Fiera del Libro di Torino: Dialogo e proteste – Cestinare senza discutere

Corriere della Sera – NAZIONALE –
sezione: Terza Pagina – data: 2008-02-05
categoria: REDAZIONALE

Dialogo e proteste – Cestinare senza discutere

di CLAUDIO MAGRIS

Sollecitato a scrivere sull’inqualificabile contestazione dell’invito rivolto quest’anno a Israele come è accaduto in passato e accadrà in futuro nei confronti di altri Paesi a partecipare quale ospite d’onore alla Fiera del Libro di Torino, mi ero astenuto.

Mi ero astenuto perché ritengo che si possa e debba discutere di ciò che magari avversiamo ma consideriamo degno e dunque avente il diritto di esser preso in considerazione, ma non di proposte, proteste, affermazioni o negazioni insensate e inaccettabili, che vanno semplicemente considerate irricevibili e cestinate. Un proverbio viennese dice che certe cose non vanno neppure ignorate, perché già ignorarle è troppo. Discuterne, anche rifiutandole, contribuisce a dar loro consistenza e spessore, come una signora che si fermasse per strada a dimostrare la sua virtù a uno screanzato che l’apostrofasse con termini irripetibili. Tale è il caso della penosa pagliacciata contro l’invito di Torino. Purtroppo se ne è già discusso tanto, gonfiando il pallone, e non saranno certo queste mie irrilevanti righe a far troppo danno ulteriore.

Non è il caso, in questa circostanza, di chiamare in causa grandi problemi, il diritto di Israele a una piena e riconosciuta esistenza, il diritto dei palestinesi a un loro Stato e a piena dignità di vita dovunque vivano, anche in Israele, né la grandezza letteraria degli scrittori invitati quest’anno, quali Yehoshua. Non è neppure il caso, in tale circostanza, di criticare o approvare la politica dell’uno o dell’altro governo israeliano o di altro Paese, arabo o no, o dell’autorità palestinese, come non sarebbe il caso di discutere la guerra in Iraq o il carcere di Guantanamo se a Torino fosse il turno degli Stati Uniti e dunque di Philip Roth o DeLillo anziché di Oz o di Grossman. Quando, due settimane fa, la giuria del Premio Nonino, di cui faccio parte, ha premiato — su proposta di Peter Brook, il grande regista di famiglia ebraica — Leila Shahid, rappresentante dei palestinesi presso la Francia, l’Unesco e l’Unione Europea, nessuno si è sognato di protestare, ma anche se qualche scervellato l’avesse fatto, non avremmo perso certo tempo a rispondergli. Così si sarebbe dovuto fare in questa circostanza. Liberissimo ognuno, ovviamente, di boicottare la Fiera del Libro di Torino ossia di non andarci, perché non è un obbligo di legge.

Ma se qualcuno dovesse cercare di impedire con la forza ad altri di andarvi, dovrebbe esserne impedito con quella forza che, nelle democrazie, è monopolio dello Stato e non della piazza, alla quale si appellano — anche di recente in Italia — solo demagoghi di basso rango.

Fiera del Libro di Torino: QUESTO è il manifesto che gira….

…siamo proprio sicuri che l’antisemitismo non c’entri nulla?…..

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Fiera del Libro di Torino: Antagonisti allontanati da Fondazione

ANTAGONISTI ALLONTANATI DA FONDAZIONE,CDA SI FA

(ANSA) – 13:04 – TORINO, 5 FEB – Gli occupanti sono stati allontanati dagli uffici della Fondazione dalla Digos, che li ha identificati. Si tratta di 14 giovani, fra cui quattro donne, che hanno poi tenuto una sorta di conferenza stampa all ‘esterno del palazzo dove si era radunato un gruppo di cronisti.

A una finestra della Fondazione gli occupanti avevano esposto un striscione con la scritta ”No Israele” e una bandiera della Palestina.

Un portavoce della Fondazione ha sostenuto che visto l’evolversi degli avvenimenti il consiglio di amministrazione si terrà regolarmente.

Rassegna Stampa – Martedì 5 Febbraio 2008

RASSEGNA STAMPA – martedì 5 febbraio 2008

Mentre in America si attende con il fiato sospeso l’esito del Supertuesday, da noi continuano a imperversare le polemiche sulla presenza di Israele alla Fiera del Libro di Torino.

