Mumbai? Colpa della “lobby ebraica mondiale”

Mumbai? Colpa della “lobby ebraica mondiale”

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L’istigazione all’odio anti-israeliano e antisemita, consueta sui mass-media siriani, si è spinta al punto di attribuire ad Israele, al movimento sionista e agli ebrei in generale anche l’attentato terroristico a Mumbai, con poca considerazione, fra l’altro, degli ebrei e degli israeliani presi direttamente di mira dai terroristi nella città indiana. Lo rileva un rapporto dell’Intelligence and Terrorism Information Center israeliano (IICC).

La cronaca sulla stampa siriana di fatti relativi agli attentati di Mumbai, riferisce il rapporto, è stata di tipo informativo, senza approfondimenti. Alti esponenti del regime hanno evitato di condannare pubblicamente gli attacchi, mentre il presidente Bashar al-Assad riteneva sufficiente far pervenire un generico messaggio di condoglianze al presidente indiano esprimendo profondo dolore per le vittime e auguri di pronta guarigione ai feriti.

Nello stesso tempo, tuttavia, la stampa siriana coglieva l’occasione degli attentati per rinnovare la sua consueta accusa a Israele, al movimento sionista e al popolo ebraico d’essere dietro al terrorismo mondiale, compreso l’attacco a Mumbai (benché Israele sia stato il paese che ha subito più vittime, dopo l’India), facendo ricorso al tradizionale stereotipo che incolpa gli ebrei di ogni guerra e di ogni crisi nel mondo.

Quelli che seguono sono brevi sunti di tre articoli di questo genere pubblicati dalla stampa siriana (tutta sotto stretto controllo governativo) dopo gli attentati a Mumbai.

1) Al-Thawra (3.12.08): Ahmed Hamada, membro del comitato di direzione del giornale, scrive che le “impronte della lobby ebraica e del Mossad”, entrambi abitualmente impegnati a incoraggiare guerre civili, si possono trovare in tutto il mondo: “Dal Darfur alla Georgia, dall’Iraq a Mumbai, da un capo all’altro del mondo la mano distruttrice degli israeliani e della lobby sionista, che ficca il naso in ogni dove, semina guerre etniche e civili e fomenta dissidi politici e diplomatici tra le nazioni e i governi… Ciò che è avvenuto in Georgia è la prova migliore del ruolo negativo del Mossad nell’innescare crisi… Oggi appaiono evidenti le mani occulte del sionismo e il loro ruolo nefando nelle esplosioni a Mumbai, a dimostrazione del ruolo distruttivo di Israele in ogni angolo del globo”.

2) Al-Thawra (30.11.08): l’editoriale afferma che dietro alle accuse al mondo musulmano d’essere responsabile del terrorismo globale ci sono Israele e il sionismo, e che dietro al terrorismo globale e alla sua diffusione ci sono gli obiettivi e gli interessi strategici di grandi soggetti internazionali (riferimento agli Stati Uniti). “Il vero pericolo – dice l’editoriale – non è l’islam ma l’estremismo politico”, e aggiunge che l’aggressione contro l’islam è la migliore dimostrazione che la comunità internazionale, guidata dagli Stati Uniti, non fa sul serio quando affronta il terrorismo anche se sostiene di combattere una guerra contro di esso. “Noi affermiamo inequivocabilmente che il terrorismo rimarrà un problema finché il sionismo potrà liberamente istigare le cose da dietro le quinte ovunque voglia farlo”.

3) Al-Watan (1.12.08): in un commento il giornale sottolinea che Israele approfitta abitualmente di ogni attacco terroristico in tutto il mondo e lo sfrutta per far soffrire i palestinesi. Ciò che è accaduto a Mumbai, secondo l’articolo, non è diverso da ciò che è accaduto a New York e in altre città arabe e nel resto del mondo. Ma l’interrogativo ancora senza risposta è: a chi giovano tali eventi (come la distruzione del World Trade Center l’11 settembre 2001)? E chi è che li sfrutta per fare la parte della vittima? Secondo il giornale siriano, coloro che hanno pianificato l’attentato a Mumbai volevano raggiungere diversi obiettivi: accentuare le tensioni fra Pakistan e India, spingere i paesi arabi e islamici a sostenere Israele nel colpire il terrorismo islamico attraverso una stretta collaborazione su sicurezza e intelligence, e realizzare il concetto del sogno israelo-americano di un nuovo Medio Oriente allargato.

(Da: http://www.terrorism-info.org.il, 8.12.08 )

Nella foto in alto: Moshe Holtzberg, due anni, orfano di entrambi i genitori uccisi dai terroristi nel centro ebraico a Mumbai dove lavoravano.

