Bruno Zevi: un discorso memorabile e, purtroppo, sotto molti aspetti ancora attuale

Bruno Zevi: un discorso memorabile e, purtroppo, sotto molti aspetti ancora attuale

Bruno Zevi

Bruno Zevi

Come racconta sicuramente meglio di noi Barbara, il 9 Ottobre 1982, nel giorno di Sheminì Azeret, alle 11:55, la Sinagoga Maggiore di Roma venne attaccata da terroristi armati che aprirono il fuoco sulla folla all’uscita dalla funzione: un bambino di due anni, Stefano Gay Tachè, rimase ucciso, e i feriti furono più di trenta, alcuni dei quali gravi. Due giorni dopo il Professore Bruno Zevi, allora Consigliere del Comune di Roma, tenne un memorabile discorso proprio durante la seduta del Consiglio comunale, discorso che è – purtroppo – ancora attuale.

Abbiamo pensato fosse giusto riproporre quel discorso in una data come quella odierna:

Testo completo del discorso pronunziato l’11 Ottobre 1982 in Campidoglio dal prof. Bruno Zevi, a nome della Comunità israelitica romana:

“Noi, popolo di Israele, protestiamo e accusiamo”

L’antisemitismo ha una storia millenaria, ma quello culminato nella strage di sabato scorso alla nostra sinagoga ne ha anche una specifica, le cui componenti furono denunciate qui in Campidoglio nell’ottobre 1976, esattamente sei anni fa. Qualcuno di voi forse ricorda quell’avvenimento.

Giulio Carlo Argan era stato eletto da poche settimane sindaco di Roma. Si avvicinava il 16 ottobre, trentatreesimo anniversario del giorno in cui i nazisti accerchiarono il ghetto e 1.259 ebrei furono deportati. Argan volle che la ricorrenza fosse celebrata in Campidoglio, e questo costituì l’occasione per esaminare le cause di un nascente antisemitismo, manifestatosi poco tempo prima con il lancio di bottiglie incendiarie contro la sinagoga, in strumentale concomitanza con un comizio di sinistra.

Furono spregiudicatamente individuate tre cause, dirette e indirette, di questo nuovo antisemitismo.

La prima riguardava lo Stato d’Israele, la campagna antisionista, già allora estesasi in maniera abnorme e velenosa. Avvertimmo che l’antisionismo non era altro che una mascheratura dell’antisemitismo, com’era e come è divenuto sempre più evidente dai paesi arabi all’Unione Sovietica.

La seconda causa poggiava sul secolare antisemitismo cattolico, che il Concilio Vaticano non era riuscito a debellare, pur sollevando finalmente gli ebrei dalla turpe condanna di popolo deicida. Rilevammo allora come fosse urgente, per l’indipendenza e il carattere laico della repubblica italiana, procedere ad una profonda revisione del Concordato firmato dal fascismo e dei relativi Patti Lateranensi.

Terza causa la posizione marxista sulla questione ebraica, posizione inquinata dall’« odio ebraico di sé » di Carlo Marx, dall’ostilità di Lenin nei confronti del bund ebraico, e dall’atteggiamento illuministicamente antisemita di molti leaders che si richiamavano al marxismo. Chiedemmo allora che, alla luce del pensiero di Gramsci, si pervenisse ad una svolta decisiva del pensiero marxista ufficiale sulla questione ebraica.

Sono trascorsi sei anni, e queste tre cause dell’antisemitismo, già allora evidenti, non sono state rimosse. Anzi si sono aggravate a tutti i livelli, dalle scuole elementari all’università. Dalle fabbriche ai palazzi del potere economico condizionati dai petrodollari.

Se gli ebrei romani, l’altro giorno e ieri, hanno scelto di vivere il loro lutto da soli, rifiutando lo spettacolo di una passerella di uomini politici, di giornalisti e di intellettuali, che si offrivano di venire in ghetto per esprimere il loro sdegno e la loro solidarietà, è perché ritengono che non sia oltre accettabile una solidarietà che si concreta soltanto quando ci sono ebrei morti, bambini di due anni assassinati.