Un boicottaggio orribile, che dimostra come, anche in campo culturale, l’antisemitismo mascherato da antisionismo imperversi, e come persino da parte di chi difende l’invito a Israele, venga fatta una differenziazione tra scrittori ebrei “buoni” (quelli che si dichiarano anti-governo) e “cattivi” (quelli che non criticano pertmente Olmert). Come se il giudizio politico fosse un metro per valutare la cultura.

Tra le molte voci, la più interessante viene dall’editoriale non firmato del Foglio, in cui si denuncia “l’gnobile equidistanza” del quotidiano di Torino “La Stampa”, noto da sempre per la sua civiltà che stavolta “si presta ad ospitare le farneticanti allucinazioni di Vattimo che scambia Israele con il Sudafrica dell’apartheid” (si riferisce all’opinione del filosofo apparsa ieri sul quotidiano torinese) . L’editorialista condanna quanti, per aprire il dibattito “mettono sullo stesso piano la faziosità illiberale del boicottaggio e lo spirito di dialogo e accoglienza che ha ispirato la decisione di invitare Israele”.

Fiamma Nirenstein sul Giornale denuncia chi difende la presenza di Israele giustificandola con il fatto che gli scrittori israeliani sono quasi tutti di sinistra e contrari a Olmert; allora quelli di destra non hanno il diritto di esprimersi?

Aldo Grasso sul Corriere si chiede perché gli intellettuali di sinistra che fanno tanti bei programmi di cultura in Tv si sono finora ben guardati dall’esprimersi contro il boicottaggio.

Sulla Stampa Dario Fo e Moni Ovaia, pur condannando chi attacca Israele auspicano che il Salone del Libro inviti ufficialmente anche la Palestina. Sposando la causa di una cultura politicizzata che inevitabilmente porta alla distruzione della cultura stessa.

Interessante su Libero la testimonianza del giovane scrittore israeliano Etgar Keret, che insieme al palestinese Samir El-Youssef, suo traduttore, ha scritto Gaza Blues, tradotto in Italia da E/O. Keret racconta di aver incontrato El-Youssef a una manifestazioen letteraria in Norvegia, che il palestinese si era rifiutato di sedersi vicino a lui, ma che dal dibattito nacque l’amicizia e la collaborazione: segno la conoscenza reciproca e amore per la letteratura possono creare un ponte.

Intanto, la notizia dell’attentato kamikaze a Dimona, il primo in Israele dal gennaio 2007, riapre il dibattito sulla frontiera di Rafah con l’Egitto, da dove pare siano venuti i due attentatori.

Alessandra Coppola sul Corriere intervista Ari Shavit, editorialista di punta di Haaretz, che ritiene necessaria la costruzione di un nuovo muro, che sarebbe più semplice del primo perché il confine con l’Egitto è internazionalmente ratificato e non si presta a contestazioni.

Francesca Paci sulla Stampa riporta l’umore della popolazione, che si aspettava l’attentato, da quando il valico di Rafah ha ceduto.

Originale e inquietante la riflessione non firmata del Riformista, che si chiede se i kamikaze vengano davvero da Gaza e non, come suggeriscono voci di strada da Hebron. Questa ipotesi sarebbe molto più pericolosa, perché dimostrerebbe che sta finendo la luna di miele tra Abu Mazen e i gruppi armati palestinesi, pronti ad agire di concerto con Hamas.

Le Monde pubblica una lunga analisi di Michel Bole-Richard sulle ragioni per cui Olmert non è caduto, nonostante l’impopolarità, i sospetti di corruzione e la poca simpatia di cui gode. La stessa Commissione Winograd sarebbe stata morbida con il premier , consapevole che la sua è l’unica chance di arrivare alla pace, e che, minandolo, si arriverebbe a un successo elettorale dei conservatori oltranzisti.

Sempre Le Monde una testimonianza di Daniel Baremboim sulla necessità di integrazione dei palestinesi all’interno di Israele, che va di pari passo con la creazione di uno Stato palestinesi fuori, e su come questa consapevolezza lo abbia portato ad accettare la doppia cittadinanza.

