I paesi arabi moderati a Israele: «Uccidete i capi di Hamas»

I paesi arabi moderati a Israele: «Uccidete i capi di Hamas»

di Fiamma Nirenstein

A perdere la pazienza sono soprattutto ormai i paesi arabi moderati: una notizia bomba fa rumore fra le decine di missili Kassam e Grad che hanno terrorizzato e ferito gli israeliani di Sderot e dei kibbutz vicini a Gaza alla vigilia della fine della tahadiyeh, la tregua con Hamas, che si conclude oggi.

Israele è incerta sull’intervento, ha di fatto già lasciato che la copertura della tregua lasciasse che Hamas si munisse di armi di lunga gittata e di un sistema di difesa efficiente, e consolidasse un grande sistema di tunnel. Il ministro della difesa Ehud Barak insiste nel dire «decideremo stadio dopo stadio qual è la strada migliore», mentre i cittadini di Sderot invocano l’intervento dell’esercito che li salvi dalle bombe. Ma certi Paesi arabi non sono della stessa opinione del mondo politico israeliano: scrive sul quotidiano Ma’ariv il famoso commentatore Ben Caspit che certi messaggi di leader arabi chiedono a Israele di eliminare i capi di Hamas. Uno di questi messaggi dice: «Tagliategli la testa». I leader temono che Hamas ricominci una guerra terroristica capace di infiammare tutta l’area.

La leadership di Gaza che si chiederebbe di colpire ha nomi e cognomi, secondo Caspit. Fra gli armati, Ahmad Labari, capo dell’ala militare e Ibrahim Gandur, più volte ferito. Fra i politici, si parla addirittura di Ismail Haniya, il primo ministro, di Said Siam, ministro degli Interni e di Mahmud al Zahar, uno dei leader più duri. Per capire le ragioni dell’eventuale richiesta araba, bastano due fattori. Il primo è quello dell’appartenenza di Hamas ai Fratelli Musulmani, diramata in tutto il Medio Oriente, jihadista senza compromessi contro ogni atteggiamento moderato. Hamas, specie sull’Egitto con cui ha un rapporto molto teso dopo averne rifiutato la mediazione con Abu Mazen e aver disertato con molta sfacciataggine l’incontro del Cairo che avrebbe dovuto costruire l’unità, ha un effetto domino che minaccia i regimi correnti.

La seconda ragione riguarda l’Iran, che minaccia i regimi moderati «forse più di quanto minacci Israele», ci dice il vice capo di Stato maggiore Dan Harel. Hamas è ormai una pedina strategica del regime degli ajatollah: Teheran e Damasco sono stati i primi responsabili dell’abbandono del tavolo egiziano da parte di Hamas, in particolare lo è stato Khaled Masha’al, che ha base a Damasco. Questo asse preme perchè Hamas non rinnovi l’accordo di tregua, sia per incastrare Israele in una guerra che lo metta nell’angolo dell’opinione pubblica internazionale, sia per impedire che l’Egitto possa vantare una vittoria strategica moderata.

Ma anche i più aggressivi fra i personaggi di Hamas sanno che la linea dura potrebbe essere la loro fine. Israele per ora pare abbia risposto che non leverà le castagna dal fuoco a nessuno: i nostri primi obiettivi, pare pensi la leadership militare, sono i terroristi che sparano i missili sui nostri cittadini, e non i grandi capi.

Il Giornale

Thanks to Esperimento

Durban II, mozione unanime Camera: Governo verifichi contenuti

Durban II, mozione unanime Camera: Governo verifichi contenuti

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Roma, 4 dic (Velino) – La Camera dei Deputati ha approvato all’unanimità una mozione che impegna il governo “a verificare”, “a intervenire”, “ad agire”, “ad esercitare la massima vigilanza”, in vista di Durban II, l’appuntamento per la revisione della Conferenza mondiale contro il razzismo del 2001 (Durban I). Mozione bipartisan che ha tra i suoi firmatari Fiamma Nirenstein, Italo Bocchino, Margherita Boniver e Paolo Guzzanti per il Pdl e Matteo Mecacci, Furio Colombo e Alessandro Maran per il Pd. Presentando il risultato ala stampa con Boniver e Mecacci, Nirenstein ha sottolineato come “siamo il primo Parlamento europeo ad agire per impegnare il governo perché non si ripeta l’orrore di Durban I”. La conferenza mondiale Onu contro il razzismo (2001) si concluse con l’approvazione per acclamazione di un documento controverso che accusava Israele, definito “uno Stato razzista e colpevole di crimini di guerra, atti di genocidio e di pulizia etnica”, di attuare una sorta di “apartheid” nei confronti dei palestinesi. Israele e gli Stati Uniti, rappresentati dall’allora segretario di Stato Colin Powell, decisero di abbandonare la conferenza. “A Durban – ha affermato Nirenstein – ci fu una caccia all’ebreo come simbolo del mondo occidentale e la conferenza fu il completamento ideologico dell’attacco fisico contro l’Occidente che avvenne poco dopo, l’11 settembre”. Da quanto emerge dai comitati preparatori, il contenuto di Durban II non è destinato a distinguersi da quello precedente, “senza occuparsi minimamente – aggiunge la deputata – del razzismo come si presenta oggi. Quello che ci preoccupa di più – spiega Nirenstein – è che l’Onu ci metta di nuovo il suo cappello con il rischio che l’intero consesso internazionale venga disonorato”.

