I paesi arabi moderati a Israele: «Uccidete i capi di Hamas»

I paesi arabi moderati a Israele: «Uccidete i capi di Hamas»

di Fiamma Nirenstein

A perdere la pazienza sono soprattutto ormai i paesi arabi moderati: una notizia bomba fa rumore fra le decine di missili Kassam e Grad che hanno terrorizzato e ferito gli israeliani di Sderot e dei kibbutz vicini a Gaza alla vigilia della fine della tahadiyeh, la tregua con Hamas, che si conclude oggi.

Israele è incerta sull’intervento, ha di fatto già lasciato che la copertura della tregua lasciasse che Hamas si munisse di armi di lunga gittata e di un sistema di difesa efficiente, e consolidasse un grande sistema di tunnel. Il ministro della difesa Ehud Barak insiste nel dire «decideremo stadio dopo stadio qual è la strada migliore», mentre i cittadini di Sderot invocano l’intervento dell’esercito che li salvi dalle bombe. Ma certi Paesi arabi non sono della stessa opinione del mondo politico israeliano: scrive sul quotidiano Ma’ariv il famoso commentatore Ben Caspit che certi messaggi di leader arabi chiedono a Israele di eliminare i capi di Hamas. Uno di questi messaggi dice: «Tagliategli la testa». I leader temono che Hamas ricominci una guerra terroristica capace di infiammare tutta l’area.

La leadership di Gaza che si chiederebbe di colpire ha nomi e cognomi, secondo Caspit. Fra gli armati, Ahmad Labari, capo dell’ala militare e Ibrahim Gandur, più volte ferito. Fra i politici, si parla addirittura di Ismail Haniya, il primo ministro, di Said Siam, ministro degli Interni e di Mahmud al Zahar, uno dei leader più duri. Per capire le ragioni dell’eventuale richiesta araba, bastano due fattori. Il primo è quello dell’appartenenza di Hamas ai Fratelli Musulmani, diramata in tutto il Medio Oriente, jihadista senza compromessi contro ogni atteggiamento moderato. Hamas, specie sull’Egitto con cui ha un rapporto molto teso dopo averne rifiutato la mediazione con Abu Mazen e aver disertato con molta sfacciataggine l’incontro del Cairo che avrebbe dovuto costruire l’unità, ha un effetto domino che minaccia i regimi correnti.

La seconda ragione riguarda l’Iran, che minaccia i regimi moderati «forse più di quanto minacci Israele», ci dice il vice capo di Stato maggiore Dan Harel. Hamas è ormai una pedina strategica del regime degli ajatollah: Teheran e Damasco sono stati i primi responsabili dell’abbandono del tavolo egiziano da parte di Hamas, in particolare lo è stato Khaled Masha’al, che ha base a Damasco. Questo asse preme perchè Hamas non rinnovi l’accordo di tregua, sia per incastrare Israele in una guerra che lo metta nell’angolo dell’opinione pubblica internazionale, sia per impedire che l’Egitto possa vantare una vittoria strategica moderata.

Ma anche i più aggressivi fra i personaggi di Hamas sanno che la linea dura potrebbe essere la loro fine. Israele per ora pare abbia risposto che non leverà le castagna dal fuoco a nessuno: i nostri primi obiettivi, pare pensi la leadership militare, sono i terroristi che sparano i missili sui nostri cittadini, e non i grandi capi.

Il Giornale

Thanks to Esperimento

Striscia di Gaza: l’ignobile messa in scena di Hamas

Hamas celebra il suo potere su Gaza, irride Gilad Shalit e dichiara finita la tregua

Un momento dell'IGNOBILE messa in scena di Hamas

Un momento dell’IGNOBILE messa in scena di Hamas

di Francesco Battistini

GERUSALEMME — Lo speaker: «Invito i fratelli a dare il via allo spettacolo!». Una voce invoca i razzi lanciati su Israele: «Guardate gli eroi dei Kassam! ». Parte la musica, s’alzano i fumogeni, la spianata di Gaza è uno sventolìo di bandiere verdi, bambini di verde vestiti. Il verde di Hamas. Portano sul palco un ragazzo pallido, con la divisa dell’esercito israeliano, e da lontano sembra quasi lui: Gilad Shalit, il soldato ostaggio da più di 900 giorni. È solo un attore, però. E lo speaker lo spiega: «Oggi vedremo un’opera, uno spettacolo di Hamas!». Il finto Shalit ha un finto padre che l’aspetta e si tormenta: «Come farò a liberarti?… ». Il prigioniero fac-simile vien fatto inginocchiare come un agnello sacrificale. Le mani sul viso, gli tocca dire: «Shalom papà, shalom mamma! Vi prego, dite al premier Ehud Olmert che faccia qualcosa per me!…». La fiction è di qualche minuto, l’applauso poco convinto: chissà, forse qualcuno s’aspettava pure una finta esecuzione sulla pubblica piazza.

