L’opportunita’ persa

L’opportunita’ persa

hamas-siria-iran

di Piero Ostellino

Con la decisione di ritirare le truppe israeliane da Gaza, Ariel Sharon aveva offerto ai palestinesi un’opportunità. Al tempo stesso, però, il passaggio della sua amministrazione nelle loro mani aveva creato obbiettivamente le premesse di una loro spaccatura. L’opportunità consisteva nella possibilità che le fazioni nelle quali il movimento era diviso abbandonassero la lotta armata, si unificassero sotto Al Fatah e partecipassero al processo di pace con Israele, voluto da Usa e Europa. Le premesse della crisi stavano nell’eventualità di un acuirsi della divisione fra integralisti, contrari a soluzioni di pace, movimento palestinese moderato e governi islamici favorevoli. La crisi di questi giorni conferma che, fra le due prospettive, a prevalere è stata la seconda. Ancora una volta sono state le divisioni all’interno del movimento palestinese e, in parte, dello stesso mondo arabo a prevalere, riaccendendo il conflitto. Con il lancio di missili da parte di Hamas contro le popolazioni israeliane limitrofe, cui ha fatto seguito l’inevitabile reazione di Israele.

Il successo di Hamas nelle elezioni per l’amministrazione di Gaza, nel gennaio 2006; la rottura, nel giugno 2007, dell’accordo con Al Fatah, raggiunto solo poco più di tre mesi prima, nel febbraio dello stesso anno, ne erano state le avvisaglie. C’è un convitato di pietra che blocca ogni possibilità di pace. È l’Iran. Che sostiene il rivendicazionismo di Hamas; che, con la sua corsa all’armamento atomico, inquieta Israele, l’Occidente e pressoché l’intero mondo arabo, dall’Arabia Saudita—promotrice, nel marzo 2002, dell’iniziativa Arab Peace e fallita nel 2007 — all’Egitto, alla Giordania. Forse non è superfluo ricordare che l’articolo 7 della Carta di Hamas non propugna solo la distruzione di Israele, ma lo sterminio degli ebrei, così come sostiene il presidente iraniano Ahmadinejad; che all’articolo 13 si invoca la guerra santa; che il nazionalismo del movimento affonda le sue radici nell’interpretazione di Teheran della religione. La maggioranza del mondo arabo è per la pace. Lo testimoniano — al di là delle condanne di rito di Israele e delle manifestazioni di piazza—le reazioni alla crisi di Fatah. Abu Mazen, il presidente dell’Autorità palestinese, ha ricordato di aver implorato Hamas a non rompere il cessate il fuoco. L’Egitto fa trapelare che esiste un piano Iran-Hamas-Fratelli musulmani per creare disordini in Palestina e nel suo territorio. Tacciono la Giordania, l’Arabia Saudita, i palestinesi della West Bank. L’attacco israeliano—invece di ricompattarlo contro Israele, come vuole una tesi propagandistica anti israeliana — ha rinsaldato il mondo arabo contro Hamas e l’Iran. È un ulteriore segno che Ariel Sharon aveva visto bene.

(Fonte: Corriere della Sera, 29 dicembre 2008 )

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I paesi arabi moderati a Israele: «Uccidete i capi di Hamas»

I paesi arabi moderati a Israele: «Uccidete i capi di Hamas»

di Fiamma Nirenstein

A perdere la pazienza sono soprattutto ormai i paesi arabi moderati: una notizia bomba fa rumore fra le decine di missili Kassam e Grad che hanno terrorizzato e ferito gli israeliani di Sderot e dei kibbutz vicini a Gaza alla vigilia della fine della tahadiyeh, la tregua con Hamas, che si conclude oggi.

Israele è incerta sull’intervento, ha di fatto già lasciato che la copertura della tregua lasciasse che Hamas si munisse di armi di lunga gittata e di un sistema di difesa efficiente, e consolidasse un grande sistema di tunnel. Il ministro della difesa Ehud Barak insiste nel dire «decideremo stadio dopo stadio qual è la strada migliore», mentre i cittadini di Sderot invocano l’intervento dell’esercito che li salvi dalle bombe. Ma certi Paesi arabi non sono della stessa opinione del mondo politico israeliano: scrive sul quotidiano Ma’ariv il famoso commentatore Ben Caspit che certi messaggi di leader arabi chiedono a Israele di eliminare i capi di Hamas. Uno di questi messaggi dice: «Tagliategli la testa». I leader temono che Hamas ricominci una guerra terroristica capace di infiammare tutta l’area.