Per Boniver la mozione “fa onore al nostro Paese”. Anche l’ex sottosegretario agli Esteri ha ricordato “il clima selvaggio che ha costituito questo circo Barnum tipico delle conferenze dell’Onu, la stessa organizzazione che equiparò nel passato il sionismo al razzismo”, e ha aggiunto: “Nulla oggi è cambiato”. Il presidente del comitato Schengen ha spiegato che in seno al Consiglio dei Diritti umani di Ginevra “esistono dei blocchi di Paesi che buttano la colpa su Israele per fare dimenticare le colpe dei loro regimi”. E poiché i numeri in Consiglio non sono cambiati, “esistono eccellenti possibilità che si ripeta l’infamia. Perciò, o si cambia o si va via”.

La mozione a onor del vero non contempla l’opzione boicottaggio, una scelta decisa poche settimane fa da Israele e addirittura nel gennaio scorso dal governo del Canada. Il documento approvato da tutti i deputati invita infatti Palazzo Chigi a “verificare assieme ai partner europei gli esiti e gli orientamenti” dei lavori preparatori e a “intervenire in sede europea affinché venga scongiurato il rischio che la Conferenza si svolga su una piattaforma” ispirata a intolleranza e discriminazione. Di uscita dal processo di preparazione o di boicottaggio tout court non si parla. Anche perché così facendo difficilmente la mozione avrebbe ricevuto parere favorevole del governo in Aula. Governo che non è quindi obbligato a uscire da Durban II mentre ha già spiegato di puntare a una posizione comune dei Ventisette. Tra i quali comunque non mancano Paesi pronti a fare un passo indietro come Olanda, Danimarca e Francia. Lo stesso ex sottosegretario agli Esteri che ha affermato “evitiamo lo scempio della ragione umana, il capovolgimento della realtà storica tornando sulla ‘premessa teorica dell’11 settembre” ha pure ribadito che la presenza dell’Italia ai lavori preparatori a Ginevra “è la sacrosanta partecipazione di una grande democrazia. È molto giusto che nelle prossime sessioni ci sia una voce che dica la sua sulle aberrazioni della dichiarazione finale”.

“Nessuno Stato è esente da critiche per la propria situazione dei diritti umani – ha esordito Mecacci – e violazioni esistono anche in Israele e nei Territori occupati. Ma quando vediamo che lo Stato ebraico subisce tre o quattro volte più critiche di un paese come il Sudan con quello che succede in Darfur, è chiaro che Israele è oggetto di una discriminazione da parte delle Nazioni Unite”. Secondo l’esponente radicale eletto nel Pd “bisogna dire no a chi sfrutta le sofferenze del popolo palestinese per nascondere le violazioni dei diritti umani che avvengono in casa propria”. Un atteggiamento, ha proseguito Mecacci, “proprio della Libia che oggi presiede il comitato preparatorio”, un Paese con il quale “questo governo, in linea con quello precedente, ha da poco firmato un trattato di amicizia”.

Onu, battuto Ahmadinejad. L’ Iran fuori dal Consiglio

Palazzo di vetro: Teheran non riesce a conquistare un seggio non permanente

Onu, battuto Ahmadinejad. L’ Iran fuori dal Consiglio

Il Palazzo di Vetro, sede dell'ONU

Il Palazzo di Vetro, sede dell'ONU

Il Giappone ottiene 158 voti. Solo 32 agli ayatollah. Israele: «La comunità internazionale è stata determinata». Un seggio anche a Turchia, Austria, Messico e Uganda

NEW YORK – L’ esito era scontato. Al Palazzo di Vetro l’ Iran ieri è stato battuto al primo scrutinio dal Giappone, vedendo naufragare il suo sogno di sedere come membro non permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel prossimo biennio. Oltre a Tokio, l’ Assemblea Generale Onu ha assegnato un posto alla Turchia, all’ Austria, al Messico e all’ Uganda, respingendo anche le richieste dell’ Islanda.