E’ gravissimo dirlo, e per me liberal-socialista particolarmente angoscioso, ma quanto è accaduto l’altro giorno nella tragica realtà era stato prefigurato, quasi simulato qualche mese fa, durante una manifestazione sindacale. Tra ignobili urla «gli ebrei al rogo!» e «morte agli ebrei!», dal corteo sindacale era stata scaraventata una bara contro la lapide della sinagoga che riporta i nomi dei martiri del campi di sterminio e delle Fosse Ardeatine. Alle proteste contro tale aberrante, preordinato, inconcepibile episodio di delirio antisemita fu risposto in maniera sofisticata ed equivoca, naturalmente deplorandolo ma capziosamente spiegandone i moventi con la politica dello Stato d’Israele. Ennesima conferma che dall’antisionismo si passa automaticamente all’antisemitismo.

Quella bara simbolica oggi è diventata reale. Contiene un bambino crivellato di colpi, caduto insieme ad oltre trenta persone all’uscita della sinagoga.

Non può quindi meravigliare che, dopo un’indiscriminata campagna contro lo Stato e il popolo di Israele e le comunità della diaspore, dopo gli attacchi feroci ed isterici contro i cosiddetti « olocausti », stermini ed eccidi che gli israeliani avrebbero compiuto, gli ebrei di Roma si siano chiusi per due giorni in,un silenzio peraltro politicamente significativo.

In questi mesi, hanno avuto pochissimi veri amici, tra i partiti minori dello schieramento democratico. I partiti di massa, la stampa con rarissime eccezioni, la radio e la televisione di Stato in tutti i suoi canali hanno invelenito l’atmosfera e creato un terreno fertile per l’antisemitismo. Di fronte ai fatti, le lacrime esibite oggi sembrano davvero tardive.

E’ inutile affermare che In Italia, che a Roma non c’è antisemitismo. Al massimo, si può dire che non c’era mai in questa forma virulenta, perché neppure durante il fascismo, neppure durante l’occupazione nazista, furono attaccate le sinagoghe come è accaduto a Milano e a Roma. Ma chi di voi ha ascoltato le radio e le televisioni private nelle scorse settimane è rabbrividito di fronte alla incredibile quantità di testimonianze d’odio antisemita. Ancor più inquietante il fatto che, a parte la radio e la televisione dei radicali, ben poche trasmittenti private ribattevano e combattevano questo livore.

Dopo la tragedia dell’altro ieri, i giornali, le radio — e teletrasmissioni — le dichiarazioni di uomini politici sono unanimemente solidali con gli ebrei, ma non c’è giornale, né radio, né televisione, né uomo po¬litico che abbia detto: « Una parte, sia pur minima e in¬diretta, della responsabilità di quanto è accaduto ce l’ho anch’io! ».

Perciò noi accusiamo:

1) II Ministero degli Interni e i dirigenti delle forze dell’ordine per non aver apprestato dispositivi difensivi nel ghetto e intorno alla sinagoga, malgrado fossero stati insistentemente richiesti, a seguito delle continue minacce dirette agli ebrei. (Durante una cerimonia in sinagoga) è stato osservato che l’Italia manda i suoi bersaglieri in Libano per proteggere i palestinesi, ma non protegge i cittadini ebrei italiani;

2) il mondo cattolico per il modo pomposo in cui ha ricevuto Arafat in Vaticano e per aver quasi ignorato che il massacro nei campi palestinesi è stato compiuto da cristiani, mentre all’esercito di Israele può essere ascritta, se provata la sola colpa di una corresponsabilità morale,

