Durban II, Israele non parteciperà alla conferenza di revisione

Per chi volesse saperne di più sulla VERGOGNOSA Conferenza Mondiale contro il razzismo (sic!) tenutasi a Durban nel Settembre 2001, consigliamo questa lettura e la visione di questo sito

Durban, Israele non parteciperà alla conferenza di revisione

Uno dei tanti documenti anti-israeliani circolati alla Conferenza di Durban del 2001

Uno dei tanti documenti anti-israeliani circolati alla Conferenza di Durban del 2001

Gerusalemme, 19 nov (Velino) – “Israele non legittimerà e non parteciperà alla conferenza di Durban II”. Lo ha annunciato oggi il ministro degli Esteri dello Stato ebraico, Tzipi Livni, davanti all’assemblea generale delle comunità ebraiche unite del Nord America. “Due anni fa – si legge in una nota del ministero degli Esteri di Gerusalemme -, l’Assemblea generale dell’Onu ha deciso di tenere a Ginevra nel 2009 la conferenza di revisione di Durban, appuntamento consecutivo alla Conferenza mondiale contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza che si era tenuta nella città irlandese (irlandese??? Ma Durban è in Sudafrica!!!!) a settembre del 2001. L’evento divenne un forum di accuse perniciose e di incitamento contro Israele – prosegue il testo -, di attacchi al sionismo, giudicato una forma di razzismo, di diniego dell’unicità e della natura speciale dell’Olocausto e di distorsione del termine di anti-semitismo. Benché noi abbiamo avuto diverse ragioni per ritenere che la Conferenza di revisione sarà una ripetizione di quanto accaduto a Durban 1, Israele ha annunciato a febbraio del 2008 che prima di dare l’assenso avrebbe atteso garanzie che gli atti avvenuti a settembre del 2001 non si sarebbero ripetuti. Da quel momento, però, sfortunatamente non abbiamo avuto alcuna prova che le cose andranno meglio”.

“Al contrario – si legge nella nota -. Un documento del gruppo Asia, sottoposto al comitato preparatorio di Durban 2, contiene lo stesso linguaggio che ha minato il primo appuntamento. Il testo riproduce, quasi parola per parola, la retorica del Teheran planning meeting del 2001 che portò Durban 1 a diventare una farsa. Una volta ancora – spiega il ministero degli Esteri israeliano -, gli estremisti arabi e gli Stati musulmani che mirano al controllo dei contenuti della conferenza hanno deragliato dalla loro missione originaria”. Inoltre, “il documento del gruppo Asia è stato trasformato nella bozza ufficiale dell’evento e oggi appare su un sito internet ufficiale dell’Onu. E in questo documento nessun Paese è citato a eccezione di Israele. Durante gli ultimi mesi abbiamo espresso la speranza che il linguaggio dell’odio non si sarebbe ripetuto. Abbiamo dichiarato che non avremmo scelto di tirarci fuori dalla conferenza e che avremmo posto le nostre obiezioni alle accuse e alle condanne contro Israele. Ma, nonostante i nostri sforzi e quelli dei Paesi amici, la conferenza appare divenire ancora una volta un tribunale contro di noi, il che non ha nulla a che fare con la lotta al razzismo”.

“Israele – aggiunge il ministero degli Esteri -, è pienamente consapevole dell’importanza della lotta internazionale al razzismo, alla xenofobia e all’intolleranza e perciò speriamo che la conferenza di revisione sia un successo. Ma il contenuto e il ‘tono al vetriolo’ della bozza continuano a minare gli scopi genuini e gli obiettivi del meeting e non ci lasciano scelta se non quella di ritirarci da ciò che appare, ancora una volta, una piattaforma per denigrare Israele. A seguito di questa situazione, non parteciperemo alla conferenza e chiediamo a tutta la comunità internazionale di fare altrettanto in modo di non legittimare l’odio e l’estremismo, mascherati da lotta al razzismo”.

