Antisemitismo di sinistra

Antisemitismo di sinistra

di Al Vetriolo

Ci mancava soltanto il gesto clamoroso, la pubblica manifestazione di un sentimento ostile che da anni ormai andava avanzando. Il boicottaggio dei libri israeliani alla Fiera del Libro di Torino, avanzato da alcuni “intellettuali” arabi, e supportato a pieni polmoni da tutta la sinistra radicale italiana, rappresenta la più evidente manifestazione di un diffuso antisemitismo che nel nostro Paese coinvolge soprattutto la parte sinistra dell’emisfero costituzionale.

I fatti: la Fiera del Libro di Torino rappresenta da anni la più importante vetrina culturale ed editoriale del nostro paese, una kermesse che incalza da vicino a livello europeo la più importante Fiera di Francoforte. Quest’anno gli organizzatori, una fondazione mista pubblico-privato che vede Regione, Provincia e Comune fianco a fianco con gli imprenditori della città sabauda, ha deciso di dedicare la Fiera alla letteratura israeliana in occasione del 60esimo anno di fondazione dello Stato di Israele. Nomi importanti della letteratura di quel paese, alcuni in odore di Premio Nobel, come Amos Oz, David Grossmann, Abraham Yehoshua, erano quindi attesi alla Fiera per la presentazione di libri o per la partecipazione a dibattiti e convegni.

Nomi indicustibili dal punto di vista culturale e, al di fuori di ogni sospetto anche sul versante politico: i tre sono infatti da tempo in prima linea nel sostenere la necessità di uno stato palestinese a fianco di quello israeliano. David Grossmann ci ha pure perso un figlio in quella infinita e maledetta guerra di terra e religione. Nulla a che vedere dunque con le azioni del proprio Governo, oggetto dell’ostilità da parte di chi richiede il boicottaggio.

Hanno iniziato no-global e antagonisti con occupazioni e muri imbrattati al grido di “No Israele”. Il resto lo hanno fatto i giornali di area come Liberazione e il Manifesto (ma il fondatore Valentino Parlato si è pubblicamente dissociato ricevendo in cambio migliaia di lettere di insulti dai suoi lettori). Infine i politici: da Diliberto a Caruso concordi nell’appoggiare la richiesta di boicottaggio.

Non è mai un bel segno di democrazia e libertà il boicottaggio culturale. Soprattutto quando riguarda i libri. E soprattutto quando questi libri hanno a che fare con un popolo che, proprio da un rogo di libri, ha visto iniziare la peggiore operazione di sterminio che la storia dell’umanità ricordi.

Non è un bel segno il silenzio di molti, troppi politici e opinion leader nazionale, soprattutto a sinistra dello schieramento. Non è un bel segno che anche nella nostra città nessun assessore o consigliere comunale abbia deciso di alzare la voce per difendere il diritto all’esistenza di un popolo, quello israeliano, che nulla ha che vedere con le azioni del suo Governo.

Soltanto una settimana fa tutti si riempivano la bocca e si facevano belli in occasione della “Giornata della Memoria” anche il sindaco Delrio e gli assessori Catellani e Spadoni. Ventiquattr’ore ininterrotte di dibattiti, iniziative, programmi televisivi al grido di “Mai più Auschwitz”. E poi è calato il silenzio. Come per tutti gli altri 364 giorni dell’anno soltanto le voci di chi sostiene “No Israele” ha trovato diritto di cittadinanza. Piccoli antisemiti crescono.

Reporter.it

Sinistra e apartheid delle idee

Sinistra e apartheid delle idee

Boicottare Israele e la Fiera del Libro: il pregiudizio antisemita della cultura

di GADI LUZZATTO VOGERA

Dietro il dissenso molti equivoci sul Medio Oriente

Giovanni De Luna (La Stampa 30 gennaio) propone a ragione il dialogo e il confronto come arma della cultura per combattere i muri (fisici e intellettuali) che affollano la scena mediorientale. «Non capisco – scrive De Luna – perché all’ingiustizia dei muri fisicamente concreti eretti dagli israeliani si debbano contrapporre altri muri, costruiti con i materiali dell’intransigenza, del giudizio a priori, del rifiuto di ogni tentativo di dialogo». E giusto, il pre-giudizio (lui lo chiama pudicamente «giudizio a priori») non è comprensibile con il normale strumento della logica. Tuttavia, una volta accertato che esiste ed è radicato, bisognerebbe per lo meno denunciarlo con forza e isolarlo.

