Israele e il fronte della menzogna

Israele e il fronte della menzogna

Israele è sotto assedio intellettuale e morale, in Europa, nei giorni del suo sessantesimo compleanno. Minoranze faziose e rumorose contestano brutalmente il suo diritto alla festa, alla presenza come stato ospite, dunque come paese e come popolo, come identità nazionale, in manifestazioni culturali come le fiere del libro di Torino e di Parigi. C’è diritto al dissenso, sebbene il «boicottaggio» e il rogo delle bandiere siano livelli di rottura delle convenzioni polemiche, e di odio, duri da sopportare. Ma la questione vera è: che cosa significa questo dissenso?

Siamo sempre allo stesso punto, sebbene proprio questo punto sia futilmente, ipocritamente negato: è in discussione il diritto all’esistenza di uno stato ebraico in Medio Oriente. Alcuni tra gli odiatori di Israele negano che questa sia la posta in gioco e si rifugiano nella distinzione fra la critica della politica dei governi, legittima, e l’inimicizia verso lo stato. Altri, più duri ma più chiari e sinceri, stanno sulla scia di Tariq Ramadan, il controverso predicatore e agitatore islamista euro-occidentale che vuole uno stato senza radici ebraiche al posto di Israele, cioè la scomparsa del sionismo, del focolare nazionale degli ebrei.

Teoricamente Israele potrebbe voltarsi dall’altra parte e occuparsi della vera minaccia alla sua sicurezza, che è la minaccia nucleare dell’Iran di Mahmoud Ahmadinejad. A 60 anni quel paese benedetto, quella democrazia unica in quelle forme in Medio Oriente, quello stato-guarnigione uscito dalle tragedie del Novecento e da sogni plurisecolari gode per certi aspetti di buona salute, ha fatto immensi progressi. Nell’analisi del Financial Times, gli israeliani «hanno molte ragioni per guardare con soddisfazione alla loro storia e con fiducia al loro futuro». Il loro è un paese ricco, robusto, con una rete di alleanze solida, a partire da quella con il paese più potente del mondo, gli Stati Uniti; e hanno un esercito non invulnerabile ma che torreggia sui vicini, come d’altra parte primeggiano le loro tecnologie, il loro grado di felice integrazione di etnie, lingue ed esperienze diverse, la forza delle istituzioni e della cultura laica e religiosa. Ma Israele non si volta dall’altra parte, e ha ragione di non farlo, davanti alle provocazioni ideologiche delle élite e dei gruppi militanti antisionisti in Europa.

Quando Gianni Vattimo, un filosofo che ama scherzare con le proprie idee nichiliste, rivaluta i Protocolli degli anziani savi di Sion, cioè il clamoroso falso antisemita che l’Europa ha esportato in terra islamica e ora reimporta dopo nuovi nutrimenti e consolidamenti in lingua araba, il veleno della delegittimazione e dell’odio ricomincia a circolare e il disagio prenucleare di Israele, quello che conta come pericolo imminente e chiaro, si ripropone in tutta la sua portata. Gli ayatollah e Ahmadinejad hanno giocato la carta del negazionismo e dell’antigiudaismo in modo chiaro, hanno costruito ponti con la comunità intellettuale europea invitando i suoi studiosi antisemiti a convegni storici parodistici ma insidiosi, l’assedio di Israele stringe insieme un fronte molto più robusto e ampio di quanto non sembri, da Teheran a Torino, a Oxford, alla Rive gauche: il fronte della menzogna.

Israele può essere minacciato esistenzialmente perché non esiste nelle carte geografiche su cui studiano generazioni di arabi e di iraniani, e può essere messo in stato d’assedio perché la sua storia viene negata in Europa. Negata come vicenda umana fatta di emigrazione, di guerre contro il rifiuto arabo, di lotta per l’indipendenza sotto il mandato britannico. Negata come fatto e come diritto sancito dalle Nazioni Unite

Giuliano Ferrara

(Fonte: Panorama, 14 Maggio 2008 )