Tra Mumbai e Tel Aviv

Combattere il terrorismo sul piano delle idee e della cultura

Israele.net

Attentati, misteri e scenari di guerra: che bolle nella pentola siriana?

La via di Damasco è sempre più insanguinata

Attentati, misteri e scenari di guerra: che bolle nella pentola siriana?

Immagini del presidente Assad nelle strade di Damasco

Immagini del presidente Assad nelle strade di Damasco

di Pietro Batacchi

Se fosse un romanzo sarebbe sicuramente avvincente. Di quelli che, sin dalle prime righe, catturano l’attenzione del lettore e lo lasciano con il fiato sospeso fino alla fine. Ma non è un romanzo. E’ la realtà della Siria di questi ultimi mesi. Attentati, morti misteriose, rimpasti nella cerchia dei fedelissimi del presidente Assad. L’ultimo episodio: l’attacco di sabato scorso costato la vita a 17 persone. L’agenzia di stampa di regime ha subito parlato di terrorismo, adducendo la responsabilità a gruppi d’ispirazione qaedista provenienti dall’esterno. Ma su diversi blog libanesi si è fatta strada un’altra ipotesi. L’autobomba, pare guidata da un kamikaze, avrebbe avuto come obiettivo una sede dei servizi d’intelligence, in particolare un esponente di spicco del Muckabarat. L’ennesimo capitolo di una feroce lotta interna al regime.

Difficile stabilire responsabilità in un labirinto come quello siriano. Certo è che nel pentolone di Damasco bolle qualcosa di grosso. La catena del mistero è stata inaugurata il 13 febbraio scorso con l’uccisione di Imad Mughniyeh, capo militare di Hezbollah. Anche in quel caso un’autobomba. Come si suol dire: niente testimoni, nessuna notizia. Poi, lo scorso gennaio, vicino al porto di Tartus, è stato freddato da un cecchino il generale Mohammed Suleiman, fedelissimo del presidente Assad e anello di congiunzione con Hezbollah. Dopo le prime ipotesi, di recente il direttore dell’AIEA El Baradei ha affermato che il generale è stato assassinato perché sapeva troppo sui piani nucleari della Siria. Un altro mistero. Come misteriosa è la sorte di Khaled Meshal, leader in esilio di Hamas, espulso dalla Siria e spedito in Sudan. O forse no, dato che fonti palestinesi da Gaza hanno subito smentito. E poi ancora la presunta uccisione ad Homs, qualche giorno fa, di Hisham al Labadani, segretario e capoufficio dello stesso Meshal. Anche in questo caso puntuale è giunta la smentita di Hamas. E poi il nulla del tradizionale silenzio siriano.

La trama non poteva essere più complicata. Anche perché ai misteri siriani si aggiungono, ovviamente, quelli libanesi. Ieri mattina un altro attentato ha colpito un pullman dell’Esercito. A Tripoli, ancora nel nord, dunque. Qui, da tempo, si fronteggiano milizie alawite filo-siriane e gruppi sunniti vicini al clan Hariri (finanziati dall’Arabia Saudita), e colpiscono le cellule fondamentaliste appartenenti a Jund Al Sham e Usbat Al Ansar. Il Governo libanese ha puntato il dito proprio su questi due gruppi per l’attentato al pullman: la responsabilità qaedista buona per tutte le stagioni. Ma chi c’è davvero dietro di loro? Difficile stabilirlo con certezza. Di sicuro i servizi d’intelligence e le forze di sicurezza di Damasco da sempre soni molto attivi nell’area. Negli ultimi tempi, secondo quanto ci hanno confermato nostre fonti libanesi, i siriani avrebbero passato armi ai miliziani di Usbat Al Ansar e infiltrato personale regolare dell’Esercito sotto copertura per dare man forte alle milizie alawite (la stessa minoranza confessionale da cui proviene la famiglia Asssad). Sunniti radicali ed alawiti, o meglio, un colpo al cerchio ed uno alla botte. Un classico della strategia destabilizzante siriana in Libano.

Qualche giorno prima dell’attentato di Damasco il presidente Assad si era detto preoccupato del pericolo rappresentato per la Siria da “forze estremistiche” con base a Tripoli. E puntualmente alle parole è seguita la bomba. Una coincidenza perfetta verrebbe da dire. Come se ci fosse tutto l’interesse a rinfocolare di proposito l’instabilità nel Libano del Nord. Magari per giustificare un nuovo intervento “pacificatore”. Non sarebbe una novità. In passato la Siria ha abbondantemente “tragediato” la vita libanese per legittimare la propria presenza da guardiano a Beirut.