Il Velino

Durban II sarà una nuova Conferenza contro Israele

L’Onu e il ricatto terzomondista

Durban II sarà una nuova Conferenza contro Israele

Uno dei tanti manifesti antisemiti esposti alla Conferenza Mondiale contro il Razzismo tenutasi a Durban nel 2001

Uno dei tanti manifesti antisemiti esposti alla Conferenza Mondiale contro il Razzismo tenutasi a Durban nel 2001

di Maurizio Stefanini, 19 Settembre 2008

Durban 2 la chiamano, anche se in realtà si terrà a Ginevra dal 20 al 24 aprile del 2009. Non è neanche la seconda volta che si riunisce la Conferenza Mondiale contro il Razzismo promossa dall’Unesco: anche gli appuntamenti del 1978 e del 1983 erano infatti stati ospitati da Ginevra, prima che la fine di quell’apartheid, già principale obiettivo di quei due incontri, permettesse per l’evento del 31 agosto-8 settembre 2001 la scelta della sede altamente simbolica di una città sudafricana. Ma l’etichetta ufficiale è quella di Durban Review Committee, e fu comunque Durban che passò alla storia per le polemiche che scatenò: polemiche che nella memoria non sono state ancora cancellate neanche dal trauma immediatamente successivo dell’attacco alle Torri Gemelle, appena tre giorni dopo la sua conclusione. Il timore è che quel che accadde allora torni a ripetersi.

Otto anni fa, infatti, l’evento si trasformò in un processo unilaterale al solo Israele, col tentativo di far riportare in vita quella famigerata deliberazione Onu del 1975 che aveva equiparato il sionismo a una forma di razzismo. Stati Uniti e Israele ritirarono allora le loro delegazioni, mentre Australia e Canada redigevano comunicati in cui attaccavano l’“ipocrisia” della Conferenza con parole di fuoco. Oltre a ciò ci furono anche un gruppo di Ong afro-americane e un gruppo di Paesi africani capeggiati da Nigeria e Zimbabwe che chiesero scuse e risarcimenti in moneta sonante da parte di ogni Paese europeo in passato responsabile della tratta degli schiavi. E qui fu la delegazione britannica a capeggiare una levata di scudi europea, col risultato finale di un compromesso: sì a una Nuova Iniziativa Africana, a un condono del debito, a nuovi fondi per la lotta all’Aids, alla restituzione dei fondi nascosti in Occidente dagli ex dittatori (i dittatori ancora in carica erano implicitamente esentati); ma senza alcun riferimento al termine “riparazioni”.

Il presidente sudafricano Thabo Mbeki aveva detto in Parlamento di essere disposto a riospitare la Conferenza, ma l’idea di un ritorno a Durban o paraggi anche fisica oltre che metaforica è bastata a provocare proteste e minacce di boicottaggio, così si è deciso di tornare a Ginevra. E forse è stato meglio così anche per lo stesso Sudafrica, dopo i recenti brutali pogrom di immigrati che vi sono verificati. Ma anche così il Canada ha già detto che non parteciperà, dicendosi sicuro che la Conferenza invece di combattere il razzismo e l’intolleranza ne promuoverà ancora di più. E la posizone di Ottawa è perfino più dura di quella di Israele, che ha annunciato anch’esso un boicottaggio “salvo sia dimostrato che la Conferenza non sarà utilizzata come strumento di ulteriore propaganda anti-israeliana e anti-semita”: insomma uno spiraglio lo lascia, anche per la pressione di alcune organizzazioni ebraiche inglesi e statunitensi che considerano comunque utile andarci. Anche gli Stati Uniti sembrano propensi a stare fuori, mentre l’Unione Europea non minaccia boicottaggi, ma attraverso la Slovenia ha parlato in sede di comitato preparatorio contro il rischio che si ripeta “l’inaccettabile antisemitismo di Durban”, chiedendo anche di non concentrarsi “su un’area geografica sola”.

