Razzo Hamas su gruppo di pellegrini diretti a Betlemme: nessun ferito, ma è un miracolo!

Razzo Hamas su gruppo di pellegrini diretti a Betlemme: nessun ferito, ma è stato un miracolo!

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Razzo su pellegrini, appello Olmert: ‘Fermate i lanci di Hamas per evitare reazione militare Israele’

(ANSA) – GERUSALEMME, 25 DIC – Anche oggi almeno tre razzi sparati dalla striscia di Gaza sono caduti sul territorio israeliano, senza causare vittime e ne’ danni. Un gruppo di 150 pellegrini cristiani palestinesi diretti da Gaza a Betlemme si e’ salvato per miracolo quando una bomba di mortaio e’ caduta senza esplodere mentre si trovavano nel valico israeliano di Erez.Il premier Olmert si e’ appellato ai palestinese a Gaza perche’ prema su Hamas: cessino i tiri di razzi su Israele per prevenire la reazione militare.

Gaza, Hamas attacca Fatah: fuga di massa a Ramallah

Resa dei conti. Raid dopo un attentato contro i miliziani fondamentalisti

Gaza, Hamas attacca Fatah.Fuga di massa a Ramallah

Sotto assedio un clan vicino ad Abu Mazen: 9 morti. La rappresaglia di Fatah è arrivata in Cisgiordania: uno dei leader di Hamas a Nablus è stato rapito e minacciato di morte

Le tappe della crisi

1. La conquista della Striscia 15 giugno 2007: dopo violenti scontri con il Fatah, Hamas ha preso il controllo di Gaza

2. Morti al corteo Novembre 2007 A novembre Hamas uccise 7 persone a una manifestazione di Fatah a Gaza, in memoria di Arafat

3. L’ autobomba e le accuse 25 luglio: 5 membri di Hamas e una bimba sono stati uccisi da un’ autobomba. Accusato il Fatah

9. I morti durante gli scontri di ieri: almeno 95 i feriti. Più di 180 membri del clan Hilles, legato a Fatah, sono scappati in Israele per sfuggire alle violenze

200. I membri di Fatah arrestati a Gaza da Hamas dalla scorsa settimana, quando un attentato ha riacceso la crisi. Nell’ attacco erano morte sei persone, tra cui una bimba

GERUSALEMME – Qualcuno ha provato a scappare vestito da donna. Altri hanno puntato verso il confine e la salvezza, aiutati dagli israeliani ad arrivare in Cisgiordania, dopo le pressioni di Abu Mazen. Come un anno fa, quando Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza: le milizie fondamentaliste mettono sotto assedio le roccaforti di Fatah, i fedeli del presidente fuggono a Ramallah. L’ attacco è cominciato ieri all’ alba ed è stato pianificato da una settimana. Da quando una bomba piazzata sotto un’ auto ha ucciso cinque integralisti e una bambina.

I leader di Hamas hanno accusato la fazione di Abu Mazen, il premier deposto Ismail Haniyeh ha promesso di arrestare i responsabili. I soldati della forza esecutiva hanno circondato l’area dove vive il clan Hilles, in un quartiere nel centro di Gaza. I cecchini si sono piazzati sui tetti, centinaia di miliziani hanno pattugliato le strade e perquisito gli appartamenti. Gli Hilles sono accusati di nascondere i ricercati per l’attentato. Ahmed, il capoclan, si è rifiutato di arrendersi. «Ci hanno tagliato l’ elettricità – ha detto alla radio, durante l’ assedio -. E’ il momento di decidere: essere schiacciati da Hamas o mantenere la dignità». Gli Hilles hanno deciso di combattere, almeno all’ inizio, prima di scegliere in 180 di scappare verso la Cisgiordania.

Tre agenti della forza esecutiva di Hamas e sei uomini di Fatah sono stati uccisi, i feriti sono oltre 90, perché negli scontri le case sono state bersagliate con i lanciagranate. «Siamo determinati a continuare con il raid – ha spiegato un portavoce – fino a quando non arresteremo tutte le persone coinvolte. Questo è solo l’ inizio».

