Sfilano i pacifinti: e le bandiere bruciano….

Proteste anche a Londra, Parigi, Washington, Kabul (dove nessuno ha avuto da ridire la settimana scorsa per l’attentato contro uno scuolabus che ha causato la morte di almeno 14 bambini….mah!)

Corteo a Milano, a fuoco bandiere Israele

Prima della partenza bruciate in piazza alcune bandiere israeliane. Ad aprire il corteo un gruppo di manifestanti con in mano delle scarpe a simboleggiare l'atto compiuto dal giornalista iracheno che ha lanciato la proria calzatura contro il presidente degli Usa George Bush (Salmoirago)

Prima della partenza bruciate in piazza alcune bandiere israeliane. Ad aprire il corteo un gruppo di manifestanti con in mano delle scarpe a simboleggiare l'atto compiuto dal giornalista iracheno che ha lanciato la proria calzatura contro il presidente degli Usa George Bush (Salmoirago)

Manifestazioni pro-Gaza anche a Roma e altre città: in alcuni striscioni la Stella di David equiparata a svastica

Uno striscione con la stella di Davide e la svastica nazista a Milano (Salmoirago)

Uno striscione con la stella di Davide e la svastica nazista a Milano (Salmoirago)

MILANO – Migliaia di persone sono scese in piazza, nonostante il maltempo, in 15 città italiane per manifestare solidarietà al popolo di Gaza, aderendo alla giornata di mobilitazione promossa dal Forum Palestina. La manifestazione più imponente a Roma, mentre a Milano ci sono stati dei momenti di tensione: sono state date alle fiamme bandiere israeliane e urlati slogan contro i governi americano e israeliano.

BRUCIATE BANDIERE – A Milano il lungo corteo contro l’intervento israeliano nella Striscia di Gaza era aperto da giovani palestinesi: alcuni avevano degli striscioni con la Stella di David sormontata dalla svastica e sono state date alle fiamme bandiere israeliane e lanciati slogan contro Israele e gli Stati Uniti. Presenti esponenti di Rifondazione comunista. Alcuni iracheni avevano in mano delle scarpe, diventate un simbolo dopo il lancio contro Bush da parte di un giornalista tuttora in carcere. Una volta giunto in piazza San Babila, dove avrebbe dovuto sciogliersi, il corteo ha invece proseguito lungo corso Matteotti per arrivare in piazza Duomo, dove un migliaio di manifestanti ha occupato la zona antistante il sagrato.

ROMA – A Roma alcuni manifestanti avevano bandiere degli Stati Uniti con su disegnate una svastica e una stella di David. Tra gli slogan: «Giù le mani dai bambini», «Bush-Barack assassini» e «Intifada fino alla vittoria». Portate in corteo fotografie di bambini e donne feriti a Gaza. Il corteo, formato da qualche migliaio di persone, è ndato oltre piazza Barberini, dove doveva concludersi, per proseguire scortato dalle forze dell’ordine verso piazza del Popolo. «Chiediamo di fermare il massacro e la carneficina che sta avvenendo a Gaza – ha detto Sergio Cararo del Forum Palestina -, inoltre diciamo basta all’impunità di Israele e all’informazione manipolata che in questi giorni sta raccontando una falsa verità». I partecipanti avevano bandiere palestinesi e di Rifondazione comunista.

TORINO – Anche a Torino c’è stata una manifestazione contro l’intervento militare di Israele. Il presidio organizzato dall’assemblea Free Palestine a Porta Palazzo si è trasformato in un corteo spontaneo. I partecipanti hanno raggiunto l’associazione Italia-Israele dove c’è stato un lancio di uova. Alla manifestazione, scandita dal grido «Israele assassino», hanno partecipato molti immigrati di origine araba. Presidio di protesta anche a Trento, nella piazza del Duomo.

VICENZA – Cinquemila, secondo gli organizzatori, i partecipanti al corteo di Vicenza. Tanti gli stranieri, circa l’80% dei partecipanti, provenienti da tutto il Veneto. Il corteo, sfilato al grido di «assassini, assassini», è stato tenuto sotto controllo da un massiccio dispiegamento di forze dell’ordine e dal servizio predisposto dagli organizzatori. Decine gli striscioni esposti dai manifestanti: «Fermiano il massacro di Gaza», «Quanti morti ci vogliono per fermarli?», «Uno Stato libero per i palestinesi» e «Gaza libera, comunque Intifada fino alla vittoria». Alcuni cartelli riportavano gigantografie di massacri, bombardamenti, distruzioni e morti.

