D’Alemmah visto da Vincino….

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(Fonte: Corriere della Sera, 5 Marzo 2008)

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«Festeggiano la strage nella scuola rabbinica e noi ci ostiniamo a voler dialogare con loro»

«Festeggiano la strage nella scuola rabbinica e noi ci ostiniamo a voler dialogare con loro»

di Giorgio Israel

Era difficile non condannare la strage compiuta nella scuola rabbinica di Gerusalemme. Anche il ministro degli esteri D’Alema ha parlato di «tragico, rivoltante attentato», ma non ha mancato di sottolineare che esso faceva «seguito agli scontri in cui hanno perso la vita 125 palestinesi», riproponendo il solito gioco dell’ “equivicinanza”: «da una parte c’è l’estremismo palestinese e dall’altra l’estrema durezza della reazione di violenza. Una spirale di violenza… ecc. ecc.». Inutile ripetere che è obbrobrioso mettere sullo stesso piano uno scontro militare in cui hanno perso la vita anche dei civili – soprattutto per la nefanda abitudine degli “estremisti” palestinesi di usarli come scudi umani – e un attentato deliberatamente rivolto contro un’istituzione religiosa che è stato salutato a Gaza con festeggiamenti e distribuzione di dolciumi. Non insisteremo sull’omissione del fatto cruciale: se fossero interrotti i lanci di missili sulle città israeliane (migliaia da quando Israele ha lasciato Gaza!) le risposte militari finirebbero. Non insisteremo perché la solfa del ministro è arcinota e ripetitiva. Vogliamo invece dire qualcosa circa l’indicazione del dialogo con Hamas come unica via d’uscita. Certo, anche molti israeliani sono tanto esausti da esser pronti a imboccare questa via, se fosse praticabile. Ma lo è? L’interlocutore è disposto a sedersi a un tavolo e a trattare senza precondizioni impossibili e senza offrire una tregua in stile coranico, ovvero una “pausa” in attesa di riprendere la lotta?

Molti dimenticano la costituzione di Hamas. All’articolo 7 si legge che «l’ultimo giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei e i musulmani non li uccideranno e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra e l’albero diranno: “O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo”». All’articolo 11 si dice che la terra di Palestina è affidata all’Islam fino al giorno della resurrezione e «non è accettabile rinunciare a nessuna parte di essa». Nel passato alcuni governi israeliani agirono come se queste fossero chiacchiere – e lo fossero le espressioni analoghe contenute nella costituzione di Fatah – mirando soprattutto alla diplomazia e all’economia. Fu un errore catastrofico. Non si tratta di chiacchiere bensì del pilastro ideale di questi movimenti. Fino a che non saranno cancellate e sconfessate ogni tentativo di realizzare la pace finirà male. Viceversa, la rinuncia dichiarata a quegli obbiettivi significherebbe che si è accettato di por fine all’educazione all’odio con cui vengono formate intere generazioni di palestinesi. Guardare al “sodo” – diplomazia e quattrini – fa tanto “concretezza” e invece è la miopia di chi non riesce a guardare oltre la punta del naso. E non vede che il vero problema è sempre il rifiuto di Israele di gran parte del mondo arabo e islamico: qualsiasi cosa Israele faccia non va bene perché è in discussione la sua esistenza. Il vero dramma è l’impossibilità di far votare al Consiglio di sicurezza dell’ONU una mozione di condanna di un attentato come quello, perché il mondo arabo si oppone; è l’ossessione antiisraeliana della Commissione per i diritti umani che prepara la conferenza Durban 2; è l’antisemitismo che il fronte del rifiuto propaga nel mondo. Altro che lista di docenti ebrei! A deprecare quella sono pronti tutti: cosa costa condannare un pazzo isolato? Ma quando si tratta di parlare il linguaggio della verità al mondo arabo e islamico ecco i don Abbondio ben rincantucciati nella coperta del pragmatismo.