Abu Mazen ha definito la campagna di Hamas «inaccettabile» e «un colpo» ai suoi tentativi di far ripartire il dialogo nazionale. La rappresaglia di Fatah è arrivata in Cisgiordania, dove la fazione è più forte. Un gruppo di uomini mascherati ha rapito Mohammed Ghazal, docente universitario e tra i leader fondamentalisti a Nablus. Hanno minacciato di ammazzarlo, se l’ assedio a Gaza non fosse stato fermato. E’ stato rilasciato qualche ora dopo.

Da una settimana, Hamas porta avanti operazioni contro gli uffici del partito avversario. Dopo l’ esplosione di venerdì scorso, duecento attivisti sono stati arrestati, i giornali dell’ Autorità palestinese non entrano più nella Striscia di Gaza, l’ agenzia stampa ufficiale è stata chiusa. Ieri la forza esecutiva ha bloccato la stazione radio del Fronte per la liberazione della Palestina, con l’ accusa di diffondere notizie false e di incitare alla ribellione. Il governo di Salam Fayyad, nominato da Abu Mazen, ha risposto incarcerando sostenitori di Hamas in Cisgiordania. Il presidente ha minacciato gli israeliani di interrompere i negoziati di pace, se il governo di Ehud Olmert dovesse accettare di rilasciare prigionieri fondamentalisti in uno scambio per la liberazione di Gilad Shalit, il caporale dell’ esercito rapito nel giugno del 2006.

Davide Frattini

(Fonte: Corriere della Sera, 3 Agosto 2008, pag.14)

Al Hayat: per Shalit Israele disposto a liberare 450 detenuti

M.O./ HAYAT: PER SHALIT, ISRAELE DISPOSTO A LIBERARE 450 DETENUTI

Lista dei nomi sarebbe già consegnata al Cairo

Roma, 27 giu. (Apcom) – Un responsabile del governo israeliano arrivato ieri sera al Cairo avrebbe consegnato al capo dei servizi segreti egiziani, Omar Suleiman, la lista dei nomi di 450 detenuti palestinesi che Gerusalemme sarebbe disposta a rilasciare, “come prima ondata” in cambio del rilascio del soldato Gilad Shalit sequestrato dai palestinesi a Gaza due anni fa. Lo sostengono fonti egiziane citate dal quotidiano panarabo al Hayat, secondo cui “i nomi sono stati scelti da una lista di Hamas di 1000 detenuti”.

Ofer Dekel, inviato del primo ministro Ehud Olmert, avrebbe consegnato la lista dei nomi al generale Omar Suleiman, capo dei servizi segreti egiziani e principale mediatore fra Israele e il movimento islamico di Hamas, riferiscono fonti diplomatiche egiziane al Cairo.

Dekel ha anche il compito di convincere gli egiziani a non riaprire il varco di Rafah, al confine tra Egitto e Gaza e quasi sempre chiuso dal 2006, prima della liberazione di Shalit. Secondo il foglio edito a Londra, l’accordo prevede il rilascio di Shalit in cambio di un totale di mille detenuti palestinesi. 500 detenuti verrebbero rilasciati, per lo più donne e bambini con pene lievi “dopo due mesi dall’arrivo di Shalit al Cairo e la sua consegna a Israele”. Le stesse fonti dicono che “una delegazione di Hamas è attesa al Cairo per la prossima settimana per discutere dei nomi”, spiegando che “Dekel è molto interessato a realizzare un sensibile progresso nelle trattative”.

Tregua di Hamas solo per chi ci crede

Edizione 124 del 19-06-2008

La “hudna” di Gaza non è pace, ma serve ai terroristi per riorganizzarsi

Tregua di Hamas solo per chi ci crede

di Dimitri Buffa

Bisogna conoscere il significato coranico della parola araba “hudna”, tregua, prima di iniziare a fare salti di gioia per questo flebile accordo tra Hamas e le forze armate israeliane, raggiunto ieri dopo le solite trattative sotterranee (che hanno coinvolto l’interessatissimo Egitto) a cui Ehud Olmert sta abituando i suoi concittadini. Ebbene la “hudna” è proprio quell’armistizio inventato da Maometto, su di Lui sia la pace, per tenere buoni i propri avversari coreishiti quando i rapporti di forza consigliavano una prudente ritirata. Ma quando i rapporti di forza diventarono di nuovo favorevoli a Maometto e ai suoi seguaci dell’epoca, la “hudna” non contò più niente e gli accordi poterono essere violati dall’oggi al domani senza alcun preavviso. E’ questo quanto conviene oggi allo Stato di Israele? La risposta a una simile retorica domanda è più che scontata: no e poi no.