La Repubblica pubblica un estratto dal nuovo libro di Marek Halter “La mia ira” edito in Italia da Spirali. Secondo lo scrittore Bin Laden sta già vincendo, cioè ha ottenuto ciò che il terrorismo degli anni ‘70 predicava: “trasformare la crisi politica in conflitto armato tramite azioni violente che forzeranno il potere a rrasformare la democrazia in situazione militare”, come scriveva Carlos Marighela, brasiliano, nel “Piccolo manuale del guerrigliero”. L’ira di Marek Halter nasce dal la progressiva contrazione, già in atto, delle libertà civili per difendersi dal terrorismo.

E il terrorismo continua le sue minacce con la voce di Ahamdinejad, che ora ha dato il via al lancio di un missile per mettere in orbita satelliti. I giornalisti si chiedono se anche questa sia una manifestazione della volontà di perseguire armamenti nucleari da parte del presidente iraniano.

E infine, due notizie di cultura. Il Foglio recensisce il libro di John Freely Sabbatai Sevi, il Messia perduto, una ricostruzione storica delle controverse vicende del cabalista e mistico che diceva di essere il Messia e si convertì all’Islam.

E il Corriere, in un lungo articolo di Elisabetta Rosaspina, riporta le polemiche sul musical ispirato ad Anna Frank, che sta per andare in scena a Madrid. Il cugino di Anna Frank si oppone alla trasformazione del dramma in spettacolo musicale, mentre la Fondazione è favorevole e ha collaborato alla messa in scena.

E’ giusto che una tragedia diventi musical? Si può accettare la giustificazioni che così si avvicinano i giovani alla tragedia della Shoah? Difficile rispondere, ma il problema si sta ponendo sempre più spesso (come è successo con il film di Lizzani) ora che la Seconda Guerra Mondiale si sta storicizzando.

Viviana Kasam

Ucei.it

Fiera del libro di Torino: appello contro il boicottaggio culturale ai danni di Israele

Fiera del libro di Torino: appello contro il boicottaggio culturale ai danni di Israele

Questo è il testo dell’appello proposto da Libero contro l’ultimo, vergognoso boicottaggio culturale ai danni dello Stato d’Israele, stavolta in atto a Torino. Chi vuole firmarlo può farlo inviando il proprio nome e cognome a questo indirizzo email: alessandro.gnocchi@libero-news.eu . I nomi dei firmatari saranno pubblicati su Libero.

Da qualche settimana è in atto una campagna di boicottaggio della prossima Fiera del Libro di Torino (8-12 maggio 2008). La presenza dello Stato d’Israele come ospite d’onore, in occasione dei sessant’anni dalla sua fondazione, è stata strumentalmente interpretata come uno schiaffo alla causa palestinese. Parte degli scrittori arabi intende declinare l’invito degli organizzatori, per evitare il confronto coi colleghi israeliani. La protesta è stata subito supportata da associazioni italiane da sempre schierate contro Israele.

Esprimiamo solidarietà agli scrittori israeliani, e siamo spiacevolmente sorpresi dagli scrittori arabi incapaci di capire che la cultura è innanzi tutto confronto, anche duro, di opinioni contrastanti. Li invitiamo a venire a Torino, a non sottrarsi alla parola, a non diventare, proprio nel loro compito di “intellettuali”, triste esempio d’intolleranza e settarismo, e ricordarsi che nei loro stessi Paesi, dove purtroppo la libertà è spesso ancora un’utopia, ci sono scrittori colpiti da censure e condanne a morte proprio per la loro parola, i quali hanno avuto (come nel caso di Salman Rushdie, Ibn Warraq, Talisma Nasreen, Maryam Namazie e molti altri) il nostro appoggio, la nostra condivisione, la nostra difesa anche materiale.

Sottrarsi è una scelta perdente e vile, e non offende solo Israele, offende noi tutti e i nostri valori: la libertà del confronto è il fondamento della democrazia in cui crediamo, contro le feroci ideologie che sono alla base degli orrori totalitari del XX secolo, che hanno segnato nel profondo l’Europa e il mondo, che continuano a diffondersi in Medio-Oriente, e contro le quali lo Stato d’Israele, con la sua tragica storia e con la sua democrazia, continua a essere il baluardo e il simbolo più vivo.

