Campidoglio, issata la bandiera d’Israele

La cerimonia Con Alemanno

Campidoglio, issata ieri la bandiera d’Israele

La bandiera israeliana che da ieri, per ventiquattr’ore, sventolerà in piazza del Campidoglio per celebrare i sessant’anni della fondazione dello Stato di Israele «ha un significato storico molto importante», anche perché si tratta della prima volta. Lo ha sottolineato li neo sindaco di Roma Gianni Alemanno che ha presenziato alla cerimonia di alzabandiera assieme all’ambasciatore israeliano in Italia, Gideon Meir. «Prima – ha detto Alemanno conversando con i cronisti subito dopo un incontro nel suo ufficio con il diplomatico israeliano – affacciandoci dal famoso balcone del sindaco assieme all’ambasciatore e alla sua consorte,abbiamo guardato l’Arco di Tito ed abbiamo fatto un parallelo storico tra l’Arco stesso, che rappresentò la distruzione dello Stato di Israele e i festeggiamenti di sessant’anni fa quando, una volta ricostituito lo Stato di Israele, fu permesso agli israeliani di passare sotto l’Arco». «Oggi – ha osservato li sindaco – il fatto che la bandiera di Israele sventoli sul Campidoglio rappresenta in qualche modo la chiusura di una grande tragedia» ed il coronamento «della grande epopea di Israele».

(Fonte: Corriere della Sera, 8 Maggio 2008 )

Gli italiani e la bandiera di Israele

UNA PROPOSTA PER IL 14 MAGGIO

Gli italiani e la bandiera di Israele

di MAGDI CRISTIANO ALLAM

In Italia esporre la bandiera israeliana è di fatto vietato perché considerata di per sé come «provocatoria», in quanto espressione di uno Stato percepito come illegale e criminale che può essere, per forza maggiore, tollerato ma mai e poi mai pienamente legittimato come qualsiasi altro Paese del mondo. Ne abbiamo avuto conferma con la reiterata aggressione, nel corso del corteo romano del 25 aprile, contro i superstiti della «Brigata Ebraica» e i sopravvissuti ad Auschwitz, rei di avere sfilato sventolando la bandiera con la stella a sei punte. Così come si è verificato il giorno prima a Torino quando il questore, Stefano Berrettoni, ha negato ad alcuni esponenti della comunità ebraica l’autorizzazione a sostare pacificamente con la bandiera israellana accogliendo il presidente Napolitano all’inaugurazione della Fiera del Libro 18 maggio che, proprio quest’anno, ha Israele quale ospite d’onore nel sessantesimo della sua fondazione.

Il questore ha addotto «motivi di ordine pubblico», precisando che l’esposizione delle bandiere israeliane davanti all’ingresso della Fiera del Libro «sembrerebbe una provocazione», che rischierebbe di far esplodere lo scontro con i manifestanti ostili alla presenza di Israele e che il 10 maggio sempre a Torino indiranno una manifestazione nazionale per la «Palestina libera». Il questore ha quindi disposto che l’accoglienza del capo dello Stato avverrà all’interno della Fiera. Di fatto a Torino da mesi questi manifestanti, appartenenti perlopiù all’area della sinistra radicale, espongono liberamente bandiere palestinesi ovunque e imbrattano impunemente la città di scritte antisraeliane. Tutto ciò a loro è consentito perché appartiene, piaccia o meno, a una consolidata tradizione politica filo-araba e filo-palestinese che l’Italia ha promosso sin dal dopoguerra. E anche se oggi è una minoranza ad esprimerla pubblicamente, di fatto sono molti di più quelli che condividono il pregiudizio antisraeliano.

Dobbiamo prendere atto del fatto che in Italia è del tutto legittimo sventolare la bandiera di uno Stato inesistente e che non è mai esistito nella storia, la Palestina, mentre si può rischiare il linciaggio se ci si espone pubblicamente con la bandiera di uno Stato esistente e pienamente legittimato dalle Nazioni Unite. ll fatto assume connotati ancor più incresciosi considerando che la Palestina vagheggiata non è uno Stato che dovrebbe convivere pacificamente al fianco di Israele, bensì sostituirsi ad Israele di cui si nega il diritto all’esistenza. Questo paradosso non viene meno anche di fronte all’orientamento della comunità ebraica di assecondare la decisione del questore di Torino all’insegna del quieto vivere e per non creare alcuna tensione che potrebbe portare all’annullamento della presenza di Napolitano.

