Ramadan insiste: dal Colle gesto politico

La contromanifestazione Al convegno alla facoltà di Scienze politiche su «La pulizia etnica della Palestina» Vattimo assente per un malore

Ramadan insiste: dal Colle gesto politico

L’intellettuale islamico: venendo qui aiuta a soffocare le voci di opposizione

Ernesto Ferrero: Ramadan è un’anguilla. Lo puoi definire sia fondamentalista sia uomo del dialogo

TORINO — Tariq Ramadan arriva per ultimo, ma come i veri divi subito riesce a rubare la scena agli altri. Perché è abile nell’argomentazione e non ha paura della polemica. «Il vostro presidente, Giorgio Napolitano, ha commesso un duplice errore nello scegliere di inaugurare la Fiera internazionale del libro di Torino: innanzitutto con la sua presenza conferma che quella del Lingotto è una manifestazione politica; inoltre la presenza del capo dello Stato italiano a Torino avalla l’equiparazione tra critici di Israele e antisemiti. Un gesto che contribuisce a mettere tutti sullo stesso piano e a soffocare le voci dell’opposizione. Nel seminario cui sto per partecipare ci sono anche poeti e scrittori israeliani. Gente che la pensa in maniera diversa dai sostenitori del governo ufficiale».

Proviamo a contraddire il ciclone Ramadan: guardi, professore, che il presidente Napolitano ha deciso di venire a Torino quando ha saputo delle iniziative di boicottaggio, è un gesto di solidarietà verso Israele, Paese ospite della Fiera a sessant’anni dalla fondazione. «Lo vede che mi dà ragione? — obietta Ramadan —. Quello del vostro presidente è un gesto politico».

Ma perché, Ramadan, l’anno scorso ha tranquillamente partecipato e questa volta ha deciso di non accettare l’invito della Fiera di Torino? «Non sono stato invitato» risponde sicuro il professore ginevrino, autore di tanti libri sull’Islam, al centro di una controversia internazionale. Da un lato c’è chi lo giudica un paladino del dialogo, dall’altro chi lo ritiene ambiguo e nemico della democrazia. Obiettiamo a Ramadan: Ernesto Ferrero e Rolando Picchioni qualche mese fa lo hanno invitat9 anche con un appello pubblico. «E vero — si corregge a questo punto Ramadan —, mi hanno invitato ma volevano che cambiassi le mie posizioni. Cosa per me inaccettabile. ho ringraziato e ho declinato l’invito».

E quali sono le posizioni di Ramadan? «Sostenere le organizzazioni che boicottano Israele: a Parigi è stato deciso di fare una contromanifestazione all’interno del salone del libro. Qui a Torino è stata scelta la linea del boicottaggio esterno: io mi sono adeguato nell’uno e nell’altro caso». Tentiamo un’ultima domanda: Ramadan non ritiene sterile ha scelta di chi si chiude nel suo orto e rifiuta il dialogo, il confronto con chi la pensa diversamente? Non sarebbe stato meglio confrontarsi apertamente con gli scrittori israeliani che parteciperanno da giovedì alla Fiera internazionale del libro? «Gli organizzatori — risponde Ramadan — prima hanno invitato soltanto scrittori ebrei, quando monta- va la protesta hanno fatto marcia in- dietro e hanno invitatoqualche palestinese. Troppo tardi. E questa la dimostrazione che la Fiera del libro è una manifestazione culturale ma soprattutto politica. La cultura pura non esiste».

Sono già le cinque del pomeriggio. Il convegno su «Le democrazie occidentali e la pulizia etnica della Palestina», organizzato nell’aula delle lauree della facoltà di Scienze politiche, è in corso da due ore. Gianni Vattimo non ha potuto partecipare per un malore. Ha aperto il seminario Alfredo Tradardi. Poi lo storico Angelo D’Orsi ha elogiato la controversa opera del suo collega israeliano Ilan Pappe, La pulizia etnica della Palestina. D’Orsi ha paragonato Pappe, che si è trasferito dall’università di Haifa a quella di Exeter, in Gran Bretagna, al nostro Gaetano Salvemini, in fuga dal fascismo. D’Orsi ha precisato che, bontà sua, non considera Israele uno Stato fascista. Però due minuti dopo ha definito Ben Gurion «duce di Israele».

Sulle posizioni di Ramadan interviene seccamente Ernesto Ferrero, il direttore scientifico della Fiera del libro: «Ramadan è un uomo molto intelligente e astuto, ma è un’anguilla che si adatta alle circostanze. Lo puoi definire contemporaneamente un pericoloso fondamentalista e un uomo del dialogo. Ma certo non capisce che le posizioni aventiniane sono sterili oltre che perdenti».