La leadership di Gaza che si chiederebbe di colpire ha nomi e cognomi, secondo Caspit. Fra gli armati, Ahmad Labari, capo dell’ala militare e Ibrahim Gandur, più volte ferito. Fra i politici, si parla addirittura di Ismail Haniya, il primo ministro, di Said Siam, ministro degli Interni e di Mahmud al Zahar, uno dei leader più duri. Per capire le ragioni dell’eventuale richiesta araba, bastano due fattori. Il primo è quello dell’appartenenza di Hamas ai Fratelli Musulmani, diramata in tutto il Medio Oriente, jihadista senza compromessi contro ogni atteggiamento moderato. Hamas, specie sull’Egitto con cui ha un rapporto molto teso dopo averne rifiutato la mediazione con Abu Mazen e aver disertato con molta sfacciataggine l’incontro del Cairo che avrebbe dovuto costruire l’unità, ha un effetto domino che minaccia i regimi correnti.

La seconda ragione riguarda l’Iran, che minaccia i regimi moderati «forse più di quanto minacci Israele», ci dice il vice capo di Stato maggiore Dan Harel. Hamas è ormai una pedina strategica del regime degli ajatollah: Teheran e Damasco sono stati i primi responsabili dell’abbandono del tavolo egiziano da parte di Hamas, in particolare lo è stato Khaled Masha’al, che ha base a Damasco. Questo asse preme perchè Hamas non rinnovi l’accordo di tregua, sia per incastrare Israele in una guerra che lo metta nell’angolo dell’opinione pubblica internazionale, sia per impedire che l’Egitto possa vantare una vittoria strategica moderata.

Ma anche i più aggressivi fra i personaggi di Hamas sanno che la linea dura potrebbe essere la loro fine. Israele per ora pare abbia risposto che non leverà le castagna dal fuoco a nessuno: i nostri primi obiettivi, pare pensi la leadership militare, sono i terroristi che sparano i missili sui nostri cittadini, e non i grandi capi.

Il Giornale

Thanks to Esperimento

Quella stretta di mano peccaminosa

Quella stretta di mano peccaminosa

La stretta di mano tra Muhammad Sayid Tantawi e Shimon Peres

La stretta di mano tra Muhammad Sayid Tantawi e Shimon Peres

La massima autorità dell’Islam sunnita, il Grande Imam della Moschea di Al-Azhar, nonché Grande Sceicco della correlata Università di Al-Azhar (Cairo), Muhammad Sayid Tantawi, non sa chi è Shimon Peres. O quantomeno, questa è la spiegazione che ha addotto per giustificare la stretta di mano con il presidente Israeliano durante una cena nel corso dell’incontro interreligioso svoltosi a New York lo scorso 14 novembre, sotto l’egida dell’ONU.

La foto della stretta di mano ha provocato lo sdegno di numerosi politici egiziani, per la maggior parte gli indipendenti affiliati ai Fratelli Musulmani, tanto che c’è stato chi, come il parlamentare Moustafa Bakri, ha chiesto le dimissioni di Tantawi dalle sue autorevoli cariche, sostenendo che l’incontro con Peres sia stato “un affronto a tutti i Musulmani in qualsiasi luogo”.

Frattanto, nell’evenienza che qualcuno avesse potuto pensare diversamente, un portavoce del Ministero degli Esteri Iraniano non ha mancato di riaggiornarci sulla posizione del suo paese, per cui “l’Iran esprime il suo dissenso in merito alla normalizzazione dei rapporti con Israele sotto ogni profilo”.

(E pensare che “lo scopo dell’incontro interreligioso è quello di promuovere una comprensione reciproca”, aveva detto il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-Moon, aggiungendo: “Spero che si crei un’atmosfera favorevole che possa portare ad affrontare le differenze nelle questioni politiche”. Ma questo non ci turba particolarmente, perché non abbiamo mai riposto troppa fiducia in questo genere di incontri).

Per difendersi dagli attacchi, Tantawi ha dichiarato al giornale egiziano Al Masri Al Youm: “Ho stretto la mano di chi me la porgeva. Tra questi c’era anche Shimon Peres, che non ho riconosciuto, così gli ho stretto la mano come ho fatto con gli altri, per caso, senza nemmeno sapere chi era. Ma anche se avessi saputo chi era, una stretta di mano è un’eresia?“. Inoltre Tantawi ha definito quanti hanno pubblicato la foto incriminata “uno branco di lunatici”.