BOLOGNA – A Bologna sono scese in piazza circa mille persone, in maggioranza stranieri, che hanno concluso la manifestazione pregando insieme davanti alla basilica di San Petronio in piazza Maggiore. Il corteo era aperto dai bambini per sottolineare che i bombardamenti israeliani mietono molte vittime innocenti. All’iniziativa hanno aderito alcuni centri sociali e alcuni esponenti di Rifondazione comunista. È stata bruciata una bandiera di Israele e sono stati esposti striscioni con la stella di David equiparata alla svastica. La manifestazione si è fermata per alcuni minuti davanti alla Prefettura per chiedere un intervento del governo italiano.

NEL MONDO – Migliaia di persone sono scese in piazza in diverse città del mondo contro i bombardamenti israeliani a Gaza. A Londra i manifestanti (5omila secondo gli organizzatori) hanno lanciato scarpe contro la griglia metallica che impedisce l’accesso a Downing Street. Alla guida del corteo l’ex cantante degli Eurythmics Annie Lennox e l’ex sindaco di Londra Ken Livingstone. A Parigi 25mila persone (secondo gli organizzatori) hanno sfilato per le strade gridando «Basta al massacro, sanzioni contro Israele», «Gaza siamo tutti con te» e «Israele assassino». Presenti Marie-George Buffet, segretario del Partito comunista francese, e il leader della Lega comunista rivoluzionaria Olivier Besancenot. A Berlino, sono scese in piazza 7.500 persone, 4 mila a Dusseldorf. Migliaia in piazza ad Atene e Salonicco. A Madrid un migliaio in piazza. Ad Amsterdam i manifestanti, 5mila secondo gli organizzatori, portavano striscioni invitando a boicottare i prodotti israeliani. Più di 2.300 persone hanno sfilato a Salisburgo, in Austria. Negli Usa c’è stato un corteo a Washington. A Kabul, in Afghanistan, centinaia di persone hanno partecipato a una marcia di protesta e a Jalalabad più di 400 persone hanno protestato contro il mancato intervento delle Nazioni Unite.

03 gennaio 2009

Corriere.it

Per visionare altre foto delle varie manifestazioni cliccare qui

Pacifisti o pacifinti?

Le contraddizioni dei pacifisti danneggiano la pace

La pace secondo i pacifinti

La pace secondo i pacifinti

Mi chiedo da un po’ di tempo chi sono i pacifisti. Se si tratti davvero di difensori della pace o di qualcos’altro. La risposta che mi sono dato è che a loro della pace non interessa nulla. Anzi essi sono attratti solo dalle guerre. O meglio da certe guerre, e in particolare da chi le fa certe guerre. I pacifisti si muovono solo quando le guerre vedono protagonisti gli Stati Uniti e Israele. Non si vedono pacifisti protestare contro la dittatura di Mugabe in Zimbabwe, andare nel Nord Kivu per fare gli scudi umani nella guerra civile del Congo e nelle altre guerre dell’Africa dimenticata. Perché andare in quei luoghi significa non avere alcuna visibilità magari rischi anche di morirci. Ai pacifisti non interessa il dramma del Darfur. Nè i massacri e le persecuzioni che i cristiani subiscono in India e nei paesi arabi. Loro sono razionali e razionalisti e non hanno tempo da perdere con chi si va a complicare la vita per una fede religiosa. Che poi non sarebbe altro che sciocca superstizione. Loro non bruciano la bandiera dell’Iran in cui essere omosessuali è un reato che ti può costare la vita. A bruciare spesso è la bandiera di Israele. E questo gli unisce a quel fine intellettuale di Ahamadinejad che vorrebbe che quello stato non esistesse neppure.