Ebbene proprio il capo dello Stato, che si è già coraggiosamente schierato a difesa del diritto di Israele all’esistenza condannando l’antisionismo quale nuova forma di antisemitismo, potrebbe nel sessantesimo della fondazione dello Stato ebraico assumere una decisione altrettanto coraggiosa per legittimare a pieno titolo l’esposizione della bandiera israeliana ovunque in Italia. Napolitano potrebbe dare lui stesso l’esempio accogliendo una bandiera israeliana offertagli dall’ambasciatore Gideon Meir, nel giorno dell’inaugurarione della Fiera del Libro. Il suo esempio potrebbe essere raccolto dalle istituzioni pubbliche e dagli enti locali, esibendo nel giorno dell’indipendenza di Israele, il prossimo 14 maggio, la bandiera israeliana. Sarebbe un gesto simbolico che, oggi più che mal, in una fase storica in cui l’Iran e la Siria rincorrono l’arma atomica per distruggere lo Stato ebraico, corrisponderebbe a una precisa scelta etica a favore del diritto alla vita.

http://www.corriere. it/allam
http://www.magdiallam.it

(Fonte: Corriere della Sera, 27 Aprile 2008)

D’Alemmah e le sue assurde aperture a Hamas: una interessante lettura della situazione….

Parla con Hamas

D’Alema crea una crisi con Israele, dopo la strage dei ragazzi rabbini, per sperare in un posto all’Ue

di Carlo Panella

Massimo D’Alema ha aperto una vera e propria crisi diplomatica tra Israele e Italia. Ieri, infatti, l’ambasciatore Gideon Meir ha reagito alla reiterata valutazione del ministro degli Esteri circa la necessità che Israele negozi con Hamas, usando parole di inusuale forza polemica: “Chi ci invita a negoziare con Hamas ci invita semplicemente a negoziare sulla misura della bara e sul numero dei fiori da mettere sulla corona: Hamas vuole soltanto la distruzione di Israele”.

Mai, dal 1948 in poi, si era registrato un episodio di tale portata nelle relazioni diplomatiche tra Italia e Israele, neanche quando il governo italiano, nel 1973, decise di non permettere il sorvolo degli aerei americani che portavano rifornimenti al governo di Gerusalemme durante la guerra del Kippur. Né D’Alema può pensare che si tratti soltanto di una intemperanza verbale di Gideon Meir e tantomeno di una sua iniziativa personale (nonostante la Farnesina tenda ad accreditare ufficiosamente questa tesi, con prese di posizione di assoluto low profile). Poche settimane fa, per sottolineare il livello di tensione tra i due governi e la scarsa fiducia nutrita personalmente nei confronti di Massimo D’Alema, il ministro degli Esteri di Gerusalemme, Tzipi Livni, durante l’ultimo incontro tra le due delegazioni, ha interrotto bruscamente una lunga disquisizione strategica di D’Alema, ha ostentato il poiso, ha guardato l’orologio e gli ha detto: “Mi scusi, ma io ho soltanto un quarto d’ora per lei: mi dica che cosa pensa e sia conciso, per favore”.

La ragione della durezza delle dichiarazioni di ieri dell’ambasciatore israeliano a Roma — si badi bene non è nel merito del problema, non riguarda affatto l’opportunità o meno della trattativa con Hamas, ma è provocata dall’irritazione israeliana per le evidenti ragioni del tutto strumentali e personali che spingono D’Alema — soprattutto nelle ultime settimane di “normale amministrazione” del suo dicastero a continuare a sbracciarsi a favore ora di Hamas, ora di Hezbollah, ora dell’Iran di Ahmadinejad. Livni e Meir, infatti, sanno benissimo che D’Alema è perfettamente al corrente del fatto che Israele sta già trattando da dieci giorni con Hamas. E’ una trattativa ormai semipubblica, anche se condotta in maniera più che riservata da Hosni Mubarak e dal suo capo dei servizi segreti Omar Suleiman. Una trattativa di tregua apertamente sponsorizzata anche dal presidente palestinese Abu Mazen. Di più, si è aperto anche un tenue spiraglio per la liberazione da parte di Hamas del caporale Shalit e i giornali israeliani danno puntualmente conto dell’intenso dibattito politico che ruota attorno a questa difficile trattativa. Un contesto di trattativa, per di più, che si inserisce in un lavoro diplomatico condotto in questi giorni dallo Yemen (dove si è recato il capo di Hamas, Khaled Meshal), che punta — una volta siglata una tregua di fatto tra Israele e Hamas — ad aprire la strada a una qualche forma di accordo per un modus vivendi tra i due governi palestinesi, quello di Gaza e quello di Ramallah. Uno sforzo diplomatico complesso, che di tutto ha bisogno, tranne che di estemporanei interventi frondisti della diplomazia di uno dei più importanti paesi europei.

