La bella protesta

La bella protesta

In questa Italia, sempre pronta a manifestare contro le democrazie americana e israeliana, a bruciare le loro bandiere e a tirar sassi contro le loro ambasciate, è una notizia, davvero una buona notizia, che ci sia chi si è mobilitato per protestare pacificamente contro le violazioni dei diritti umani in Iran, le deliranti affermazioni del suo presidente, Mahmoud Ahmadinejad «Israele sarà presto cancellato dalle carte geografiche» e i suoi programmi nucleari. In questa Roma ancora turbata dalle ultime vicende della sua maggiore Università dove il corpo accademico, in nome dell’antifascismo (?), ha espresso la sua solidarietà al preside della Facoltà di Lettere sequestrato dai collettivi studenteschi di sinistra – ciò che, infatti, resterà della visita del presidente iraniano in occasione del vertice della Fao (l’Agenzia dell’Onu per l’agricoltura e l’alimentazione), sarà la manifestazione di ieri sera organizzata dal Riformista e dalla comunità ebraica.

Non ha tutti i torti, allora, la stampa iraniana che se la prende anche con il direttore del Riformista, Antonio Polito, per il clamoroso insuccesso della visita di Ahmadinejad, che né papa Benedetto XVI né il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, né quello del Consiglio, Silvio Berlusconi, hanno ricevuto. Questa è la forza dell’informazione indipendente e della libera opinione pubblica in un Paese di democrazia liberale. Si è trattato di un evento nell’evento che ha fatto onore al nostro Paese. Ma la singolare eccezionailtà dei due eventi romani e della loro concomitanza la riunione della Fao e le manifestazioni di ieri presso il Campidoglio e a pochi metri dalla sede della stessa Fao non si arresta qui. Va oltre.

La presenza a Roma, oltre che di Ahmadinejad, del dittatore dello Zimbabwe, Robert Mugabe, ha coinciso, infatti, con la presa di posizione delle Nazioni Unite contro il decreto del nostro governo che sancisce, a meno di ripensamenti preannunciati dallo stesso nostro presidente del Consiglio, il reato di immigrazione clandestina. Ha detto l’alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Louise Arbour: «Le politiche repressive e gli atteggiamenti xenofobi sono una seria preoccupazione. Ne sono esempi la decisione del governo italiano di rendere reato l’immigrazione illegale e gli attacchi ai rom».

Ora, che a una riunione sull’Alimentazione abbia partecipato Robert Mugabe un despota che affama il suo popolo sarebbe già un curioso paradosso. Che, poi, l’alto commissario dell’Onu abbia accusato l’Italia di razzismo, mentre l’antisemita Ahmadinejad partecipava anch’egli alla riunione, indetta dalla stessa agenzia dell’Onu, è qualcosa di più di un paradosso. E’ – quale che sia il giudizio sull’operato del governo Berlusconi in tema di immigrazione – un tragico esempio di quel «mondo alla rovescia» che sono ormai diventate da tempo le Nazioni Unite. Un dato di fatto sul quale la nostra diplomazia dovrebbe, forse, riflettere.

Piero Ostellino – Corriere della Sera – 4 giugno 2008

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I rabbini al Papa: pausa nel dialogo

Nuove polemiche sulla preghiera modificata dal Vaticano. Protestano anche i tradizionalisti cattolici

I rabbini al Papa: pausa nel dialogo

L’assemblea italiana protesta. si impone un momento di riflessione

Il comunicato firmato dal presidente Laras: la nuova versione della preghiera è una sconfitta del dialogo

ROMA — L’Assemblea rabbinica italiana vede nella nuova preghiera «per gli ebrei» pubblicata l’altro ieri dall’«Osservatore romano» una «sconfitta del dialogo» che impone «una pausa di riflessione» in ordine alla sua «prosecuzione». Per il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni quella preghiera costituisce una «marcia indietro di 43 anni» perché richiama la finalità della «conversione» degli ebrei alla Chiesa cattolica. Per David Rosen, presidente del Comitato ebraico internazionale per le consultazioni interreligiose (Ijcic), è un «passo indietro rispetto alla strada intrapresa con il secondo Concilio vaticano».