E arcinota la presenza sottopelle in settori piuttosto ampi della sinistra europea di sentimenti antisemiti che periodicamente emergono in rigurgiti in- controllati. Spesso sono episodi molto espliciti, altre volte – come nel caso della proposta di boicottaggio della presenza israeliana alla Fiera del Libro di Torino – sono prese di posizione ammantate da motivazioni pseudo-politiche legate a una visione manichea della tragedia mediorientale (esemplare l’intervento di Gianni Vattimo su La Stampa del 4 febbraio). Si tratta, in questo caso, di una questione nazionale, che tuttavia ha assunto anche connotati locali. La lettera-appello pubblicata dal direttore di Rinascita Maurizio Musolino ha riproposto la classica strategia politica che cavalca la tragedia dei palestinesi per suscitare manifestazioni che nulla hanno a che fare con Gaza o con i campi profughi del Libano o della West Bank. L’operazione – Musolino lo sa bene – riesce sempre: ondate di lettere e appelli indignati di solidarietà vengono raccolte da Liberazione o dal Manifesto, magari si riesce anche a organizzare una bella manifestazione di piazza (che in campagna elettorale fa sempre comodo), e i problemi dei palestinesi rimangono immutati o aggravati, senza che gli autori di questa mobilitazione abbiano attivato azioni politiche che concretamente aiutino almeno in prospettiva a risolvere la loro tragedia. Il gioco è riuscito solo in parte, perché a sinistra c’è sempre qualcuno che ragiona: in questo caso Valentino Parlato non è stato zitto e ha denunciato con fermezza e coraggio la strumentalità del boicottaggio chiamandola con il suo nome: antisemitismo.

Ma ci sono anche dei risvolti locali, che a mio parere dovrebbero allarmare la realtà piemontese. Non è, infatti, la prima volta che i libri collegati in qualche modo a Israele vengono presi di mira. E ancora calda la cenere del rogo che negli anni ‘80 incendiava la libreria Luxemburg, notoriamente dedita alla diffusione dell’editoria israeliana ed ebraica in genere. Ed è passato solo qualche mese da quando – in occasione del Festival della Storia di Saluzzo e Savigliano – si è organizzata una sessione in cui in maniera più che esplicita si denunciava la politica di Israele verso gli arabi palestinesi come una politica unicamente definibile con i criteri del razzismo e dell’apartheid, senza peraltro che fosse previsto uno spazio di dibattito e di approfondimento, il che per un festival dedicato alla Storia fa un pò specie.

Con questi presupposti (ma si potrebbero citare altri episodi), non può stupire che proprio da ambienti politici della sinistra torinese sia partita l’idea di boicottaggio: a monte di questa proposta c’è un lavorio intellettuale costante, a volte colpevolmente avallato – come nel caso del Festival di Storia – anche da enti pubblici e fondazioni. L’iniziativa della Fiera del Libro è in questo caso due volte opportuna: invitando alcuni fra i maggiori esponenti della letteratura israeliana contemporanea (notoriamente assai critici con il Potere) mostra quanto fragile, inutile e strumentale sia lo stereotipo che ci racconta uno Stato di Israele fondato solo sul razzismo e sull’apartheid, e nel contempo fa emergere una Torino intellettuale libera da pregiudizi e disposta a usare l’arma del confronto intellettuale per contribuire a rafforzare i percorsi della pace e del dialogo.

Fonte: La Stampa, 7 Febbraio 2008, pag. 40

Fiera del Libro di Torino: ma quale ospite d’Egitto!!!