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Agli orfani di Arafat

Cari orfani di Arafat prima di carbonizzare pensate (al Tibet)

di Francesco Bonami

I carbonari della bandiera, ovvero quelli che raggiungono l’orgasmo politico nel carbonizzare una bandiera, con massimo godimento se la bandiera è a stelle e strisce o con la stella di David, fanno parte di quel relativismo moralista che ha finito per rendere inefficace il linguaggio della sinistra italiana appiattitosi su posizioni tanto superficiali quanto ambigue. Oggi la cravatta del presidente palestinese Mahmoud Abbas non riesce a prendere il posto della famosa kefiah bianca e nera di Arafat nel look dei carbonari dei centri sociali. Mentre la barba di Khaled Meshad leader di Hamas è troppo curata per poter stimolare le nostre fantasie erotiche di machi selvaggi ma profumati. In questo vuoto d’icone e di accessori è più semplice allora dar fuoco alle bandiere come segno di solidarietà e al tempo stesso come dimostrazione di ignoranza verso una tragedia, quella palestinese prima e quella israeliana dopo, troppo complicate per essere analizzate con obbiettività e attenzione. Bruciare la bandiera israeliana perché la fiera del libro di Torino è dedicata a Israele significa dimenticare o peggio ignorare il fatto che sono proprio tre scrittori, Amos Oz, A.B.Yehoshua e David Grossman, a rappresentare la critica più dura alla politica del governo israeliano nei territori occupati, a Gaza e durante l’ultima invasione del Libano.

La Fiera del libro di Torino, onorando la letteratura israeliana, sottolinea la forza delle parole, non delle armi, nelle questioni politiche di questo tormentato paese. Se la realtà fosse bianca e nera, come la kefiah, tutto sarebbe più facile. Ma le sfumature medioorientali sono infinite e consentono a due tragedie, quella israeliana e quella palestinese, di convivere senza che una riesca a risolvere l’altra. Se proprio non resistiamo a bruciare qualche bandiera insieme a quelle d’Israele e degli Usa buttiamo nel falò anche quella iraniana, quella siriana, quella giordana e pure quella palestinese, perché tutti questi soggetti hanno una responsabilità in una crisi che pare irrisolvibile. Gianni Vattimo ci spieghi poi perché trova più simpatici i palestinesi rispetto ai tibetani e più simpatici i cinesi rispetto agli israeliani. In fondo poco più di 60 anni fa il 33% del popolo cinese non fu ammazzato mentre quello ebraico sì.

Le televisioni, se esistono, tibetane non mandano in onda documentari che negano la lunga marcia di Mao, mentre il canale di Hamas Al-Aqsa Tv il 18 aprile scorso ha trasmesso un documentario dove si affermava che fu Ben Gurion, uno dei padri dello stato israeliano, ad aver organizzato l’olocausto per eliminare i disabili ebrei che sarebbero stato un peso per la nuova nazione. Inoltre secondo lo stesso canale televisivo l’idea di dare la colpa ai nazisti dello sterminio fu sempre una trovata pubblicitaria di Ben Gurion che cercava di stimolare compassione e simpatia nei confronti degli ebrei. Immaginate una televisione tedesca che dichiara che il massacro delle Fosse Ardeatine fu una trovata dei partigiani per screditare Hitler.

Prima di accendere il fiammifero e prima di versare benzina sulle bandiere gli orfani diArafat diano un occhiata alla copertina del numero di questo mese della rivista americana «TheAtlantic». I colori sono quelli della bandiera palestinese. Il titolo. Is Israel finished?, (Israele è finito?) l’articolo di Jeffrey Goldberg, ebreo. Prima di incendiare; ascoltare, poi se uno ha voglia leggere. La realtà è a colori, purtroppo come il sangue, non in bianco e nero come la kefiah, facile da indossare non sempre così semplice da giustificare.

(Fonte: Il Riformista, 7 Maggio 2008 )

Thanks to Esperimento

Vattimismo anti-israeliano. Più che debole è pensiero unico

Vattimismo anti-israeliano. Più che debole è pensiero unico

Vattimismo, ovvero la malattia senile del pensiero unico, quello comunista, sconfitto dalla storia. Un vittimismo orgoglioso che pare volontà d’impotenza. A torto, forse per merito dei suoi scritti filosofici, si è pensato che il pensiero di Gianni Vattimo fosse un pensiero debole. Invece, è un pensiero semplicemente de-abilitato dalla storia, ma unico e univoco tanto quanto quello che vorrebbe contrastare.