Non so cos’è peggio: essere un leader mondiale di tale stazza, un’autorità spirituale e giuridica rappresentativa del 90% della popolazione egiziana (per limitarci al paese che firmò, nel 1979, gli accordi di pace con Israele) e non sapere chi è quel vecchietto onnipresente di Shimon Peres, o quantomeno l’attuale presidente di quello Stato che quotidianamente occupa ampi spazi sui giornali egiziani; oppure mentire spudoratamente per non fare saltare i gangheri a quanti, a 30 anni dalla firma degli accordi, ancora mettono in discussione la pace con Israele.

Haaretz

Thanks to Esperimento

Francia: Bandiera di Hamas sulla moschea di Mulhouse

Francia: Bandiera di Hamas sulla moschea di Mulhouse

bandiera di Hamas sul tetto della moschea

Mulhouse: bandiera di Hamas sul tetto della moschea

I cugini francesi dell’UCOII, l’UOIF- Union des organisations Islamiques de France – filiale dei Fratelli Musulmani che comprende ben 250 associazioni in Francia, continua ad aprire scuole e moschee in tutta tranquillità. Anche se nella loro referenza giuridica affermano che omosessuali e apostati devono essere uccisi e che sul loro sito, sono pubblicate traduzioni di versetti coranici che intimano di “combattere i miscredenti” di cui tutti noi facciamo parte, cioè cristiani ed ebrei, sembra che questo non crei molto disturbo.

Il cantiere di una nuova moschea in costruzione a Mulhouse, in Alsace, è stato ripreso dal canale televisivo France 3, il 25 agosto scorso. I reporter, con grande stupore, si sono accorti che sui locali ancora provvisori della futura moschea, c’era una bandiera e che questa bandiera era quella di Hamas. Mulhouse non si trova sulla Striscia di Gaza, si trova in Francia, in Europa! Ora è importante ricordare che Hamas è stato classificato nella lista delle organizzazioni terroristiche, perché colpevole del massacro di migliaia di civili israeliani, dell’Unione Europea oltre che in quella americana e di questo dobbiamo ringraziare il ministro Frattini quando dirigeva il direttorato di Justice, Liberté et Securité dell’Unione Europea.

La moschea che sarà edificata su una superficie di 4,5 ettari, con una salla di preghiere con una capacità di 2000 fedeli, avrà anche la propria medina : una galleria commerciale, un supermercatino, 10 classi per l’insegnamento della sharia, una biblioteca, una sala informatica, una sala sportiva, una sala polivalente di 600 m2, una sala da tè e delle sale di ricevimento e sarà corredato da un minaretto, il tutto per il modesto costo di 3,6 milioni di euro. Da quanto dichiarato dall’UOIF, il finanziamento è avvenuto grazie ai contributi versati dai musulmani della comunità.

Anche se la comunità islamica di Mulhouse ammonta a ben 40.000 persone, la maggior parte di essi non hanno proprio situazioni prosperose ed è molto più probabile che i finanziamenti arrivino da ben altra parte.

Il sito www.mosquethon.org che è stato aperto appositamente per raccogliere denaro è patrocinato da personaggi ben accolti dall’UOIF come lo Sceicco Cheikh Abdellah Basfar e il celebre Youssef Karadawi, giustificatore del terrorismo contro gli ebrei e gli infedeli.

Ci sono dei simboli molto più significativi di ogni dichiarazione!

Molto probabilmente, il sindaco di Mulhouse sarà senz’altro molto preso dai suoi impegni però questi non gli hanno impedito di organizzare una votazione per la vendita del terreno alla AMAL che è l’associazione che ufficialmente si occupa della costruzione della moschea.

Quando si pensa poi che il sindaco è J.M. Bockel che è anche Segretario di Stato alla Difesa ed agli Ex Combattenti, c’è da rimanere ai quanto stupiti.

Stiamo parlando di Hamas, movimento che pratica il terrorismo e che incita al Jihad minacciando i nostri paesi, puntando il dito addirittura su Roma.

I deputati di Hamas hanno annunciato chiaramente che le loro pretese su Gerusalemme erano soltanto il primo passo nel loro piano di dominio del mondo intero e che Roma doveva essere conquistata. La natura totalitaria del movimento non lascia spazio a equivoci: la nozione del termine pace è completamente bandita dal loro linguaggio.