(Fonte: Tempi del 22.03.2008)

Il Signore degli Anelli

Su Israele D’Alema è in ritardo con la storia

Su Israele D’Alema è in ritardo con la storia

C’è chi ritiene che le posizioni di Massimo D’Alema sul Medio Oriente possano essere dettate da interesse personale: trovare un posto in Europa dopo la probabile sconfitta del Partito Democratico. A maggior ragione se questa non sarà bruciante e, dunque, Walter Veltroni non si toglierà dai piedi.

Non lo credo. Non solo perché dopo la vittoria di Zapatero la conferma di Solana come rappresentante della politica estera dell’Unione è divenuta più probabile. Ancor più perché conosco D’Alema e so che le sue ambizioni possono essere sbagliate, ma non sono meschine né opportunistiche.

Il Ministro degli Esteri in carica, anche per questo, deve essere considerato un interlocutore politico a tutti gli effetti. Le sue posizioni – nonostante i tiepidi distinguo di Fassino – coinvolgono a pieno il suo partito. D’altra parte, non è un caso che sia Ranieri sia Caldarola – gli esponenti più filo-israeliani del Partito Democratico – non abbiano trovato posto nelle liste. Una deroga non si nega a nessuno se c’è una buona ragione ma, evidentemente, la loro amicizia con Israele è stata considerata inutile.

D’Alema è convinto d’incarnare una linea di politica estera che s’iscrive nel solco tracciato da Fanfani, Gronchi, Andreotti e Craxi (solo per citarne gli interpreti maggiori), per il quale l’interesse italiano passerebbe attraverso un rapporto privilegiato con il mondo arabo, in vista di una possibile mediazione con la “controparte” israeliana e con i suoi sponsor. Questa non è stata l’unica linea possibile. Ad essa sarebbe fin troppo facile opporre un diverso filo-occidentalismo: quello di De Gasperi, Scelba, Martino e Spadolini. Ma sarebbe insufficiente.

C’è qualcosa di più e di più importante. Il fatto è che la dialettica tra queste due tendenze della nostra politica estera apparteneva al secolo passato e s’iscriveva tutta nell’equilibrio bipolare del mondo. Oggi che quell’equilibrio è venuto meno, diviene ancor più che sbagliato impossibile continuare a ragionare negli stessi termini.

Si deve prendere atto che sotto i nostri occhi sono mutati i protagonisti del conflitto internazionale; che il terrorismo ne è divenuto un interprete stabile; che la proliferazione nucleare non trova più polarità abbastanza forti da contenerne gli effetti.

In questo contesto, diviene impossibile rinnovare formule invecchiate e antichi schemi senza finire in fuorigioco. Questo è il vero torto di D’Alema: il meccanico rinnovo di riflessi del secolo scorso l’hanno portato ad assumere una posizione anti-israeliana di tale odiosità da subire la più feroce reprimenda che un ambasciatore in Italia abbia tributato a un Ministro degli Esteri in carica.

Non si può ricercare il contraddittorio con un capo di Stato integralista e anti-semita senza comprendere come il suo protagonismo in campo nucleare stia rischiando di destabilizzare l’intera regione, con effetti che vanno ben oltre la controversia tra arabi e israeliani. E ancor meno si può, per motivi sia politici sia morali, accreditare di uno status internazionale organizzazioni terroristiche che da anni seminano panico e morte nei territori di un Paese democratico e amico. Si finisce per assumere posizioni inutilmente ciniche e, quel che più conta, di offendere l’universalità dei diritti umani, in barba alle tanto reclamizzate moratorie sulla pena di morte.

Su questi aspetti il centro-destra fa male a non accendere la polemica e a inalberare la bandiera della sua diversità. Rispetto dei diritti umani, democrazia, condanna del terrorismo come arma di lotta politica rappresentano linee di orientamento profonde: magari non affiorano tutti i giorni sulla grande stampa ma influenzano sicuramente le scelte degli elettori. In particolare poi la posizione da tenere nei confronti di Israele segna una delle poche vere fratture di questa campagna elettorale: quella tra chi afferma l’impossibilità di legittimare quanti non riconoscono il diritto dello stato ebraico d’esistere e quanti pensano sia possibile mettere da parte questo requisito e sperano di potersela a cavare a buon mercato con un po’ di stantia retorica anti-fascista.