La “hudna” di Hamas serve solo ad evitare ai terroristi, latitanti in Siria e in Libano, nuove uccisioni mirate dei loro capi e a tirarla per le lunghe con il povero caporale Shalit, ormai da due anni nelle mani di quegli assassini. E magari serve un po’ anche a Olmert per fare dimenticare gli scandali che lo riguardano e che presto ne determineranno la caduta. Ma, malgrado l’annuncio formale della tregua tra Israele e Hamas, che entrerà in vigore dalle sei di stamattina, ieri sono continuati gli attacchi dalla Striscia di Gaza. Due razzi Qassam sono stati lanciati contro il Negev occidentale e guerriglieri palestinesi hanno aperto il fuoco contro operai della compagnia di telecomunicazioni Bezeq che stavano lavorando presso la barriera difensiva, vicino al valico di Karni. Non ci sono stati feriti e i danni alle proprietà sono stati lievi. Ma questo non è di certo dipeso dalla buona volontà dei terroristi. E, con buona pace del ministro Frattini, che ieri diceva che questa “hudna” è una buona base per la ripartenza del dialogo tra israeliani e palestinesi, la “vera verità” è che i servizi di sicurezza delle Forze di Difesa israeliane si aspettano anche un “botto finale” prima della cessazione ufficiale delle ostilità. Insomma proprio una bella prospettiva in cui a gioire sono i soliti “cheer leaders” europei che non provano disagio a finanziare né Hamas, né i guerriglieri di mezzo mondo.

Il tutto in nome delle loro trite ideologie terzomondiste farcite di pseudo lotte di liberazione. Se veramente gli uomini di Hamas volessero smentire le tesi dell’assunto fin qui riportato non avrebbero che da compiere un semplice gesto di clemenza umanitaria: rilasciare il povero caporale Gilad Shalit, che oltretutto sta anche molto male. Così come lui stesso ha scritto la scorsa settimana in una toccante lettera indirizzata ai propri genitori e fatta poi filtrare alla stampa da questi ultimi. Ma, come già ai tempi di Maometto, Hamas si ferma quando il nemico ha il fiato sul collo. Poi quando la situazione sarà di nuovo stabilizzata in modo favorevole per i terroristi, lo stillicidio di razzi su Ashkelon, il Negev e Sderot continuerà come prima. Più di prima, se possibile.
Opinione.it

La lettera del soldato commuove Israele : “Sto male, salvatemi”

La lettera del soldato commuove Israele : “Sto male, salvatemi”

Scegliere tra guerra e trattativa, decidere se sia meglio colpire al cuore Hamas o inseguire la tregua proposta dal gruppo fondamentalista attraverso l’Egitto. Il giorno del giudizio, arriva dopo una notte segnata da quella lettera dall’inferno in cui il 21enne sergente Gilad Shalit (nell’immagine), prigioniero da due anni di Hamas, scrive al padre e supplica di non abbandonarlo.

E’ una lettera scritta con calligrafia incerta e cuore pesante. «Sogno soltanto il giorno in cui potrò tornare a casa, sto male, salvatemi, non abbandonatemi», racconta al padre il soldato con il volto da ragazzino. Da quelle righe strappate alle segrete di Gaza afflora anche una supplica al paese intero. «Chiedo al governo di non abbandonarmi», implora Gilad.

Sono parole pesanti come macigni. Parole che gli israeliani non sono abituati a sentire da un figlio prigioniero. Ma sono pesanti anche i missili e i colpi di mortaio che martellano i villaggi intorno alla Striscia di Gaza. Hanno ucciso un uomo la scorsa domenica, tranciato quattro vite in poche settimane, colpito 18 volte ieri mattina e ieri pomeriggio. Certi elicotteri e aerei senza pilota danno la caccia ai responsabifi dei lanci, inceneriscono tre militanti, ma quelle rappresaglie sono cure transitorie, il paese pretende invece soluzioni definitive. Ehud Olmert, Tzipi Livni e Ehud Barak, il premier e i ministri di Esteri e Difesa considerati la cupola dell’esecutivo, decidono dunque di riunirsi per emettere un verdetto segreto, ma definitivo.