Principale organo decisionale dell’ Onu, il Consiglio di sicurezza si compone di quindici membri, di cui cinque permanenti che godono del diritto di veto (Cina, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Russia). Gli altri dieci sono eletti ogni anno a gruppi di cinque – distribuiti in base a zone geografiche – per mandati di due anni non immediatamente rinnovabili. Lo scrutinio è segreto. Per il gruppo Europa Occidentale quest’anno Austria, Islanda e Turchia erano in lizza per i due seggi che perderanno il Belgio e l’Italia. Non c’era gara, invece, per l’ America Latina e l’ Africa, perché i rispettivi gruppi regionali si erano già accordati su Messico e Uganda. I riflettori dell’ Assemblea erano tutti puntati sulla candidatura della Repubblica Islamica, da anni sotto le sanzioni Onu, che ha ottenuto solo 32 voti contro i 158 del Giappone, che ha immediatamente superato i due terzi dei consensi necessari per essere eletti. Una sconfitta a dir poco bruciante che, secondo l’ ambasciatrice di Israele all’ Onu Gabriela Shalev «dimostra la determinazione della comunità internazionale contro l’ Iran di Ahmadinejad: un Paese che appoggia il terrorismo e minaccia la pace mondiale». «Le sanzioni si riflettono sui pochi voti raccolti dall’ Iran – le fa eco Alejandro Wolff, ambasciatore aggiunto degli Usa – la comunità internazionale ha rifiutato questa candidatura».

Eppure alla vigilia Teheran aveva ostentato la certezza di una vittoria. «Le nazioni islamiche e i 118 membri del Gruppo dei Paesi non allineati ci appoggiano pubblicamente», ha scritto ieri l’ agenzia di stampa iraniana Fars sul suo sito Web, citando, tra gli «alleati sicuri», Pakistan e Tagikistan. Ma dietro le quinte la comunità internazionale ha montato una vasta campagna per stoppare la candidatura. Oltre a perseguire la distruzione di Israele, l’ Iran ha più volte denunciato come «illegittimo» il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che negli ultimi due anni ha votato ben quattro risoluzioni contro Teheran cui sono state imposte sanzioni a causa del suo programma nucleare. La crociata ha visto l’ Italia in prima fila. Alcuni giorni fa Fiamma Nirenstein (Pdl), vicepresidente della Commissione Esteri della Camera, annunciò l’ approvazione all’ unanimità di una mozione bipartisan che impegnava il governo ad agire anche a livello europeo contro la candidatura dell’ Iran. Sì perché, anche se Teheran è entrata in Consiglio soltanto una volta, nel 1955-56, al tempo degli Scià, alcuni temevano un colpo a sorpresa di certi Paesi, decisi a esprimere il proprio dissenso rispetto alle decisioni dei Quindici. Dei 192 Paesi dell’ Onu, 114 non si sono mai seduti in Consiglio o non hanno avuto che un solo mandato di due anni, e Teheran si era appellata a loro per chiedere «una migliore applicazione del principio dell’ uguaglianza sovrana di tutti gli Stati membri, sancito nella carta dell’ Organizzazione». Ma ben pochi hanno «comprato» quest’ argomentazione. «Essere sotto le sanzioni Onu è un problema serio», teorizza l’ ambasciatore russo Vitaly Churkin, «l’ Iran voleva entrare in un organismo che ha sempre criticato». «Il Giappone era imbattibile», gli fa eco l’ ambasciatore indiano Nirupam Sen. «È il secondo contribuente dell’ Onu dietro gli Usa ed è in campagna da molti anni per ottenere un seggio permanente al Consiglio». Nei corridoi del Palazzo di Vetro era persino corsa voce di un ritiro dell’ Iran. «Nessuno vuole ripetere l’ esperienza del Ruanda – scrive sull’ International Herald Tribune Neil MacFarquhar – che, in quanto membro non permanente nel 1995-1996, riuscì ad ostacolare i lavori dei Quindici, proprio mentre era in corso un genocidio nel suo territorio».

Alessandra Farkas

(Fonte: Corriere della Sera, 18 Ottobre 2008, pag. 18 )

L’Italia contro l’Iran al Consiglio di sicurezza dell’Onu

L’Italia s’è desta contro l’Iran all’Onu

Smarcandosi dalla diplomazia pigra e collusa con la politica egemonica dell’Iran, l’Italia ha segnato un punto a vantaggio della solidarietà occidentale. In commissione Esteri è stata approvata all’unanimità, fatto che genera speranza, una risoluzione proposta da Fiamma Nirenstein (Pdl) che impegna il governo a ricercare in sede europea un’effettiva unità d’intenti per impedire all’Iran di entrare nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. Teheran ha avanzato la candidatura per uno dei dieci seggi non permanenti del Consiglio, per statuto spetta all’Asia e attualmente è occupato dall’Indonesia (da gennaio tornerà vacante). Con il voto l’Italia implicitamente sancisce e rinnova il ruolo di difesa del mondo dalla minaccia atomica e terroristica proprio dell’Onu, organo garante della sicurezza internazionale che l’Iran ha cercato di trasformare in cassa di risonanza del suo messaggio genocida.