3) la classe politica e sindacale, con ben poche eccezioni, da alcune delle massime autorità dello Stato ai leaders di molti partiti e a numerosi amministratori locali, per il comportamento tenuto durante la visita di Arafat a Roma, per la gara di strette di mano, di abbracci, di baci, di relative accoglienze fraterne verso il capo di un’organizzazione che, se oggi si presenta con un ramoscello d’ulivo, nel passato ha perpetrato innumeri stragi terroristiche contro Israele e contro gli ebrei, e non ha ancora riconosciuto il diritto all’esistenza dello Stato d’Israele, anzi anche ultimamente ha confermato di volere non la pace, ma una « guerra santa»;

4) la stampa e la radiotelevisione che, salvo rare eccezioni, hanno distorto fatti e opinioni, confondendo volutamente lo Stato di Israele con la politica del suo attuale governo, con il popolo e le comunità ebraiche, determinando un clima incandescente, entro il quale si è inserita la strage dell’altro giorno;

5) i molti, moltissimi intellettuali, giornalisti o meno, che in questi mesi si sono divertiti ad esaminare i risvolti psicologici, le «malattie» di Israele, i moventi segreti della politica di Begin e di quella dei suoi oppositori, facendo sfoggio di elucubrazioni e sofismi tutti adducenti, magari contro il loro proposito, all’antisemitismo. :

Noi accusiamo. In un mondo sconvolto dalla violenza, con 30.000 persone al giorno che muoiono per fame, i nostri mezzi di informazione di massa hanno dato il massimo rilievo solo alle azioni dell’esercito israeliano. I morti in Afganistan, i morti in Iran, i morti in Siria, le decine di morti in Libano dopo l’arrivo dei palestinesi, i bambini della Galilea bombardati, questi morti non valgono, e anche i terroristi palestinesi sono considerati mansueti, pacifici: avevano immensi arsenali di armi in Libano, ma solo per giocare. Signori consiglieri regionali, provinciali e comunali; noi siamo sinceramente commossi dalle manifestazioni di solidarietà emerse in quest’aula. Lo siamo come ebrei romani, e lo siamo ancor più in quanto cittadini italiani che sanno come l’antisemitismo sia un preciso sismografo della civiltà di un paese.

Nessuno ci chieda di distinguerci dal popolo di Israele, di accettare una differenziazione manichea tra ebrei e israeliani. Noi apparteniamo al popolo di Israele che comprende le comunità disperse in ogni parte del mondo, a cominciare dalla più antica, quella di Roma, e la comunità di coloro che hanno fatto ritorno alla terra degli avi. Inoltre, lo Stato di Israele, indipendentemente dal giudizio che possiamo dare sul suo governo, vale per un’altra ragione: perché è uno Stato democratico esemplare.

In quale altro Stato sarebbe ammesso che militari, anche di alto grado, rifiutassero di combattere una guerra di cui non condividono le finalità e, invece di essere processati e fucilati per tradimento, sono tranquillamente mandati a casa?

In quale democrazia in stato di guerra si istituirebbe una commissione d’inchiesta sul comportamento dell’esercito?

In quale democrazia in stato di guerra si potrebbe svolgere una manifestazione di 400.000 persone che protestano contro la guerra, senza alcun atto repressivo da parte del potere?

E concludo. L’antisemitismo è esistito per duemila anni, non dal 1948, dalla proclamazione dello Stato di Israele. Non crediamo all’antisionismo filosemita: è una contraddizione in termini.

Abbiamo espresso con franchezza la nostre accuse. Siamo preoccupati, allarmati come ebrei, come antifascisti, come democratici, come uomini della sinistra. L’antisemitismo, come tutti avete affermato, è un segnale inequivocabile di corrosione democratica. Ebbene, in Italia, a Roma l’antisemitismo emerge in forme inedite nella storia del nostro paese. Era un segnale già chiaro sei anni fa, ma oggi esplosivo. Insieme, teniamone conto e corriamo ai ripari.

