Sunday Times: il generale siriano ucciso la settimana scorsa aveva aiutato Hezbollah ad armarsi

Sunday Times: il generale siriano ucciso la settimana scorsa aveva aiutato Hezbollah ad armarsi

Damasco – Il generale siriano Mohammed Suleiman assassinato la settimana scorsa in Siria aveva fatto pervenire a Hezbollah sofisticati missili SA-8 in grado di minacciare la superiorità aerea delle Forze di Difesa israeliane. Lo affermano fonti citate dal Sunday Times britannico. La settimana scorsa il governo libanese ha unanimemente approvato una linea politica che garantisce a Hezbollah l’esistenza armata e il diritto di “liberare le terre libanesi occupate”. Secondo fonti a Gerusalemme, la decisione rende di fatto il governo di Beirut complice delle aggressioni Hezbollah, rendendosene corresponsabile.

(Fonte: Israele.net, 11 Agosto 2008 )

Attentato a Gaza: Hamas accusa Mohamed Dahlan

Attentato a Gaza: Hamas accusa Mohamed Dahlan

28/07/2008 Hamas accusa ufficialmente Mohamed Dahlan, ex capo della Sicurezza Preventiva dell’Autorità Palestinese nella striscia di Gaza, e i suoi sostenitori d’essere responsabili dell’attentato interpalestinese perpetrato a Gaza venerdì sera. Accusando apertamente Fatah d’avere realizzato l’attentato, un quadro di Hamas, Khalil al-Haya, ha dichiarato sabato al funerale dei cinque terroristi morti, che “coloro che hanno commesso questo crimine hanno dichiarato guerra all’islam e alla resistenza palestinese”.

(Fonte: Israele.net)

Striscia di Gaza: Hamas non vuole la commissione d’inchiesta sull’attentato di venerdì scorso

Striscia di Gaza: Hamas non vuole la commissione d’inchiesta sull’attentato di venerdì scorso

29/07/2008 Hamas non vuole una commissione d’inchiesta che indaghi sui responsabili dell’attentato interpalestinese di venerdì sera a Gaza. L’organizzazione jihadista, che nell’esplosione ha perso 5 uomini della sua ala militare, ha rifiutato la proposta in questo senso avanzata lunedì dal presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen).

(Fonte: Israele.net)

Gaza: cinque morti in attentato

Gaza: cinque morti in attentato

27/07/2008 Esplosione di un’auto-bomba venerdì sera a Gaza: morti 5 terroristi delle Brigate Ezzedin al-Qassam (braccio armato di Hamas), tra cui due alti esponenti dell’organizzazione jihadista, e una bambina palestinese. Hamas ha attribuito l’attentato a Fatah, ma non si esclude un possibile “incidente sul lavoro” degli stessi terroristi o faide interne a Hamas. Fatah smentisce ogni coinvolgimento nell’attentato, che attribuisce a lotte intestine tra fazioni rivali di Hamas. Rastrellati 200 uomini di Fatah a Gaza, perquisiti gli uffici di una quarantina di associazioni legate a Fatah.

(Fonte: Israele.net)

Gerusalemme, sparatoria in centro: ucciso un terrorista su un bulldozer

Gerusalemme, sparatoria in centro: ucciso un terrorista su un bulldozer

GERUSALEMME, 22 Luglio 2008 – Ennesimo attentato nel centro di Gerusalemme. Un uomo a bordo di un trattore bulldozer è stato ucciso dalla polizia durante una sparatoria dopo che aveva cercato di compiere una strage con il suo veicolo. Secondo le prime testimonianze il kamikaze si sarebbe prima scontrato con un autobus e dopo avrebbe rovesciato due auto uccidendo i due occupanti.

Secondo un primo comunicato della polizia, molte ambulanze si stanno recando sul luogo.

Un simile episodio era avvenuto a Jaffa Street il 2 luglio; un uomo su un bulldozer aveva allora ucciso tre persone, seminando il panico tra i passanti; un’altra ventina di persone erano rimaste ferite.

L’attacco nel cuore di Gerusalemme è avvenuto a poche ore dall’arrivo in Israele del candidato democratico alla Casa Bianca Barack Obama.

Repubblica.it

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Ecco un’altra eroina palestinese

La fedayn Dalal, «Eroina» palestinese

Tra i corpi consegnati al Libano, c’ è anche quello della fedayn Dalal Mughrabi, «eroina» della resistenza palestinese. Nata in un campo profughi a Beirut, l’ 11 marzo ‘ 78, a 19 anni, guidò la sua unità di guerriglieri nello Stato ebraico (via mare). Il gruppo dirottò un autobus e gli diede fuoco: 35 morti. Dalal e molti dei suoi vennero uccisi da un commando israeliano, guidato dal futuro premier Ehud Barak.