Vattimo, omosessuale mai banale nelle considerazioni sui diritti di genere, è prevedibilissimo, e difficilmente sostenibile, nelle scelte di genere politico-culturale. Come seguire, da mandarino caraibico, uomini forti e poco democratici come Hugo Chavez. Come filosofo, ultimamente, ha difeso Umberto Galimberti e il diritto a copia-incollare testi di altri, senza citare le fonti. Come militante politico, prima dell’infausto boicottaggio contro Torino, sulla linea Ramadan – che ha ingiustamente attribuito al presidente Napolitano un’equiparazione tra antisionismo e antisemitismo – si è dimostrato cinico e indifferente alla repressione cinese in Tibet, convinto addirittura che ci sia un complotto contro Cina. Durante la manifestazione di Free Palestina, ha detto di essere pronto a rivalutare i Protocolli dei Savi di Sion. Non ha mai creduto alla loro «menzogna», premette, ma «visto il servilismo dei media» verso Israele inizia a «ricredersi».

Ora, sui Protocolli dei Savi di Sion, un falso che ha fomentato l’antisemitismo di mezzo mondo, non ci sono mai stati dubbi. Usciti nel 1903. già nel 1921 venivano sbugiardati, come falsi, dal «Times». Anche Hitler sapeva che non erano veri, ma, diceva, quello che fanno e sono gli ebrei dimostra che la sostanza dei Protocolli è vera. Giovanni Preziosi, che ha importato il razzismo in Italia con la rivista «La vita italiana» su cui scriveva Evola, negli anni ‘20 e ‘30 dice che è inutile interrogarsi sull’«autenticità» del documento, quello che conta è la «veridicità». Ecco perché la Fiera del libro di Torino lancia il tema la bellezza ci salverà. Ma la verità, in nome della veridicità, è stata uccisa. Il prossimo passo? Per il Savio Gianni di Sion negare l’Olocausto sarà sicuramente una menzogna. Ma non è che poi la rivaluta di fronte al servilismo dei media?

Luca Mastrantonio

(Fonte: Il Riformista, 8 Maggio 2008 )

Rassegna Stampa di Giovedì 8 Maggio 2008

Rassegna Stampa di Giovedì 8 Maggio 2008

Impossibile citare tutti gli articoli apparsi oggi sull’apertura della Fiera del Libro di Torino, in mezzo a boicottaggi, indignazione, elogi e critiche.

Da non perdere Il Riformista, che coraggiosamente esce avvolto nella bandiera di Israele, e dedica pagina 2, con testi di Anna Momigliano, alla fondazione dello Stato di Israele, e pagina 4 e 5 alla manifestazione torinese, con un editoriale di pesante critica di Luca Mastrantonio a commento delle esternazioni di Vattimo ieri, che ha elogiato i Protocolli di Sion. “Un pensiero debole ma pesante come il piombo” lo definisce Giorgio Ferrari sull’Avvenire, rimarcando come Israele alla Fiera del Libro non si autocelebra, ma, “nel solco della miglior tradizione ebraica srotola le proprie contraddizioni e la propria straordinaria cultura, che non è mai a senso unico”.

Interessante sul Corriere della Sera le lettera di Walter Veltroni. Il presidente del Pd manifesta preoccupazione che il vero bersaglio è “esattamente lo Stato di Israele” e che le posizioni di chi boicotta la Fera nascono da un pregiudizio “e possono avere conseguenze pericolose” perché viene chiamato in causa l’intero popolo ebraico. Veltroni sottolinea che nell’identità del Pd non c’è posto per alcuna forma di ostilità e pregiudizio verso Israele e riprende l’editoriale di Pierluigi Battista apparso ieri sul Corriere, e citato da molti altri giornali, sul diritto alla normalità di Israele, al quale viene invece sempre riservato un “trattamento speciale”.