Ma oggi il ripetersi di uno scenario del genere sembra difficile. La Siria è attivamente impegnata per ridarsi una nuova immagine internazionale. Parla di pace con Israele, apre all’Europa ed all’Occidente, e sembra persino in rotta su alcune questioni con lo storico alleato iraniano. C’è di più: lo stesso Presidente ha annunciato che entro la fine dell’anno avverrà lo scambio di ambasciatori con il Libano e la conseguente normalizzazione dei rapporti diplomatici tra i due paesi dopo 60 anni. Finalmente il riconoscimento definitivo dell’integrità e della sovranità di quello che un tempo fu il semplice giardino di casa Assad. I molti che accreditano le aperture siriane sono pronti a giurarlo. Gli attentati e gli omicidi di questi mesi in Siria sono una guerra interna al regime tra chi vuole l’apertura all’Occidente e ad Israele, e la conseguente rottura con Teheran, e che vi si oppone fortemente. Una lotta tra falchi e colombe: buoni e cattivi. Il presidente Assad starebbe tra i buoni. Ormai pronto a redimersi a novello Sadat.

Ma l’ottimismo non basta a fugare l’altra interpretazione. Quella più cattiva, più mediorientale. La catena di morte in Siria ed in Libano, le aperture e tutto il resto, sarebbero in realtà una semplice messa in scena. Un mega trappolone orchestrato dallo stesso regime siriano per celare le sue vere intenzioni: annacquare il giudizio del tribunale internazionale sulla morte dell’ex premier libanese Hariri e riprendere il controllo del Libano – con la sola pedina mancante: il nord.

30 Settembre 2008

L’Occidentale

Siria – Autobomba a Damasco, cronologia dei principali attentati

Siria – Autobomba a Damasco, cronologia dei principali attentati

Quello di oggi è il più sanguinoso dagli anni Ottanta

DAMASCO, 27 set. (Apcom) – L’attentato in cui diciassette persone sono state uccise e quattordici sono rimaste ferite questa mattina a Damasco, nell’esplosione di un’autobomba, è il più sanguinoso in Siria dagli anni Ottanta. Di seguito i principali attentati commessi nel Paese:

– 29 novembre 1981: un’autobomba esplode nel quartiere di Ezbekieh a Damasco e provoca 175 morti, uno dei più grandi attentati che abbia conosciuto la Siria. E’ rivendicato dai “Fratelli musulmani”;

– 16 aprile 1986: numerosi attentati commessi a intervalli di alcune ore nella regione di Tartous (nord) e in molte altre città provocano 144 morti e 149 feriti.

– 9 settembre 1996: un palestinese è ucciso in occasione della Fiera internazionale di Damasco, nell’esplosione della sua stessa granata; una ventina di passanti restano feriti.

– 31 dicembre 1996: un attentato con esplosivi contro un autobus in un quartiere popolare di Damasco provoca tredici morti e quaranta feriti.

– 27 aprile 2004: un attentato con esplosivi a Mazzé, un quartiere di Damasco che ospita ambasciate occidentali e residenze ufficiali, è seguito da scontri tra poliziotti e ribelli, provocando secondo le autorità cinque morti (tre terroristi, un poliziotto e una passante). L’attacco è rivendicato da “Il gruppo del martire Adib al-Kilani”.

– 26 settembre 2004: un attentato con un’autobomba costa la vita a un dirigente del movimento integralista palestinese Hamas e ferisce tre passanti a Zahira, un quartiere a sud di Damasco. La Siria e il movimento palestinese attribuiscono l’attentato a Israele;

– 12 settembre 2006: quattro uomini armati tentano di fare esplodere un’autobomba davanti all’ambasciata degli Stati Uniti a Damasco. Gli assalitori, un agente delle forze antiterrorismo siriane e un passante guida sono uccisi;

– 12 febbraio 2008: un uomo determinate per le operazioni militari di Hezbollah, Imad Mughniyeh, ricercato dall’Interpol e dagli Stati Uniti per una serie di attentati e sequestri, è assassinato a Damasco. Israele nega ogni coinvolgimento nell’omicidio;

– 1 agosto 2008: viene ucciso il generale Mohamed Sleimane, responsabile della sicurezza del centro studi e ricerche scientifiche siriano. Mass media arabi hanno riportato qu’ agiva da agente di collegamento con Hezbollah, altri lo hanno descritto come il “braccio destro” del presidente Assad.