Il bello è che su questo punto la stessa delegazione palestinese è d’accordo, ed ha parlato infatti di “razzismo” che sta sorgendo “in molte parti del mondo”. Ma il fatto è che la Presidenza del Comitato Preparatorio ce l’ha la Libia, il rapporto è stato affidato a Cuba, e nel comitato preparatorio ci sta pure l’Iran, oltre a Camerun, Sudafrica, Senegal, India, Indonesia, Pakistan, Argentina, Brasile, Cile, Armenia, Croazia, Estonia, Russia, Belgio, Grecia, Norvegia e Turchia. Sarà interessante vedere se si parlerà pure di stragi di cristiani in India e Pakistan, di Cecenia, di pogrom di immigrati in Sudafrica e in Libia o della situazione nella Nuova Guinea Occidentale indonesiana, ad esempio. Ma l’Iran si è già segnalato per il veto che ha opposto a una Ong ebraica canadese: origine del boicottaggio di Ottawa. Insomma, il buongiorno che si vede dal mattino non è esattamente dei migliori.

L’Occidentale

Per ulteriori informazioni sulla Conferenza Mondiale contro il Razzismo tenutasi a Durban nel 2001 cliccare qui

Non chiamatela apartheid

Non chiamatela apartheid

Un manifesto esposto alla Conferenza Mondiale contro il razzismo di Durban 2001

Da un articolo di Tova Herzl

Ogni tanto, quando il paragone fra Israele e il regime di apartheid in Sud Africa compare di nuovo nei titoli, mi viene in mente la conferenza sul razzismo a Durban nel 2001. Un incidente verificatosi a quella conferenza, che divenne una pietra miliare nella lotta per delegittimare Israele, è rimasto scolpito nella mia memoria.

Nelle ultime settimane, durante le quali Israele ha ospitato una delegazione di gente di larghe vedute, in prima linea nella lotta contro l’apartheid, mi sono tornati in mente i suoni e le immagini di quell’incidente: durante una dimostrazione nelle strade di Durban, i dimostranti gridavano “Amandela intifada!”: Amandela è la parola zulu per ‘potere’ ed era spesso usata nelle dimostrazioni contro il regime minoritario bianco.

Da quella conferenza i nemici di Israele hanno tratto un paragone tra queste due lotte, per dimostrare che Israele, come l’apartheid, non ha il diritto di esistere. Le parole e gli slogan hanno una loro forza. E’ risaputo che il modo di formulare le domande nei sondaggi di opinione influenza la risposta e può indirizzare il rispondente in una certa direzione. Quando si usa la parola “apartheid,” che, in pratica, significa la superiorità di una razza e l’inferiorità di tutte le altre, è chiaro che non ci può essere soluzione. L’unico posto per i regimi come quello dell’apartheid in Sud Africa è la pattumiera della storia. Se i critici di Israele paragonano il regime israeliano ad altri fenomeni, come il colonialismo, l’unica conclusione ragionevole è che il paragone è sbagliato nel migliore dei casi, o malevolo nel peggiore: ma dalla storia dedurranno anche che c’è una via d’uscita. Quando si ha a che fare con l’ apartheid, invece, è inutile anche solo provare. Il dado è stato tratto.

Ci sono parecchi paesi il cui comportamento non è approvato da qualcuno. In alcuni, ebrei e cristiani non hanno diritto alla cittadinanza, e ci sono alcuni regimi che impediscono alle donne di votare. E’ giusto? No. E’ apartheid? No. Ci sono situazioni in cui c’è un baratro insormontabile tra i ricchi e i poveri, tra gli istruiti e gli ignoranti. Al limite, ci sono paesi in cui è perfettamente accettabile che lo stato favorisca quelli che appoggiano il regime a spese dei suoi oppositori. E’ difficile da digerire? Si. E’ apartheid? Ovviamente no. Perfino paesi dove ci sono sanguinose lotte etniche non sono paragonati al più criticato di tutti i regimi. Anche se fosse possibile trovare qualche somiglianza tra un certo regime e il regime dell’ apartheid – ed è sempre possibile trovare almeno un elemento in comune – il nocciolo del problema è un altro. Solo quando si parla di Israele e delle sue azioni questo paragone viene usato in modo indiscriminato.