L’Iran fomenta la distruzione d’Israele, unico stato nato in seguito a un voto delle stesse Nazioni Unite, incendia l’Iraq armando ciò che resta del mahdismo sciita e irrora di soldi, armi e ideologia totalitaria la mezzaluna islamica di Libano e Palestina. “L’Iran all’Onu significherebbe permettere che un delinquente divenga il proprio stesso giudice”, ha detto Tzipi Livni, fresca di leadership del partito centrista Kadima. Romano Prodi non ha battuto ciglio a Teheran, di fronte a un Mahmoud Ahmadinejad e all’ayatollah Khamenei che hanno paragonato Israele alla Germania nazista e ribadito le loro consuete accuse e minacce di una sua distruzione. Poi c’è la notizia del diplomatico tedesco che osservava i missili iraniani alzarsi in cielo e in grado di abbattersi su Tel Aviv. Questa è diplomazia che porta alla rovina, anche perché la candidatura iraniana è sì incredibile, ma ben sostenuta (118 paesi non allineati e 57 nazioni della Conferenza islamica). Il voto in Commissione può essere l’inizio di una sana politica europea comune. L’Iran è come il pezzo di un puzzle che non trova collocazione. O si adegua al medio oriente, o sarà il medio oriente ad adeguarsi all’Iran. I suoi tentacoli sono arrivati fino a Buenos Aires, con l’ecatombe al centro culturale ebraico. Nessuno si senta al riparo. Il tempo lavora a favore di Teheran.

(Fonte: Il Foglio, 17 Ottobre 2008 )

Fiamma Nirenstein: io, ebrea, per Vattimo ( e Lerner) sono “fascista”

Io, ebrea, per Vattimo (e Lerner) sono “fascista”

di Fiamma Nirenstein

L’incendio delle bandiere di Israele a Torino e l’oltraggiosa conferenza anti-israeliana che sarà ospitata da lunedì presso l’Università di quella città in cui sta per aprire la Fiera del Libro, sono fantasmi fra le macerie di una cultura che affonda. Sono eventi culturalmente e moralmente già seppelliti, ciò che vediamo oggi è solo il loro ectoplasma, non fanno parte di nessun dibattito degno di questo nome, sono come il comunismo e il fascismo: nessuno, se non i volontari del ridicolo, possono più indossarli.

Arafat negli anni Settanta andò in visita in Vietnam dove, consigliato da alti ufficiali vietnamiti, capì che per fare avanzare la sua causa doveva conquistare i cuori e le menti degli intellettuali della sinistra, e riuscì a farlo soprattutto sulla parola «occupazione»: la lotta contro l’«occupazione » era una lotta pacifista, senza l’«occupazione » la pace sarebbe stata garantita.

Tutti oggi sanno benissimo che le cose sono andate molto diversamente: se da una parte con l’Egitto e la Giordania il ritorno di territori occupati ha significato un trattato di pace, i palestinesi e gli Hezbollah in Libano hanno dimostrato con la pratica costante del terrorismo e del rifiuto religioso e ideologico dell’esistenza stessa di un Stato ebraico che la pretesa di Arafat faceva acqua esattamente come la sua culla ideologica, quella della Guerra Fredda, in cui aveva amorevolmente tirato su gli intellettuali e i giornalisti di tutto il mondo. Molti se lo sono dimenticato, ma le città palestinesi nel corso dell’opera dell’accordo di Oslo furono tutte sgomberate; a Camp David Arafat rifiutò ogni offerta e lanciò l’Intifada del terrore suicida; dopo lo sgombero di Gaza da parte del terribile orco Sharon, Hamas si accanì in crimini anche contro la propria popolazione: chi dopo tutto questo è fermo ancora al mito di Israele imperialista e forse anche, come dicono ormai in pochi pazzi, nazista, dimostra solo che la sua cervice è dura e ancorata alla nostalgia di schemi decrepiti.

Mercoledì durante il programma di Gad Lerner L’Infedele mi sono sentita dare della «fascista, più che fascista » da Gianni Vattimo per motivi che non cerco neppure di capire tanto sono allucinati. Il conduttore, Gad Lerner, non ha battuto ciglio, non ha reagito in alcun modo, non si è sentito neppure in dovere di invitare il suo ospite a moderare le ingiurie in assenza della diretta interessata.