Lo statuto di Hamas costituito il 18 agosto 1988, oltre che a richiamare immediatamente la distruzione dello stato di Israele riporta all’articolo 13 : “ Le iniziative e ciò che vengano chiamate soluzioni pacifiche e conferenze internazionali sono contrarie ai principi del Movimento di Resistenza islamica. Non ci sono soluzioni per la questione palestinese che tramite il Jihad!

L’appartenenza al movimento dei Fratelli Musulmani appare nel secondo articolo dello statuto: “ Il Movimento Islamico della Resistenza è una delle filiali dei Fratelli Musulmani in Palestina. L’organizzazione dei Fratelli Musulmani è una organizzazione universale che costituisce il movimento islamico il più importante dei tempi moderni”

Per vedere le minacce a Roma, cliccare qui

Per vedere la bandiera di Hamas sulla moschea di Mulhouse, cliccare qui

Nicole Touati – Logan’s Centro Studi sul Terrorismo

Liberali per Israele

Siria – Autobomba a Damasco, cronologia dei principali attentati

Siria – Autobomba a Damasco, cronologia dei principali attentati

Quello di oggi è il più sanguinoso dagli anni Ottanta

DAMASCO, 27 set. (Apcom) – L’attentato in cui diciassette persone sono state uccise e quattordici sono rimaste ferite questa mattina a Damasco, nell’esplosione di un’autobomba, è il più sanguinoso in Siria dagli anni Ottanta. Di seguito i principali attentati commessi nel Paese:

– 29 novembre 1981: un’autobomba esplode nel quartiere di Ezbekieh a Damasco e provoca 175 morti, uno dei più grandi attentati che abbia conosciuto la Siria. E’ rivendicato dai “Fratelli musulmani”;

– 16 aprile 1986: numerosi attentati commessi a intervalli di alcune ore nella regione di Tartous (nord) e in molte altre città provocano 144 morti e 149 feriti.

– 9 settembre 1996: un palestinese è ucciso in occasione della Fiera internazionale di Damasco, nell’esplosione della sua stessa granata; una ventina di passanti restano feriti.

– 31 dicembre 1996: un attentato con esplosivi contro un autobus in un quartiere popolare di Damasco provoca tredici morti e quaranta feriti.

– 27 aprile 2004: un attentato con esplosivi a Mazzé, un quartiere di Damasco che ospita ambasciate occidentali e residenze ufficiali, è seguito da scontri tra poliziotti e ribelli, provocando secondo le autorità cinque morti (tre terroristi, un poliziotto e una passante). L’attacco è rivendicato da “Il gruppo del martire Adib al-Kilani”.

– 26 settembre 2004: un attentato con un’autobomba costa la vita a un dirigente del movimento integralista palestinese Hamas e ferisce tre passanti a Zahira, un quartiere a sud di Damasco. La Siria e il movimento palestinese attribuiscono l’attentato a Israele;

– 12 settembre 2006: quattro uomini armati tentano di fare esplodere un’autobomba davanti all’ambasciata degli Stati Uniti a Damasco. Gli assalitori, un agente delle forze antiterrorismo siriane e un passante guida sono uccisi;

– 12 febbraio 2008: un uomo determinate per le operazioni militari di Hezbollah, Imad Mughniyeh, ricercato dall’Interpol e dagli Stati Uniti per una serie di attentati e sequestri, è assassinato a Damasco. Israele nega ogni coinvolgimento nell’omicidio;

– 1 agosto 2008: viene ucciso il generale Mohamed Sleimane, responsabile della sicurezza del centro studi e ricerche scientifiche siriano. Mass media arabi hanno riportato qu’ agiva da agente di collegamento con Hezbollah, altri lo hanno descritto come il “braccio destro” del presidente Assad.

(Virgilio Notizie, 27 settembre 2008 )

Caso all’Unesco: candidato alla presidenza afferma: «Brucerò di persona i libri israeliani»

Per fortuna questa dichiarazione da noi segnalata qui non è passata inosservata…….
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Il caso.Stato ebraico e Centro Wiesenthal sul piede di guerra per le minacce dell’esponente arabo

«Brucerò di persona i libri israeliani»

A rischio la poltrona di capo dell’ Unesco per il ministro della Cultura egiziano

Le parole di Hosni «ricordano il linguaggio e le azioni di un altro “ministro della Cultura”, il nazista Josef Goebbels»