Chi ha attaccato Fiamma Nirenstein per la sua scelta di candidarsi nelle liste del PdL pensando di evidenziarne una contraddizione e chi ha pubblicato la vignetta di Vauro che la ritrae con la stella di David con accanto il fascio littorio, sono gli stessi che invece hanno fatto passare sotto silenzio le parole con le quali l’ambasciatore d’Israele in Italia Gideon Meir ha chiosato la richiesta di D’Alema di trattare con Hamas: “Chi ci invita ad aprire trattative con Hamas ci invita a negoziare sulle misure della nostra bara e sul numero dei fiori da mettere nella corona”.

E’ trascorso un secolo. C’è chi è andato fino a Gerusalemme a pentirsi e con pudore ha vestito la kippà. C’è chi, invece, si è fermato. Presumendo che la storia lo avesse per sempre collocato dalla parte del bene, per la sua arroganza è finito in fuorigioco.

L’Occidentale.it

Frattini a Veltroni: devi dire se vuoi trattare con Hamas

Frattini a Veltroni: devi dire se vuoi trattare con Hamas

Non si può dire “tratto con Israele ma anche…”

ROMA, 17 mar. (Apcom) – “Parlare di trattativa con Hamas è stato un grave errore”. Lo afferma Franco Frattini, che lascerà la vicepresidenza della Commissione Ue per partecipare alle Politiche in Italia, attaccando il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema per la politica in Medio Oriente.

Frattini rileva che il governo Prodi “non ha tenuto in dovuto conto le ragioni di Israele”, vittima “dell’abbraccio anche fisico con Hezbollah” e “una tolleranza eccessiva nei suoi confronti”. In questo modo, ha spiegato intervenendo alla stampa estera, “creiamo problemi al Quartetto, ma soprattutto ad Abu Mazen”.

Poi l’esponente del Pdl incalza il segretario del Pd Walter Veltroni: “C’è un’evidente contraddizione tra quanto sostiene D’Alema e il silenzio di Veltroni: qui non si può dire ‘tratto con Israele ma anche con Hamas'”.

(Alice News, 17 marzo 2008)

Hamas, apprezziamo posizione D’Alema

Hamas, apprezziamo posizione D’Alema

‘Su tregua generale in Striscia attendiamo risposta Israele’

TEL AVIV – Il premier di Hamas, Haniyeh, ha detto di ‘apprezzare’ le dichiarazioni di D’Alema che ha suggerito di ‘tentare’ il dialogo con Hamas. Haniyeh ha detto di ‘salutare il fatto che la posizione dell’Ue stia migliorando: hanno capito che e’ stato un errore non trattare con Hamas’. ‘I negoziatori egiziani – ha detto poi – attendono di ricevere entro pochi giorni la risposta di Israele’ sulla disponibilita’ ad accettare i termini di una tregua generale nella Striscia e in Cisgiordania.

(ANSA, 12 marzo 2008)

Massimo D’Alema anti-israeliano per ragioni di poltrona

Edizione 55 del 19-03-2008

Politica Estera

Massimo D’Alema anti-israeliano per ragioni di poltrona

di Dimitri Buffa

Più delle convinzioni contano le poltrone che si ambisce ottenere. Per questo Massimo D’Alema insiste nelle proprie posizioni anti-americane e soprattutto anti-israeliane anche da ministro degli Esteri in carica a tempo scaduto. Baffino infatti punta a occupare il posto che è attualmente di Xavier Solana e, dicono, a diventare in seguito (come Craxi prima di lui) vicesegretario dell’Onu. Così il cerchio della nemesi si chiuderà. Per ottenere la prima carica servono i voti di tanti paesi la cui classe politica e i governi sono tradizionalmente anti-Israele: Cipro, Malta, Norvegia, Lettonia, Finlandia, Grecia. Per ottenere la seconda occorre anche l’assenso dei paesi arabi, dell’Iran, della Cina e della Russia. Ergo? Israele dovrà farsene una ragione: ogni qual volta sarà ucciso un civile israeliano da un razzo Qassam sparato da Gaza o dal sud del Libano tenga ben presente che se verranno uccisi per rappresaglia terroristi senza divisa costoro si trasformeranno immediatamente in “poveri palestinesi innocenti”.