Per firmare l’appello

Andrea Ronchi (AN): «I musulmani dell’Ucoii dietro il boicottaggio degli scrittori israeliani»

ANDREA RONCHI (AN) «I musulmani dell’Ucoii dietro il boicottaggio degli scrittori israeliani»

di Enrico Paoli

ROMA – «L’integrazione, quella vera, è un’altra cosa, Dalla lezione francese non abbiamo imparato nulla. Per questa ragione, al salone del libro di Torino, Alleanza Nazionale sarà in prima linea contro coloro che vogliono tappare la bocca agli scrittori israeliani. Sono convinto che dietro a questa operazione di boicottaggio c’è l’Ucoii (l’Unione delle comunità islamiche in Italia ndr). Non si può trattare e dialogare con chi nega l’esistenza dello Stato d’Israele». Andrea Ronchi, deputato di Alleanza Nazionale e portavoce del partito, non ha dubbi. Dietro al boicottaggio dello Stato di Israele alla Fiera del Libro diTorino non c’è solo un gruppo di intellettuali che si rifa alle ragioni dei Comunisti italiani, ma ci sono gli esponenti dell’Ucoii. Per questa ragione il partito di Fini è pronto a mobiitarsi e a sostenere l’appello del nostro giornale.

Onorevole Ronchi, da cosa scaturisce la sua idea? «Dalla constatazione dei fatti. L’Ucoil non ha firmato la carta dei valori fra lo Stato italiano e le varie comunità religiose. La stessa Unione, due anni fa, firmò una pagina contro Israele che grida ancora vendetta. L’Ucoii, evidentemente, nonvuoleunaveraintegrazione ma incitare all’odio e alla violenza».

Ma a Torino ci sono dimezza i libri… «Esatto, Ed è ancora più grave. Quando si arriva a colpire la cultura, quando si nega la circolazione delle idee, vuoi dire che si ha paura del confronto. Quello che fa paura è il silenzio dei cosiddetti liberali. E non è la prima volta».

A cosa si riferisce? «Penso alla vicenda della Sapienza che nega al Papa di parlare. Vedo un filo logico fra i due eventi e non possono non essere preoccupato. Soprattutto perché la sinistra offre sponde a questi estremisti».

Si riferisce ai Comunisti Italiani? «No. Loro recitano la loro parte e, in questo, sono coerenti nell’essere anti israeliani. Mi riferisco invece a quelle manifestazioni durante le quali vengono bruciate le bandiere americane e israeliane. E poi ci sono le amministrazioni rosse che aprono alle moschee, dentro alle quali cresce il fondamentalismo».

Guarda caso l’Ucoil ha organizzato proprio a Bologna, la città che vuol diventare la più islamica d’Italia come sostiene Magdi Allam, la sua assemblea nazionale… «Quando si vogliono realizzare insediamenti enomri come quello di Bologna, i cittadini devono potersi esprimere attraverso lo strumento del referendum. Invece di partire dall’alto, bisogna parte dalla gente. Non siamo contro le moschee, siamo contro le speculazioni e il silenzio imbarazzante della sinistra».

Non c’è il rischio di passare per intolleranti? «Gli intolleranti sono loro, quelli dell’Ucoii, non noi che vogliamo sia l’esistenza dello Stato d’israele che quello Palestinese. Dobbiamo essere chiari, e non aver paura di sostenere l’islam moderato».

(Fonte: Libero, 3 Febbraio 2008)

Ramadan: boicottiamo Torino

La Fiera del Libro di Torino: Appello dell’ideologo dell’islamismo. Chiamparino: opportuno il richiamo di Grande Stevens

Ramadan: boicottiamo Torino

Ma Regione e Comune ribadiscono: avanti con Israele, non si torna indietro

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di VERA SCIAVAZZI

Nessuna marcia indietro, nessun «aggiustamento» in corsa nei programmi della Xxi Fiera del Libro di Torino: Israele resterà il Paese ospite, tutti potranno parlare, la presenza di intellettuali arabi e palestinesi è già prevista, ma non ha nulla a che fare con la scelta dell’invitato d’onore, ruolo che in passato è già toccato, tra gli altri, a Lituania, Brasile, Portogallo, Francia, Canada. I vertici della manifestazione torinese — che quest’anno si terrà dall’8 al 12 maggio e avrà come tema la bellezza — rispondono così al richiamo arrivato con estrema nettezza da Franzo Grande Stevens, presidente della Compagnia di San Paolo, che sostiene la Fiera con un contributo di oltre 500 mila euro.

