Il “Qassam” e i suoi fratelli

Il “Qassam” e i suoi fratelli

Le conseguenze di uno dei tanti "innocui" razzi Qassam....

Le conseguenze di uno dei tanti “innocui” razzi Qassam….

Quando nel 2001 il Qassam ebbe il suo battesimo del fuoco con un lancio verso Israele pochi lo presero sul serio. Persino Yasser Arafat, se gli chiedevano di quei razzi, sorrideva con l’aria di chi ha visto di peggio e diceva: «Petardi, sono solo petardi». Dall’altra parte, un consigliere di Sharon li chiamava gli «oggetti volanti». Da allora il quadro è cambiato. Di Qassam e derivati ne hanno lanciati più di 7 mila. E sono riusciti a ridurne il costo del 20 per cento: oggi bastano circa 300 euro per produrli. All’inizio arrivavano poco oltre la barriera di Gaza. Due o tre chilometri al massimo. Adesso i palestinesi sono in grado di raggiungere con ordigni di concezione diversa un grande centro abitato a 40 chilometri di distanza. Ashdod nel nord, Bersheva a est.

SEMPLICI TUBI – I primi Qassam erano dei semplici tubi, riempiti con esplosivo fatto in casa. Facevano più rumore che altro. Li aveva creati Nidal Farahat, poi ucciso con una trappola-bomba nel 2003 mentre cercava di inventare un aereo senza pilota esplosivo. Con la sua scomparsa, la missione è passata ad altri, coordinati dal numero due delle Brigate Ezzedin Al Kassam, Adnan Al Ghoul. Un incarico a termine anche per quest’ultimo. Gli israeliani lo hanno eliminato, nell’ottobre 2004, con un raid aereo.

GLI IRANIANI – Ma come la storia di questo conflitto insegna c’è sempre qualcuno pronto a raccogliere il testimone. Con il passare degli anni, infatti, gli artificieri palestinesi li hanno trasformati in uno strumento di pressione. Se oggi Gaza è sotto le bombe è anche per “colpa” di questi razzi. Gli “ingegneri” locali, con l’aiuto di consiglieri iraniani (e di un paio di sauditi), li hanno migliorati, ne hanno allungato il raggio, reso la carica bellica più potente. Un successo che ha spinto tutti i gruppi a dotarsi del proprio missile. Status simbol da guerrigliero e mezzo per poter inserirsi nella partita con Israele. Con questi “proiettili” – davvero poca cosa rispetto alle bombe al laser di un F 16 israeliano – i palestinesi possono cercare di dettare alcune regole del gioco. Interrompono una tregua, costringono Gerusalemme a reagire, tengono in ostaggio la popolazione civile, provano a porre condizioni, sfidano la macchina da guerra israeliana. Quel cilindro con pochi chili d’esplosivo non è solo un’arma, ma anche una moneta di scambio. Per l’esercito israeliano equivalgono a punture di spillo e non dovrebbero neppure essere considerati. Eppure tenendo sotto tiro il sud di Israele diventano una grana politica e strategica. Spingono il governo a chiedere ai generali risposte magiche che non possono dare, creano tensione. E gli esperti israeliani avvertono: eliminare totalmente la minaccia dei Qassam è impossibile. Dopo quattro giorni di incursioni il comando di Gerusalemme ha annunciato la distruzione di un terzo dei 3 mila ordigni in possesso di Hamas. Ciò vuol dire che i fedayn possono andare avanti per giorni.

IL PRECEDENTE – I palestinesi si sono convinti dell’importanza dei razzi dopo aver assistito, nel 2006, alla guerra tra Israele ed Hezbollah in Libano. Giorni di bombardamenti non hanno impedito ai guerriglieri sciiti di continuare a lanciare le katiuscia contro il territorio avversario. Così, nei due anni seguenti, Hamas ha deciso di ampliare il proprio arsenale. Con la collaborazione dei “tecnici” della Jihad islamica – piuttosto bravi nella ricerca -, ha migliorato le officine di produzione, ha ottenuto il decisivo appoggio degli iraniani.

Attraverso i tunnel sono stati contrabbandati – data: agosto 08 – ben 8 mila tubi poi trasformati nel “corpo centrale” di ordigni da 90 mm, con un raggio d’azione di 22 chilometri. Sono poi arrivati missili di concezione sovietica – i vecchi Grad -, altri di origine cinese e iraniana. Alcuni assemblati, altri da montare. Teheran ne avrebbe realizzato un tipo facile da trasferire lungo le gallerie che passano sotto il confine Egitto-Gaza. Sempre gli iraniani hanno fornito le indicazioni per rendere più potente la carica e per garantire una vita più lunga. I primi Qassam erano piuttosto delicati ed erano frequenti gli incidenti. Resi più affidabili rimangono però un’arma assai imprecisa e che avere successo deve essere usata con tiri “a salve”. Ha però il vantaggio di poter essere trasportata agevolmente su un camioncino, nascosta in piazzole preparate o in silos sotterranei. In alcuni casi è anche possibile attivarla con un timer per dare modo ai lanciatori di mettersi al sicuro. I razzi sono poi diventati un’alternativa ai kamikaze riuscendo comunque a procurare il terrore. E questo per Hamas è già un successo.