Un personaggio a dir poco controverso, Faruq Hosni. E non certo nuovo a gaffe, polemiche, critiche. Ma questa volta il longevo e potente ministro della Cultura del Cairo (in carica da 21 anni, quasi quanto il raìs-faraone Hosni Mubarak) ha davvero esagerato. «Libri israeliani nelle biblioteche egiziane? — ha dichiarato il 10 maggio — Se li trovassi li brucerei io stesso». Frasi pronunciate in Parlamento, luogo che più pubblico non poteva essere. Frasi, ovviamente, non passate inosservate. E pensare che il ministro-pittore — nato nel 1938, un passato da (mediocre) artista ad Alessandria, poi da diplomatico a Parigi, infine a Roma — è (era?) in corsa per la prestigiosa poltrona di direttore generale dell’Unesco. A fine 2009, quando Koichiro Matsuura lascerà i vertici dell’agenzia Onu per la cultura e le scienze, molti Paesi arabi e non (si è parlato anche di Italia, Francia e Spagna) sarebbero (stati?) favorevoli a sostenerne la candidatura.

Quella frase del ministro — ex protégé di Atef Sedki (premier dal 1986 al 1996, morto tre anni fa), oggi molto vicino (si dice) alla First Lady Suzanne Mubarak, protagonista di frequenti battaglie con i Fratelli Musulmani, con i riformisti, perfino con membri del partito di governo, con quasi tutti in sostanza — ha però suscitato una vera bufera. L’ambasciatore israeliano al Cairo, Shalom Cohen, ha presentato protesta ufficiale al ministero degli Esteri egiziano. «Pronunciarsi contro la normalizzazione culturale è un conto», ha detto Cohen, riferendosi alle quasi nulle relazioni in ambito artistico, cinematografico e letterario tra i due Paesi, a frontedi una certa cooperazione economica, politica e di intelligence da Camp David in poi. «Emanare un tale odio è inaccettabile, porta alla memoria le pagine più buie della recente Storia», ha continuato l’ambasciatore, aggiungendo di «non aver una posizione particolare sulla candidatura di osni all’Unesco».

Molto più esplicita e dura la protesta del Centro Simon Wiesenthal. Che una settimana fa -ha scritto a Matsuura in persona — per mano del capo delle relazioni internazionali, Shimon Samuels — sostenendo che le parole di osni «ricordano il linguaggio e le azioni di un altro “ministro della Cultura”, il nazista Josef Gòbbels». E chiedendo la bocciatura di Hosni dalla gara per la guida dell’agenzia Onu.

Lui, il «piromane letterario» (definizione di Samuels), non ha negato. Ma ha detto che quelle parole andavano «contestualizzate». Stava rispondendo agli attacchi di un parlamentare integralista— ha detto — e sostenere che «avrebbe bruciato ogni libro israeliano si fosse trovato nelle biblioteche egiziane» era «un’iperbole». Un modo di dire che sicuramente tali libri non esistono. «Un ministro della Cultura non può chiedere di mettere al rogo nessun libro, nemmeno se israeliano», ha continuato, pur ribadendo che una «normalizzazione culturale» tra i due Paesi sarà possibile solo quando ci sarà una «pace giusta e globale» in Medio Oriente. Tesi appoggiata per altro dalla stragrande maggior parte degli intellettuali egiziani, compresi i (moltissimi) che non amano certo il loro ministro.

«Perché quella di Hosni non è politica, è solo terrorismo verbale», dice al Corriere Gamal Ghitani, il più importante scrittore egiziano, considerato l’erede di Naguib Mahfouz, direttore della rivista letteraria Akhbar al Adab su cui ha appena pubblicato un appello contro «il rogo di testi nemici». E ancora: «Per me tutti libri del mondo sono sacri, voglio poterli leggere e infatti li leggo. E se devo rispondere lo faccio con un altro libro. Quell’uomo non è certo un intellettuale, lo conosciamo bene per le sue censure di tanti scrittori egiziani, per i suoi tentativi di compiacere islamici e liberali. Che se lo prenda l’Unesco, per l’Egitto sarebbe un bene».

Un noto artista egiziano, che chiede di non essere citato, ricorda alcuni di questi «tentativi» di piacere a tutti. Come la proibizione del film «Codice da Vinci» («per ingraziarsi i cristiani»), la condanna del velo islamico («per farsi vedere liberai»), i riavvicinamenti alternati ai Fratelli Musulmani con frasi (tipo quella sui libri) che poi gli si sono ritorte contro. «E non dimentichiamo che quasi tutti i suoi uomini sono stati processati per corruzione, due sono ancora in carcere, e che il commercio illegale di antichità non è mai stato così fiorente come nell’era Hosni». Un personaggio che inoltre e comunque, conclude l’artista, «non ha certo la statura e le competenze per guidare l’Unesco».

