«Settembre Nero»: ora spunta una nuova verità

«Settembre Nero»: ora spunta una nuova verità

I dossier di Richard Helms, ex capo della Cia, resi pubblici nei giorni scorsi – oltre a gettare un’altra ombra nefasta sulla figura di Yasser Arafat – rischiano di cambiare la storia sul terrorismo palestinese degli anni ’70. Fino ad oggi, Settembre Nero, l’organizzazione responsabile di decine d’attentati e della strage costata la vita a undici atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972, era sempre stata considerata parzialmente indipendente rispetto a Fatah.

La prova del diretto coinvolgimento di Arafat nella pianificazione dell’attentato di Khartoum ridà valore alle interpretazioni di quanti non hanno mai creduto alla distinzione. E avvalorano le dichiarazioni rese nel 1972 dal militante di Settembre Nero, Mohammed Daoud Oudeh, alias Abu Daoud, che confessò tutto alla polizia giordana: «Settembre Nero non esiste – disse Abu Daoud -, esiste solo Fatah che annuncia le operazioni con quel nome per non apparire come il vero esecutore».

(il Giornale, 2 settembre 2008 )

Il Nobel per la Pace Arafat killer di tre diplomatici Usa

Il Nobel per la Pace Arafat killer di tre diplomatici Usa

di Gian Micalessin

Prima era un sospetto, ora è certezza. Il defunto leader palestinese Yasser Arafat prima di venir insignito nel 1994 del premio Nobel per la Pace fu il mandante dell’uccisione di due diplomatici americani e di uno belga trucidati nel marzo 1973 dopo un attacco terroristico all’ambasciata saudita di Khartoum. L’imbarazzante verità, rimasta nascosta per 35 anni, emerge dai documenti «declassificati» del direttore della Cia, Richard Helms, resi pubblici negli Stati Uniti la scorsa settimana.

I dossier di Helms, responsabile dell’agenzia dal 1967 alla fine del 1973, rivelano che l’Amministrazione americana era a conoscenza del doppio ruolo giocato da Arafat in qualità di leader di Fatah e di oscuro stratega delle operazioni di Settembre Nero, l’organizzazione responsabile nel 1972 della strage alle Olimpiadi di Monaco e nel marzo del 1973 del triplice omicidio seguito all’assalto all’ambasciata di Khartoum. Henry Kissinger, allora consigliere per la Sicurezza del presidente Richard Nixon, decise però di imporre il segreto di Stato su comunicazioni radio in cui si sente la voce di Arafat ordinare l’eliminazione dell’ambasciatore americano in Sudan, Cleo Noel, del suo vice George Curtis Moore e dell’incaricato d’affari belga, Guy Eid.

L’operazione di copertura decisa per evitare qualsiasi conseguenza politica e giudiziaria per Arafat serviva, a detta di Helms, a mantenere aperti i rapporti diplomatici con Fatah e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp). La strage di diplomatici attribuita al futuro premio Nobel prende il via la sera del 1° marzo 1973, quando un gruppo di terroristi di Settembre Nero assalta l’ambasciata saudita durante una festa in onore del numero due della delegazione americana, George Curtis, pronto al rientro a Washington.

La mattina dopo, gli otto terroristi del commando chiedono la liberazione di militanti palestinesi detenuti in Israele, di un gruppo di esponenti della banda Baader Meinhof reclusi nelle carceri tedesche e di Sirhan Sirhan, l’assassino di origini palestinesi responsabile dell’uccisione del senatore Robert Kennedy.

Vista la scarsa disponibilità tedesca e israeliana, i militanti di Settembre Nero fanno poi sapere di accontentarsi del rilascio di 90 prigionieri arabi detenuti in Giordania. Prima dello scadere dell’ultimatum una trasmissione radio captata dai satelliti della Nsa (National Security Agency, l’agenzia d’intelligence americana responsabile delle intercettazioni) ordina da Beirut l’eliminazione degli ostaggi. Mentre i terroristi comunicano agli allibiti negoziatori di aver ucciso Noel, Moore ed Eid un altro messaggio con la voce di Arafat consiglia agli otto di deporre le armi e consegnarsi alle autorità.

Liberati pochi mesi dopo, i terroristi verranno consegnati all’Olp e si perderanno nelle nebbie mediorientali. La tragica beffa di Khartoum, secondo i dossier di Helms, si realizza anche grazie all’avallo di Kissinger che, pur di mantenere aperti i negoziati con Arafat, ordina alla Nsa di mettere a disposizione della Cia solo le trascrizioni delle intercettazioni e far distruggere i nastri originali con la voce del leader palestinese. Un leader consapevole – in quel marzo 1973 – di tenere in ostaggio Washington e pronto, a detta di Helms, a ordinare l’eliminazione dei diplomatici per far comprendere ai «nemici» americani che solo trattando con lui avrebbero potuto metter fine alla minaccia terroristica.