Che ospite d’Egitto!

La Fiera di Torino replica a Ramadan

La Fiera del Libro è intervenuta ieri in merito alle recenti notizie sulla partecipazione dell’Egitto quale ospite, smentendo l’affermazione dello scrittore Tariq Ramadan secondo il quale proprio il Paese arabo sarebbe stato in origine l’invitato per l’edizione 2008 e poi si è «cambiata opinione e scelto di celebrare Israele, poiché quest’anno ricorre il 60° della creazione di questo Stato».

Il Paese ospite del 2008— chiariscono i vertici della Fiera — doveva essere in realtà il Cile, ma l’iniziativa non ebbe seguito poiché la nazione latino-americana si era già impegnata per la Fiera di Lima, in Perù. Nello stesso periodo furono allacciati contatti per portare a Torino l’Egitto, ma in contemporanea con una grande mostra sui «tesori sommersi egiziani» prevista nella primavera 2009 alla Reggia di Venaria. La candidatura di Israele è intervenuta solo in seguito e la coincidenza della kermesse con il 60° di Israele è un’assoluta casualità.

I responsabili della Fiera, Ernesto Ferrero e Rolando Picchioni, hanno scritto inoltre una lettera aperta a Ramadan, in cui chiariscono che «invitare Israele significa invitare i suoi scrittori, scienziati, musicisti, artisti: non altro. Tutte personalità indipendenti, non asservite ad alcuna istituzione o governo, ma anzi spesso voci critiche… il vero ospite d’onore è dunque la libera cultura di Israele». Nel frattempo l’opposizione ad un eventuale boicottaggio di Israele ha collezionato altri consensi; oltre allo scrittore ebreo polacco Marek alter, al giornalista Igor Man, al regista Nanni Moretti e al priore di Bose Enzo Bianchi, si è espresso anche il Congresso ebraico europeo. Martedì la questione approderà nell’aula del Consiglio regionale del Piemonte.

(Fonte. Avvenire, 7 Febbraio 2008, pag. 31)

Segnalazioni dalla rassegna stampa del 7 Febbraio 2008

SEGNALAZIONI DALLA RASSEGNA STAMPA DEL 7/2/2008

La calunnia è un venticello… Per fortuna ogni tanto c’è chi cerca di bloccarlo. L’Avvenire pubblica oggi una chiara smentita del CdA della Fiera alle illazioni diffuse da Tarik Ramadan, che stanno diventando il Vangelo dei contestatori, tra i quali il filosofo Gianni Vattimo. Primo: non è vero che l’Egitto doveva essere l’ospite di quest’anno, e poi si è optato per Israele, per festeggiareil 60°anniversario della fondazione . L’Egitto sarà ospite nel 2009, in concomitanza con una grande mostra a Venarla. L’ospite doveva essere il Cile, che però ha declinato in quanto già impegnato altrove. Il 60° di Israele è un pura coincidenza, e comunque non si celebra uno Stato, ma i suoi letterati.

C’è però una insospettata difesa di Ramadan da parte di Sergio Romano, nella risposta a una lettera pubblicata sul Corriere: Ramadan, sostiene Romano, si starebbe impegnando per creare un Islam europeo. Ci si chiede a questo punto quale Islam: quello dei Fratelli Musulmani, di cui Ramadan è l’erede spirituale, essendo il nipote dei fondatori, ed avendo scritto sul di esso la sua tesi di laurea?

Intanto imperversano le polemiche, riprese anche dalla stampa straniera, sulla nuova versione della preghiera pasquale, che è stata riformulata, sostituendo l’auspicio di una “conversione” degli ebrei, con l’auspicio che essi “riconoscano Gesù Cristo Salvatore”. Ieri avevano protestato i rabbini Laras e Di Segni, oggi è la volta dell’Assemblea Rabbinica italiana che denuncia (Corriere, Luigi Accattoli) un “salto indietro di 43 anni” (cioè da quando Paolo VI aveva totalmente eliminato l’idea di conversione) e prevedono un raffreddamento del dialogo con il Vaticano.