Per questo motivo, non parteciperò con Lerner, alla Fiera di Torino, alla presentazione dell’importante libro del professor Della Pergola: non intendo sedermi con chi non reagisce a casa sua alla peggiore delle diffamazioni. Ma la posizione di Vattimo, per fortuna, oggi non è certo maggioritaria: quando il 25 Aprile ho marciato a Milano sotto le bandiere della Brigata Ebraica che combatté per liberare l’Italia dal nazifascismo, ho visto solo gente che ci applaudiva. La verità della storia di Israele dal 1948 a oggi è quella di un Paese assediato dal terrorismo che ha cercato la pace in ogni modo e ha la sola colpa di difendersi cercando di evitare di colpire la popolazione civile che il nemico usa come scudo umano.

La bandiera d’Israele esiste fin dalla metà dell’ 800, quando per la prima volta sventolò a Rishon le Tzion, un’eroica colonia dissodata dalle mani dei seguaci del fondatore della lingua ebraica moderna Eliezer Ben Yehuda; porta i colori bianco e azzurro del tallit della tradizione ebraica perseguitata in tutto il mondo, porta la Stella di David. Speriamo che il ministro Giuliano

(Il Giornale, 3 maggio 2008 )

Torino: convegno anti-Fiera con Ramadan, università sotto accusa

Torino: convegno anti-Fiera con Ramadan, università sotto accusa

La polemica – A Scienze Politiche confronto sulla “pulizia etnica in Palestina”. L’associazione Italia-Israele al rettore: “date voce all’intolleranza”

ROMA — È di nuovo polemica sulla Fiera del Libro che si aprirà giovedì prossimo a Torino. Al centro, il contro- convegno organizzato, lunedì e martedì all’Università, dai fautori del boicottaggio della manifestazione culturale del Lingotto per protestare contro il Paese ospite, Israele. Il titolo dell’evento antiisraeliano, costruito da Free Palestine e ospitato a Scienze politiche, è già di per sé un programma: si discute delle «democrazie occidentali e la pulizia etnica in Palestina» praticata, sostengono gli organizzatori, da Israele.

Ma è la presenza di un personaggio controverso come Tariq Ramadan, che non solo è il promotore del boicottaggio insieme a intellettuali come Gianni Vattimo ma è anche unanimemente riconosciuto come uno dei più importanti ideologi dell’islamismo fondamentalista molto vicino ad Hamas, a scatenare la protesta israeliana.

Ieri l’associazione Italia-Israele ha scritto al rettore dell’Università Ezio Pellizzetti: «Stupisce — scrive il vicepresidente Emanuel Segre Amar — che un’Università fortemente impegnata nel processo di dialogo tra israeliani e palestinesi abbia accettato di essere la sede di un evento che esprime fin dal titolo una posizione massimalista e aggressiva nei confronti dello Stato d’Israele. Ospitando Ramadan, già giudicato “indesiderabile” da diversi atenei, come quello di Bologna, l’Università di Torino dà voce a un messaggio di estrema violenza e intolleranza politica e culturale».

E intanto è proprio uno degli attivisti più impegnati nel boicottaggio di Israele, Gianni Vattimo, a far litigare ferocemente due giornalisti che saranno tra i protagonisti della Fiera: Fiamma Nirenstein e Gad Lerner. Il casus belli è l’ultima puntata dell’Infedele condotto da Lerner in cui Vattimo dà della fascista alla neo deputata del Pdl («e lo trovo un complimento perché è molto peggio»).

La Nirenstein, che accusa Lerner di non averla difesa o di non aver almeno spiegato che cosa stesse succedendo, ha annullato un incontro della Fiera in cui insieme a Lerner avrebbe dovuto presentare un libro del demografo dell’Università ebraica di Gerusalemme Sergio Della Pergola: «Sarò all’inaugurazione, ma non intendo sedermi con chi non reagisce a casa sua alla peggiore delle diffamazioni gratuite nei miei confronti, oltretutto da parte di una persona notoriamente squilibrata sull’argomento mediorientale». Lerner non parla e risponde con la trascrizione della sua replica a Vattimo. Ma la presenza della Nirenstein è definitivamente annullata.