(Fonte: Il Giornale, 2 Settembre 2008 )

La vera pulizia etnica perpetrata in Medio Oriente

La vera pulizia etnica perpetrata in Medio Oriente

Da un articolo di Ashley Perry

Probabilmente Israele è il meno efficiente artefice di “pulizia etnica” della storia dell’umanità, nonostante quel che dice la propaganda avversaria.

Nel 1947 vivevano nella Palestina sotto Mandato Britannico circa 740.000 arabi palestinesi. Oggi gli arabi che vivono in Cisgiordania e striscia di Gaza più gli arabi che sono cittadini israeliani ammontano a più di cinque milioni (in tutto, nel mondo,sono più di nove milioni le persone che si definiscono palestinesi). Da un semplice calcolo emerge che il tasso di crescita della popolazione palestinese è stato quasi il doppio di quello in Africa e in Asia in un analogo lasso di tempo.

Il croato Drazen Petrovic definiva la “pulizia etnica” come “una ben precisa politica di un particolare gruppo di persone intesa ad eliminare sistematicamente la presenza di un altro gruppo da un dato territorio”. Sulla base di questa definizione, il lungo conflitto arabo-israeliano ha visto la realizzazione di una sola, vera pulizia etnica: quella degli ebrei che vivevano da secoli in Asia e nord Africa. Mentre, prima del 1948, c’erano quasi 900.000 ebrei che vivevano in terre a maggioranza araba, nel 2001 ne rimanevano non più di 6.500.

Coloro che sostengono che Israele avrebbe perpetrato una pulizia etnica a danno degli arabi non sono in grado di citare una sola ordinanza o disposizione in questo senso. La pulizia etnica degli ebrei dalle terre arabe, invece, fu una politica ufficiale di stato. Gli ebrei vennero ufficialmente espulsi da molte regioni del mondo arabo. La Lega Araba diffuse una dichiarazione con cui raccomandava ai governi arabi di promuovere l’uscita degli ebrei dai paesi arabi, risoluzione che venne attuata attraverso tutta una serie di misure punitive e di ordinanze discriminatorie che resero impossibile la permanenza degli ebrei nelle terre dove erano nati.

Il 16 maggio 1948 il New York Times registrava una serie di misure prese dalla Lega Araba allo scopo di emarginare e perseguitare gli ebrei cittadini degli stati membri. Riportava fra l’altro il testo di una legge “redatta dal Comitato politico della Lega Araba”, volta a governare lo status legale degli abitanti ebrei nei paesi della Lega Araba. Essa disponeva che, a partire da una data specifica, tutti gli ebrei – ad eccezione di quelli che non fossero cittadini di un paese arabo – venissero considerati “membri della minoranza ebraica di Palestina”. I loro conti bancari sarebbero stati congelati e usati per finanziare la resistenza contro “i piani sionisti in Palestina”. Gli ebrei ritenuti sionisti attivi sarebbero stati internati e i loro beni confiscati.

Nel 1951 il governo iracheno approvò una legge che rendeva reato l’affiliazione al sionismo e ordinava “l’espulsione degli ebrei che si rifiutano di firmare una dichiarazione contro il sionismo”. Il che contribuì a spingere fuori decine di migliaia di ebrei che vivevano in Iraq, mentre la gran parte delle loro proprietà veniva confiscata dallo stato.

Nel 1967 molti ebrei egiziani vennero internati e torturati, le case ebraiche confiscate. Quello stesso anno in Libia il governo “sollecitava gli ebrei a lasciare temporaneamente il paese” permettendo a ciascuno di loro di portare con sé una sola valigia e l’equivalente di 50 dollari.

Nel 1970 il governo libico promulgò nuove leggi per la confisca di tutti i beni degli ebrei libici, emettendo al loro posto obbligazioni con scadenza a 15 anni. Ma quando i buoni maturarono, non venne pagato nessun rimborso. Il leader libico Muammar Gheddafi si giustificò dicendo che “lo schierarsi degli ebrei con Israele, nemico delle nazioni arabe, li priva del diritto al rimborso”.

Non sono che pochi esempi di ciò che divenne una politica comune un po’ in tutto il mondo arabo, per non menzionare i pogrom e le aggressioni contro ebrei ed istituzioni ebraiche che giocarono un ruolo decisivo nell’esodo degli ebrei da quei paesi.

