

«No, non lo fu. Sicuramente sapeva e ci sorresse, ma l’idea nacque in seno al nostro gruppo e, come detto, non prevedeva il sequestro della nave. Noi volevamo solamente unirci alla resistenza del popolo palestinese con un blitz mirato contro i militari israeliani. Poi tutto si complicò».

Poi il contatto “vero” con Abbas.

«Sì. Fu favorito dalla polizia egiziana, che arrivò con una motovedetta. Stabilirono un contatto e ci dissero che una persona ci voleva parlare. Quella persona era Abu Abbas».

Le fece altre domande, l’Fbi?

«Sì, mi chiesero ripetutamente quando sarebbe scaduta la mia pena e che cosa pensavo di fare dopo. Io ho risposto che speravo di restare in Italia e di trovare un lavoro».

Ora, alla fine della pena, il decreto di espulsione.
«Sì. Per questo ora ho paura».

Il Secolo XIX