(Fonte: Il Tempo, 11 Ottobre 1982)

Cassazione: un reato la “guerra santa” contro gli ebrei sul web

Cassazione: un reato la “guerra santa” contro gli ebrei sul web

Roma, 3 ott – La “guerra santa” contro gli ebrei sul web è un reato. Lo ha affermato la Cassazione condannando per diffusione di idee razziste, Alessandro M. (32 anni) che sul sito “holywarvszog” propagandava idee di supremazia della razza ariana in nome del “Movimento di resistenza popolare, l’alternativa cristiana”. La suprema corte ha così confermato la condanna a quattro mesi di reclusione commutata nell’obbligo di fare volontariato a favore dei malati assistiti dalla onlus Misericordia. Alessandro M. si era difeso in Cassazione sostenendo che i testi messi in rete sul suo sito “erano ispirati da motivi religiosi e pertanto non erano punibili”.

La Cassazione – con la sentenza 37581 della Terza sezione penale, redatta da Pierluigi Onorato – ha ribattuto che “la motivazione religiosa della propaganda razzista non esclude il reato, giacché nessuna norma speciale o generale prevede il fine religioso come causa di giustificazione”.

Riferendosi nello specifico alla frase “è nostra intenzione dichiarare, da veri cristiani, Guerra Santa contro i nemici di Dio e della nostra Chiesa Cristiana” ossia “l’ordine massonico-razzista-sionista”, la Cassazione ha escluso la tesi difensiva secondo cui il richiamo alla “guerra santa” non era punibile perché allusivo a “una guerra di tipo etico, inerme, volta a combattere l’Errore e il Male ma non la singola persona”.

In proposito, hanno detto i giudici, non ha alcun “rilievo una concezione etica e inerme della guerra santa dal momento che la legge incrimina la propaganda di ideologie fondate sulla discriminazione e sull’odio razziale anche se non tendenti allo scontro armato”.

Il verdetto della Suprema Corte ha convalidato così la pronuncia della Corte di Appello di Firenze che il 21 maggio 2007 aveva ridotto da un anno a quattro mesi la condanna emessa in primo grado dal Tribunale di Pisa, l’otto luglio 2004. Lo sconto di pena era stato accordato perché Alessandro M., in appello, aveva abbandonato gli atteggiamenti provocatori tenuti davanti ai giudici di primo grado quando, in veste di imputato, nel processo aveva incitato all’odio razziale verso gli ebrei i suoi sostenitori e fiancheggiatori.

Nuovo Patriarca di Gerusalemme: Sabbah lascia, ma la politica di mistificazione e di attacco a Israele non cambia

NUOVO PATRIARCA, “NO AL MURO, SI’ A STATO PALESTINESE”

(AGI) – CdV, 21 giu. – ”E’ ora di farla finita con il muro, e’ ora di farla finita con i check-point, e’ ora di dare vita ad uno Stato palestinese”. Lo afferma il nuovo patriarca di Gerusalemme, mons. Fouad Twal, in un’intervista trasmessa dalla Radio Vaticana a commento della nomina pubblicata oggi. A dispetto della formazione diplomatica e degli anni di servizio in Vaticano, il successore di Sabbah non si discosta per nulla dalla sua linea, a cominciare dalla polemica sui visti che non vengono rilasciati ai religiosi.

”Il Patriarcato latino – ricorda – copre la Giordania, la Palestina e Israele e abbiamo bisogno di poterci spostare liberamente per poter svolgere i nostri compiti pastorali, non per parlare di politica. E invece siamo limitati: limitati perche’ fino ad oggi, Israele non si fida, Israele segue una politica della paura e la paura non e’ la condizione migliore per vivere e per condividere. Noi – spiega il nuovo Patriarca – vogliamo che tutti possano avere libero accesso ai Luoghi Santi, vogliamo la liberta’ per la gente che vive sul posto, per i nostri cristiani, quelli di Betlemme, di Ramallah, della Galilea, della Giordania, che possano visitare liberamente la Citta’ Santa, i Luoghi Santi. Finora – denuncia – questa grazia, questa benedizione, questa gioia ci sono state precluse”. (AGI)