Anche le sofferenze sul piano economico delle due popolazioni di profughi (ebrei dai paesi arabi e arabi di Palestina) non furono eguali. Secondo una ricerca pubblicata di recente – “The Palestinian Refugee Issue: Rhetoric vs. Reality” dell’economista Sidney Zabludoff, già consigliere della Cia, della Casa Bianca e del Tesoro americano (in Jewish Political Studies Review, aprile 2008 ) – il valore dei beni perduti dalle due popolazioni di profughi è straordinariamente diseguale. Utilizzando i dati di John Measham Berncastle, che nei primi anni ’50, sotto l’egida dell’allora appena costituita Commissione Onu per la Conciliazione in Palestina (UNCCP), si assunse il compito di stimare i beni dei profughi palestinesi, Zabludoff calcola che quei beni ammontavano a 3,9 miliardi di dollari in valuta attuale. I profughi ebrei, essendo maggiori di numero e più urbanizzati, erano proprietari di un patrimonio complessivo pari almeno al doppio di quella cifra.

Inoltre bisogna tener conto del fatto che Israele, nel corso degli anni ’50, ha restituito più del 90% di conti bancari bloccati, cassette di sicurezza e altri beni appartenenti a profughi palestinesi, il che diminuisce in modo significativo la somma calcolata dalla UNCCP.

Questi fatti vengono accortamente dimenticati e non pubblicizzati, permettendo a denigratori di Israele come il professor Ilan Pappe (prima all’Università di Haifa, ora in quella di Exeter) di non menzionare neanche di sfuggita la vera, grande pulizia etnica perpetrata in Medio Oriente.

Di recente, però, alcuni eventi stanno gettando nuova luce sulla percezione di questa storia che ha la comunità internazionale. Lo scorso primo aprile il Congresso degli Stati Uniti ha adottato la risoluzione 185 che per la prima volta riconosce il caso dei profughi ebrei dai paesi arabi, ed esorta il presidente e gli altri rappresentanti americani che prendono parte a colloqui in Medio Oriente ad assicurarsi che ogni riferimento ai profughi palestinese “sia accompagnato da un analogo, esplicito riferimento alla soluzione della questione dei profughi ebrei dai paesi arabi”.

Altrettanto importante, il 24 giugno ha avuto luogo alla Camera dei Lord la prima audizione mai avvenuta nel parlamento britannico sul tema dei profughi ebrei dai paesi arabi, convocata dal parlamentare laburista John Mann e da Lord Anderson di Swansea, e organizzata dall’associazione Justice for Jews from Arab Countries (JJAC) insieme al Board of Deputies of British Jews.

Una maggiore conoscenza della questione dei profughi e della pulizia etnica degli ebrei dal mondo arabo in generale offrirà una conoscenza più chiara e completa della storia della regione a un gran numero di persone. Non si può affermare che un popolo ha subito una “pulizia etnica” da una zona in cui è aumentato di numero a un tasso doppio di quello dei suoi vicini geografici. Viceversa, un popolo che ha visto ridotto il suo numero in una certa zona di 150 volte nel corso di pochi decenni può sostenere a buon diritto di aver subito una pulizia etnica.

(Da: Jerusalem Post, 24.07.08 )

Nella foto in alto: Il New York Times del 16 maggio 1948

Chi ricorda i profughi ebrei dai paesi arabi?

Gli altri profughi del conflitto arabo-israeliano

Israele.net

7 Ottobre 1985: il dirottamento dell’Achille Lauro

7 Ottobre 1985: il dirottamento dell’Achille Lauro

Il 7 ottobre 1985, mentre compiva una crociera nel Mediterraneo, al largo delle coste egiziane, venne dirottata da un commando del Fronte di Liberazione della Palestina. A bordo erano presenti 201 passeggeri e 344 uomini di equipaggio.

Dopo frenetiche trattative diplomatiche si giunse in un primo momento ad una felice conclusione della vicenda, grazie all’intercessione dell’Egitto, dell’OLP di Arafat (che in quel periodo aveva trasferito il quartier generale dal Libano a Tunisi a causa dell’invasione israeliana del Libano) e dello stesso Abu Abbas (uno dei due negoziatori, proposti da Arafat, insieme a Hani El Hassan, un consigliere dello stesso Arafat ), che convinse i terroristi alla resa in cambio della promessa dell’immunità.

Due giorni dopo si scoprì tuttavia che a bordo era stato ucciso un cittadino americano, Leon Klinghoffer, ebreo e paralitico: l’episodio provocò la reazione degli Stati Uniti. L’11 ottobre dei caccia statunitensi intercettarono l’aereo egiziano (un Boeing 737), che, secondo gli accordi raggiunti (salvacondotto per i dirottatori e la possibilità di essere trasportati in un altro paese arabo), conduceva in Tunisia i membri del commando di dirottatori, lo stesso Abu Abbas, Hani El Hassan (l’altro mediatore dell’OLP) oltre ad degli agenti dei servizi e diplomatici egiziani, costringendolo a dirigersi verso la base NATO di Sigonella, in Italia, dove fu autorizzato ad atterrare poco dopo la mezzanotte.