Oggi quel verdetto verrà esaminato dal gruppo più ampio di ministri e responsabifi di Difesa e servizi segreti riuniti all’interno del Gabinetto di Sicurezza. Le incognite però non mancano. Da una parte c’è l’incertezza di una tregua che consentirebbe ad Hamas di rafforzarsi continuando a contrabbandare armi. Dall’altra ci sono gli inevitabifi dubbi legati ad un’offensiva difficile e sanguinosa.

Invadere Gaza, rastrellarla casa per casa, distruggere gli arsenali, eliminare i vertici di Hamas significa anche rimandare la liberazione del soldato Shalit, rischiare di perderlo per sempre, combattere con l’assillo di un ostaggio in mani nemiche. Hamas ha già fatto capire che negoziato sulla tregua e sull’ostaggio corrono su binari diversi. Il governo Olmert ha già detto di non voler liberare i 400 palestinesi richiesti in cambio del suo soldato, visto che almeno 330 di quei prigionieri hanno le mani sporche di sangue israeliano. La decisione della cupola di governo fluttua dunque nell’incertezza.

A renderla più complessa contribuiscono le rivalità e le contrapposizioni tra i «magnifici tre». Barak, il soldato più decorato d’Israele, vuole rubare la poltrona ad Olmert e punta sull’ offensiva di Gaza per guadagnarsi l’appoggio del paese. Ehud Olmert, primo e unico premier senza un passato da ufficiale, sa che l’invasione bioccherà le trattative di pace con Fatah e con la Siria su cui punta per mantenere il potere. Tzipi Livni, l’ex operativa del Mossad, cresciuta rincorrendo i terroristi, insegue ora la poltrona di leader cli Kadima e deve capire se sia meglio sopravvivere all’ombra di Olmert o gettarsi a capofitto nel tumulto di una nuova guerra e di nuove elezioni volute da Barak.

Gian Micalessin – Il Giornale – 11 giugno 2008

Egitto e Autorità Palestinese vogliono bloccare i rapporti fra Israele ed Europa

Egitto e Autorità Palestinese vogliono bloccare i rapporti fra Israele ed Europa

L’Egitto sta cercando di bloccare un previsto accordo volto ad incrementare i rapporti fra Israele e Unione Europea. Il previsto accordo migliorerebbe in modo significativo l’accesso di Israele ai mercati europei e potrebbe aggiungere miliardi di dollari all’economia israeliana.

Israele ha inizialmente appreso degli tentativi egiziani circa due mesi fa, grazie a una soffiata ricevuta attraverso canali diplomatici. Il ministero degli esteri di Gerusalemme iniziò allora ad esplorare la questione fino a scoprire che il Cairo aveva effettivamente dato disposizione ai suoi ambasciatori in Europa di intraprendere una campagna diplomatica contro il previsto accordo. Nel quadro di questa campagna gli ambasciatori egiziani a Londra, Parigi, Bruxelles, Madrid, Roma e in altre capitali europee hanno incontrato funzionari di alto livello dei ministeri degli esteri dei rispettivi paesi chiedendo loro di riconsiderare l’accordo. L’argomento degli egiziani è che la UE non dovrebbe “premiare” Gerusalemme alla luce della politica israeliana di costruzione nei territori e di blocco della striscia di Gaza.

Dopo aver avuto conferma di questo tentativo egiziano, Israele ha deciso di affrontare il Cairo: rappresentati di alto livello del ministero degli esteri hanno avvertito i loro interlocutori egiziani che Israele giudica il loro sforzo in modo molto grave, e chiede che venga interrotto. Gli egiziani hanno tuttavia negato ogni addebito.