Israele e il fronte della menzogna

Israele e il fronte della menzogna

Israele è sotto assedio intellettuale e morale, in Europa, nei giorni del suo sessantesimo compleanno. Minoranze faziose e rumorose contestano brutalmente il suo diritto alla festa, alla presenza come stato ospite, dunque come paese e come popolo, come identità nazionale, in manifestazioni culturali come le fiere del libro di Torino e di Parigi. C’è diritto al dissenso, sebbene il «boicottaggio» e il rogo delle bandiere siano livelli di rottura delle convenzioni polemiche, e di odio, duri da sopportare. Ma la questione vera è: che cosa significa questo dissenso?

Siamo sempre allo stesso punto, sebbene proprio questo punto sia futilmente, ipocritamente negato: è in discussione il diritto all’esistenza di uno stato ebraico in Medio Oriente. Alcuni tra gli odiatori di Israele negano che questa sia la posta in gioco e si rifugiano nella distinzione fra la critica della politica dei governi, legittima, e l’inimicizia verso lo stato. Altri, più duri ma più chiari e sinceri, stanno sulla scia di Tariq Ramadan, il controverso predicatore e agitatore islamista euro-occidentale che vuole uno stato senza radici ebraiche al posto di Israele, cioè la scomparsa del sionismo, del focolare nazionale degli ebrei.

Teoricamente Israele potrebbe voltarsi dall’altra parte e occuparsi della vera minaccia alla sua sicurezza, che è la minaccia nucleare dell’Iran di Mahmoud Ahmadinejad. A 60 anni quel paese benedetto, quella democrazia unica in quelle forme in Medio Oriente, quello stato-guarnigione uscito dalle tragedie del Novecento e da sogni plurisecolari gode per certi aspetti di buona salute, ha fatto immensi progressi. Nell’analisi del Financial Times, gli israeliani «hanno molte ragioni per guardare con soddisfazione alla loro storia e con fiducia al loro futuro». Il loro è un paese ricco, robusto, con una rete di alleanze solida, a partire da quella con il paese più potente del mondo, gli Stati Uniti; e hanno un esercito non invulnerabile ma che torreggia sui vicini, come d’altra parte primeggiano le loro tecnologie, il loro grado di felice integrazione di etnie, lingue ed esperienze diverse, la forza delle istituzioni e della cultura laica e religiosa. Ma Israele non si volta dall’altra parte, e ha ragione di non farlo, davanti alle provocazioni ideologiche delle élite e dei gruppi militanti antisionisti in Europa.

Quando Gianni Vattimo, un filosofo che ama scherzare con le proprie idee nichiliste, rivaluta i Protocolli degli anziani savi di Sion, cioè il clamoroso falso antisemita che l’Europa ha esportato in terra islamica e ora reimporta dopo nuovi nutrimenti e consolidamenti in lingua araba, il veleno della delegittimazione e dell’odio ricomincia a circolare e il disagio prenucleare di Israele, quello che conta come pericolo imminente e chiaro, si ripropone in tutta la sua portata. Gli ayatollah e Ahmadinejad hanno giocato la carta del negazionismo e dell’antigiudaismo in modo chiaro, hanno costruito ponti con la comunità intellettuale europea invitando i suoi studiosi antisemiti a convegni storici parodistici ma insidiosi, l’assedio di Israele stringe insieme un fronte molto più robusto e ampio di quanto non sembri, da Teheran a Torino, a Oxford, alla Rive gauche: il fronte della menzogna.

Israele può essere minacciato esistenzialmente perché non esiste nelle carte geografiche su cui studiano generazioni di arabi e di iraniani, e può essere messo in stato d’assedio perché la sua storia viene negata in Europa. Negata come vicenda umana fatta di emigrazione, di guerre contro il rifiuto arabo, di lotta per l’indipendenza sotto il mandato britannico. Negata come fatto e come diritto sancito dalle Nazioni Unite

Giuliano Ferrara

(Fonte: Panorama, 14 Maggio 2008 )

Gravina: ma che c’entrano i bambini palestinesi?!