Gianna Fregonara

(Fonte: Corriere della Sera, 3 Maggio 2008 )

Fiamma Nirenstein: “Non parteciperò al dibattito con Gad Lerner alla Fiera del Libro di Torino”

Fiamma Nirenstein: “Non parteciperò al dibattito con Gad Lerner”

Mercoledì sera durante “L’Infedele”, la trasmissione tv di Gad Lerner su La 7 (nella foto la locandina della puntata in questione), il professore Gianni Vattimo, sostenendo che non c’è niente di strano e che è anzi oggi dovuto dare agli ebrei di nazisti o di fascisti quando questo corrisponda (secondo lui) a verità, ha fatto questo esempio: “Il povero Vauro è stato punito dall’Ordine dei Giornalisti per aver accusato Fiamma Nirenstein di essere fascista: ha fatto benissimo, perché la Nirenstein è fascista e più che fascista…”. Gad Lerner non ha battuto ciglio, non ha reagito in nessun modo se non dicendo “non lo dica a noi, abbiamo fatto una puntata intera del programma sulla cancellazione dell’Ordine dei Giornalisti”. Non ha sentito neppure il dovere di invitare il suo ospite a moderare le ingiurie in assenza della diretta interessata. Lo considero quindi, in quanto direttore e conduttore della trasmissione, responsabile delle accuse che mi sono state rivolte. Fra gli ospiti ha reagito soltanto, da New York, il corrispondente de “La Stampa” Maurizio Molinari che ha spiegato che Vauro aveva posto sul mio petto una stella di David e un fascio, ricalcando così uno stereotipo più volte usato, quello che rovescia la colpa degli oppressori sugli oppressi, con un evidente intento antisemita. Non è questa la sede per chiosare il contenuto stantio e fuorviante di quasi l’intero programma di Lerner, che considero profondamente fuorviante per l’informazione su Israele. Ma questa è la mia opinione personale. (Tra l’altro, Vattimo ha dimostrato più volte di avere una visione di Israele ricca di pregiudizi e frasi fatte, vi ricordo questa).

Voglio solo rilevare che l’intenzionale noncuranza del conduttore di fronte alla diffamazione nei miei confronti è moralmente e culturalmente gravissima e anche evidentemente infiammatoria. Intanto, non parteciperò con lui alla prevista presentazione dell’importante libro del professore Della Pergola previsto alla Fiera del Libro di Torino. Me ne dispiaccio, ma non intendo sedermi con chi non reagisce a casa sua alla peggiore delle diffamazioni gratuite nei miei confronti, oltretutto da parte di una persona notoriamente squilibrata sull’argomento mediorientale. Naturalmente parteciperò con tutta me stessa a tutti gli altri eventi della Fiera del Libro e all’inaugurazione a cui interverrà il Presidente della Repubblica.

Fiamma Nirenstein

Gioia in Israele maledizione da Al Qaeda

Gioia in Israele maledizione da Al Qaeda

di Dimitri Buffa

Basta passeggiate con i ministri Hezbollah e dichiarazioni di assurde equivicinanze. Con la vittoria nettissima alle elezioni politiche da parte di Silvio Berlusconi gli israeliani in particolare e tutti gli ebrei del mondo in generale ritrovano un loro sicuro e fedele amico. E la stampa dello Stato ebraico, pur mantenendo un certo understatement, di certo non si fa pregare nel sottolineare la felice novità. Su Yedioth Aronoth si parla della vittoria del “miliardario amico di Israele”, sul sinistrorso Haaretz è contenuto un commento di un giornalista di “Repubblica”, Vincenzo Nigro, che sostiene che “Israele può essere contento perché Berlusconi mostrerà come in passato una grande amicizia verso Gerusalemme…” e che afferma che “per Israele dovrebbe essere un sollievo tornare a trovare a Roma un caro alleato”. Infine sul Jerusalem Post la notizia della vittoria di Berlusconi è al primo posto nella sezione esteri della versione online e si ricordano le sue continue attestazioni di amicizia verso lo Stato ebraico. Da Roma l’entusiasmo israeliano viene commentato anche dai candidati di religione ebraica eletti nel Partito delle libertà come Fiamma Nirenstein e Alessandro Ruben.

La prima non ha peli sulla lingua nel ricordare come a Gerusalemme nessuno abbia dimenticato i segretari di partito come Oliviero Diliberto che marciavano insieme a chi bruciava la bandiera con la stella di Davide e tantomeno i ministri degli esteri come Massimo D’Alema che si facevano fotografare a braccetto con gli esponenti del “partito di Dio” finanziato dall’Iran. La Nirenstein fa anche notare come in pratica gli elettori abbiano di fatto bocciato ogni partito, a destra e a sinistra, che nel proprio bagaglio avesse messo le lotte anti occidentali: che si trattasse della Destra di Storace e della Santanchè o dei verdi di Pecoraro Scanio.

L’avvocato Ruben invece ha evitato di mettere il dito nella piaga dicendo che “la riflessione sull’atteggiamento di una certa parte della sinistra verso Israele riguarda soprattutto chi è stato sconfitto”. E la stampa araba? I principali quotidiani noti e venduti anche in Italia, nelle edicole di via Veneto a Roma (ad esempio), come Al Ayat e Al Sharq al Awsat, non prendevano posizioni nette. Ahmed Yussef, consigliere politico del leader di Hamas a Gaza Ismail Haniyeh ha invece avvertito: “Spero che Berlusconi abbia imparato che la politica regionale degli Stati Uniti è solo fomentatrice di odio. Ci auguriamo che, per quanto concerne la questione palestinese, Berlusconi adotti una politica moderata”.