Si tratta di una preghiera di nuova formulazione destinata a sostituire quella tradizionale contenuta nel vecchio messale, il cui uso Benedetto XVI ha reso più facile con un «motu proprio» pubblicato il luglio scorso. Essa sarà usata fin da quest’anno nella liturgia del Venerdì santo ma solo nelle chiese dove un gruppo di cultori del vecchio rito ne faccia richiesta. Nella normalità delle celebrazioni continuerà a essere usata la preghiera contenuta nel messale di Paolo VI (1970) che non allude più alla conversione degli ebreL Nel testo dell’altro ieri invece i fedeli vengono invitati a pregare affinché gli ebrei «riconoscano Gesù Cristo salvatore di tutti gli uomini».

La protesta più impegnativa — al momento — è quella espressa dall’Assemblea rabbinica italiana con un comunicato firmato dal presidente Giuseppe Laras: la nuova preghiera costituisce «una sconfitta dei presupposti stessi del dialogo» ed è «solo apparentemente meno forte» di quella tradizionale (che conteneva le espressioni «accecamento» e «tenebre», dalle quali gli ebrei dovevano essere «liberati»).

Con questa preghiera — continua il comunicato — «si legittima anche nella prassi liturgica un’idea di “dialogo” finalizzato, in realtà, alla conversione degli ebrei al Cattolicesimo, cosa che è ovviamente per noi inaccettabile». Questa è la severa conclusione: «In relazione alla prosecuzione del dialogo con i cattolici, si impone quantomeno una pausa di riflessione che con- senta di comprendere appieno gli effettivi intendimenti della Chiesa cattolica circa il dialogo stesso». Come a dire: attendiamo chiarimenti.

Per il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni il nuovo testo «non è un fulmine a cielo sereno: nei mesi scorsi avevamo fatto presente le nostre perpiessità e ci avevano dato ampie assicurazioni, ma ora ci troviamo davanti al peggio». Come causa dell’«inciampo» Di Segni indica il problema «dell’immagine del popolo ebraico per la Chiesa cattolica», dove «la domanda è sempre la stessa: cosa ci stanno a fare gli ebrei su questa terra?»

Conclusione: «Se questo è il presupposto del dialogo, è intollerabile. Evidentemente la Chiesa ha il problema di riscoprire i fondamenti della sua ortodossia».

Protestano anche i tradizionalisti cattolici legati alla vecchia liturgia. Una nota dell’associazione «Una Vox» si chiede come mai si sia «ritenuto indispensabile cambiare una preghiera usata per secoli: la Chiesa si vergogna del suo passato, della sua preghiera, della sua dottrina?»

Fonte: Corriere della Sera, 7 Febbraio 2008, pag. 23

Rassegna Stampa di mercoledì 6 Febbraio 2008

RASSEGNA STAMPA – mercoledì 6 febbraio 2008

C’è da rimanere sconcertati leggendo la rassegna stampa di oggi.

Da un lato, la notizia che il Papa ha ufficialmente cancellato dalla liturgia del Venerdì Santo la preghiera “per la conversione degli ebrei”, sostituendola con “il Signore Dio nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo salvatore di tutti gli uomini”. Giustamente i rabbini Laras e Di Segni (Corriere della Sera, Luigi Accattoli) si sono indignati e parlano di grave regressione e ostacolo al dialogo. Nel manuale di Paolo VI, superato dal ritorno alla liturgia in latino, voluto da Benedetto XVI, il testo era formulato in modo più rispettoso: lapreghiera chiedeva a Dio “che gli ebrei possano progredire nella fedeltà alla sua alleanza”. Ma, ci si chiede, perché i cattolici debbono pregare per noi? Non potrebbero limitarsi a pregare per se stessi?

Intanto prosegue la grande kermesse della Fiera del Libro. Il CdA ha annunciato la decisione a procedere con l’invito a Israele, ma un gruppo di facinorosi legati ai centri sociali e al Forum Palestina ha occupato la sede della Fiera. E intanto ognuno dice la sua. Furio Colombo, sull’Unità, invita la sinistra a non lasciare che sia la destra, nella città di Primo Levi, a difendere la Fiera, e si schiera contro coloro che vorrebbero cancellare Israele dalll faccia della terra.