(Fonte: Corriere della Sera, 17 Luglio 2008, pag. 2 )

I media e l’intramontabile versione palestinese

I media e l’intramontabile versione palestinese

Da un articolo di Caroline Glick

L’attentato del 2 luglio è stato unico nel suo genere. Per via del fatto che Husam Taysir Dwayat ha ucciso le sue vittime con un bulldozer praticamente davanti ai Jerusalem Capitol Studios dove hanno i loro uffici molti network televisivi stranieri, il suo è stato uno degli due soli attentati in Israele che siano stati filmati “in diretta” dalle telecamere. L’altro attentato filmato mentre avveniva fu il linciaggio dei due riservisti israeliani Yosef Avrahami e Vadim Novesche in una stazione di polizia palestinese a Ramallah il 12 ottobre 2000. Quell’aggressione, che vide una folla deliziarsi nel fare scempio dei corpi e del sangue delle due vittime, venne filmata da una reporter italiana dell’emittente privata Mediaset. L’aggressione del 2 luglio scorso è stata filmata dalla BBC, il cui corrispondente Tim Franks ha assistito alla strage sin dall’inizio dalle finestre del suo ufficio.

Il fatto d’essere stati filmati non è l’unico elemento che accomuna i due attentati. Il linciaggio di Ramallah e il bulldozer di Gerusalemme sono anche gli unici due attacchi che hanno portato ad umilianti profferte di scuse da parte di giganti dei media che, in altre circostanze, fanno mostra di ben altra arroganza. All’indomani del linciaggio, Riccardo Cristiano, allora corrispondente da Israele del network di proprietà pubblica RAI, scrisse una lettera di umilissime scuse all’Autorità Palestinese nella quale si prodigava in ogni modo per spiegare che non era stato il suo network, bensì quello concorrente, a diffondere il filmato. Nella lettera, che venne pubblicata dal quotidiano dell’Autorità Palestinese Al Hayat al Jadida, Cristiano spingeva il suo servilismo sino ad affermare: noi rispettiamo sempre e continueremo a rispettare le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro in Palestina e siamo attendibili per il nostro lavoro accurato. Potete star certi che questo non è il nostro modo d’agire: noi non facciamo e non faremo cose del genere”.

Lo scorso 4 luglio la BBC ha pubblicato le sue scuse per aver mandato in onda il filmato della strage di due giorni prima. Le immagini mostravano un soldato israeliano, in licenza e disarmato, che si arrampicava fino alla cabina del bulldozer guidato da Dwayat, subito dopo che questi aveva ucciso Batsheva Ungerman schiacciando la sua auto. Si vedeva il soldato che, afferrata la pistola di un agente di sicurezza che non era riuscito a bloccare Dwayat, sparava tre colpi alla testa del terrorista. Nel filmato non si vedeva la morte di Dwayat né delle sue vittime. Quello che si vedeva era il terrore dei feriti, la determinazione dell’omicida e l’eroismo del soldato. Ciò nondimeno il network ha dichiarato: “Non fa parte della normale politica della BBC mostrare sullo schermo il momento della morte. Vi sono sempre decisioni estremamente difficili da prendere. Tuttavia, ripensandoci, abbiamo avuto la sensazione che le immagini trasmesse nelle News at Ten del 2 luglio non riflettessero il corretto equilibrio editoriale tra esigenze di accuratezza informativa e potenziale impatto sul pubblico del programma”. A prima vista, non è ben chiaro di cosa stia parlando la BBC. Il suo filmato era un successo giornalistico. Grazie ad esso, decine di milioni di persone in tutto il mondo hanno potuto vedere coi propri occhi com’è un attacco terroristico contro civili innocenti, e da un angolo di visuale sufficientemente asettico. Di che doveva scusarsi la BBC?

In questo caso, come nel caso del linciaggio di otto anni fa, il vero motivo per cui la BBC si è scusata non è perché le immagini del filmato fossero troppo raccapriccianti, bensì perché si discostavano troppo dalla versione comunemente accettata della guerra dei palestinesi contro Israele. Per mantenere questa versione, “il corretto equilibrio editoriale tra esigenze di accuratezza informativa e potenziale impatto sul pubblico del programma” è quello che rafforza la convinzione che delle due l’una: o Israele è moralmente indistinguibile dai palestinesi, oppure è moralmente peggiore dei palestinesi.

La classica metafora del primo caso è quella della cosiddetta “spirale di violenza”. La BBC stessa esplicitò questo approccio all’indomani del linciaggio di Ramallah. In un programma intitolato “Quando è morta la pace”, trasmesso nel novembre 2000, la BBC spiegò: “Due immagini racchiudono l’odio che ha distrutto il processo di pace in Medio Oriente: il ragazzino di Gaza Mohammed al-Dura che muore sotto i colpi dei soldati israeliani mentre suo padre gli fa da scudo, e il brutale linciaggio e assassinio dei due riservisti israeliani da parte di una folla di palestinesi”.