Da non perdere l’analisi di Pio Pompa sul Foglio, circa il ruolo di Saddam Hussein nel porre le basi del nuovo antisemitismo europeo. Secondo l’esperto di servizi segreti, Saddam già nel 2002 avrebbe infiltrato suoi agenti in Europa, facendoli passare per contestari del suo regime, e quindi molto credibili. Il loro obiettivo: diffondere odio verso Israele e Stati Uniti. Gli agenti sarebbero riusciti ad arrivare anche ad ambienti poco inclini a Bin Laden e avrebbero pesantemente influenzato anche l’Unione Europea, tant’è vero che nel rapporto della UE del 2003, che denunciava il crescente antisemitismo in Europa, la prefazione di Bob Purkiss e Beate Winkler venne rimossa di punto in bianco e sostituita con un disclaimer in cui se ne confutavano i risultati.

Il Corriere della Sera pubblica una lunga intervista con Tony Blair, da poco inviato dal Quartetto in medio Oriente per accelerare il processo di pace. Secondo Blair, dieci mesi (cioè entro il mandato di Bush) sono pochi, ma si può riuscire. Bisogna però cambiare prospettiva: non prima l’intesa, poi le azioni concrete, ma viceversa. Israele deve ritirarsi e avere fiducia nella sorveglianza palestinese, Hamas deve riconoscere Israele e abbandonare il lancio dei razzi, allora ci saranno le premesse per siglare l’intesa. Annuncia che Bush tornerà in Medio Oriente a maggio, e critica la politica di Israele a Gaza, che “isola la gente e aiuta di fatto i terroristi” mentre dovrebbe essere il contrario”.

Infine, un preoccupato articolo del Financial Times, che denuncia l’aumento della povertà in Israele, e l’aprirsi della forbice tra ricchi e poveri, in completo contrasto con le premesse socialiste con cui nacque lo Stato di Israele. Mentre il paese è in buona crescita economica, una famiglia su cinque (soprattutto tra ortodossi e minoranze arabe) è sotto la soglia della povertà, e siccome in queste due enclaves è maggiore il numero dei figli, un terzo dei bambini sono indigenti: dieci anni fa erano il 22%.

Viviana Kasam

Ucei

Rassegna Stampa di mercoledì 6 Febbraio 2008

RASSEGNA STAMPA – mercoledì 6 febbraio 2008

C’è da rimanere sconcertati leggendo la rassegna stampa di oggi.

Da un lato, la notizia che il Papa ha ufficialmente cancellato dalla liturgia del Venerdì Santo la preghiera “per la conversione degli ebrei”, sostituendola con “il Signore Dio nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo salvatore di tutti gli uomini”. Giustamente i rabbini Laras e Di Segni (Corriere della Sera, Luigi Accattoli) si sono indignati e parlano di grave regressione e ostacolo al dialogo. Nel manuale di Paolo VI, superato dal ritorno alla liturgia in latino, voluto da Benedetto XVI, il testo era formulato in modo più rispettoso: lapreghiera chiedeva a Dio “che gli ebrei possano progredire nella fedeltà alla sua alleanza”. Ma, ci si chiede, perché i cattolici debbono pregare per noi? Non potrebbero limitarsi a pregare per se stessi?

Intanto prosegue la grande kermesse della Fiera del Libro. Il CdA ha annunciato la decisione a procedere con l’invito a Israele, ma un gruppo di facinorosi legati ai centri sociali e al Forum Palestina ha occupato la sede della Fiera. E intanto ognuno dice la sua. Furio Colombo, sull’Unità, invita la sinistra a non lasciare che sia la destra, nella città di Primo Levi, a difendere la Fiera, e si schiera contro coloro che vorrebbero cancellare Israele dalll faccia della terra.

Interessante la posizione di R.A. Segre sul Giornale: il boicottaggio sarebbe un autogol per chi lo ha propugnato. Ha infatti avuto l’effetto di rendere simpatico Israele, di spaccare la sinistra per la quale la delegittimazione dell’avversario è l’ arma principale; ha indebolito proprio gli scrittori israeliani più critici verso il governo e provocato la dissociazione di molti scrittori arabi.