Cecilia Zecchinelli

(Fonte: Corriere della Sera, 26 Maggio 2008 )

Il cattivo maestro che giustifica le bombe

Il cattivo maestro che giustifica le bombe

SOTTO OSSERVAZIONE

Gli Stati Uniti gli hanno più volte negato il visto

PROVOCATORE

«Gli attentati sono spiegabili contestualmente»

di Francesco De Remigis

Migliaia di musulmani europei vedono in lui una sorta di guida. Un leader che attrae folle di giovani immigrati, parla loro senza superiorità e li coinvolge nella vita pubblica: Un organizzatore intellettuale degli islamici d’Europa, si potrebbe definire, che il settimanale americano Time nel 2003 ha inserito tra i cento pensatori che più hanno modellato il mondo contemporaneo. Il suo tentativo di integrare l’Islam con l’Occidente procede su un sentiero controverso ormai da anni. Tanto che Paesi come la Francia nel 1996 e gli Stati Uniti più volte gli hanno negato il visto d’ingresso. Alcuni rapporti dei Servizi americani ritengono che abbia avuto contatti con il terrorismo internazionale. Ma Tariq Ramadan spiega che, a parte una parentela con il fondatore dei Fratelli Musulmani, Hassan al Banna, di cui è nipote ma a suo dire non epigono, si dedica all’insegnamento e alla predicazione.

Dopo aver studiato da imam in Egitto, è infatti tornato in Svizzera, dove è nato nel 1962 e oggi è professore di Studi islamici all’Università di Ginevra. E anche docente al Saint Antony college di Oxford e spesso viene invitato nelle università e nella commissione di studio istituita da Tony Blair dopo gli attentati di Londra del 2005. I suoi critici gli riconoscono di aver provato a rispondere alla domanda «possiamo vivere con l’Islam?» ma senza mai uscire dall’ambiguità delle parole e dalla dissimulazione della realtà di cui i giudizi sulla crisi israelo-palestinese rappresentano una prova. «Nel voler imporre l’ingiustizia si producono delle bombe umane a esplosione ritardata, il cui sàcrificio trova giustificazione nei decenni disofferenza e nella colpevole passività Internazionale», scrive nel 2005 in un libro tradotto in Italia dalla casa editrice Al Hikma, fondata dall’ex segretario dell’UCOII Hamza Piccardo.

Il suo discorso si è sviluppato attrawerso un’intensa attività pubblicistica. Ma ancora oggi ci si chiede come possa conciliare la volontà di dialogo con l’indice che rivolge ai suoi interlocutori non musulmani, che puntualmente gli ricordano che l’Europa ha una concezione dei Diritti dell’uomo diversa da quella dei Paesi musulmani.

Lui cita le sue prese di posizione. Dalla moratoria sulla lapidazione, proposta da Ramadan pur senza una condanna esplicita della pratica fino agli attentati contro Israele e l’omicidio di bambini. Ramadan considera gli attentati «in sé condannabili», ma al tempo stesso è convinto che siano «contestualmente spiegabili». Un pensiero soflstico che palesa la sua ambiguità, secondo il quale «per i musulmani è legittimo resistere al fascismo che uccide innocenti» (così disse a Panorama nel 2005). Ramadan si potrebbe dunque definire «un autentico teocrate comimitarista, gramscista islamico, fratello maggiore dei poveri beurs», come scrisse il quotidiano della sinistra francese Libération nel 2003, oppure «un adepto del doppio discorso», come ha fatto Nicolas Sarkozy in diretta teevisiva.

D’altronde come si può definire un personaggio che all’Occidente dice che «l’assassinio e il sequestro di civili sono mezzi illegittimi di un resistenza legittima»? O che ritiene che la Turchia «sia una dimensione naturale dell’Europa», mentre ha un approccio diverso se si parla di Israele? «Il giorno in cui la Giordania, il Marocco, l’Algeria, la Tunisia entreranno, allora ne riparleremo», disse a Limes nel 2004. Dunque, Ramadan ha sempre confermato di voler sì aprire un varco culturale, civile e spirituale in seno all’Europa, ma per una curiosa forma di dialogo «maanchista».

(Fonte: Il Giornale, 6 Maggio 2008 )