Il tutto a maggior gloria della futura carriera del leader Maximo del Pd. E la reazione sarà giudicata “sproporzionata”. Di default. Recentemente D’Alema ha creato un incidente diplomatico con il pur compassatissimo ambasciatore israeliano a Roma Gideon Meir. Il quale, a proposito di trattative con Hamas, ha fatto il seguente paragone: “Chi ci invita a negoziare con Hamas ci invita semplicemente a negoziare sulla misura della bara e sul numero dei fiori da mettere sulla corona…”. Aggiungendo che “Hamas vuole soltanto la distruzione di Israele”. Fin qui è tutto noto. Quasi scontato. Pochi sanno però che la gaffe di D’Alema è stata ben più grande e nelle sedi internazionali: infatti autorevoli fonti dicono che sia stato pressoché zittito dalla sua collega agli Esteri nello stato ebraico, Tzipi Livni, che, durante un incontro a Lisbona, lo ha interrotto bruscamente mentre si avventurava nelle sue solite, avventurose, analisi geopolitiche, e scoprendo il polso nonché indicando l’orologio con voce gelida gli avrebbe sibilato in faccia: “Ho solo 15 minuti per lei, ne tenga conto”. Giorni addietro era scoppiato un altro caso soffocato sul nascere: Nabih Berri, lo sciita ex leader di Amal, che appoggia Hezbollah dallo scranno che occupa come presidente del parlamento libanese, avrebbe immediatamente cercato al telefono il titolare della Farnesina dopo le dichiarazioni dell’ex ministro della difesa Antonio Martino, possibiliste su una riduzione del contingente italiano per Unifil 2, visti gli scarsi successi e l’evidente riarmo di Hezbollah grazie a armi che vengono dall’Iran tramite la Siria.

Immediatamente D’Alema ha fatto una dichiarazione allarmata secondo cui “simili affermazioni danneggiano il Paese”, cioè l’Italia. In realtà anche quella imprudente affermazione va letta nell’ottica della scalata al posto attualmente di Xavier Solana: oramai è chiaro a tutti, infatti, che Unifil 2 più che proteggere Israele dagli Hezbollah ha fatto esattamente viceversa. Evitando incursioni aeree e terrestri di Tzahal a caccia di quelle armi ai terroristi di Nasrallah che Unifil 2 si è guardata bene dall’intercettare. Quindi D’Alema garantisce gli Hezbollah, non Israele. E vedrete che presto la tanto ambita poltrona di prestigio internazionale la otterrà. Sulla pelle degli israeliani che cadono per via dei missili o degli attentati terroristici di Hamas e di Hezbollah. Attacchi che partono, rispettivamente, da Gaza o dal sud del Libano.

Opinione.it

D’Alemmah e le sue assurde aperture a Hamas: una interessante lettura della situazione….

Parla con Hamas

D’Alema crea una crisi con Israele, dopo la strage dei ragazzi rabbini, per sperare in un posto all’Ue

di Carlo Panella

Massimo D’Alema ha aperto una vera e propria crisi diplomatica tra Israele e Italia. Ieri, infatti, l’ambasciatore Gideon Meir ha reagito alla reiterata valutazione del ministro degli Esteri circa la necessità che Israele negozi con Hamas, usando parole di inusuale forza polemica: “Chi ci invita a negoziare con Hamas ci invita semplicemente a negoziare sulla misura della bara e sul numero dei fiori da mettere sulla corona: Hamas vuole soltanto la distruzione di Israele”.