Ma le polemiche non si placano, anzi sembrano estendersi: ieri il controverso intellettuale islamico Tariq Ramadan ha lanciato un appello per boicottare sia la Fiera del Libro di Parigi (15-19 marzo), sia quella di Torino. «Dovrebbero farlo — ha affermato — tutti coloro che hanno una coscienza viva, a prescindere dal loro credo, perché non si può approvare nulla che provenga da Israele. Stiamo assistendo alla distruzione di Gaza a causa dell’assedio israeliano, siamo obbligati a uscire dal nostro silenzio. E proprio il silenzio che produce violenza: non si tratta di una questione islamica o araba, ma di un problema di coscienza mondiale».

Le parole di Grande Stevens sembrano aver dato un contributo decisivo alla «linea della fermezza», e pare difficile che il monco politico che sostiene la manifestazione possa tornare indietro. Il primo a ribadire che Israele non ha bisogno di «accompagnatori» per poter raccontare la propria cultura è stato il sindaco Sergio Chiamparino, che già nei giorni scorsi aveva fatto sentire la sua voce: «La sinistra sostiene ormai da tempo la linea dei “due popoli in due Stati”. Se si afferma che il popolo israeliano non ha diritto di parola se nen è affiancato da altri, si nega questa linea… Si tratta di una deriva integralista che purtroppo sta invadendo l’Europa e contagiando molti, proprio a sinistra. In questo senso, condivido fin dall’inizio il richiamo di Grande Stevens, che risulta ora quanto mai opportuno».

Al sindaco fa eco lo storico e assessore regionale alla Cultura Gianni Oliva (la Regione, con circa 800 mila euro, è l’ente pubblico che dà il maggior contributo alla Fiera), che però aggiunge: «Abbiamo comunicato male, consentendo che chi voleva farlo potesse polemizzare sulla coincidenza tra presenza di Israele a Torino e sessantesimo anniversario della fondazione dello Stato ebraico, quasi che la dizione “ospite d’onore” implicasse una celebrazione della politica israeliana e non della cultura di un Paese e di un popoio che hanno molto da dire in questo campo e che perciò sono presenti nelle manifestazioni di molta parte del mondo. Indietro non si torna, occorre semmai un’offensiva diplomatico-culturale” che sappia indurre i più aperti tra gli intellettuali del mondo arabo e palestinese a desistere dal boicottaggio».

La conferma delle scelte già compiute arriva anche dal presidente della Provincia, Antonio Saitta. D’altra parte, si apprende da fonti della stessa Compagnia di San Paolo, la Fiera ha presentato, come ogni anno, una richiesta di contributi basata su un pro- getto che prevede Israele come Paese ospite: il comitato della fondazione si pronuncerà in merito in una delle tre sedute utili prima di maggio, ma se qualcosa cambiasse il mutamento andrebbe comunicato allo sponsor, che dovrebbe prenderne atto e valutare nel merito ogni novità. «Quella contro Israele a Torino è forse la più feroce serie di attacchi degil ultimi tempi», ha detto ieri Federico Motta, presidente dell’Aie, l’Associazione italiana editori.

Ma le diplomazie invocate da Oliva paiono già al lavoro: lunedì, a Torino, potrebbe arrivare Elazar Cohen, ministro plenipotenziario israeliano all’ambasciata di Roma, per sciogliere gli ultimi nodi insieme al vertici della kermesse libraria. Oltre al grandi nomi della letteratura israeliana, molti ospiti verranno scelti nella generazione più giovane: scrittori che non solo non hanno vissuto la Shoah, ma non hanno neppure partecipato — se non attraverso i racconti degli anziani — all’epica della fondazione dello Stato. Sono loro, oggi, a produrre spesso i testi più affascinanti e a poter forse costruire nuovi ponti con altre culture.

Corriere della Sera, 2 Febbraio 2008

Nei fucilatori di Parlato tutta la meschinità della sinistra che odia Israele

ANDATE A KFAR ETZION, FONDATO DAI REDUCI DElL GETTO DI VARSAVIA

Nei fucilatori di Parlato tutta la meschinità della sinistra che odia Israele

“Dopo la Seconda guerra mondiale e il massacro di ebrei, riconoscere agli ebrei il diritto ad avere un territorio e uno stato era obbligatorio”. Il veterano del Manifesto Valentino Parlato, nomen omen di quell’avventuta editoriale che talvolta si smarca da chi guarda il dito anziché la luna, era intervenuto così contro il boicottaggio di Israele organizzato alla fiera del libro di Torino. Con una romantica adesione al profetismo ebraico, Parlato ha ricordato che i vinti dell’insurrezione del ghetto di Varsavia morirono cantando l’Internazionale. Sono le stesse motivazioni. di Umberto Terracini e Carlo Levi; le stesse con cui l’antichista Luciano Canfora ha aderito nel 2002 alla manifestazione pro. Israele del Foglio: “Come tutti i comunisti di antica fede, sono un sostenitore di Israele. Fra i soci fondatori di Israele ci fu Stalin”.