Interessante la posizione di R.A. Segre sul Giornale: il boicottaggio sarebbe un autogol per chi lo ha propugnato. Ha infatti avuto l’effetto di rendere simpatico Israele, di spaccare la sinistra per la quale la delegittimazione dell’avversario è l’ arma principale; ha indebolito proprio gli scrittori israeliani più critici verso il governo e provocato la dissociazione di molti scrittori arabi.

Il Foglio propone una intelligente analisi di David Frum (da non perdere) sul rapporto Winograd, che potrebbe essere estesa anche alla kermesse della Fiera: e cioè il problema della guerra mediatica: le battaglie si combattono ormai su giornali e tv, l’informazione è un’arma fondamentale, siamo nell’epoca della Guerra di Disinformazione. Frum elenca numerose istanze di manipolazione dei media da parte di Hezbolllah, nella guerra in Libano emerse proprio dal rapporto Winograd: foto ritoccate, falsi attacchi alle ambulanze, il sito di Qana diventato “un grottesco scenario mediatico”. Così, aggiungiamo noi, a Torino, la protesta anonima di un gruppo di scrittori giordani è stata rilanciata dai giornali ed è diventata una valanga inarrestabile, grazie anche all’intervento tempista dell’astuto Tariq Ramadan, che la guerra di disinformazione è maestro nel combatterla, giocando sull’ambiguità del suo ruolo di docente universitario.

E intanto riesplode la violenza a Gaza, dopo l’attacco kamikaze di Dimona.
Umberto De Giovannangeli sull’Unità riferisce che la tv israeliana avrebbe mostrato con “morbosità” l’immagine del poliziotto che uccide il secondo kamikaze, provocando lo sdegno di un non meglio identificato “sito Internet”.

Roberto Buongiorni, sul Sole 24 Ore, sottolinea il pericolo che l’attacco, rivendicato da Hamas ma con cellule partite da Hebron, non da Gaza, segni un indebolimento per Abu Mazen, che finora era riuscito a mantenere un seppur blando controllo degli estremisti sul suo territorio.

Partendo proprio dal nuovo attacco terroristico, il primo da oltre un anno, il Wall Street Journal Europe arriva alla conclusione che il terrorismo si può contrastare con successo. Gli israeliani grazie alla costruzione del muro, ad attacchi mirati alle enclaves tipo Jenina e ai singoli terroristi sono riusciti a passare da 451 morti nel 2002 a pochissimi recentemente. E non è vero, sostiene l’anonimo autore, che così facendo Israele aumenta il ciclo della violenza. E’ vero il contrario: mettendo ostacoli al terrorismo la necessità di azioni militari su vasta scala diminuisce. E’ una lezione che andrebbe applicata anche all’Iraq.

Le Monde pubblica oggi due interviste anti-Israele: quella più moderata a Abdelrazek Al-Yehiya, ministro dell’Interno palestinese in visita in Francia, che accusa Israele di non collaborare con i palestinesi moderati, e quella, molto pesante, a Ahmadinejad che, tuonando contro Israele, Paese da cancellare, accusa gli Americani di poca democrazia nelle elezioni. Al giornalista Alain Franchon che gli chiede come va la democrazia dalle sue parti, il premer iraniano risponde che il suo popolo non ne ha bisogno.

E infine due aggiornamenti sull’antisemitismo: il Corriere della Sera dedica un articolo agli attacchi antisemiti di Hugo Chavez, che avalla la violenza contro gli ebrei in Venezuela. L’Avvenire riporta la notizia della condanna, per ora solo pecuniaria, al professor Pietro Melis di Cagliari, citato in giudizio dall’UCEI per aver difeso, da posizioni “animaliste”, le camere a gas, perché i templi degli ebrei sarebbero dei veri e propri mattatoi di animali, cosparsi di sangue. La domanda che viene spontanea è se un pensatore di questo calibro può continuare a insegnare in una Università: possibile che non sia stato sospeso?

Viviana Kasam

Ucei