Mai, dal 1948 in poi, si era registrato un episodio di tale portata nelle relazioni diplomatiche tra Italia e Israele, neanche quando il governo italiano, nel 1973, decise di non permettere il sorvolo degli aerei americani che portavano rifornimenti al governo di Gerusalemme durante la guerra del Kippur. Né D’Alema può pensare che si tratti soltanto di una intemperanza verbale di Gideon Meir e tantomeno di una sua iniziativa personale (nonostante la Farnesina tenda ad accreditare ufficiosamente questa tesi, con prese di posizione di assoluto low profile). Poche settimane fa, per sottolineare il livello di tensione tra i due governi e la scarsa fiducia nutrita personalmente nei confronti di Massimo D’Alema, il ministro degli Esteri di Gerusalemme, Tzipi Livni, durante l’ultimo incontro tra le due delegazioni, ha interrotto bruscamente una lunga disquisizione strategica di D’Alema, ha ostentato il poiso, ha guardato l’orologio e gli ha detto: “Mi scusi, ma io ho soltanto un quarto d’ora per lei: mi dica che cosa pensa e sia conciso, per favore”.

La ragione della durezza delle dichiarazioni di ieri dell’ambasciatore israeliano a Roma — si badi bene non è nel merito del problema, non riguarda affatto l’opportunità o meno della trattativa con Hamas, ma è provocata dall’irritazione israeliana per le evidenti ragioni del tutto strumentali e personali che spingono D’Alema — soprattutto nelle ultime settimane di “normale amministrazione” del suo dicastero a continuare a sbracciarsi a favore ora di Hamas, ora di Hezbollah, ora dell’Iran di Ahmadinejad. Livni e Meir, infatti, sanno benissimo che D’Alema è perfettamente al corrente del fatto che Israele sta già trattando da dieci giorni con Hamas. E’ una trattativa ormai semipubblica, anche se condotta in maniera più che riservata da Hosni Mubarak e dal suo capo dei servizi segreti Omar Suleiman. Una trattativa di tregua apertamente sponsorizzata anche dal presidente palestinese Abu Mazen. Di più, si è aperto anche un tenue spiraglio per la liberazione da parte di Hamas del caporale Shalit e i giornali israeliani danno puntualmente conto dell’intenso dibattito politico che ruota attorno a questa difficile trattativa. Un contesto di trattativa, per di più, che si inserisce in un lavoro diplomatico condotto in questi giorni dallo Yemen (dove si è recato il capo di Hamas, Khaled Meshal), che punta — una volta siglata una tregua di fatto tra Israele e Hamas — ad aprire la strada a una qualche forma di accordo per un modus vivendi tra i due governi palestinesi, quello di Gaza e quello di Ramallah. Uno sforzo diplomatico complesso, che di tutto ha bisogno, tranne che di estemporanei interventi frondisti della diplomazia di uno dei più importanti paesi europei.

Perché allora D’Alema ha scelto in maniera provocatoria di “mettere i piedi nel piatto”, e questo, per di più, proprio nel momento del più tragico lutto in Israele, auspicando trattative con Hamas dopo che questo gruppo aveva rivendicato a sé “l’onore dell’azione contro la scuola rabbinica di Gerusalemme” in cui terroristi palestinesi hanno massacrato otto adolescenti? La risposta a questa domanda spiega la violenza verbale della posizione israeliana: è evidente che D’Alema continua a proporre negoziati con Hamas e Hezbollah perché pensa a conquistare il voto dei paesi del fronte antisraeliano dell’Ue per concorrere alla carica di “ministro degli Esteri” dell’Unione. D’Alema pensa a Cipro, a Malta, alla Finlandia, alla Slovenia, ai paesi nordici, che dispongono di voti numericamente utili per quando, tra pochi mesi, sarà attuata la riforma delle istituzioni dell’Ue e l’alto rappresentante della Politica estera e della sicurezza comune — carica oggi di Javier Solana — assumerà anche i compiti del commissario Ue alle Relazioni esterne, Benita Ferrero-Waldner. Costretto nel ‘ridotto della Puglia”, obbligato a una presenza elettorale in Campania che gli darà dispiaceri, D’Alema punta a uscire dall’angolo rilanciandosi sulla scena internazionale, con la conquista di una qualche postazione di rilievo. Da qui la gaffe.

(Fonte: Il Foglio, 14 Marzo 2008)