Il Foglio propone una intelligente analisi di David Frum (da non perdere) sul rapporto Winograd, che potrebbe essere estesa anche alla kermesse della Fiera: e cioè il problema della guerra mediatica: le battaglie si combattono ormai su giornali e tv, l’informazione è un’arma fondamentale, siamo nell’epoca della Guerra di Disinformazione. Frum elenca numerose istanze di manipolazione dei media da parte di Hezbolllah, nella guerra in Libano emerse proprio dal rapporto Winograd: foto ritoccate, falsi attacchi alle ambulanze, il sito di Qana diventato “un grottesco scenario mediatico”. Così, aggiungiamo noi, a Torino, la protesta anonima di un gruppo di scrittori giordani è stata rilanciata dai giornali ed è diventata una valanga inarrestabile, grazie anche all’intervento tempista dell’astuto Tariq Ramadan, che la guerra di disinformazione è maestro nel combatterla, giocando sull’ambiguità del suo ruolo di docente universitario.

E intanto riesplode la violenza a Gaza, dopo l’attacco kamikaze di Dimona.
Umberto De Giovannangeli sull’Unità riferisce che la tv israeliana avrebbe mostrato con “morbosità” l’immagine del poliziotto che uccide il secondo kamikaze, provocando lo sdegno di un non meglio identificato “sito Internet”.

Roberto Buongiorni, sul Sole 24 Ore, sottolinea il pericolo che l’attacco, rivendicato da Hamas ma con cellule partite da Hebron, non da Gaza, segni un indebolimento per Abu Mazen, che finora era riuscito a mantenere un seppur blando controllo degli estremisti sul suo territorio.

Partendo proprio dal nuovo attacco terroristico, il primo da oltre un anno, il Wall Street Journal Europe arriva alla conclusione che il terrorismo si può contrastare con successo. Gli israeliani grazie alla costruzione del muro, ad attacchi mirati alle enclaves tipo Jenina e ai singoli terroristi sono riusciti a passare da 451 morti nel 2002 a pochissimi recentemente. E non è vero, sostiene l’anonimo autore, che così facendo Israele aumenta il ciclo della violenza. E’ vero il contrario: mettendo ostacoli al terrorismo la necessità di azioni militari su vasta scala diminuisce. E’ una lezione che andrebbe applicata anche all’Iraq.

Le Monde pubblica oggi due interviste anti-Israele: quella più moderata a Abdelrazek Al-Yehiya, ministro dell’Interno palestinese in visita in Francia, che accusa Israele di non collaborare con i palestinesi moderati, e quella, molto pesante, a Ahmadinejad che, tuonando contro Israele, Paese da cancellare, accusa gli Americani di poca democrazia nelle elezioni. Al giornalista Alain Franchon che gli chiede come va la democrazia dalle sue parti, il premer iraniano risponde che il suo popolo non ne ha bisogno.

E infine due aggiornamenti sull’antisemitismo: il Corriere della Sera dedica un articolo agli attacchi antisemiti di Hugo Chavez, che avalla la violenza contro gli ebrei in Venezuela. L’Avvenire riporta la notizia della condanna, per ora solo pecuniaria, al professor Pietro Melis di Cagliari, citato in giudizio dall’UCEI per aver difeso, da posizioni “animaliste”, le camere a gas, perché i templi degli ebrei sarebbero dei veri e propri mattatoi di animali, cosparsi di sangue. La domanda che viene spontanea è se un pensatore di questo calibro può continuare a insegnare in una Università: possibile che non sia stato sospeso?

