L’opportunita’ persa

L’opportunita’ persa

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di Piero Ostellino

Con la decisione di ritirare le truppe israeliane da Gaza, Ariel Sharon aveva offerto ai palestinesi un’opportunità. Al tempo stesso, però, il passaggio della sua amministrazione nelle loro mani aveva creato obbiettivamente le premesse di una loro spaccatura. L’opportunità consisteva nella possibilità che le fazioni nelle quali il movimento era diviso abbandonassero la lotta armata, si unificassero sotto Al Fatah e partecipassero al processo di pace con Israele, voluto da Usa e Europa. Le premesse della crisi stavano nell’eventualità di un acuirsi della divisione fra integralisti, contrari a soluzioni di pace, movimento palestinese moderato e governi islamici favorevoli. La crisi di questi giorni conferma che, fra le due prospettive, a prevalere è stata la seconda. Ancora una volta sono state le divisioni all’interno del movimento palestinese e, in parte, dello stesso mondo arabo a prevalere, riaccendendo il conflitto. Con il lancio di missili da parte di Hamas contro le popolazioni israeliane limitrofe, cui ha fatto seguito l’inevitabile reazione di Israele.

Il successo di Hamas nelle elezioni per l’amministrazione di Gaza, nel gennaio 2006; la rottura, nel giugno 2007, dell’accordo con Al Fatah, raggiunto solo poco più di tre mesi prima, nel febbraio dello stesso anno, ne erano state le avvisaglie. C’è un convitato di pietra che blocca ogni possibilità di pace. È l’Iran. Che sostiene il rivendicazionismo di Hamas; che, con la sua corsa all’armamento atomico, inquieta Israele, l’Occidente e pressoché l’intero mondo arabo, dall’Arabia Saudita—promotrice, nel marzo 2002, dell’iniziativa Arab Peace e fallita nel 2007 — all’Egitto, alla Giordania. Forse non è superfluo ricordare che l’articolo 7 della Carta di Hamas non propugna solo la distruzione di Israele, ma lo sterminio degli ebrei, così come sostiene il presidente iraniano Ahmadinejad; che all’articolo 13 si invoca la guerra santa; che il nazionalismo del movimento affonda le sue radici nell’interpretazione di Teheran della religione. La maggioranza del mondo arabo è per la pace. Lo testimoniano — al di là delle condanne di rito di Israele e delle manifestazioni di piazza—le reazioni alla crisi di Fatah. Abu Mazen, il presidente dell’Autorità palestinese, ha ricordato di aver implorato Hamas a non rompere il cessate il fuoco. L’Egitto fa trapelare che esiste un piano Iran-Hamas-Fratelli musulmani per creare disordini in Palestina e nel suo territorio. Tacciono la Giordania, l’Arabia Saudita, i palestinesi della West Bank. L’attacco israeliano—invece di ricompattarlo contro Israele, come vuole una tesi propagandistica anti israeliana — ha rinsaldato il mondo arabo contro Hamas e l’Iran. È un ulteriore segno che Ariel Sharon aveva visto bene.

(Fonte: Corriere della Sera, 29 dicembre 2008 )

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Egitto e Autorità Palestinese vogliono bloccare i rapporti fra Israele ed Europa

Egitto e Autorità Palestinese vogliono bloccare i rapporti fra Israele ed Europa

L’Egitto sta cercando di bloccare un previsto accordo volto ad incrementare i rapporti fra Israele e Unione Europea. Il previsto accordo migliorerebbe in modo significativo l’accesso di Israele ai mercati europei e potrebbe aggiungere miliardi di dollari all’economia israeliana.