Oggi il convegno per ricordare la Nakba (la catastrofe) palestinese, in contrapposizione alle celebrazioni per i sessant’anni dello Stato di Israele, continua.

Dino Messina

(Fonte: Corriere della Sera, 6 Maggio 2008 )

Torino, l’errore di non esserci

IL BOICOTTAGGIO DELLA FIERA DEL LIBRO

Torino, l’errore di non esserci

di PIERLUIGI BATTISTA

Lo spettro del boicottaggio si riaffaccia minaccioso e, paradossalmente, trionfante. La cultura ha rintuzzato, certo, le urla dei censori che non volevano far parlare gli scrittori israeliani al Salone del libro e alla Fiera di Torino. Ma adesso si inseguono, solo in parte smentite, le voci su defezioni, rinunce, marce indietro dell’ultima ora. E non sarebbe un boicottaggio riuscito la scena di una festa del libro alla fine disertata da Abraham Yehoshua, Amos Oz, David Grossman, i tre scrittori più rappresentativi di Israele?

Yehoshua ha detto nella trasmissione di Fabio Fazio che proprio “in quei giorni” debutterà a Roma la versione operistica del suo “Viaggio alla fine del millennio” e che dunque lui, sprovvisto del dono dell’ubiquità, non potrà essere a Torino. Sembra che ci stia ripensando (in fondo Roma dista da Torino un’ora di aereo) e che lo scrittore israeliano sarà invece a fianco di Giorgio Napolitano, quando il presidente della Repubblica, che con grande sensibilità aveva scelto di inaugurare la Fiera del libro in cui Israele è ospite d’onore proprio per rispondere alla campagna di sabotaggio censorio, compirà un gesto simbolico di cui l’Italia potrà essere fiera. Amos Oz assicura la sua partecipazione al Salone parigino che si aprirà il 13 marzo ma dà per scontata, a questo punto, la sua assenza nella manifestazione torinese. David Grossman, lo scrittore che ha vissuto la tragedia della morte del figlio nel corso della guerra dell’estate del 2006 contro gli Hezbollah del Libano, comunica che, nel mese in cui verrà solennemente ricordato il sessantesimo anniversario della nascita dello Stato di Israele, non si allontanerà dalla sua terra.

E’ difficile non pensare alla soddisfazione dei boicottatori per l’assenza di due o tre scrittori così legati, sia pur tra conflitti e dissensi, all’identità israeliana. O far finta di non immaginare il senso di vittoria che pervaderebbe il mondo dell’islamismo radicale, dello Stato iraniano di Ahmadinejad, dell’estremismo anti-israeliano ispirato al dogma dell’antisionismo di principio (e dell’antiebraismo non sempre dissimulato) di fronte ad assenze che suonano come l’accettazione di un ricatto.

Proprio ieri l’arcipelago islamista si è nuovamente scagliato con le sue fatwe contro il Salone parigino e anche contro la Fiera torinese, con una protervia ignara di ogni distinzione, appoggiata da frange della sinistra massimalista che dilatano ogni critica, ovviamente legittima, alla politica del governo israeliano in un rifiuto globale (“esistenziale”, è stato detto) di Israele in quanto tale, bollato come entità criminale per il solo fatto di esistere da sessant’anni. E’ la demonizzazione di principio che ha ispirato la duplice campagna di sabotaggio. Yehoshua non deve parlare perché è israeliano. A Oz va imposto il bavaglio perché è israeliano. Grossman deve restare in sllenzio perché è israeliano. Perché esiste e non deve esistere, perché il suo Stato deve scomparire, perché la sua identità deve essere cancellata. La matrice di un’intolleranza assoluta che all’inizio è stata contrastata, ma che alla lunga produce assuefazione, scava nel profondo, raggiunge un effetto di intimidazione formidabile, fino a indurre gli stessi bersagli della censura a fare un passo indietro, a sottrarsi ai riflettori di una ribalta che mai avrebbero comprensibilmente calcare. Ecco perché l’eventuale assenza di Yehoshua, Oz e Grossman durante la Fiera di Torino suonerebbe come una sconfitta, e come un vessillo che potrebbe far dire ai prepotenti e agli intolleranti che l’obiettivo è stato raggiunto, e che gli scrittori israeliani sono stati messi all’angolo. C’è ancora tempo perché non vada a finire così e per dire ai professionisti del bavaglio che, stavolta, le urla dei censori non hanno avuto il sopravvento.

(Fonte: Corriere della Sera, 5 Marzo 2008)