Secondo la valutazione degli israeliani, spiega un alto funzionario governativo, la campagna egiziana sarebbe una ritorsione legata alla decisione del Congresso Usa di congelare aiuti militari americani all’Egitto per 200 milioni di dollari. Il Cairo attribuisce a Israele la colpa per questa decisione, giacché Israele si è spesso lamentato con Washington per la mancata lotta egiziana contro il traffico di armi dal Sinai verso i terroristi al potere nella striscia di Gaza. Una delle condizioni poste dal Congresso per scongelare gli aiuti è appunto una migliore performance egiziana in questo campo. Inoltre, dicono i funzionari israeliani, il Cairo sarebbe irritato perché la UE si è rifiutata di garantire all’Egitto un accordo altrettanto vantaggioso di quello previsto con Israele.

Finora, continuano le fonti governative israeliane, gli sforzi egiziani non hanno avuto successo e non si è registrato alcun cambiamento nella posizione della UE sull’accordo in cantiere. Tuttavia Israele è furibondo per quello che i funzionari definiscono il “doppio gioco” dell’Egitto che, mentre afferma di voler aiutare Israele nel negoziare un cessate il fuoco a Gaza, contemporaneamente si adopera per il boicottaggio contro Israele su altri fronti.

Israele si aspetta che l’accordo aggiornato con la UE venga firmato entro la fine dell’anno. Tale accordo governa la cooperazione fra le due parti in un’ampia gamma di settori, dal commercio alla scienza alla diplomazia, e definisce Israele “senior European partner”, vale a dire il più alto grado di associazione possibile a parte la piena appartenenza all’Unione.

Nel frattempo, lunedì Israele ha anche inoltrato una formale protesta all’Autorità Palestinese per una serie di lettere inviate dal primo ministro palestinese Salam Fayyad all’OCSE nelle quali chiede all’organizzazione di riconsiderare l’invito ad Israele a farne parte. Fayyad motiva la richiesta citando le operazioni militari israeliane contro il terrorismo nei territori e le costruzioni in alcuni insediamenti.

Il primo ministro israeliano Ehud Olmert, incontrando lunedì a Gerusalemme il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), gli ha detto che Israele considera quella lettera totalmente inaccettabile.

L’OCSE (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico composta prevalentemente da paesi europei più Stati Uniti e Canada) sta valutando la possibilità di ampliare i propri iscritti al di là dei trenta paesi attuali includendo anche Israele, Cile, Estonia, Russia e Slovenia.
“Esprimiamo la nostra più seria preoccupazione per il comportamento di Salaam Fayad – ha dichiarato lunedì Mark Regev, portavoce del primo ministro israeliano – Troviamo questo comportamento completamento fuori contesto ed estraneo al carattere dei buoni rapporti di lavoro che esistono fra il governo israeliano e quello dell’Autorità Palestinese. Tale comportamento non porta nulla di buono e serve solo a minare la fiducia nel processo di pace”.

(Da: Ha’aretz, Jerusalem Post, 3.06.08 )

L’Egitto chiude un occhio sui traffici dei terroristi anti-israeliani

Esponente Olp rilancia la conquista, per fasi, di tutta la terra

Israele.net

Olmert: “Gaza, ne abbiamo abbastanza. La situazione è intollerabile”

M.O./ OLMERT: “GAZA, NE ABBIAMO ABBASTANZA”

Il premier israeliano: “la situazione è intollerabile”

Roma, 21 mag. (Apcom) – “La situazione (nella Striscia di Gaza) è intollerabile, ne abbiamo abbastanza”: lo afferma il premier israeliano Ehud Olmert, in una intervista pubblicata oggi dal quotidiano ‘La Stampa’. “Arriva il momento di dire basta”, prosegue Olmert, “e questo momento è sempre più vicino. Faremo di tutto per evitare di coinvolgere la popolazione”.

Israele non pensa a una “invasione” del territorio, ma “il punto di saturazione è vicino”, afferma il premier. “Non permetteremo che questa situazione continui”.

“Israele ha lasciato Gaza oltre due anni fa: il fallimento politico che è seguito ricade sui palestinesi“, spiega ancora Olmert. “Continuo a ritenere giusta la decisione del ritiro. Il problema dei razzi richiederà tempo, non si risolve in una notte. All’epoca della seconda Intifada ero sindaco di Gerusalemme e ricordo bene gli attentati, i morti. Eppure ne siamo usciti. Dateci tempo, troveremo il modo”.