La ‘satira’ di Vauro non ferma la Nirenstein

La ‘satira’ di Vauro non ferma la Nirenstein

di Dimitri Buffa

Antisemitismo di sinistra e maschilismo. La sinistra antagonista che fa riferimento al “Manifesto” e in parte anche a “L’Unità” non ha paura di infrangere qualsivoglia tabù politico e culturale pur di combattere il nemico politico. Non l’avversario. E quando il “nemico” è per caso anche ebreo e donna, i vignettisti alla Vauro non esitano a mettere sul tavolo i più biechi simbolismi e stereotipi del settore.

Così avendo deciso la giornalista e scrittrice Fiamma Nirenstein di candidarsi alle prossime elezioni con il Popolo della Libertà di Silvio Berlusconi, immediatamente è stata associata nella satira di cui sopra, ma anche in titoli di giornali come “il Lavoro” di Genova (inserto locale domenicale della “Repubblica” che spara in prima pagina “l’ebrea Nirenstein per An nel PdL”), alle reminiscenze del ventennio che portò l’Italia alla seconda guerra mondiale.

Per di più Vauro in una vignetta che una settimana orsono troneggiava sulla prima pagina del “Manifesto” ha disegnato la Nirenstein come una sorta di mostro Frankenstein, con sul petto la stella di Davide e il fascio littorio, sottolineando la bruttezza di tutto ciò anche nelle fattezze di donna. Tutto perché avrebbe accettato di candidarsi nello stesso schieramento dove è in lista il fascistone d’antan Giuseppe Ciarrapico.

Di questi argomenti, e dei riflessi condizionati antisraeliani e antiebraici di certa sinistra, si è parlato oggi alla Fondazione Magna Carta in una conferenza stampa che la stessa Nirenstein ha tenuto insieme a Magdi Allam (tempo fa anche lui vittima di Vauro in una vignetta sciorinata durante una trasmissione di “Anno zero”, in cui i suoi scritti sul “Corriere della Sera” venivano assimilati alle bombe dei kamikaze islamici), al deputato uscente (e non rientrante) del Partito Democratico Peppino Caldarola e a Riccardo Pacifici, portavoce e vicepresidente della comunità ebraica romana.

La Nirenstein è stata intervistata sui riflessi di questa ignobile vignetta di Vauro anche dalla tv israeliana e l’Anti Defamation League ha preteso le scuse, in realtà mai giunte, del quotidiano comunista per antonomasia in Italia.

E’ noto che il “Manifesto” alcune settimane orsono si era anche distinto per l’appoggio indiretto di alcuni suoi simpatizzanti e redattori con la campagna di boicottaggio al Salone del libro di Torino che quest’anno ha per ospite d’onore proprio lo stato di Israele per il sessantesimo anniversario della sua fondazione. La cosa però fu stoppata sul nascere dal coraggioso direttore storico, Valentino Parlato, che prese posizione in prima pagina in senso diametralmente opposto.

Mal gliene incolse a Parlato, che per questo coraggio, guarda caso, fu coperto di insulti dai lettori del quotidiano in questione e nei blog su internet. Dello stesso tipo di demonizzazione del dissenso soffre oggi la Nirenstein e prima di lei ne ha sofferto Magdi Allam, odiato anche lui dalla sinistra perché non incarna l’archetipo dell’islamico antioccidentale e anzi ha scritto un libro che si intitola “Viva Israele”. Totale? Grazie all’antisemitismo di sinistra che si salda con quello islamico terzomondista nel legittimare ben altre manifestazioni di odio e di violenza anche nel nostro paese, tanto Allam quanto la Nirenstein (e lo stesso portavoce della comunità ebraica romana Pacifici) da anni sono costretti a girare con la scorta.

Perché in Italia pensarla differentemente rispetto al pensiero unico antisraeliano può costare anche la vita. O può venire ripagato, come nel caso di Peppino Caldarola, con l’esclusione dalle liste del Partito democratico, che in questa tornata ha fatto fuori tutti i deputati e i senatori amici di Israele tranne Furio Colombo. Mettendo quest’ultimo comunque non in una parte favorevole del listone.