L’allora presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi si oppose tuttavia all’intervento americano, chiedendo il rispetto del diritto internazionale e sia i VAM (Vigilanza Aeronautica Militare) che i carabinieri di stanza all’aeroporto si schierarono a difesa dell’aereo contro la Delta Force statunitense che nel frattempo era giunta su due C-141. A questa situazione si aggiunse un altro gruppo di carabinieri, fatti giungere da Catania dal comandante generale dei carabinieri (il generale Riccardo Bisogniero). Si trattò della più grave crisi diplomatica del dopoguerra tra l’Italia e gli Stati Uniti, che si risolse cinque ore dopo con la rinuncia degli USA ad un attacco all’aereo sul suolo italiano.

I quattro membri del commando terrorista vennero presi in consegna dalla polizia e rinchiusi nel carcere di Siracusa e furono in seguito condannati, scontando la pena in Italia. Per il resto della giornata vi furono numerose trattavive diplomatiche tra i rappresentanti del governo italiano, di quello egiziano e dell’OLP.

Alla ripartenza dell’aereo con destinazione Ciampino si unirono al veivolo egiziano un veivolo del SISMI (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare) che era nel frattempo giunto con l’ammiraglio Fulvio Martini (che nelle prime ore della crisi era stato costretto a seguire le trattative solo per via telefonica) e a una piccola scorta di due F-104S decollati dalla base di Gioia del Colle e altri due decollati da Grazzanise, voluta dallo stesso Martini. Nel frattempo un F-14 statunitense decollò dalla base di Sigonella senza chiedere l’autorizzazione e senza comunicare il piano di volo e cercò di rompere la formazione del Boeing e dei velivoli italiani, sostenendo di voler prendere in consegna il veivolo con Abbas a bordo, venendo però respinto dagli F-104 di scorta.

Una volta giunti a Ciampino, intorno alle 23:00, un secondo aereo statunitense, fingendo un guasto, ottenne l’autorizzazione per un atterraggio di emergenza e si posizionò sulla pista davanti al velivolo egiziano, impedendone un’eventuale ripartenza. Su ordine di Martini al caccia venne allora dato un ultimatum di cinque minuti per liberare la pista, in caso contrario sarebbe stato spinto fuori pista da un Bulldozer; dopo tre minuti il caccia statunitense ridecollò, liberando la pista.

Gli Stati Uniti richiesero nuovamente la consegna di Abu Abbas, in base agli accordi di estradizione esistenti tra Italia e USA, senza tuttavia portare prove del reale coinvolgimento del negoziatore nel dirottamento. I legali del ministero di Ministero di Grazia e Giustizia e gli esperti in diritto internazionale consultati dal governo ritennero comunque non valide le richieste statunitensi.

Il Boeing egiziano venne quindi trasferito a Fiumicino, dove Abu Abbas e l’altro mediatore dell’OLP vennero fatti salire su un diverso velivolo, un volo di linea di nazionalità Jugoslava la cui partenza era stata appositamente ritardata. Solo il giorno successivo, grazie alle informazioni raccolte dai servizi segreti israeliani (che tuttavia non erano state consegnate al SISMI durante la crisi, pur essendo già disponibili), si ottennero alcuni stralci di intercettazioni che potevano legare Abu Abbas al dirottamento. La CIA consegnò solo alcuni giorni dopo (il 16 ottobre) i testi completi delle intercettazioni, effettuate da mezzi statunitensi, che provavano con certezza le responsabilità di Abu Abbas, il quale venne processato e condannato all’ergastolo in contumacia.

Secondo le dichiarazioni rese da Omar Ahmad, uno dei membri del commando terroristico, il piano originario dei dirottatori era quello di condurre la nave in un porto militare israeliano, di sparare ai soldati presenti, uccidendone il più possibile, e quindi di fuggire in Libia. La vicenda si svolse invece diversamente, secondo Omar Ahmad, per colpa di Abu Abbas.

Dopo aver lasciato Alessandria e aver effettuato uno scalo in Grecia, l’Achille Lauro si diresse verso Napoli, quando la CIA passò un’informazione, forse proveniente dai servizi egiziani, relativa alla possibile presenza di esplosivo su alcune casse caricate ad Alessandria. Pur non potendo verificare la veridicità dell’informazione il SISMI, in accordo con il comandante della nave, decise per precauzione di far gettare in mare alcune casse di cui non era stato possibile far controllare il cui contenuto.

Il ministro della difesa Giovanni Spadolini ed altri due ministri repubblicani presentarono le dimissioni in segno di protesta contro Craxi, provocando la caduta del governo.