Perché allora D’Alema ha scelto in maniera provocatoria di “mettere i piedi nel piatto”, e questo, per di più, proprio nel momento del più tragico lutto in Israele, auspicando trattative con Hamas dopo che questo gruppo aveva rivendicato a sé “l’onore dell’azione contro la scuola rabbinica di Gerusalemme” in cui terroristi palestinesi hanno massacrato otto adolescenti? La risposta a questa domanda spiega la violenza verbale della posizione israeliana: è evidente che D’Alema continua a proporre negoziati con Hamas e Hezbollah perché pensa a conquistare il voto dei paesi del fronte antisraeliano dell’Ue per concorrere alla carica di “ministro degli Esteri” dell’Unione. D’Alema pensa a Cipro, a Malta, alla Finlandia, alla Slovenia, ai paesi nordici, che dispongono di voti numericamente utili per quando, tra pochi mesi, sarà attuata la riforma delle istituzioni dell’Ue e l’alto rappresentante della Politica estera e della sicurezza comune — carica oggi di Javier Solana — assumerà anche i compiti del commissario Ue alle Relazioni esterne, Benita Ferrero-Waldner. Costretto nel ‘ridotto della Puglia”, obbligato a una presenza elettorale in Campania che gli darà dispiaceri, D’Alema punta a uscire dall’angolo rilanciandosi sulla scena internazionale, con la conquista di una qualche postazione di rilievo. Da qui la gaffe.

(Fonte: Il Foglio, 14 Marzo 2008)

Fassino: “Hamas sciolga ambiguità su riconoscimento Israele”

FASSINO,HAMAS SCIOLGA AMBIGUITA’SU RICONOSCIMENTO ISRAELE

(ANSA) – 16.11 – ROMA, 13 MAR – “Il coinvolgimento di Hamas nel processo di pace non può che avvenire entro due fondamentali passaggi: per la comunità internazionale è prioritario verificare che ci sia un’intesa tra Fatah e Hamas che, a sua volta, deve sciogliere l’ambiguità sul riconoscimento di Israele”. Ne è convinto Piero Fassino che, intervenendo a un incontro organizzato dallo European Press Club, ha parlato di Medio Oriente e di altre principali questioni di politica estera.

“Penso – ha sottolineato Fassino – che ci sia interesse a fare una pace riconosciuta da tutti gli interlocutori perché solo così è una pace che può durare”. Secondo l’esponente del Pd, se “il campo palestinese si ricompone attorno ad Abu Mazen, la trattativa è più facile”.

Riferendosi alle polemiche di ieri tra il ministro degli Esteri Massimo D’Alema e l’ambasciatore di Israele in Italia Gideon Meir, Fassino ha sottolineato di essere convinto che le sue considerazioni siano “condivise anche da D’Alema, il quale non ha mai avuto alcun dubbio sul fatto che qualsiasi processo di pace debba essere fondato sul pieno riconoscimento di Israele e dei suoi diritti”.

“Penso – ha aggiunto Fassino – che nelle polemiche di queste ore ci siano delle forzature che forse bisognerebbe evitare per concentrarsi sulle questioni di merito”.

Scontro Israele – D’Alemmah: era anche ora….

Ambasciatore Israele: “No al dialogo con barbari e assassini”
12 Marzo 2008

Durissimo attacco dell’ambasciatore israeliano a Roma, Gideon Meir, a Massimo D’Alema. “Chi ci invita ad aprire trattative con Hamas – ha detto Meir all’Ansa – in effetti ci invita a negoziare sulle misure della nostra bara e sul numero dei fiori da mettere nella corona“.

“Fino a quando Hamas non cambierà le sue posizioni e non accetterà le condizioni della comunità internazionale, chi invita ad un dialogo con quest’organizzazione terroristica in pratica blocca il negoziato tra Israele e Abu Mazen. Il fatto che il leader di quest’organizzazione terroristica si congratuli per queste posizioni non depone a favore di chi le sostiene”, ha aggiunto il diplomatico israeliano, riferendosi alle parole di “apprezzamento” espresse dal leader di Hamas, Ismail Haniyeh, in merito alle dichiarazioni del ministro degli Esteri italiano.

“La pace – ha proseguito Meir – si fa sì con il nemico, ma con un nemico che desidera la pace e la convivenza dell’uno accanto all’altro. La posizione di Hamas e’ nota e non e’ cambiata. Non sono disposti a riconoscere il diritto di Israele ad esistere e non sono neanche disposti a parlarci. I loro leader continuano ad invocare la distruzione dello Stato di Israele. Gli inviti per un cessate il fuoco sono solo una fase del piano per completare il sogno di Hamas di distruggere lo Stato di Israele e di fondare uno Stato religioso fondamentalista musulmano tra il fiume Giordano e il Mediterraneo”.

“E’ un peccato – ha chiosato il diplomatico israeliano – che durante il giorno di lutto per gli otto ragazzi che sono stati uccisi nella scuola rabbinica in Gerusalemme c’è chi invita ad un negoziato con barbari e assassini”.

Occidentale