La manipolazione che spesso viene fatta dai titoli dei giornali, a caccia di sensazionalismo, è evidente oggi su Repubblica, che parla di “scolaresche in fuga” dalla Fiera del Libro e “ondate di disdette da scolaresche” nel titolo e nell’occhiello del bell’articolo di Concita de Gregorio.

La quale invece precisa che si tratta solo di “poche decine” sui 27.000 mila ragazzi che risono prenotati tramite le scuole, e che quest’anno il numero è ben superiore al passato, 2.000 in più dello scorso anno!

La De Gregorio denuncia come si parli di politica e non degli editori e scrittori presenti, delle bandiere bruciate e non della ricchezza del programma e dell’interesse degli incontri, e sottolinea come gli scrittori palestinesi e arabi, che spesso stimano e sono in contatto con gli israeliani, non siano potuti intervenire, perché “non hanno scelta libera”. Intervista Ernesto Ferrero, il direttore della Fira, che denuncia i “professionisti del conflitto perpetuo” e Angelo Pezzana, tra i promotori dell’invito a Israele, che accusa di “fascismo” “una certa sinistra che avendo problemi di visibilità e dubitando della sua stessa esistenza” cerca di sfruttare l’occasione della Fera del Libro per rendersi visibile:

Parole implicitamente confermate sul Corriere della Sera da Marco Imarisio, inviato tra gli squatter torinesi, che gli confessano come di Israele importi loro ben poco, ma sia un pretesto per contestare il sistema…

Emozionante e da non perdere l’articolo di Stefano Zecchi sul Giornale che parla di Israele come il Paese fondato sulla Bellezza e spiega come la nascita dello Stato sia stata preceduta dal quella dell’Accademia delle Belle Arti, perché per i padri fondatori l’identità culturale era la base su cui edificare la struttura istituzionale. Zecchi sostiene inoltre che gli ebrei sono “l’ultimo vero popolo rimasto sulla terra”.

E sul Sole 24 ore Stefano Salvi parla di “crescita senza precedenti” della Fiera del Libro, nonostante le contestazioni. Sono infatti attesi 300.000 visitatori, gli editori presenti sono 1.500 (75 in più dell’anno scorso, un aumento senza precedenti,e molti sono dovuti rimanere esclusi), 800 gli incontri e i dibattiti.

La Stampa sottolinea la presenza in forze della Santa Sede, che ha un proprio stand, e della CEI: Giacomo Galeazzi parla di una svolta politica “interventista” nella cultura, voluta da Ratzinger.

Scorrendo i giornali oggi, e nei giorni scorsi, si ha l’impressione che le polemiche stiano contribuendo, al contrario di quanto era nella mente dei contestatori, al successo mediatico della manifestazione. Mai si era tanto parlato, in Italia e all’estero, della Fiera del Libro, che, come tutte le manifestazioni culturali, era stata prima d’ora relegata nelle pagine della cultura, poche lette dagli italiani, i quali, come sottolinea oggi il Sole 24 ore, leggono pochissimo e acquistano ancor meno libri. La Fiera quest’anno invece ha raggiunto le prime pagine di tutti i quotidiani, viene inaugurata dal Presidente della Repubblica, nonostante il momento politico di formazione e insediamento del nuovo governo, e ha portato politici, intellettuali, opinion leaders a esprimersi in merito e a difendere pubblicamente Israele e il suo diritto a esistere, mettendo finalmente in luce la matrice antisemita nell’atteggiamento antisionista di molti esponenti della sinistra radicale, matrice già denunciata da molti esponenti dell’intelighenzia ebraica italiana ma sottaciuta dai mass media italiani.

Tant’è vero che le polemiche sulla Fiera del Libro hanno praticamente oscurato sulla stampa italiana due avvenimenti importanti. La riprese del dialogo di pace con la Siria, annunciata solo dall’Osservatore Romano: Mark Regev, portavoce del governo israeliano, ha annunciato ieri la ripresa deli colloqui, che da otto anni erano stati interrotti. E la grave situazione in cui si trova Olmert, a rischio di impeachment per i misteriosi finanziamenti di un “amico americano”, come ricorda il Giornale.