Nella conferenza stampa tutti hanno espresso alla Nirenstein la dovuta solidarietà per l’accaduto. Solidarietà arrivata anche da esponenti politici, ma limitatamente al PdL. Proprio la giornalista stessa ha lamentato infatti l’assenza di telefonate di cordialità da parte di qualsivoglia esponente della sinistra, sia del Pd sia della Sinistra arcobaleno.

Il processo di rimozione dell’antisemitismo casalingo è infatti forte almeno quanto i pregiudizi antisraeliani. E persino l’Unione delle comunità ebraiche italiane, per un malinteso senso di par condicio elettorale, non ha ancora manifestato la propria solidarietà a Fiamma. Qualche ebreo di sinistra, nel gruppo pacifista che fa riferimento a Martin Buber, l’ha addirittura insultata nel proprio forum on line definendola “un’utile idiota della destra che si candida con gli eredi di Almirante”.

L’Occidentale.it

Antifascismo di ritorno in casa Repubblica: la Nirenstein? Troppo ebrea per candidarsi col Pdl

Antifascismo di ritorno in casa Repubblica: la Nirenstein? Troppo ebrea per candidarsi col Pdl

di Luca Codignola

Il titolo di prima pagina dell’edizione genovese di Repubblica del 6 marzo mi ha lasciato senza parole: “L’ebrea Nirenstein per An nel Pdl”. A quando, mi sono chiesto, un titolo sui negri, sui musi gialli o sui terroni? A quando, per esempio, un bel “Un maomettano nel partito di Bertinotti”? Ho preso carta e penna e ho subito scritto per protestare alla redazione genovese di Repubblica, con la quale saltuariamente (ma volentieri) collaboro per questioni soprattutto locali. Dopo due giorni di attesa, ho buoni motivi per credere che la mia protesta non verrà mai pubblicata. Fiamma Nirenstein è candidata a Genova per il Popolo della Libertà, e Repubblica non simpatizza né per lei né per il suo schieramento.

Ma se il titolone di prima pagina è soprattutto una caduta di stile, la seconda pagina, che entra nei contenuti, è molto peggio. Si chiede il giornalista Raffaele Niri, citando l’opinione di Raimondo Ricci, da una vita presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI): “Cosa ci fa un’ebrea … nelle liste del partito … che … è l’erede di Almirante e della Difesa della Razza”? Ed Elisa Della Pergola, il cui padre è morto ad Auschwitz ed è oggi impegnata nell’organizzazione Valori in Rosa, intervistata ancora da Niri, calca la dose: “Un ebreo non può farlo. E una donna ebrea ancora meno … mi si è accapponata la pelle … ho paura … come quando ho visto Gianfranco Fini con la papalina, a Gerusalemme”. E poi, ancora Ricci: “È una questione di radici: quelle degli ebrei … stanno da una parte … quelle di chi è stato l’erede [del fascismo] dall’altra. E le radici non si possono mischiare”.

Insomma, ci dicono Ricci e Della Pergola, il pensiero e la vita una persona è oggettivamente determinata dalla sua appartenza razziale (chiamiamolo “sangue” o “radici”, è la stessa cosa), che a sua volta va di pari passo con la sua appartenenza religiosa. Secondo loro, l’umanità continua a essere divisa tra razze e religioni. E ognuna di loro ha un pensiero unico, che, nel caso di resistenti ed ebrei, non può essere che coincidere con quello di Ricci e Della Pergola. Un antifascista o un ebreo che la pensi diversamente diventa automaticamente un “traditore”, un “magnacucchi”, o un “rinnegato”. Qualcuno ricorda ancora la violenza dell’attacco comunista ai “Magnacucchi” del dopoguerra?

Qui non si tratta di dimenticare l’esperienza antifascista e lo sterminio degli ebrei (anche chi scrive proviene da una famiglia di partigiani e conta morti nei campi di concentramento), ma di non fare della memoria del passato un uso strumentale motivato soltanto dalla campagna elettorale in corso. A quando la possibilità di votare (o non votare) per una come Fiamma Nirenstein per quello che vale e che propone, e non perché è ebrea o ha (o avrebbe) rinnegato la sua razza e la sua religione?

L’Occidentale.it