Viviana Kasam

Ucei

Attaccano la Fiera per colpire Israele

Attaccano la Fiera per colpire Israele

di Arrigo Levi

05 Febbraio 2008

Per la verità, sarebbe fin troppo facile condannare il boicottaggio della Fiera del Libro di Torino (per aver invitato quest’anno Israele, come altri Stati in passato e in futuro), da parte di uomini di cultura, invocando contro di loro le ragioni della cultura. Perché è proprio della politica della cultura pretendere il diritto alla libertà di espressione e alla libertà di dialogare con uomini di culture diverse, al di sopra di tutte le frontiere della politica. Come possa un «intellettuale» voler far tacere altri intellettuali, senza accorgersi che sta tradendo la sua vocazione di uomo di cultura, mi riesce difficile capire.

Non faccio che rievocare le idee di Umberto Campagnolo e di Norberto Bobbio, profeti del nostro tempo, quando parlo della «politica della cultura» come di qualcosa di autonomo dalla politica; o meglio, come di una componente essenziale ed autonoma della formazione delle coscienze e delle idee politiche, in quanto portatrice, per sua natura, di un’idea alta della politica; di una visione della storia come storia di un’umanità che faticosamente ricerca la composizione dei suoi conflitti nel nome di un destino comune di tutti gli uomini, di cui gli «uomini di cultura», volgendo lo sguardo al di là di tutte le barriere ideologiche o nazionali, debbono sentirsi portatori, nella speranza di trascinare con sé gli uomini e la storia.

La politica della cultura come «politica del dialogo» fra diversi («in principio» non c’è solo il «logos», ma il dialogo), è qualcosa di così radicato nella coscienza di chi ha cercato di scoprire un qualche lume di speranza nella storia crudele del nostro tempo, da rendere inaccettabile, e quasi incomprensibile, ogni presa di posizione contro la libertà di parola in qualsiasi luogo e momento, e più che mai in una «fiera del libro».

No, non è in difesa del diritto degli scrittori d’Israele ad essere, quest’anno, invitati come protagonisti a Torino, che mi sembra necessario scendere in campo. Ma in difesa d’Israele, visto che è contro lo Stato d’Israele, nel 60° anniversario della sua fondazione per scelta e volontà dell’Onu, che si vuole manifestare quando si nega il diritto di questo Stato ad essere accolto quest’anno come «ospite d’onore» alla Fiera torinese.

E’ giusto che io metta le carte in tavola, per chi già non le conoscesse. Quando, nel 1948, tutti gli Stati arabi proclamarono la loro ferma decisione di distruggere con i loro eserciti il nuovo Stato, «buttando a mare tutti gli ebrei», come allora dicevano con la convinzione di chi, sulla carta, era dieci volte più forte del piccolo, neonato Stato ebraico, pensai che un ebreo che come me fosse scampato alla Shoah avesse il dovere di andare a condividere la sorte di quegli altri sopravvissuti. Con nostra sorpresa, pochi e male armati come eravamo, non fummo buttati a mare. Ricordo molto bene la felicità dei miei compagni quando la guerra finì (era la notte del 31 dicembre del 1948). Con somma ingenuità, brindammo alla pace che pensavamo raggiunta. Altro non volevano, i miei compagni israeliani, che vivere in pace con «gli arabi», come allora si diceva. E a guerra finita io me ne ritornai al mio Paese. Ma non era finita.

Il rifiuto del diritto d’Israele ad esistere, nonostante i trattati di pace conclusi molti anni dopo con i due principali vicini, Egitto e Giordania, ha ancora i suoi convinti sostenitori; non tanto fra i Palestinesi (che sono in maggioranza pronti ad accettare una pace fra due Stati indipendenti, Israele e Palestina), quanto in una minoranza fondamentalista presente nel mondo arabo e islamico, che continua ad annunciare come imminente e certa la fine d’Israele, e che a tal fine si oppone con tutte le forze al negoziato di pace. Perché ad altro non mirano i missili lanciati da Hamas ogni notte contro città israeliane dalla Striscia di Gaza (che un governo guidato dal «falco» Sharon evacuò usando la forza contro i coloni), se non a sabotare, provocando inevitabili reazioni israeliane, le trattative fra Olmert e Abu Mazen.