Le parole pesanti sono giunte ieri dai vari siti della jihad online che più o meno fanno riferimento ad Al Qaeda e dintorni. Su uno di essi si legge anche la prima maledizione islamica contro il Cavaliere: “Che Allah lo maledica e scateni la sua rabbia contro di lui e contro il Papa cattivo”. A inserire queste invettive sul sito “al-Hesbah”, è stato un internauta che si firma al-Wahabi. A propagare la presunta parola d’ordine di Osama bin Laden un assiduo frequentatore dei siti di al-Qaeda che si fa chiamare Qannas al-Jazira, cioè il “cecchino della penisola”. Il frequentatore del forum sembra essere particolarmente attento ai telegiornali italiani e già in passato è intervenuto su vicende che hanno riguardato il nostro paese. Il post si chiude con un terzo messaggio di commento inserito da Fursan al-Fajr, che scrive: “Alcuni giorni fa Berlusconi aveva detto che in caso di vittoria sarebbe andato in visita in Israele”. Ecco insomma chi sono i compagni di odio anti berlusconiano della sinistra antagonista che per fortuna è diventata extraparlamentare.

(L’Opinione.it, 16 aprile 2008)

Antifascismo di ritorno in casa Repubblica: la Nirenstein? Troppo ebrea per candidarsi col Pdl

Antifascismo di ritorno in casa Repubblica: la Nirenstein? Troppo ebrea per candidarsi col Pdl

di Luca Codignola

Il titolo di prima pagina dell’edizione genovese di Repubblica del 6 marzo mi ha lasciato senza parole: “L’ebrea Nirenstein per An nel Pdl”. A quando, mi sono chiesto, un titolo sui negri, sui musi gialli o sui terroni? A quando, per esempio, un bel “Un maomettano nel partito di Bertinotti”? Ho preso carta e penna e ho subito scritto per protestare alla redazione genovese di Repubblica, con la quale saltuariamente (ma volentieri) collaboro per questioni soprattutto locali. Dopo due giorni di attesa, ho buoni motivi per credere che la mia protesta non verrà mai pubblicata. Fiamma Nirenstein è candidata a Genova per il Popolo della Libertà, e Repubblica non simpatizza né per lei né per il suo schieramento.

Ma se il titolone di prima pagina è soprattutto una caduta di stile, la seconda pagina, che entra nei contenuti, è molto peggio. Si chiede il giornalista Raffaele Niri, citando l’opinione di Raimondo Ricci, da una vita presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI): “Cosa ci fa un’ebrea … nelle liste del partito … che … è l’erede di Almirante e della Difesa della Razza”? Ed Elisa Della Pergola, il cui padre è morto ad Auschwitz ed è oggi impegnata nell’organizzazione Valori in Rosa, intervistata ancora da Niri, calca la dose: “Un ebreo non può farlo. E una donna ebrea ancora meno … mi si è accapponata la pelle … ho paura … come quando ho visto Gianfranco Fini con la papalina, a Gerusalemme”. E poi, ancora Ricci: “È una questione di radici: quelle degli ebrei … stanno da una parte … quelle di chi è stato l’erede [del fascismo] dall’altra. E le radici non si possono mischiare”.

Insomma, ci dicono Ricci e Della Pergola, il pensiero e la vita una persona è oggettivamente determinata dalla sua appartenza razziale (chiamiamolo “sangue” o “radici”, è la stessa cosa), che a sua volta va di pari passo con la sua appartenenza religiosa. Secondo loro, l’umanità continua a essere divisa tra razze e religioni. E ognuna di loro ha un pensiero unico, che, nel caso di resistenti ed ebrei, non può essere che coincidere con quello di Ricci e Della Pergola. Un antifascista o un ebreo che la pensi diversamente diventa automaticamente un “traditore”, un “magnacucchi”, o un “rinnegato”. Qualcuno ricorda ancora la violenza dell’attacco comunista ai “Magnacucchi” del dopoguerra?

Qui non si tratta di dimenticare l’esperienza antifascista e lo sterminio degli ebrei (anche chi scrive proviene da una famiglia di partigiani e conta morti nei campi di concentramento), ma di non fare della memoria del passato un uso strumentale motivato soltanto dalla campagna elettorale in corso. A quando la possibilità di votare (o non votare) per una come Fiamma Nirenstein per quello che vale e che propone, e non perché è ebrea o ha (o avrebbe) rinnegato la sua razza e la sua religione?