09.04.2008 “Partecipi della passione di Cristo, morti come i bimbi palestinesi”
le pericolose parole del vescovo di Gravina

Testata: Informazione Corretta
Data: 09 aprile 2008
Pagina: 1
Autore: la redazione
Titolo: «”Partecipi della passione di Cristo, morti come i bimbi palestinesi”»

“Francesco e Salvatore sono stati partecipi della Passione di Cristo, sono morti come i bambini palestinesi” (riprendiamo la frase dal MESSAGGERO, e la STAMPA riporta invece “Sono nelle braccia di Gesù, come i bambini della Palestina”) ha detto monsignor Mario Paciello, vescovo di Gravina, aprendo la veglia di preghiera per i fratelli Pappalardi

La morte dei bambini ispira sempre sentimenti di sgomento e di pietà. Anche, ovviamente, quella dei bambini palestinesi. Non è, in se, il richiamo alla loro sofferenza che desta scandalo.

La sofferenza e la morte dei bambini, però, nel nostro mondo non è certo confinata al popolo palestinese. Vi sono per esempio, i bambini israeliani vittime del terrorismo. Se si voleva proprio fare riferimento al conflitto mediorentale, perché non nominare anche loro ? Oppure, perché non fare riferimento alla sofferenza di tutti i bambini, ovunque essa si produca ?. Perché scegliere come termine di paragone una vicenda complessa come quella del conflitto israelo-palestinese, darne una versione unilaterale nella quale le vittime sono solo da una parte, non spiegare come e perché esse si producono ? ( nessun riferimento all’indottrinamento al martirio che i terroristi rivolgono sistematicamente all’infanzia palestinese, per esempio).

Per di più il vescovo di Gravina ha associato la morte dei bambini palestinesi alla “Passione di Cristo”. Sappiamo che la disinformazione fa si che per molti sia Israele l’ “assassino” dei bambini palestinesi. E sappiamo che il pregiudizio antisemita ha descritto per secoli gli ebrei come i responsabili della Passione di Cristo, il “popolo deicida”.

Accostare i due temi, legandoli entrambi a una vicenda che ha sconvolto l’Italia è purtroppo un forte contributo al pregiudizio, che non può essere passato sotto silenzio

Informazione Corretta

Preghiera Ebrei: profonda deplorazione dei lefebvriani

PREGHIERA EBREI: PROFONDA DEPLORAZIONE DEI LEFEBVRIANI

(ANSA) – 19:28 – CITTA’ DEL VATICANO, 25 FEB – Oltre al mondo ebraico e ai tradizionalisti cattolici, la riformulazione della preghiera in latino del venerdì santo “pro judaeis” ha scontentato anche i lefebvriani, che avevano invece apprezzato la liberalizzazione della messa in latino.

La Fraternità San Pio X, – che raccoglie i seguaci italiani di mons. Marcel Lefebvre, scismatici, – infatti “deplora profondamente” la decisione del Papa di modificare la preghiera: “In seguito alle pressioni esterne alla Chiesa cattolica”, scrive l’ultimo numero di Dici (Documentazione informazione cattoliche internazionali), l’organo di comunicazione della casa generalizia della Fraternità, “il Papa si è creduto in obbligo di cambiare la molto venerabile orazione per gli ebrei che è parte integrante della liturgia del venerdì santo. Essa risale circa al terzo secolo, ed è stata dunque recitata, attraverso tutta la storia della Chiesa, come la piena espressione della fede cattolica. Bisogna notare – prosegue la comunità sacerdotale – che i commenti del cardinal Kasper, che si può pensare siano stati autorizzati ufficialmente, danno a questa amputazione un’aura di vera e propria trasformazione che esprime una nuova teologia dei rapporti con il popolo ebreo. Essa si iscrive nello sconvolgimento liturgico che è la marca caratteristica del Concilio e delle riforme che ne sono derivate. Sebbene la necessità di accettare il Messia al fine di essere salvati sia stata conservata – concludono i lefebvriani – non si può non deplorare profondamente questo cambiamento”.