I fucilatori conciati da umanitaristi hanno aperto il fuoco su Parlato, accusandolo di difendere “uno degli stati più spietati del mondo”. Il caso Parlato è il problema. di una sinistra che non ha visto come dòpo l’11 settembre sia dilagata nei paesi di democrazia debole e di opinione pubblica fragile un’irrazionale ma non innocua giudeofobia. Boicottano Israele a Torino mentre in Libano un macellaio islamista agita come emblemi di ricatto i poveri resti dei soldati ebrei. Questà sinistra deve ancora produrre una sua controtestmonianza tanto necessaria dopo l’ingresso nell’epoca del martirio. Si dicono “progressisti”, ma coltivano idee impietrite dal partitò preso ideologico, incapaci di quello scarto della ragione e del cuore che penetri il segreto profondo della. storia degli ebrei e del sionismo come scudo nazionale di una diaspora bimillenaria insidiata dal morbo e dalla normalità antisemita che genera ancora oggi qui, in Europa. Questi fucilatori sono fermi alle meschinità ideologiche che nel 1975 Lucìana Castellina formulava sullo “stato teocratico” d’Israele a favore della “Palestina democratica”, sono come l’Unità che nel 1967 accusava Israele di aver mutuato la violenza “dai persecutori nazisti e dai gunmen americani”. Trent’anni dopo, Alberto Asor Rosa dirà che “gli ebrei sono, diventati una razza guerriera, persecutrice e perfettamente omologata alla parte più spregiudicata del sistema occidentale”. E poi su fino ai burocrati di Bruxelles che hanno definito Israele “quel piccolo stato di merda”, ai musicanti che hanno paragonato Ramallah ad Auschwitz e agli scrivani che hanno chiesto il boicottaggio della frutta prodotta nelle comunità ebraiche di Gaza.

La costituzione di un rifugio ebraico ebbe il suggello dell’ONU dopo la Shoah nel corso della decolonizzazione, è stata difesa non soltanto da Ariel Sharon, ma da tutti i governi israeliani, con le unghie e con i denti fino all’intifada suicida. Vista dall’Europa, la sicurezza è una questione di cui altri si deve occupare e che altri deve pagare. Vista da Gerusalemme, è sinonimo di diritto all’esistenza. I fucilatori hanno distolto lo sguardo dalle sinagoghe brucianti di Gaza, dalle pizzerie di Haifa e dai banchetti nuziali di Netanya sventrati dagli shahid e dai mullah che considerano gli ebrei armenti da olocausto. Non hanno voluto vedere che i dodici milioni di ebrei che si ostinano ad abitare questo mondo nonostante le camere a gas sono l’essenza della libertà e della democrazia. Non hanno voluto leggerle le piccole grandi storie degli ebrei uccisi perché ebrei. Non hanno visto che l’embrione statuale palestinese è stato trasformato nel retroterra di faide, fltne e lanci di missili sugli asii nido di Sderot.

Questa sinistra ha dimenticato la lezione di Pier Paolo Pasolini, che su Nuovi argomenti del,giugno 1967 paragonava l’invasione nazista dell’Italia all’invasione araba del nascente stato ebraico. “Nel Lago di Tiberiade e sulle rive del Mar Morto ho passato ore simìli soltanto a quelle del 1944 ho capito, per mimesi, cos’è il terrore dell’essere massacrati in massa. Ma ho capito anche che gli israeliani non si erano affatto arresi a tale destino”. Ai fucilatori farebbe bene una visita nella comunità di Kfar Etzion, fra Hebron e Gerusalemme. Fu fondata da un pugno di sopravvissuti all’insurrezione di Varsavia, uccisi armi in mano dagli egiziani che avanzavano sulla città santa. Eccoli i veri eredi della resistenza, quelli che gli idioti e gli antisemiti chiamano “fascisti”.

Giulio Meotti, Il Foglio, 29 Gennaio 2008