L’Occidentale.it

D’Alema è l’unico che crede ancora al dialogo con Hamas

Solo D’Alema crede al dialogo con Hamas

D’Alema è l’unico che crede ancora al dialogo con Hamas

di Fiamma Nirenstein

Se Massimo D’Alema con tanta passione torna al suo leit motiv, «parlare con Hamas», proprio nel momento in cui si scoprono le carte della campagna elettorale, evidentemente ritiene che ci sia una porzione di opinione pubblica che viene attratta, eccitata, convinta da questo suo punto di vista. Peccato per lui, e fortuna per l’Italia, che compia due sbagli importanti, uno conoscitivo e l’altro morale. Gli italiani sanno e sentono, e anche molti del partito del ministro degli Esteri si sentono a disagio perché conoscono la determinazione omicida e religiosa di Hamas. Magari non avranno letto per intero la Carta costitutiva di questa organizzazione estremista islamica, ma più o meno ne conoscono il contenuto: promette la distruzione dell’entità sionista, che non merita neppure il nome di Israele, assicura la cacciata degli infedeli dal Medio Oriente e la vittoria mondiale dell’Islam, chiede alle pietre e ai cespugli di avvisare il credente islamico se per caso dietro di loro si nasconda un ebreo, per poterlo uccidere. Perché gli ebrei, come ripete spesso Hamas nella sua propaganda, sono «figli di porci e di scimmie».

L’italiano medio sa che Gaza nel 2006 fu lasciata nelle mani dei palestinesi per diventare un primo abbozzo cli Stato palestinese indipendente, e per questo gran parte delle infrastrutture economiche furono consegnate ai nuovi padroni. Sui valichi per Israele fu stabilita una gestione internazionale. Ma Hamas vinse le elezioni e impedi lo sviluppo di qualsiasi speranza: distrusse subito le infrastrutture lasciate in piedi, ignorò lo sviluppo economico dello Stato palestinese – che vuole al posto di Israele e non accanto a esso – dichiarò che la democrazia è anatema, e instaurò un regime autoritario, torturatore e assassino, inclemente con i musulmani dissidenti così come con i cristiani. Un regime che si serve di sicari, un regime che rapisce, che vessa innanzitutto la propria popolazione a Gaza e che ha violato, nel territorio che governa, tutti i diritti umani.

Pensa forse D’Alema che gli italiani non siano sensibili a questi temi? Che non sappiano vedere dove cercare la pace e dove risiede la guerra? In secondo luogo, l’italiano medio sa che mentre Abu Mazen cercava di cambiare il clima dopo la morte di Arafat e dell’Intifada del terrore, Hamas lo ha cacciato da Gaza cannoneggiando ospedali e case, uccidendo per strada a freddo donne e bambini. Hamas è nemico di Abu Mazen. Dopo aver fatto fuori Fatah, ha fatto di Gaza una rampa di lancio di missifi e ha preso a cannoneggiare la gente di Israele, usando la propria popolazione come scudo umano. Come mi ha raccontato chi ha partecipato personalmente alla battaglia, la ferocia e il tradimento hanno battuto le milizie di Abu Mazen. Dunque, quando D’Alema ricorda, quasi porgendo a chi lo ascolta un talismano, la vittoria elettorale di Hamas, è un trucco còncettuale per attribuirgli un connotato democratico. Ma Hamas non ha mai creduto nella democrazia ma nella violenza, e ha usato le elezioni per instaurare una dittatura. Il movimento islamico non riconoscerà mai Israele, non cercherà mai la pace: non è un interlocutore. Ma qui viene un altro punto fondamentale: perché, invece, tramite l’Egitto Hamas cerca in questi giorni un’hudna, una tregua che le consenta di prendere fiato dopo aver subito molte perdite, o di far entrare armi e uomini addestrati in Siria e in Iran per rimpiazzare le perdite. E anche Israele desidera certo far rifiatare la popolazione di Sderot e di Ashkelon. Ma questo non c’entra con “parlare” con Hamas; questo non trasfornierà il ranocchio in principe azzurro. Non lo legittimerà come invece sembra desiderare D’Alema. La legittimazione può invece fare il gioco di una organizzazione terroristica che ha capito quanto sia utile mettere la fede al servizio di una strategia che parte dall’Iran, dalla rivincita islamica sull’Occidente. Chi parla senza virgolette con Hamas, deve sempre sapere quello che gli italiani sanno benissimo: che legittimarlo rafforzerà il suo trionfalismo terroristico, rafforzerà l’asse Iran, Siria, Hezbollah, Hamas; sminuirà la messa al bando, nel mondo, del terrorismo e della violenza.

(Fonte: Il Giornale, 14 Marzo 2008)