Guido Olimpio

(Fonte: Corriere della Sera, 31 Dicembre 2008 )

Hamas campa sul buonismo dell’Occidente

Hamas campa sul buonismo dell’Occidente

di Fiamma Nirenstein

Se lo scontro divampa, se decine di palestinesi e due soldati israeliani sono stati uccisi, dobbiamo biasimare anche noi stessi, gli europei, gli italiani in particolare. Noi abbiamo creato le premesse perché Hamas si sentisse immune quando nei mesi scorsi da parte del governo in carica, col consueto narcisismo buonista, si è insistito per instaurare un dialogo con una forza terrorista che non sa che farsene, si è compianto Gaza senza chiamare a rapporto l’estremismo jihadista di Ismail Haniyeh, Khaled Mashaal. la soppressione nella Striscia di tutti i diritti umani.

La scelta strategica di dirottare i contributi internazionali verso le armi e il terrore, e di inaugurare sulla scia degli Hezbollah la ploggia continua di missili su civili innocenti nascondendo le armi sotto i propri civili, nasce da una strategia che oggi si rivela esatta: far sanguinare Israele dentro le sue città, spopolarle e annichilirle, creare le condizioni per una reazione militare.

La comunità mondiale, pensa Hamas, non interverrà per difendere Israele, e alla fine l’Idf dovrà avviare uno scontro che costerà a Israele l’odio internazionale. A monte di questo c’è il disprezzo di Hamas per l’altrui e la propria popolazione civile, la certezza che il mondo della jihad la seguirà comunque, la garanzia che a fronte del biasimo mondiale Israele non oserà addentrarsi più di tanto a Gaza né tantomeno, dopo averla sgomberata nel 2005, occuparla di nuovo.

Che cosa cerca Israele con le sue incursioni dentro Gaza? Chi si tiene lontano dalle consuete teorie della cospirazione lo sa benissimo: far cessare Hamas dai bombardamenti delle sue città che come tutte le città del mondo democratico vogliono mandare i bambini a scuola, lavorare, dormire in pace. L’estensione dei bombardamenti da Sderot ad Ashkelon e la promessa di investire con missili di maggiore gittata anche Ashdod, vicina città portuale, l’intensificarsi delle sofferenze della gente non consentivano più ritardi.

Che cosa causa il grande numero di morti fra i civili palestinesi? Intanto, la confusa definizione del termine «civile». In Israele, e in genere nel mondo democratico, solo chi indossa una divisa può definirsi militare. A Gaza, a fianco dei guerriglieri in divisa ce ne sono migliaia in t-shirt e jeans che partecipano al lancio dei missili, ad atti terroristici, a operazioni di fiancheggiamento. Inoltre, se osserviamo la dinamica delle operazioni di Israele, si individuano bene gli obiettivi sempre militari, uomini armati, terroristi in avvicinamento, camion carichi di armi, depositi, fabbriche locali, uffici e personaggi della struttura terroristica. Tuttavia è nelle zone fittamente abitate che Hamas nasconde uomini e armi. Le brigate che compiono incursioni vengono flancheggiate dall’aviazione quando trovano una reazione molto dura. Qui avvengono le perdite.

E una guerra impossibile e sconosciuta, quella di Gaza. Ma è una guerra, e la convenzione di Ginevra non ha dubbi sul considerare responsabile per la morte di civili chi li usa come scudi umani. Se i commenti politici e giornalistici di questi giorni irresponsabilmente seguiteranno a disconoscere le ragioni per cui lo scontro divampa Hamas potrà continuare nel suo gioco. Questo significa che allora anche la Cisgiordania, affascinata dalla vittoria morale di Hamas, presto sparerà missili, che le ultime speranze in Abu Mazen verranno sotterrate per sempre.

Infine: una tregua, a cui le parti dovranno andare, sarà un danno irreparabile se apparirà un cedimento, se Israele accetterà prima che Hamas rinunci ai missili. In questo caso, avrebbe solo regalato ad Hamas il tempo per accumulare i missifi Fajar, 70 chilometri di gittata, in grado di colpire Tel Aviv. Per conquistare la terra promessa, ma alla Ummah Islamica.

(Fonte: Il Giornale, 3 Marzo 2008)