Le Figaro dedica molti articoli alla celebrazione del 60° anniversario di Israele, e l’editorialista Patrick St. Paul si esprime criticamente per le dimostrazioni di forza militare programmate e ribadisce la difficoltà della situazione politica con la credibilità di Olmert ai minimi storici.

E infine, una notizia mondano-culturale, che troviamo sulle pagine romane del Tempo: questa sera all’Opera di Roma sarà presentata per la prima volta in Italia, alla presenza di Napoletano e Alemanno, l’opera lirica “Viaggio alla fine del millennio” tratta dall’omonimo romanzo di Yehoshua, che è anche l’autore del libretto, e messa in scena dalla Tel Aviv Opera. Serata a inviti.

Viviana Kasam

Ucei.it

E Vattimo «rivaluta» i Protocolli dei Savi Anziani di Sion

Provocazione choc

E Vattimo «rivaluta» i Protocolli dei Savi Anziani di Sion

vattimo_mao_comunista

TORINO (d.m.) Qui a Torino è nata un’altra categoria, «la sinistra soft», in cui il poeta israeliano Aaron Shabtai fa rientrare Amos Oz, Abraham Yehoshua e David Grossman. Questi grandi scrittori, secondo Shabtai «sono responsabili non soltanto di aver firmato una lettera di sostegno all’ultima guerra di Israele contro il Libano, ma di farsi garanti presso l’opinione pubblica europea e occidentale della politica di aggressione di Tel Aviv».

Sicuramente gli scrittori israeliani che verranno domani alla Fiera del libro, dove il loro Paese è ospite d’onore, risponderanno a queste parole, così come non rimarranno senza replica gli interventi dei due filosofi che hanno aperto la giornata conclusiva del convegno alla facoltà di Scienze politiche su «Le democrazie occidentali e la pulizia etnica della Palestina»: Domenico Losurdo e Gianni Vattimo, che anni fa duellarono su Nietzsche, oggi difendono assieme la causa della Palestina e dell’antisionismo.

«Giorgio Napolitano ed io — ha detto Losurdo — proveniamo dalla stessa famiglia politica (il Pci), anche se il presidente ha compiuto una evoluzione più radicale. La mia è una critica rispettosa, ma equiparare, come ha fatto Napolitano, l’antisionismo all’antisemitismo mi sembra proporre una verità di Stato. Così facendo si cade nell’errore che malauguratamente compivano i regimi del socialismo reale».

Chi ha il cuore forte si prepari adesso alle parole di Gianni Vattimo, che nonostante un piccolo malore ha voluto concludere ieri pomeriggio il seminario antagonista: «Oggi — ha detto Vattimo — è diventato scandaloso manifestare la propria solidarietà ai palestinesi. Persino Napolitano ha equiparato antisionismo e antisemitismo. Allora mi dico: non ho mai creduto alla menzogna dei Protocolli degli anziani di Sion. Ora comincio a ricredermi, visto il serviismo dei media». Parole testuali, forse pronunciate con un filo di ironia.

Infine Vattimo commenta l’uscita di Fini sul paragone tra il delitto di Verona e le bandiere israeliane bruciate il Primo Maggio a Torino: «La terza carica dello Stato ha detto che è più grave bruciare una bandiera che uccidere un ragazzo. Ma che Paese siamo diventati? Non è che si sta preparando un nuovo G8? Forse il fascismo era meglio». Fino a ieri l’estremista era considerato Tariq Ramadan.

(Fonte: Corriere della Sera, 7 Maggio 2008 )

Ramadan insiste: dal Colle gesto politico

La contromanifestazione Al convegno alla facoltà di Scienze politiche su «La pulizia etnica della Palestina» Vattimo assente per un malore

Ramadan insiste: dal Colle gesto politico

L’intellettuale islamico: venendo qui aiuta a soffocare le voci di opposizione

Ernesto Ferrero: Ramadan è un’anguilla. Lo puoi definire sia fondamentalista sia uomo del dialogo

TORINO — Tariq Ramadan arriva per ultimo, ma come i veri divi subito riesce a rubare la scena agli altri. Perché è abile nell’argomentazione e non ha paura della polemica. «Il vostro presidente, Giorgio Napolitano, ha commesso un duplice errore nello scegliere di inaugurare la Fiera internazionale del libro di Torino: innanzitutto con la sua presenza conferma che quella del Lingotto è una manifestazione politica; inoltre la presenza del capo dello Stato italiano a Torino avalla l’equiparazione tra critici di Israele e antisemiti. Un gesto che contribuisce a mettere tutti sullo stesso piano e a soffocare le voci dell’opposizione. Nel seminario cui sto per partecipare ci sono anche poeti e scrittori israeliani. Gente che la pensa in maniera diversa dai sostenitori del governo ufficiale».