I rabbini al Papa: pausa nel dialogo

Nuove polemiche sulla preghiera modificata dal Vaticano. Protestano anche i tradizionalisti cattolici

I rabbini al Papa: pausa nel dialogo

L’assemblea italiana protesta. si impone un momento di riflessione

Il comunicato firmato dal presidente Laras: la nuova versione della preghiera è una sconfitta del dialogo

ROMA — L’Assemblea rabbinica italiana vede nella nuova preghiera «per gli ebrei» pubblicata l’altro ieri dall’«Osservatore romano» una «sconfitta del dialogo» che impone «una pausa di riflessione» in ordine alla sua «prosecuzione». Per il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni quella preghiera costituisce una «marcia indietro di 43 anni» perché richiama la finalità della «conversione» degli ebrei alla Chiesa cattolica. Per David Rosen, presidente del Comitato ebraico internazionale per le consultazioni interreligiose (Ijcic), è un «passo indietro rispetto alla strada intrapresa con il secondo Concilio vaticano».

Si tratta di una preghiera di nuova formulazione destinata a sostituire quella tradizionale contenuta nel vecchio messale, il cui uso Benedetto XVI ha reso più facile con un «motu proprio» pubblicato il luglio scorso. Essa sarà usata fin da quest’anno nella liturgia del Venerdì santo ma solo nelle chiese dove un gruppo di cultori del vecchio rito ne faccia richiesta. Nella normalità delle celebrazioni continuerà a essere usata la preghiera contenuta nel messale di Paolo VI (1970) che non allude più alla conversione degli ebreL Nel testo dell’altro ieri invece i fedeli vengono invitati a pregare affinché gli ebrei «riconoscano Gesù Cristo salvatore di tutti gli uomini».

La protesta più impegnativa — al momento — è quella espressa dall’Assemblea rabbinica italiana con un comunicato firmato dal presidente Giuseppe Laras: la nuova preghiera costituisce «una sconfitta dei presupposti stessi del dialogo» ed è «solo apparentemente meno forte» di quella tradizionale (che conteneva le espressioni «accecamento» e «tenebre», dalle quali gli ebrei dovevano essere «liberati»).

Con questa preghiera — continua il comunicato — «si legittima anche nella prassi liturgica un’idea di “dialogo” finalizzato, in realtà, alla conversione degli ebrei al Cattolicesimo, cosa che è ovviamente per noi inaccettabile». Questa è la severa conclusione: «In relazione alla prosecuzione del dialogo con i cattolici, si impone quantomeno una pausa di riflessione che con- senta di comprendere appieno gli effettivi intendimenti della Chiesa cattolica circa il dialogo stesso». Come a dire: attendiamo chiarimenti.

Per il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni il nuovo testo «non è un fulmine a cielo sereno: nei mesi scorsi avevamo fatto presente le nostre perpiessità e ci avevano dato ampie assicurazioni, ma ora ci troviamo davanti al peggio». Come causa dell’«inciampo» Di Segni indica il problema «dell’immagine del popolo ebraico per la Chiesa cattolica», dove «la domanda è sempre la stessa: cosa ci stanno a fare gli ebrei su questa terra?»

Conclusione: «Se questo è il presupposto del dialogo, è intollerabile. Evidentemente la Chiesa ha il problema di riscoprire i fondamenti della sua ortodossia».

Protestano anche i tradizionalisti cattolici legati alla vecchia liturgia. Una nota dell’associazione «Una Vox» si chiede come mai si sia «ritenuto indispensabile cambiare una preghiera usata per secoli: la Chiesa si vergogna del suo passato, della sua preghiera, della sua dottrina?»

Fonte: Corriere della Sera, 7 Febbraio 2008, pag. 23