Tipica manifestazione antisemita

Particolarmente irritante è il modo in cui certe persone vedono i blocchi stradali e altre misure del governo come se fossero la prova definitiva della somiglianza tra Israele e l’apartheid del Sud Africa. Israele ha forse eretto questi blocchi stradali senza un buon motivo? Questo conflitto israelo-palestinese è forse privo di un contesto e di una storia? Sono i palestinesi gli unici ad aver sofferto? Sono gli israeliani i soli che devono essere biasimati? Solo uno stupido o una persona faziosa non riconosce gli errori e le sofferenze di entrambe le parti.

Quelli che insistono nel vedere le due situazioni – Israele e Sud Afeica – come identiche dovrebbero ricordare che evitare di colpire civili bianchi innocenti era uno dei fondamenti della lotta per la libertà tra i sudafricani neri. Inoltre, a parte qualche caso isolato, non c’era una ideologia che prevedesse di buttare a mare tutti i bianchi o, o di distruggerli, o di deportarli e mandati via.

Quando ospitiamo delegazioni dal Sud Africa, o gente che si interessa a quanto avviene qui in Israele, non si può fare a meno di dispiacersi per le sofferenze dei malati in attesa ai checkpoint ed alle grida di “apartheid.” In queste circostanze, è inutile ricordare alla gente le centinaia di migliaia di bambini di colore morti di stenti perché il governo aveva deciso che non meritavano acqua potabile, elettricità, strade, cibo o medicine. Si può solo confrontare gli strumenti usati da quelli che si oppongono ad entrambi i regimi; si possono confrontare i loro obiettivi e poi decidere se ci siano giustificazioni per il loro comportamento.

Non tutti quelli che usano la parola apartheid per descrivere Israele credono che l’impresa sionista dovrebbe fare la stessa fine del regime della minoranza bianca in Sud Africa. Alcuni vogliono quello che è meglio per Israele, si dispiacciono per quello che Israele fa e cercano di metterlo in guardia contro le conseguenze. Ma quando decidono di usare un’espressione così pesante, forniscono ulteriori munizioni ai nemici giurati di Israele. Non con fucili e proiettili, ma con parole da usare sul campo di battaglia cruciale della legittimità internazionale.

Io sono cresciuta in Sud Africa e ci sono ritornata come ambasciatore di Israele. Ai miei occhi, usare la parola apartheid per descrivere Israele svilisce anche il ricordo di quelli che sono morti per mano di quel regime malvagio. Dobbiamo alzare la voce contro l’uso di questo orribile paragone.

(Da:Ha’aretz, 17.07.08 )

Israele.net

Israele praticherebbe il genocidio?! Basta fare due conti per rendersi conto della realtà dei fatti…..

Israele. Se è genocidio, dimostrarlo è facile

Al Palazzo di Vetro i paesi arabi, spesso fiancheggiati da governi africani e stati asiatici di religione islamica, ci provano continuamente a infilare nelle risoluzioni e nei testi ufficiali delle agenzie Onu denunce e dichiarazioni di condanna contro Israele per atti di razzismo,discriminazione e genocidio. Il tentativo più clamoroso fu quello di Durban1, la Conferenza mondiale contro il razzismo, la discriminazione razziale,la xenofobia e altre forme correlate di intolleranza organizzata dalla Commissione Onu per i diritti umani nell’estate del 2001 e risoltasi in un attacco all’Occidente, e a Israele in particolare, che nel testo finale proposto al voto dell’Assemblea generale erano accusati di violazioni gravissime dei diritti umani. L’aggressione allora fu respinta dagli Stati Uniti e da Israele che ritirano le loro delegazioni prima della conclusione dei lavori dopo di che l’Unione Europea rifiutò di sottoscrivere il documento finché le frasi incriminanti non furono cancellate.