(Virgilio Notizie, 27 settembre 2008 )

Hamas nega notizia assassinio in Sira assistente Meshaal

M.O.: HAMAS NEGA NOTIZIA ASSASSINIO IN SIRIA ASSISTENTE MESHAAL

Gaza, 16 set. – (Adnkronos/Dpa) – Hamas ha smentito oggi l’uccisione in Siria dell’assistente personale di Khaled Meshaal, Hisham el-Badni. “La notizia dell’assassinio fatta circolare dai media israeliani e’ totalmente infondata e fuorviante”, ha detto alla Dpa una fonte del movimento di resistenza islamico. Secondo quanto rivelato ieri dal “Reform Party” siriano, un gruppo di opposizione con sede negli Stati Uniti, el-Badni sarebbe stato ucciso giovedi’ scorso a colpi d’arma da fuoco nella citta’ di Homs, a nord di Damasco, dopo essere stato trascinato fuori dalla sua auto. Sul sito del gruppo, secondo quanto rilanciato dai media israeliani, si leggeva che l’uccisione rappresenterebbe un segnale che alcuni elementi del regime del presidente siriano Bashar al Assad starebbero inviando ad Hamas perche’ rompa i rapporti con l’Iran.

Ministro siriano: “Confido che Israele giunga alla sua fine entro 10 anni”

Ministro siriano: “Confido che Israele giunga alla sua fine entro 10 anni”

Quelli che seguono sono brani tratti da un’intervista al ministro della cultura siriano, Riyad Na’san Al-Agha. L’intervista è stata trasmessa il 19 aprile 2008 dalla tv Al-Hiwar (emittente araba che trasmette da Londra).

RIYAD NA’SAN AL-AGHA: Nella mia qualità di ministro, posso dire che la gente talvolta non coglie le motivazioni dell’opposizione. Vi sono alcuni oppositori che le agenzie di sicurezza sospettano di legami clandestini con ambasciate o elementi stranieri. Sospettano che queste persone commettano certi atti, il significato dei quali io non ho modo di definire. Le agenzie di sicurezza, che sono al corrente di informazioni che io non ho, possono determinarlo. Io non ho modo di saperlo. Ad esempio, una volta ho chiesto come mai una certa persona era incarcerata, e mi è stato detto che aveva incontrato e questo e quello, e ogni sorta di persone, e così via. Io non ho modo di sapere se sia vero. Non è mio compito saperlo. È una questione di sicurezza, e c’è gente preposta a questo genere di cose. Ad esempio, alcuni scrittori oggi in Siria devono affrontare un processo. Alcuni di loro sono miei amici, li conosco da molti anni, membri dell’opposizione con cui ho dibattuto in tv. Posso anche rivelarvi che molti anni fa parlai con [l’allora] presidente Hafez Al-Assad a favore di alcuni di loro. Allora non erano ancora in carcere. Li proposi per alti incarichi nell’amministrazione pubblica, ma poi rimasi sorpreso nel sentirli esporre certe opinioni che mi causarono grande imbarazzo.

INTERVISTATRICE: Da intellettuale, lei è disposto ad accettare che degli intellettuali vengano messi sotto processo [per le loro opinioni]?

RIYAD NA’SAN AL-AGHA: Naturalmente. Io accetto che si metta sotto processo chiunque condanni la resistenza [Hezbollah]. Accetto che si metta sotto processo chiunque prenda parte al Grande Piano sul Medio Oriente con cui gli Stati Uniti controllano la nostra nazione [araba]. Sono d’accordo col mettere sotto processo chiunque metta in dubbio l’identità di questa nazione, chiunque voglia frantumare l’unità di questa nazione in pezzi razziali o etnici, e chiunque voglia istigare tensioni fra le diverse minoranze.

INTERVISTATRICE: E se uno non è un pan-arabista nasseriano? Se rifiuta di credere in questa ideologia perché i decenni passati avrebbero dimostrato che si tratta solo di vuoti slogan?

RIYAD NA’SAN AL-AGHA: Bene, può scrivere un articolo. Negli ultimi sette anni nei giornali e in internet hanno scritto su di noi cose che fanno venire in mente [i giornali israeliani] Yediot Aharonot e Haaretz. Ma non li abbiamo gettati in galera. Alcuni di loro sono andati persino in America a insultarci da là, e quando sono tornati in Siria nessuno li ha interrogati all’aeroporto. Ma non devono passare ai fatti. Se lo fanno, li gettiamo in galera. […] Non parlo da ministro, parlo da cittadino ferito. Non permetterò a nessuno di danzare sulle brandelli del mio corpo per poi parlare delle sua libertà. No, non ha la libertà di farlo. Le voglio ricordare cosa diceva il califfo Muawiyah [602-680]: “Noi non separeremo le persone dalla loro lingua finché esse non separeranno noi dalla nostra autorità”. Possono dire ciò che vogliono, ma se agiscono saranno puniti.