Il cammino della pace è già abbastanza ricco di ostacoli, senza che si aggiunga l’incoraggiamento che viene dato ai nemici della pace da chi dichiara giusto «boicottare» Israele, chiudendo la bocca a quegli scrittori israeliani che, detto sia fra parentesi, sono fra i più convinti sostenitori delle ragioni dei palestinesi e della causa della pace. Mi unisco all’auspicio di A. B. Yehoshua: che ospite della Fiera del Libro possa essere, l’anno prossimo, una Palestina indipendente (poteva diventare realtà già all’alba del ‘49, se solo gli Stati arabi l’avessero voluto!). La nascita di uno Stato palestinese (lo sapeva bene Rabin, oggi lo ha compreso perfino Olmert!) è la sola definitiva garanzia della sopravvivenza nei secoli dello Stato d’Israele; mentre il conflitto ancora aperto è una miccia accesa in una polveriera che minaccia tutti noi. E’ follia contribuire a tenerla accesa.

Fiera del Libro di Torino: Dialogo e proteste – Cestinare senza discutere

Corriere della Sera – NAZIONALE –
sezione: Terza Pagina – data: 2008-02-05
categoria: REDAZIONALE

Dialogo e proteste – Cestinare senza discutere

di CLAUDIO MAGRIS

Sollecitato a scrivere sull’inqualificabile contestazione dell’invito rivolto quest’anno a Israele come è accaduto in passato e accadrà in futuro nei confronti di altri Paesi a partecipare quale ospite d’onore alla Fiera del Libro di Torino, mi ero astenuto.

Mi ero astenuto perché ritengo che si possa e debba discutere di ciò che magari avversiamo ma consideriamo degno e dunque avente il diritto di esser preso in considerazione, ma non di proposte, proteste, affermazioni o negazioni insensate e inaccettabili, che vanno semplicemente considerate irricevibili e cestinate. Un proverbio viennese dice che certe cose non vanno neppure ignorate, perché già ignorarle è troppo. Discuterne, anche rifiutandole, contribuisce a dar loro consistenza e spessore, come una signora che si fermasse per strada a dimostrare la sua virtù a uno screanzato che l’apostrofasse con termini irripetibili. Tale è il caso della penosa pagliacciata contro l’invito di Torino. Purtroppo se ne è già discusso tanto, gonfiando il pallone, e non saranno certo queste mie irrilevanti righe a far troppo danno ulteriore.

Non è il caso, in questa circostanza, di chiamare in causa grandi problemi, il diritto di Israele a una piena e riconosciuta esistenza, il diritto dei palestinesi a un loro Stato e a piena dignità di vita dovunque vivano, anche in Israele, né la grandezza letteraria degli scrittori invitati quest’anno, quali Yehoshua. Non è neppure il caso, in tale circostanza, di criticare o approvare la politica dell’uno o dell’altro governo israeliano o di altro Paese, arabo o no, o dell’autorità palestinese, come non sarebbe il caso di discutere la guerra in Iraq o il carcere di Guantanamo se a Torino fosse il turno degli Stati Uniti e dunque di Philip Roth o DeLillo anziché di Oz o di Grossman. Quando, due settimane fa, la giuria del Premio Nonino, di cui faccio parte, ha premiato — su proposta di Peter Brook, il grande regista di famiglia ebraica — Leila Shahid, rappresentante dei palestinesi presso la Francia, l’Unesco e l’Unione Europea, nessuno si è sognato di protestare, ma anche se qualche scervellato l’avesse fatto, non avremmo perso certo tempo a rispondergli. Così si sarebbe dovuto fare in questa circostanza. Liberissimo ognuno, ovviamente, di boicottare la Fiera del Libro di Torino ossia di non andarci, perché non è un obbligo di legge.

Ma se qualcuno dovesse cercare di impedire con la forza ad altri di andarvi, dovrebbe esserne impedito con quella forza che, nelle democrazie, è monopolio dello Stato e non della piazza, alla quale si appellano — anche di recente in Italia — solo demagoghi di basso rango.