Israele ha inizialmente appreso degli tentativi egiziani circa due mesi fa, grazie a una soffiata ricevuta attraverso canali diplomatici. Il ministero degli esteri di Gerusalemme iniziò allora ad esplorare la questione fino a scoprire che il Cairo aveva effettivamente dato disposizione ai suoi ambasciatori in Europa di intraprendere una campagna diplomatica contro il previsto accordo. Nel quadro di questa campagna gli ambasciatori egiziani a Londra, Parigi, Bruxelles, Madrid, Roma e in altre capitali europee hanno incontrato funzionari di alto livello dei ministeri degli esteri dei rispettivi paesi chiedendo loro di riconsiderare l’accordo. L’argomento degli egiziani è che la UE non dovrebbe “premiare” Gerusalemme alla luce della politica israeliana di costruzione nei territori e di blocco della striscia di Gaza.

Dopo aver avuto conferma di questo tentativo egiziano, Israele ha deciso di affrontare il Cairo: rappresentati di alto livello del ministero degli esteri hanno avvertito i loro interlocutori egiziani che Israele giudica il loro sforzo in modo molto grave, e chiede che venga interrotto. Gli egiziani hanno tuttavia negato ogni addebito.

Secondo la valutazione degli israeliani, spiega un alto funzionario governativo, la campagna egiziana sarebbe una ritorsione legata alla decisione del Congresso Usa di congelare aiuti militari americani all’Egitto per 200 milioni di dollari. Il Cairo attribuisce a Israele la colpa per questa decisione, giacché Israele si è spesso lamentato con Washington per la mancata lotta egiziana contro il traffico di armi dal Sinai verso i terroristi al potere nella striscia di Gaza. Una delle condizioni poste dal Congresso per scongelare gli aiuti è appunto una migliore performance egiziana in questo campo. Inoltre, dicono i funzionari israeliani, il Cairo sarebbe irritato perché la UE si è rifiutata di garantire all’Egitto un accordo altrettanto vantaggioso di quello previsto con Israele.

Finora, continuano le fonti governative israeliane, gli sforzi egiziani non hanno avuto successo e non si è registrato alcun cambiamento nella posizione della UE sull’accordo in cantiere. Tuttavia Israele è furibondo per quello che i funzionari definiscono il “doppio gioco” dell’Egitto che, mentre afferma di voler aiutare Israele nel negoziare un cessate il fuoco a Gaza, contemporaneamente si adopera per il boicottaggio contro Israele su altri fronti.

Israele si aspetta che l’accordo aggiornato con la UE venga firmato entro la fine dell’anno. Tale accordo governa la cooperazione fra le due parti in un’ampia gamma di settori, dal commercio alla scienza alla diplomazia, e definisce Israele “senior European partner”, vale a dire il più alto grado di associazione possibile a parte la piena appartenenza all’Unione.

Nel frattempo, lunedì Israele ha anche inoltrato una formale protesta all’Autorità Palestinese per una serie di lettere inviate dal primo ministro palestinese Salam Fayyad all’OCSE nelle quali chiede all’organizzazione di riconsiderare l’invito ad Israele a farne parte. Fayyad motiva la richiesta citando le operazioni militari israeliane contro il terrorismo nei territori e le costruzioni in alcuni insediamenti.

Il primo ministro israeliano Ehud Olmert, incontrando lunedì a Gerusalemme il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), gli ha detto che Israele considera quella lettera totalmente inaccettabile.

L’OCSE (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico composta prevalentemente da paesi europei più Stati Uniti e Canada) sta valutando la possibilità di ampliare i propri iscritti al di là dei trenta paesi attuali includendo anche Israele, Cile, Estonia, Russia e Slovenia.
“Esprimiamo la nostra più seria preoccupazione per il comportamento di Salaam Fayad – ha dichiarato lunedì Mark Regev, portavoce del primo ministro israeliano – Troviamo questo comportamento completamento fuori contesto ed estraneo al carattere dei buoni rapporti di lavoro che esistono fra il governo israeliano e quello dell’Autorità Palestinese. Tale comportamento non porta nulla di buono e serve solo a minare la fiducia nel processo di pace”.

(Da: Ha’aretz, Jerusalem Post, 3.06.08 )

L’Egitto chiude un occhio sui traffici dei terroristi anti-israeliani

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