Difendere la pace significherebbe andare in Kashmir e fare in modo che India e Pakistan non si scannino più per un lembo di territorio di confine. O mobilitarsi in occasione di attentati come quello di Mumbai. O condannare il regime castrista e quello cinese per le continue violazioni dei diritti umani. La pace non conosce latitudini : è tale in tutte le parti del mondo. Ma ai pacifisti il concetto di pace non interessa. Essi hanno trasformato la pace in un -ismo. Il pacifismo è un ideologia, come il capitalismo, il comunismo, lo jihadismo. Essa ha i suoi dogmi di cui i pacifisti sono i gelosi custodi. Sacerdoti consacrati all’antiamericanismo e all’antisionismo che talvolta si tramuta in antisemitismo ( sempre altri -ismi), sono estremamente selettivi sia riguardo agli obiettivi da difendere sia ai tempi in cui concentrare il proprio impegno.

le bandiere bruciate sono sempre le stesse…

Torino, 1° Maggio 2008: le bandiere di Israele e degli USA vengono bruciate alla fine del corteo organizzato da Free Palestine

La pace non fa clamore. Difendere la pace avrebbe significato muoversi mesi prima dello scoppio della crisi contro Siria e Iran che rifornivano di armi Hamas. O fare sit in di protesta nella zona di confine tra Gaza ed Egitto dove anche le pietre sanno che passano armi e munizioni destinate poi ad essere rivolte contro gli ebrei. Nulla di tutto questo è avvenuto. Perché non se li sarebbe filati nessuno. Anzi rischiavano di finire in qualche prigione palestinese per ostacolo ai piani di Hamas. E perchè loro parteggiano per i palestinesi sempre e comunque; sia che a guidarli ci sia il corrotto Arafat che metteva i soldi degli aiuti nei suoi conti all’estero invece di usarli per costruire scuole o ospedali per la sua gente, sia che ci siano quei razzisti, omofobi e misogini di Hamas.

Ma la pace a differenza del pacifismo non conosce partigianeria. La pace è semplicemente un’altra cosa

Animale (a)sociale

Stupidi sì, ma stupidi anonimi

Stupidi sì, ma stupidi anonimi

Bruciare bandiere israeliane è il metodo più veloce e sicuro per ottenere l’attenzione dei media, dichiara candidamente ai giornalisti uno degli autori del rogo dei giorni scorsi. Ci permettiamo di dissentire, ne esistono altri: spogliarsi nudi in piazza San Pietro durante un’udienza generale del Papa, sfregiare la Gioconda, sparare con un fucile sulla gente che passeggia. Ma siamo lì. Oltre a domandarci come cercare, sul lungo periodo, di mettere riparo a questa deformazione mediatica, per cui esisti solo se appari in televisione, potremmo intanto cominciare a spegnere le luci del palcoscenico e ad oscurare questi aspiranti protagonisti. Stupidi sì, ma stupidi anonimi.

Anna Foa

Liberali per Israele

Agli orfani di Arafat

Cari orfani di Arafat prima di carbonizzare pensate (al Tibet)

di Francesco Bonami

I carbonari della bandiera, ovvero quelli che raggiungono l’orgasmo politico nel carbonizzare una bandiera, con massimo godimento se la bandiera è a stelle e strisce o con la stella di David, fanno parte di quel relativismo moralista che ha finito per rendere inefficace il linguaggio della sinistra italiana appiattitosi su posizioni tanto superficiali quanto ambigue. Oggi la cravatta del presidente palestinese Mahmoud Abbas non riesce a prendere il posto della famosa kefiah bianca e nera di Arafat nel look dei carbonari dei centri sociali. Mentre la barba di Khaled Meshad leader di Hamas è troppo curata per poter stimolare le nostre fantasie erotiche di machi selvaggi ma profumati. In questo vuoto d’icone e di accessori è più semplice allora dar fuoco alle bandiere come segno di solidarietà e al tempo stesso come dimostrazione di ignoranza verso una tragedia, quella palestinese prima e quella israeliana dopo, troppo complicate per essere analizzate con obbiettività e attenzione. Bruciare la bandiera israeliana perché la fiera del libro di Torino è dedicata a Israele significa dimenticare o peggio ignorare il fatto che sono proprio tre scrittori, Amos Oz, A.B.Yehoshua e David Grossman, a rappresentare la critica più dura alla politica del governo israeliano nei territori occupati, a Gaza e durante l’ultima invasione del Libano.

La Fiera del libro di Torino, onorando la letteratura israeliana, sottolinea la forza delle parole, non delle armi, nelle questioni politiche di questo tormentato paese. Se la realtà fosse bianca e nera, come la kefiah, tutto sarebbe più facile. Ma le sfumature medioorientali sono infinite e consentono a due tragedie, quella israeliana e quella palestinese, di convivere senza che una riesca a risolvere l’altra. Se proprio non resistiamo a bruciare qualche bandiera insieme a quelle d’Israele e degli Usa buttiamo nel falò anche quella iraniana, quella siriana, quella giordana e pure quella palestinese, perché tutti questi soggetti hanno una responsabilità in una crisi che pare irrisolvibile. Gianni Vattimo ci spieghi poi perché trova più simpatici i palestinesi rispetto ai tibetani e più simpatici i cinesi rispetto agli israeliani. In fondo poco più di 60 anni fa il 33% del popolo cinese non fu ammazzato mentre quello ebraico sì.