Proviamo a contraddire il ciclone Ramadan: guardi, professore, che il presidente Napolitano ha deciso di venire a Torino quando ha saputo delle iniziative di boicottaggio, è un gesto di solidarietà verso Israele, Paese ospite della Fiera a sessant’anni dalla fondazione. «Lo vede che mi dà ragione? — obietta Ramadan —. Quello del vostro presidente è un gesto politico».

Ma perché, Ramadan, l’anno scorso ha tranquillamente partecipato e questa volta ha deciso di non accettare l’invito della Fiera di Torino? «Non sono stato invitato» risponde sicuro il professore ginevrino, autore di tanti libri sull’Islam, al centro di una controversia internazionale. Da un lato c’è chi lo giudica un paladino del dialogo, dall’altro chi lo ritiene ambiguo e nemico della democrazia. Obiettiamo a Ramadan: Ernesto Ferrero e Rolando Picchioni qualche mese fa lo hanno invitat9 anche con un appello pubblico. «E vero — si corregge a questo punto Ramadan —, mi hanno invitato ma volevano che cambiassi le mie posizioni. Cosa per me inaccettabile. ho ringraziato e ho declinato l’invito».

E quali sono le posizioni di Ramadan? «Sostenere le organizzazioni che boicottano Israele: a Parigi è stato deciso di fare una contromanifestazione all’interno del salone del libro. Qui a Torino è stata scelta la linea del boicottaggio esterno: io mi sono adeguato nell’uno e nell’altro caso». Tentiamo un’ultima domanda: Ramadan non ritiene sterile ha scelta di chi si chiude nel suo orto e rifiuta il dialogo, il confronto con chi la pensa diversamente? Non sarebbe stato meglio confrontarsi apertamente con gli scrittori israeliani che parteciperanno da giovedì alla Fiera internazionale del libro? «Gli organizzatori — risponde Ramadan — prima hanno invitato soltanto scrittori ebrei, quando monta- va la protesta hanno fatto marcia in- dietro e hanno invitatoqualche palestinese. Troppo tardi. E questa la dimostrazione che la Fiera del libro è una manifestazione culturale ma soprattutto politica. La cultura pura non esiste».

Sono già le cinque del pomeriggio. Il convegno su «Le democrazie occidentali e la pulizia etnica della Palestina», organizzato nell’aula delle lauree della facoltà di Scienze politiche, è in corso da due ore. Gianni Vattimo non ha potuto partecipare per un malore. Ha aperto il seminario Alfredo Tradardi. Poi lo storico Angelo D’Orsi ha elogiato la controversa opera del suo collega israeliano Ilan Pappe, La pulizia etnica della Palestina. D’Orsi ha paragonato Pappe, che si è trasferito dall’università di Haifa a quella di Exeter, in Gran Bretagna, al nostro Gaetano Salvemini, in fuga dal fascismo. D’Orsi ha precisato che, bontà sua, non considera Israele uno Stato fascista. Però due minuti dopo ha definito Ben Gurion «duce di Israele».

Sulle posizioni di Ramadan interviene seccamente Ernesto Ferrero, il direttore scientifico della Fiera del libro: «Ramadan è un uomo molto intelligente e astuto, ma è un’anguilla che si adatta alle circostanze. Lo puoi definire contemporaneamente un pericoloso fondamentalista e un uomo del dialogo. Ma certo non capisce che le posizioni aventiniane sono sterili oltre che perdenti».

Oggi il convegno per ricordare la Nakba (la catastrofe) palestinese, in contrapposizione alle celebrazioni per i sessant’anni dello Stato di Israele, continua.