Quell’evento sarà ricordato come la prima volta che gli Usa, e Israele al loro fianco, hanno affermato e dimostrato di essere disposti a difenderevalori e interessi occidentali anche da soli, se necessario. Poche ore dopo la chiusura della conferenza moriva assassinato il leader afghano antitalebano Ahmad Shah Massud, il «Leone del Panshir», e poi sorgeva l’alba dell’11 settembre: sconfitti a Durban sul piano diplomatico, i nemici dell’Occidente erano passati all’offensiva armata. Tra un anno si svolgerà Durban 2 e le prove di forza sono già incominciate. La più recente è quella dello scorso 23 aprile, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.Durante un’ennesima discussione in merito alle condizioni di vita a Gaza, il rappresentante della Libia, Giadalla Ettalhi, le ha paragonate a quelle dei lager nazisti, con l’aggravante dei bombardamenti, e ha chiesto che nelladichiarazione ufficiale del Consiglio fosse inserito il termine «Olocausto».

A quel punto l’ambasciatore francese si è alzato e se ne è andato, seguito da cinque colleghi, dopo di che, su suggerimento dell’ambasciatore italianoMarcello Sapatafora, il presidente di turno, il sudafricano Dumisani Kumalo,ha dichiarato sospesa la seduta. L’unico a dare ragione alla Libia è stato il rappresentante della Siria che ha commentato: «Coloro che si lamentano di essere stati vittime di genocidio ripetono lo stesso tipo di genocidiocontro i palestinesi».

Genocidio è un termine che non si può usare a sproposito senza essere contraddetti dalla realtà. Quando gli Hutu in Rwanda hanno provato a sterminare i Tutsi – e in soli 100 giorni le vittime sono state 937.000 secondo i dati ufficiali del governo rwandese – i fiumi erano rossi di sangue e, a confermare l’eccidio, poi, c’erano i cadaveri insepolti, le casevuote, i bambini orfani, le scuole deserte, i campi incolti. La Cambogia ha perso un terzo dei suoi abitanti durante il regime di Pol Pot, tra il 1976 e il 1979, e questo risulta dai dati demografici oltre che dalle decine di migliaia di teschi accumulati nei musei a perenne ricordo della tragedia. Lo stesso vale per il genocidio armeno e naturalmente, prima di tutto, per l’Olocausto che ha dimezzato gli ebrei residenti in Europa.

Ma gli andamenti demografici dei palestinesi sono tutti di segno opposto.Nel 1949 i profughi erano meno di un milione e adesso sono cinque milioni. In dieci anni la crescita demografica in Cisgiordania è stata del 37%, con un tasso di fertilità di 5,4, e a Gaza del 45%, con una media di oltre sette figli per donna, il tasso di fertilità più elevato del mondo. D’altra parte,gli stessi dati usati per dimostrare il danno causato da Israele ai palestinesi smentiscono il genocidio. Si prenda, ad esempio, Jean Ziegler,il sociologo svizzero allievo di Che Guevara per anni relatore speciale dell’Onu per il diritto all’alimentazione e ora nominato esperto nelComitato consultivo del Consiglio dei diritti umani sempre all’Onu. A lui si deve l’espressione «punizione collettiva vietata dalle Convenzioni di Ginevra» usata per la prima volta nel 2004 per definire lo stato di malnutrizione in cui Israele costringerebbe i palestinesi. Secondo Ziegler,in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza è in corso una catastrofe umanitaria e lo prova il fatto che «la Striscia di Gaza è uno dei luoghi più affollati della terra con la più alta densità di popolazione: 1,3 milioni di persone stipate in un’area di 360 chilometri quadrati».

Grazie per il suo scritto ad Anna Bono

Liberali per Israele

L’Unione Europa finanzia ong che di fatto promuovono il conflitto

L’Unione Europa finanzia ong che di fatto promuovono il conflitto

L’Unione Europea versa denaro pubblico a organizzazioni non governative (ong) impegnate in varia misura in attività anti-israeliane, contraddicendo la propria stessa politica. È quanto emerge da un nuovo rapporto intitolato “Europe’s Hidden Hand” (La mano nascosta dell’Europa), pubblicato la scorsa settimana a Gerusalemme dall’organizzazione “NGO Monitor”.