INTERVISTATRICE: E se fra cinque anni il governo [siriano] chiamasse Israele e dicesse: su, facciamola finita?

RIYAD NA’SAN AL-AGHA: Allora sarò io il primo che dovranno mettere in prigione.

INTERVISTATRICE: Dovremo dire che il presidente intrattiene “dubbie relazioni” con Israele?

RIYAD NA’SAN AL-AGHA:Quelli che vogliono fare questo, Allah non voglia, dovranno sbarazzarsi di me e, prima ancora, di molti altri come me.

INTERVISTATRICE: Ma intanto c’è gente che muore, intere generazioni…

RIYAD NA’SAN AL-AGHA: E’ il nostro destino. Stiamo parlando di un conflitto eterno. Non sono ottimista sul fatto che possa essere risolto tanto presto. Ma per Allah, loro soffrono più di noi. Qui in Siria la gente è unita. Lo stesso sceicco Hassan [Nasrallah] ha detto che nel 2006 la decisione se la Siria dovesse entrare in guerra [contro Israele] fu lasciata a lui. Non sono io che lo dico. L’ha detto lui. Noi siamo pronti a entrare in guerra. Ciò non significa necessariamente che vinceremo. Potremmo essere sconfitti, ma almeno avremo dimostrato che esistiamo. Sono ottimista sul fatto che entro dieci anni Israele sarà arrivato alla fine. […] Sono orgoglioso di essere ministro della cultura in questo regime per le sue posizioni, e non per il mio ruolo di ministro. Non sono il tipo di uomo che sarebbe ministro in qualunque regime, neanche se mi pagassero centomila dollari all’ora. Sono il ministro della cultura di un regime nei cui principi io credo. Per i miei principi, non rimarrei e non lo farebbe il presidente Bashar Al-Assad: noi siamo gente di principi e di valori.

(Da: MEMRI, 19.04.08 )

Liberali per Israele

Per il video integrale con sottotitoli in inglese clicca qui

Olmert favorevole a restituire Golan per pace, dice Siria

Olmert favorevole a restituire Golan per pace, dice Siria

mercoledì, 23 aprile 2008 8.00

DUBAI (Reuters) – Il primo ministro israeliano Ehud Olmert avrebbe comunicato alla Turchia che Israele sarebbe intenzionata a restituire le Alture del Golan alla Siria in cambio della pace cogli Stati arabi: lo ha detto oggi la ministro siriano per gli espatriati Buthaina Shaaban alla tv satellitare Al Jazeera.

“Olmert è pronto per la pace con la Siria sulla base delle condizioni internazionali, sul terreno del ritorno pieno delle Alture del Golan alla Siria”, ha detto Shaaban all’emittente satellitare araba.

La ministro ha riferito che il messaggio relativo al Golan, occupato nel 1967 da Israele, è stato trasmesso attraverso la Turchia.

I colloqui di pace tra Siria e Israele si sono interrotti nel 2000 sulla portata di un ritiro israeliano dal Golan.

I tentativi internazionali di convincere la Siria e Israele di riprendere le trattative sono fallite dopo che entrambe le parti hanno contestato le condizioni per tornare al tavolo.

La Siria vuole che Israele si ritiri completamente dalle Alture e preferisce che gli Usa, il principale alleato degli israeliani, supervisioni i negoziati. Israele vuole che all’ordine del giorno ci siano anche i legami dei siriani con gli Hezbollah libanesi e col gruppo islamico palestinese Hamas.

La stampa da Damasco dice che l’offerta israeliana è stata comunicata al presidente Bashar al-Assad dal primo ministro turco Tayyip Erdogan.

“Erdogan ha telefonato ieri al presidente Assad per riferirgli che il premier israeliano Ehud Olmert gli ha detto che Israele è pronta a ritirarsi completamente dal Golan in cambio della pace con la Siria”, ha scritto il giornale al-Watan.

Un sito web siriano di informazione riporta un resoconto simile.

Una fonte vicina al primo ministro turco nega che Erdogan abbia consegnato il messaggio ad Assad.

I diplomatici della capitale siriana tendono a sminuire l’importanza della notizia. Secondo loro, Israele e Siria devono anche accordarsi sulle relazioni siriane con Hezbollah e Hamas. Per Israele,. la Siria è la principale rotta di rifornimento per gli Hezbollah.