Dino Messina

(Fonte: Corriere della Sera, 6 Maggio 2008 )

Fiamma Nirenstein: io, ebrea, per Vattimo ( e Lerner) sono “fascista”

Io, ebrea, per Vattimo (e Lerner) sono “fascista”

di Fiamma Nirenstein

L’incendio delle bandiere di Israele a Torino e l’oltraggiosa conferenza anti-israeliana che sarà ospitata da lunedì presso l’Università di quella città in cui sta per aprire la Fiera del Libro, sono fantasmi fra le macerie di una cultura che affonda. Sono eventi culturalmente e moralmente già seppelliti, ciò che vediamo oggi è solo il loro ectoplasma, non fanno parte di nessun dibattito degno di questo nome, sono come il comunismo e il fascismo: nessuno, se non i volontari del ridicolo, possono più indossarli.

Arafat negli anni Settanta andò in visita in Vietnam dove, consigliato da alti ufficiali vietnamiti, capì che per fare avanzare la sua causa doveva conquistare i cuori e le menti degli intellettuali della sinistra, e riuscì a farlo soprattutto sulla parola «occupazione»: la lotta contro l’«occupazione » era una lotta pacifista, senza l’«occupazione » la pace sarebbe stata garantita.

Tutti oggi sanno benissimo che le cose sono andate molto diversamente: se da una parte con l’Egitto e la Giordania il ritorno di territori occupati ha significato un trattato di pace, i palestinesi e gli Hezbollah in Libano hanno dimostrato con la pratica costante del terrorismo e del rifiuto religioso e ideologico dell’esistenza stessa di un Stato ebraico che la pretesa di Arafat faceva acqua esattamente come la sua culla ideologica, quella della Guerra Fredda, in cui aveva amorevolmente tirato su gli intellettuali e i giornalisti di tutto il mondo. Molti se lo sono dimenticato, ma le città palestinesi nel corso dell’opera dell’accordo di Oslo furono tutte sgomberate; a Camp David Arafat rifiutò ogni offerta e lanciò l’Intifada del terrore suicida; dopo lo sgombero di Gaza da parte del terribile orco Sharon, Hamas si accanì in crimini anche contro la propria popolazione: chi dopo tutto questo è fermo ancora al mito di Israele imperialista e forse anche, come dicono ormai in pochi pazzi, nazista, dimostra solo che la sua cervice è dura e ancorata alla nostalgia di schemi decrepiti.

Mercoledì durante il programma di Gad Lerner L’Infedele mi sono sentita dare della «fascista, più che fascista » da Gianni Vattimo per motivi che non cerco neppure di capire tanto sono allucinati. Il conduttore, Gad Lerner, non ha battuto ciglio, non ha reagito in alcun modo, non si è sentito neppure in dovere di invitare il suo ospite a moderare le ingiurie in assenza della diretta interessata.

Per questo motivo, non parteciperò con Lerner, alla Fiera di Torino, alla presentazione dell’importante libro del professor Della Pergola: non intendo sedermi con chi non reagisce a casa sua alla peggiore delle diffamazioni. Ma la posizione di Vattimo, per fortuna, oggi non è certo maggioritaria: quando il 25 Aprile ho marciato a Milano sotto le bandiere della Brigata Ebraica che combatté per liberare l’Italia dal nazifascismo, ho visto solo gente che ci applaudiva. La verità della storia di Israele dal 1948 a oggi è quella di un Paese assediato dal terrorismo che ha cercato la pace in ogni modo e ha la sola colpa di difendersi cercando di evitare di colpire la popolazione civile che il nemico usa come scudo umano.

La bandiera d’Israele esiste fin dalla metà dell’ 800, quando per la prima volta sventolò a Rishon le Tzion, un’eroica colonia dissodata dalle mani dei seguaci del fondatore della lingua ebraica moderna Eliezer Ben Yehuda; porta i colori bianco e azzurro del tallit della tradizione ebraica perseguitata in tutto il mondo, porta la Stella di David. Speriamo che il ministro Giuliano

(Il Giornale, 3 maggio 2008 )