Le televisioni, se esistono, tibetane non mandano in onda documentari che negano la lunga marcia di Mao, mentre il canale di Hamas Al-Aqsa Tv il 18 aprile scorso ha trasmesso un documentario dove si affermava che fu Ben Gurion, uno dei padri dello stato israeliano, ad aver organizzato l’olocausto per eliminare i disabili ebrei che sarebbero stato un peso per la nuova nazione. Inoltre secondo lo stesso canale televisivo l’idea di dare la colpa ai nazisti dello sterminio fu sempre una trovata pubblicitaria di Ben Gurion che cercava di stimolare compassione e simpatia nei confronti degli ebrei. Immaginate una televisione tedesca che dichiara che il massacro delle Fosse Ardeatine fu una trovata dei partigiani per screditare Hitler.

Prima di accendere il fiammifero e prima di versare benzina sulle bandiere gli orfani diArafat diano un occhiata alla copertina del numero di questo mese della rivista americana «TheAtlantic». I colori sono quelli della bandiera palestinese. Il titolo. Is Israel finished?, (Israele è finito?) l’articolo di Jeffrey Goldberg, ebreo. Prima di incendiare; ascoltare, poi se uno ha voglia leggere. La realtà è a colori, purtroppo come il sangue, non in bianco e nero come la kefiah, facile da indossare non sempre così semplice da giustificare.

(Fonte: Il Riformista, 7 Maggio 2008 )

Thanks to Esperimento

Israele e Fiera del Libro: il trattamento speciale

ISRAELE E FIERA DEL LIBRO

Il trattamento speciale

Israele è una società pluralista, dove si scontrano idee, giornali, partiti. Perché è così difficile ammetterlo?

di Pierluigi Battista

È destino di Israele accendere sempre smodate passioni di ostilità. Spesso si deplora che sia brutalmente liquidata come antisemita qualsiasi critica alle politiche israeliane. Lo ha anche insinuato, riferendosi maldestramente al capo dello Stato, Tariq Ramadan, che ha già ricevuto una risposta esemplarmente chiara da parte del presidente Napolitano, e che invece pare non abbia nulla da obiettare al rogo delle bandiere con la stella di Davide inscenato a Torino, lugubre antefatto coreografico del boicottaggio alla Fiera del libro. Ma se non è antisemitismo, come definire allora quella sistematica dismisura di giudizio, quell’eccesso lessicale, quel sovrappiù di concitazione che assegna da sempre a Israele il ruolo di bersaglio privilegiato dell’odio collettivo? Si può criticare Israele senza passare ipso facto per nemici degli ebrei, ci mancherebbe. Ma non suona già un po’ singolare che passi come ovvia l’espressione «criticare Israele»?

Cosa diremmo di un commentatore straniero che criticasse «l’Italia», oppure lo «Stato italiano» (o francese, o tedesco, o un altro qualsiasi)? Ricorderemmo l’elementare distinzione tra Stato e governo. Obietteremmo che un conto è l’Italia intesa come Nazione democratica che non spezza la sua continuità storica malgrado il variare delle sue (provvisorie) compagini governative. Tutt’altra le specifiche e circostanziate politiche attuate da un particolare governo. Si critica il governo Berlusconi, o il governo Prodi, non lo Stato italiano. Perché allora, nel caso di Israele, questa distinzione politica e lessicale è destinata a saltare? Certo che si può criticare il governo Olmert, o il governo Begin, o il governo Barak. Ma non lo si dice mai, o quasi mai, in questo modo. Le critiche si trasferiscono invece sullo Stato israeliano in quanto tale. Un trattamento speciale.