La classica metafora del secondo caso è quella dell’Olocausto, resa forse più esplicita che mai, a suo tempo, da Catherine Nay, ben nota anchor-woman del network Europa1. Verso la fine del 2000, la Nay dichiarò che “la morte di Muhammad [al-Dura] annulla e cancella quella del bambino ebreo con le mani alzate davanti alle SS nel ghetto di Varsavia”.

La vicenda di Muhammad al-Dura gioca un ruolo centrale in entrambe le versioni. Il 30 settembre 2000 il capo dell’ufficio israeliano della la tv pubblica France 2 Charles Enderlin mandò in onda un filmato di 57 secondi, pesantemente rimontato, che a suo dire mostrava l’allora dodicenne al-Dura mentre veniva ucciso da Forze di Difesa israeliane all’incrocio di Netzarim nella striscia di Gaza. France 2 diffuse gratuitamente il filmato nel circuito mondiale e l’immagine di al Dura divenne l’emblema della guerra dei palestinesi contro Israele. Indirettamente essa ha contribuito a scatenare vaste violenze anti-israeliane un po’ in tutto il mondo.

I primi interrogativi sull’attendibilità del resoconto di France 2 sorsero immediatamente. Un’inchiesta delle Forze di Difesa israeliane avviata dal comandante del settore sud Yom Tov Samia dimostrò attraverso prove balistiche che era fisicamente impossibile che i soldati israeliani avessero colpito, men che meno ucciso, al-Dura. Negli anni successivi, un pugno di giornalisti e ricercatori produsse un quantità di prove a dimostrazione dell’infondatezza del servizio di Enderlin. Uno di questi ricercatori, un analista dei mass-media di nome Philippe Karsenty, asseriva sul suo sito internet Media Ratings che il filmato è un falso, e sfidava Enderlin e France 2 a querelarlo per diffamazione chiedendo nel contempo che pubblicassero i 27 minuti di girato sull’incidente del 30 settembre 200 all’incrocio di Netzarim di cui dicevano d’essere in possesso. Pur rifiutandosi di mettere a disposizione il filmato completo, Enderlin e France 2 querelarono Karsenty per diffamazione. Alla fine del 2006, dopo aver ricevuto una lettera di raccomandazione per Enderlin dall’allora presidente francese Jacques Chirac, e nonostante la quantità di prove presentate da Karsenty al processo a sostegno della propria tesi, la corte condannò il ricercatore. Karsenty fece appello. La corte d’appello ordinò a Enderlin e a France 2 di mostrare il girato non montato. Nonostante il rifiuto di mostrare il materiale nella sua interezza, anche solo dai 19 minuti finalmente messi a disposizione da Enderlin apparvero chiare tre cose. Primo, le Forze di Difesa israeliane non potevano aver ucciso al-Dura. Secondo, il filmato mostrava dei palestinesi che mettevano in scena combattimenti immaginari con i soldati israeliani. Terzo, dal filmato non emergeva nessuna conferma che al-Dura fosse stato effettivamente colpito e che fosse morto quel giorno all’incrocio di Netzarim. La corte ribaltò la sentenza di condanna di Karsenty.

A questo punto si poteva pensare che i mass-media francesi, israeliani e internazionali che per sette anni avevano sostenuto Enderlin contro un piccolo gruppo di investigatori indipendenti, avrebbero finalmente abbandonato quella posizione. E che, dopo aver difeso per sette anni un caso indifendibile di cattivo giornalistico, lo stesso Enderlin riconoscesse finalmente il suo errore. Invece è accaduto il contrario. In Israele, commentatori come Gideon Levy e Tom Segev di Ha’aretz, Arad Nir di Channel 2 e Larry Derfner del Jerusalem Post hanno accusato Karsenty e i suoi colleghi d’aver condotto una caccia alle streghe ai danni di Enderlain pur di promuovere le loro idee politiche. In Francia, i mass-media inizialmente hanno ignorato la vicenda. Poi, a meno di una settimana dalla sentenza, il Gotha del vasto ambiente anti-israeliano nei media francesi ha pubblicato una petizione sul Nouvel Observateur che condanna il ben documentato dossier di Karsenty contro la versione comunemente accettata della vicenda al-Dura definendola una “settennale campagna diffamatoria gonfia di odio”. In tutto hanno firmato la petizione circa trecento giornalisti e centinaia di altri notabili. Da parte loro, France 2 ed Enderlin hanno annunciato l’intenzione di impugnare la sentenza d’appello davanti alla Corte Suprema di Francia.

