L’Anp manda a morte i collaboratori di Israele

L’Anp manda a morte i collaboratori di Israele

I Giovani di Fatah durante una manifestazione....ricorda nulla?

I Giovani di Fatah durante una manifestazione....ricorda nulla?

Roma, 13 nov (Velino) – Un tribunale militare dell’Autorità Palestinese ha condannato a morte un ufficiale palestinese per avere fornito a Israele nel 2002 informazioni su due terroristi. Anche Wael Said Saad e Mohammad Saad sono stati appena riconosciuti colpevoli di “intelligenza con il nemico” e condannati a morte per “tradimento” dai tre giudici del tribunale militare di Jenin, in Cisgiordania. Li chiamano “collaborazionisti”: sono i palestinesi che con le loro informazioni ed expertise hanno permesso alle forze israeliane di prevenire atti terroristici a Gaza e in Cisgiordania. Molti di loro odiano l’islamismo che ha brutalizzato la popolazione palestinese. Altri perché credono in una pacifica convivenza. E sotto questo termine vi sono i comportamenti più vari: dal non partecipare a scioperi generali, al compiere azioni “immorali” quali la prostituzione e il consumo di droghe. Condannato a morte era stato anche Haider Ghanem, giornalista e attivista per i diritti umani al fianco della organizzazione israeliana B’etselem. A Ramallah miliziani delle Brigate di al Aqsa hanno rapito e trascinato in una moschea un “collaborazionista”. Fu costretto ad autoaccusarsi dinanzi agli altoparlanti; poi venne trasferito in un campo e crivellato di proiettili. Sono i collaborazionisti che combattono il terrorismo, così come da accordi fra Israele e l’Anp a Oslo.

L’ultimo caso era stato quello di Imad Sa’ad, il venticinquenne ufficiale di polizia arrestato dalle forze di Abu Mazen per aver fornito allo Shin Bet israeliano informazioni vitali sulla cattura di quattro terroristi di Hamas. Un rapporto di Amnesty International parla di centinaia di palestinesi giustiziati per aver collaborato con Israele. A guidare la campagna per il rilascio di Sa’ad in Israele è stata l’ex prigioniera di Sion Ida Nudel, la paladina dell’ebraismo russo che per decenni fu incarcerata dalle autorità sovietiche e privata del diritto di espatrio. La coraggiosa Nudel, prigioniera politica in Urss fino al 1987, aveva reso noto il fatto e inviato appelli affinché la vita di Sa’ad fosse risparmiata a George W. Bush e all’Ue. “Dopo aver utilizzato quelle vitali informazioni, a rischio delle loro vite, per salvaguardare quelle dei cittadini e dei soldati israeliani, il primo ministro non può abbandonarli al loro destino”, ha scritto Ida Nudel di questi casi. Circa 1.500 amil, collaborazionisti, sono stati trucidati, spesso con terribili torture, dalle squadracce palestinesi dal 1988 al 1993. Due palestinesi accusati di collaborazionismo sono stati uccisi persino nei loro letti d’ospedale. Molte le situazioni in cui la “collaborazione” con Israele c’entrava poco o niente e la vera colpa del “collaborazionista” era di essere omosessuale, come nel caso di Fouad Mussa. Altri erano stati accusati di collaborazionismo ma in realtà erano colpevoli più banalmente del “reato” di infedeltà coniugale.

Talvolta le prigioni vengono assaltate da gruppi armati che si impossessano dei presunti “collaboratori” per linciarli. L’ultimo caso è avvenuto nella primavera scorsa a Tulkarem, quando otto prigionieri sono stati prelevati dalle celle e uccisi. I loro corpi sono rimasti esposti in una via del centro per molte ore. Le statistiche del fenomeno “Intrafada”, come si chiama l’Intifada intestina tra palestinesi, sono state pubblicate dal Palestinian Human Rights Monitoring Group di Gerusalemme. Di un caso, quello di Mohammed Laloh, ha dovuto occuparsi anche Amnesty International: si trattava di un venticinquenne di Jenin arrestato, detenuto e torturato per due mesi. Scarcerato nel novembre 2001, aveva ovunque i segni delle violenze subite ed era ridotto su una sedia a rotelle. Altri come i fratelli Salam, pur essendo fedelissimi di Arafat, furono arrestati e torturati per essersi convertiti al cristianesimo. E successivamente furono indicati anche loro come collaborazionisti. Ad Abu Amas, arrestato nell’agosto 2001 dall’intelligence di Gaza, andò peggio: i poliziotti di Arafat ne fecero ritrovare il corpo sul ciglio di una strada due mesi dopo e non si curarono neanche di avvisare la famiglia. Alam Bani Odeh lo hanno fucilato in una piazza di Nablus davanti a cinque mila persone. Majdi Makali lo hanno giustiziato in una caserma al cospetto di 500 spettatori.