Il rapporto rivela che, tra il 2005 e il 2007, la UE ha versato decine di milioni di euro dei contribuenti europei a ong le cui attività sono in diretta contraddizione con la politica dichiarata della UE stessa. Il rapporto di 50 pagine documenta inoltre una carenza di trasparenza e di responsabilità nella gestione dei fondi elargiti dalle UE alle ong.

Il documento analizza il processo di distribuzione dei fondi a tutta una serie di ong politicamente orientate, fra cui Christian Aid, Adalah, Machsom Watch e Israel Committee Against House Demolitions.Secondo NGO Monitor, molte di queste organizzazioni parteciparono attivamente alla famigerata Conferenza di Durban del 2001 (rimasta celebre come un’invereconda kermesse di propaganda anti-israeliana e anti-ebraica), e fanno costante riferimento a Israele come “lo stato razzista dell’apartheid”. Si tratta inoltre di ong che promuovono attivamente campagne per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele. Alcune propugnano apertamente “la cancellazione di Israele attraverso la creazione di uno stato unico” di Palestina.

“NGO Monitor” sottolinea come queste posizioni siano “in totale contraddizione” con gli impegni assunti dalla UE nell’ambito della Road Map – promossa dal Quartetto Usa, Ue, Russia, Onu – che esplicitamente prevede la coesistenza pacifica fra lo Stato di Israele e uno Stato palestinese.

Cosa preoccupante, prosegue il rapporto, queste ong esibiscono spesso apertamente il logo della UE sui loro materiali propagandistici, mettendo in questo modo sotto il patrocinio della UE le loro posizioni estremiste contrarie alla politica della UE stessa.

Nel rapporto, “NGO Monitor” dice d’aver contattato un certo numero di funzionari UE che tuttavia hanno per lo più dimostrato di “non potere o non volere” fornire le necessarie informazioni circa le politiche di finanziamento e il processo decisionale in questo campo. “La UE – si legge nel rapporto – predica trasparenza e responsabilità, ma non fa mostra né dell’una né dell’altra nei suoi finanziamenti a ong che perseguono obiettivi politici di parte. Nonostante le decine di milioni di euro versati dai contribuenti, non sembra esistere alcun quadro uniforme né un database centralizzato da cui ottenere informazioni circa i finanziamenti alle ong: i dati risultano assai spesso celati sotto molti strati di burocrazia. Inoltre, appaiono estremamente vaghe linee guida circa i finanziamenti alle ong, cosa che lascia le decisioni in merito alla mercé delle bizze e dei pregiudizi di anonimi funzionari della Commissione Europea che non sembrano rendere conto a nessuno”.

Il rapporto chiede alla UE di cambiare politica circa i fidanzamenti alle ong e di istituire chiare linee guida che siano in grado di precludere l’acceso ai finanziamenti alle ong che di fatto “promuovono il conflitto”. Se tali cambiamenti non verranno introdotti, continua il rapporto, la conseguenza sarà che la UE “si renderà nuovamente responsabile di finanziamenti che permettono a queste ong di continuare a demonizzare e delegittimare Israele”.

“Europe’s Hidden Hand” è il primo studio che analizza in modo sistematico i fondi UE alle ong. Un parlamentare europeo lo ha già utilizzato per fare pressione sulla Commissione affinché renda conto della politica e dei meccanismi in vigore a questo riguardo.

“Per troppo tempo – afferma il direttore di NGO Monitor, prof. Gerald Steinberg – la UE ha nascosto i finanziamenti diretti a ong palestinesi, europee e israeliane altamente faziose che, sotto la facciata della pace, del dialogo e dei diritti umani, di fatto promuovono la continuazione del conflitto. Il nostro rapporto chiama la UE ad esercitare su se stessa la trasparenza e la responsabilità che predica agli altri, e a garantire che i finanziamenti alle ong non erodano i valori e le politiche della stessa Unione Europea”.

(Da: Jerusalem Post, 1.04.08)

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