Nel suo resoconto del caso e delle conseguenze sul Weekly Standard, la giornalista francese Anne-Elisabeth Moutet attribuisce la reazione dei mass-media francesi a quella che ella considera una tradizione tipicamente francese di non ammettere mai i propri errori. C’è senza dubbio qualcosa di vero in questo. Ma questa arroganza non è certo un tratto esclusivo dei media e delle élite francesi. E data l’arroganza quasi universale dei mass-media, come si possono spiegare le velocissime scuse della BBC per la messa in onda del suo filmato sull’attentato del bulldozer a Gerusalemme? E come spiegare l’ossequiosa lettera di Cristiano all’Autorità Palestinese nel 2000? (Nulla del genere, naturalmente, s’era visto dopo la messa in onda, innumerevoli volte, del filmato sul piccolo al-Dura.)
La risposta naturalmente è che l’arroganza di per sé non basta a spiegare la difesa di Enderlin da parte dei mass-media. Se Enderlin fosse stato colto a mandare in onda un servizio che calunniava i palestinesi, i mass-media e France 2 lo avrebbero mollato immediatamente. Ma qui c’è in gioco qualcosa di più della reputazione di un uomo. Non è Enderlin che ha inventato la versione dell’eterna innocenza dei palestinesi, né quella dell’equivalenza morale. Trasmettendo il servizio chiaramente infondato su al-Dura, Enderlin promuoveva una causa abbracciata da tutti i suoi colleghi anti-israeliani in Francia, in Israele e nel resto del mondo. Se cade lui, tutta la loro intramontabile versione delle cose rischia di cadere con lui.

Nel corso degli ultimi otto anni di jihad contro Israele, fra gli innumerevoli esempi possibili, tre sono i casi di aperta collusione dei mass-media coi nemici di Israele, che spiccano fra gli altri per il tragico impatto che ebbero sul corso degli eventi. Per primo vi fu l’affare al-Dura. Poi venne il mito del “massacro di Jenin” nell’aprile 2002; a sua volta seguito dalla messa in scena della “strage di Kafr Kana” in Libano nel luglio 2006.

La storia di al-Dura contribuì a consolidare la versione vittimista palestinese solo pochi mesi dopo che avevano rifiutato l’indipendenza e la pace al summit di Camp David (luglio 2000).

Quando il cosiddetto “massacro di Jenin” comparve sui media nell’aprile 2002, le Forze di Difesa israeliane erano impegnate nel pieno dell’Operazione Scudo Difensivo. Appena prima che i palestinesi facessero circolare l’accusa di un massacro israeliano, le forze israeliane avevano scoperto prove documentali che la guerra palestinese contro Israele era condotta dalla stessa Autorità Palestinese e da Yasser Arafat. Fabbricando la storia del massacro, l’Autorità Palestinese si salvò dalla totale delegittimazione come interlocutore a Washington e in occidente. E lo stesso movimento pacifista israeliano venne risvegliato dal coma in cui era precipitato dopo il fallimento di Camp David.

Come ha documentato la Commissione Winograd nel suo rapporto finale sulla seconda guerra in Libano, i servizi giornalistici sul falso massacro di civili libanesi per opera di un bombardiere israeliano a Kafr Kana nel Libano meridionale spinsero il segretario di stato americano Condoleezza Rice a porre fine al sostegno di Washington per una vittoria militare israeliana sui surrogati libanesi dell’Iran, e a far pressione su Gerusalemme affinché accettasse un cessate il fuoco che lasciava integro Hezbollah.

Sebbene le analisi dei servizi giornalistici da Jenin e da Kafr Kana come quelle su al-Dura abbiano chiaramente dimostrato che in nessuno di quei casi le Forze di Difesa israeliane avevano commesso le atrocità di cui furono accusate, i filmati distorti mandati in onda dai media hanno reso impossibile la difesa di Israele di fronte al tribunale dell’opinione pubblica. Come nell’affare al-Dura, l’aperta collusione dei mass-media con i palestinesi a Jenin e con gli Hezbollah a Kafr Kana ha contribuito a perpetuare le false versioni sull’aggressività israeliana che stavano finalmente per essere abbandonate.

Dunque non è la mera arroganza ciò che impedisce a Enderlin e ai suoi colleghi di venirne fuori puliti, così come non fu l’umiltà ciò che spinse la BBC e Cristiano a porgere le loro pronte scuse. Purtroppo quello che emerge da tutto questo è che i mass-media ci daranno sempre e solo le informazioni che vogliono darci. E il rapporto fra quelle informazioni e la verità è, nel migliore dai casi, piuttosto arbitrario.

(Da: Jerusalem Post, 9.07.08 )

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