(Giulio Meotti)

13 nov 2008 16:48

Il Velino

Razzi “umanitari” contro lo Stato ebraico

Edizione 47 del 07-03-2008

Amnesty International e altre Ong puntano il dito su Israele

Razzi “umanitari” contro lo Stato ebraico

di Dimitri Buffa

Amnesty è tornata “amnesy”. E adesso, tanto per cambiare, pontifica su Gaza facendo da battistrada a tante altre Ong che non hanno niente di meglio da fare nella vita che occuparsi esclusivamente del conflitto israelo-palestinese. Il Sudan? Non esiste. Cuba? Ormai è un paradiso. Il Vietnam e la Cina? Non ne parliamo. Magari l’Iran? E’ meglio della Giamaica. Ma Gaza…? Vuoi mettere? Così Israele, oltre che dai razzi Qassam che i terroristi di Hamas sparano a tutto spiano sulle città di confine dalla Striscia, facendosi scudo della propria popolazione civile per colpire quella dello stato ebraico, dovrà difendersi nei prossimi giorni da un fuoco di fila di accuse “umanitarie”. Ovviamente “Amnesty-amnesy” non prende in considerazione le fonti del governo e dell’esercito israeliano sui morti civili a Gaza. Anche se quelle palestinesi legate al potere violento e illegale di Hamas sono sicuramente meno attendibili. Si deplora, ma senza chiarire che cosa Israele potrebbe concretamente fare per proteggere i suoi cittadini. Né tantomeno si distingue tra chi colpisce deliberatamente i civili e chi mira a bersagli militari. Ecco qualche perla tratta dal comunicato di Amnesty su Gaza: “Amnesty International ha dichiarato che gli attacchi dell’aviazione e dell’artiglieria israeliana contro la Striscia di Gaza stanno avvenendo con incurante disprezzo per le vite civili.

Gli attacchi israeliani degli ultimi giorni contro Gaza hanno ucciso oltre 75 palestinesi, compresi almeno 10 bambini e altri civili estranei agli scontri”. Latore di cotali certezze è Malcolm Smart, direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International, secondo cui “Israele ha l’obbligo legale di proteggere la popolazione civile di Gaza. Queste azioni militari sono sproporzionate e vanno oltre le misure che le forze israeliane possono legittimamente adottare in reazione ai lanci di razzi dei gruppi armati palestinesi”. Dopo questa introduzione, “amnesty-amnesy” si ricorda anche dei civili israeliani. In tre righe: “Amnesty International ha nuovamente chiesto ai gruppi armati palestinesi di cessare immediatamente il lancio di razzi contro le città e i villaggi del Sud di Israele”. Poi si esplicita il vero Amnesty-pensiero in materia: “È veramente giunto il momento che i dirigenti di Hamas e dell’Autorità Palestinese prendano misure efficaci per impedire e punire gli attacchi contro la popolazione civile israeliana. Ma l’assenza di questi provvedimenti non dà al governo israeliano la legittimità di lanciare sconsiderati attacchi aerei e di artiglieria che portano morte e distruzione tra la popolazione civile palestinese”. Amnesty, come tante altre organizzazioni “umanitarie”, soprattutto della Gran Bretagna, che hanno avuto in questi giorni molto spazio da parte della Bbc (Save the children, Cafod, Care International e Christian Aid) dimostrano in realtà tutta la propria malafede e il pregiudizio anti-israeliano quando alla fine di ogni comunicato ribadiscono la necessità di instaurare un dialogo con i terroristi di Hamas “al fine di giungere alla pace con Israele”.

Opinione.it