Che peraltro allude obliquamente al cuore della «specialità» di Israele: il suo precario diritto all’esistenza, il pregiudizio che delegittima alla radice Israele come il frutto di un sopruso, di una mostruosa violenza storica. Uno dei pilastri dell’antisionismo. Ma davvero l’antisionismo non ha nulla da spartire con l’antisemitismo? E non è inoltre molto strano che, almeno dal ’67 ad oggi, non ci sia stata una volta, una sola volta in cui un qualunque governo israeliano (di destra o di sinistra, dei laburisti o del Likud) abbia meritato il consenso di chi è vigorosamente impegnato a sottolineare la distinzione tra antisemitismo e legittima «critica dello Stato di Israele»? Possibile che ogni governo israeliano commetta lo stesso errore, si macchi degli stessi crimini, affronti la questione palestinese nello stesso, catastrofico modo? E’ possibile perché nella dismisura anti-israeliana è impossibile riconoscere che Israele sia una democrazia ricca di conflitti e diversità, a differenza di tutti i dispotismi da cui è circondato.

Una società libera dove sono per primi gli storici israeliani a frugare negli archivi, per svelare anche le pagine meno luminose della nascita dello Stato che oggi gli incendiari torinesi delle bandiere vorrebbero impedire di celebrare. Nei libri di testo che circolano nei territori controllati dall’Autorità nazionale palestinese, Israele è cancellato dalle carte geografiche e si ricalcano tutti i luoghi comuni della propaganda antisemita. Israele è invece una società pluralista, dove si scontrano idee, giornali, partiti. Perché è così difficile ammetterlo? È questa realtà che l’eccesso polemico anti-israeliano cancella drasticamente. Il trattamento speciale riservato a Israele consente una spietata radicalità di linguaggio impossibile da usare verso qualsiasi altra Nazione. La condizione degli arabi di Israele diventa per forza di cose raccapricciante «apartheid». La barriera difensiva antiterroristica che ha fortunatamente fatto crollare il numero di attentati suicidi in Israele si trasforma nella vulgata in un terrificante «muro» di segregazione e di infamia. Avallata persino da premi Nobel come José Saramago, la grottesca equiparazione tra Gaza ed Auschwitz diventa luogo comune, immagine che acquista addirittura una sua plausibilità.

La politica verso i palestinesi viene ribattezzata «pulizia etnica», come l’apocalisse in Ruanda e il furore antialbanese di Milosevic. Non è antisemitismo? Ma come definire allora questo insieme di pregiudizi che fornisce agli intolleranti impegnati nel boicottaggio della Fiera del libro il carburante ideologico ospitato da università come quella di Torino dove, ospite Tariq Ramadan, si spacciano falsità storiche come se fossero vere e si altera alla radice l’intera vicenda dello Stato di Israele lungo un arco di sessant’anni? Giustamente Lucia Annunziata sulla Stampa esorta chi difende Israele a non lasciarsi afferrare dallo stesso demone della faziosità esibita dai suoi nemici. Eppure la cultura democratica occidentale dovrà pur spiegare come si fa a commuoversi per Schindler’s list e contemporaneamente restare indifferenti al negazionismo minaccioso di Ahmadinejad che, cancellando il primo, auspica un secondo Olocausto degli ebrei.

Come si fa a conciliare le visite solenni nei campi di sterminio con l’imbarazzato silenzio che circonda la martellante diffusione nei media arabi di serial tv ricavati dai Protocolli dei savi anziani di Sion? È questo silenzio che incoraggia i nemici di Israele a bruciarne i vessilli. A dare per scontato che contro Israele si possa dire tutto e che persino i suoi scrittori siano maltrattati come la personificazione del Male assoluto meritevole di boicottaggio. Altro che questione di ordine pubblico.

(Fonte: Corriere della Sera, 7 Maggio 2008 )

Fiera del Libro di Torino: gli anarchici preparano la guerra a Israele

A Torino gli anarchici preparano la guerra a Israele

Tam tam anarchico in rete contro la Fiera di Torino «Sarà guerra ad Israele»

Sui siti Indymedia gli estremisti annunciano azioni shock. La polizia teme gesti isolati

LE FRASI DEL SITO CONTRO GERUSALEMME

Boicotta e contesta la Fiera dedicata a Israele. Presidio davanti agli ingressi del Lingotto, dall’8 al 12 maggio

Israele terrorizza i civili coi raid aerei, controlla acqua e cibo, i palestinesi muoiono di fame

Che c ‘è da ricordare? Proviamo vergogna, Torino e la Fiera onorano un paese che ferisce mortalmente la sovranità della Palestina

di Gian Marco Chiocci e Luca Rocca

TORINO – L’Antiterrorismo, è inutile nasconderlo, qualche preoccupazione ce l’ha. L’ultimo rnonitoraggio sulle sigle antagoniste e antimperialiste che via internet e via radio si stanno mobiitando per boicottare la Fiera del libro di Torino «dedicata» a Israele, dà segnali poco rassicuranti. I primi sono arrivati già da qualche giorno su Indymedia. «Israele terrorizza i civili con i raid aerei». «Boicotta e contesta la fiera dedicata a Israele», si legge in quello che rimane nel sito della sinistra antagonista.

L’allarme è alto. Sono previsti: quattro gruppi anarchici sospettati dei disordini a Genova e Napoli nel 2001; i reduci del «Grarnigna» di Padova (enclave delle nuove Br sotto processo a Milano); i centri sociali che hanno solidarizzato con i compagni dell’Aquila schieratisi a fianco dei cugini eversori veneti; le varie entità no global in sintonia con i compagni del «Sud Ribelle» recentemente assolti a Cosenza per le violenze del G8. I punti di raccordo locali per tutti sono il «Network Antagonista Torinese», l’«Askatasuna», il «Csoa Murazzi», il «Collettivo universitario autonomo», il «Collettivo studenti autorganizzati», il «Comitato di solidarietà con il popolo palestinese». Più che scontri eclatanti, si temono azioni isolate, incursioni mirate ad opera cli «cani sciolti». In più l’Antiterrorismo fa notare come il clima si sia ulteriormente surriscaldato nel capoluogo piemontese a causa di un’incursione di elementi cli estrema destra all’esterno della «sezione A.Gramsci» dei Carc, formazione già sott’inchiesta per associazione sovversiva.

I punti di ritrovo e di concentramento sono più d’uno per i contestatori che si sono affidati a pullman e treni, come quello organizzato dal «Coordinamento no guerra» in partenza dalla stazione centrale di Milano. Digos e Anticrimine dei carabinieri aggiornano di ora in ora una situazione che si qui ha visto bandiere con la stella di David bruciare insieme a quelle americane Per non dire poi dei convegni sulla presunta «pulizia etnica» ai danni della Palestina con la partecipazione del discusso intellettuale islamico Tariq Ramadan. A completare il puzzie, e a preoccupare gli addetti ai lavori, l’arrivo lunedì 12maggio cli Beppe Grillo. L’invito alla manifestazione inaugurata giovedì prossimo dal presidente della Repubblica, bersaglio eccellente preso di mira proprio a Torino dal comico genovese nel suo ultimo «Vaffa day», è stato accompagnato da una raccomandazione: «Ben venga Grillo, purché lanci un appello alla lettura e non tenga un comizio».

Tornando alla Fiera del libro e alla decisione di ospitare Israele nel suo sessantesimo anniversario della nascita, l’idea di disturbare l’evento è stata caldeggiata dall’anima più radicale della sinistra antagonista. Indymedia e il centro sociale Askatasuna, ha invitato i compagni alla mobilitazione. Come ai vecchi tempi. Nonostante i divieti disposti dal questore, gli speaker del sito invitano a piantonare gli ingrossi del Centro Fiere e a concedere il bis del primo maggio quando alcuni esponenti di «Free Palestine» hanno prima contestato Fausto Bertinotti per la sua partecipazione alla Fiera, poi hanno fatto un falò con le bandiere israeliane e americane. Concederanno il bis?

(Fonte: Il Giornale, 5 Maggio 2008 )

Indymedia: tutti a Torino contro la Fiera

Appello su Internet

Indymedia: tutti a Torino contro la Fiera

La bandiera di Israele bruciata a Torino durante la manifestazione per il primo maggio

MILANO — «Israele non è un ospite d’onore. Palestina libera!». Con questa parola d’ordine, il sito piemontese di lndymedia, collettivo di informazione antagonista, lancia una manifestazione di protesta contro la Fiera del Libro e chiede adesioni per il concentramento in corso Marconi, previsto per le 14 del io maggio. Una chiamata alla protesta che, è il timore degli organizzatori, potrebbe finire con altre bandiere israeliane bruciate in piazza. Il questore di Torino ha vietato i presidi fissi nella zona del Lingotto. Anche perché all’inaugurazione è atteso il capo dellò Stato Giorgio Napolitano. Anche lui nel mirino delle proteste: «Dal presidente della Repubblica ai governi di questi anni — spiega Indymedia — dalle istituzioni locali a quelle militari o commerciali, l’alleanza strategica con Israele non viene mai messa in discussione. E ora di scendere in piazza».

(Fonte: Corriere della Sera, 4 Maggio 2008 )