Si celebrano i primi 21 anni di Hamas, a Gaza. E s’aspettano gli ultimi 26 giorni di Abu Mazen. Il movimento islamico porta duecentomila persone nelle strade della Striscia, cortei d’auto e slogan, l’ordine è di celebrare l’anniversario e mandare un messaggio. «I sei mesi di tregua sono finiti», annuncia Khaled Meshaal dalla Siria: da venerdì prossimo, si torna al terrore. «Una vera tregua non c’è mai stata», è più possibilista Ismail Haniyeh, sul palco di Gaza: il leader non dice che ci sarà un nuovo accordo con Israele, ma nemmeno lo esclude. Elenca i venti palestinesi uccisi alla frontiera l’ultimo mese, sorvolando sui Kassam che bersagliano Sderot, invoca l’unità di Gaza e Cisgiordania («i palestinesi non devono dividersi»), ironizza su Abu Mazen «presidente della Palestina » e gl’intima lo sfratto: «Lo dice la Costituzione, il 9 gennaio scade il suo mandato e se ne deve andare».

Hamas vuole che per due mesi lo rimpiazzi Abdel Aziz Dweik, portavoce del Parlamento palestinese che peraltro sta in carcere. Quindi, le elezioni: e sia «il popolo a decidere che Hamas deve comandare ovunque ».

E il povero Shalit? Rapito il 25 giugno 2006 con un’incursione oltre il confine di Gaza, il soldato sarebbe nascosto da qualche parte nella Striscia. Nessuno ha mai potuto visitarlo, qualche giorno fa è stata respinta anche la Croce Rossa. Lo scambio proposto è sempre lo stesso: mille palestinesi fuori dalle prigioni, «e in 24 ore ve lo ridiamo ». L’elenco però comprende terroristi, e su questo non si trova un accordo. Il tema è ormai l’inizio della campagna elettorale, coi leader in difficoltà che cercano di recuperare un po’ di consenso: Ehud Barak, ministro della Difesa, dice che «non passa giorno senza che io non pensi a come portare a casa Shalit»; Tzipi Livni, ministro degli Esteri, che «il prezzo richiesto potrebbe essere troppo alto» e in fondo «un soldato è un soldato ». Il negoziato continua. Per ora, ci si deve accontentare d’una controfigura.

(Fonte: Corriere della Sera, 15 Dicembre 2008, pag. 15)

Continua il ricatto di Hamas

E ci fosse stato UNO tra i parlamentari europei presenti all’incontro che abbia detto qualcosa contro questa affermazione ricattatoria dell’attuale presidente di Hamas! Che VERGOGNA!!!……

MO: Haniyeh,tregua in cambio ritiro

haniyeh

Leader Hamas incontra a Gaza membri parlamento europeo

(ANSA) – TEL AVIV, 9 NOV – Hamas e’ disposto a concordare una tregua di lunga durata con Israele se esso si ritirera’ da tutti i territori occupati nel 1967. Una seconda condizione e’ che Israele riconosca ‘i diritti del popolo palestinese’. Lo ha detto, secondo Haaretz, il leader di Hamas Haniyeh incontrando diversi membri del parlamento europeo giunti ieri a Gaza a bordo di una imbarcazione, la Dignity, al termine di una navigazione di protesta contro l’isolamento della Striscia da parte di Israele.

Gaza: Hamas licenzia gli insegnanti che scioperano

Gaza: Hamas licenzia gli insegnanti che scioperano

Gaza, 16 Ottobre 2008 – Nella Striscia di Gaza non c’è pace per chi è legato a Fatah, il gruppo storico del nazionalismo palestinese legato all’ANP. Ad essere presi di mira dagli integralisti di Hamas, stavolta, sono stati gli insegnanti che militano per Fatah.

Qualche giorno fa erano entrati in sciopero per protestare contro le direttive del movimento islamico ma il governo di Haniyeh non ci ha pensato due volte a licenziarli in tronco. L’accusa? Fare gli interessi di Israele. Lapidaria la risposta del sindacalista Bassam Zakarneh: “La decisione di Haniyeh riflette il vero volto del governo di Gaza, quello dell’oppressione e della violenza”.

I professori che rischiano il posto e non hanno più lo stipendio potrebbero continuare ad essere pagati dal governo della West Bank. La questione degli insegnanti è solo una spia di come la tensione tra Hamas e l’ANP sia sempre al limite. L’Egitto sta cercando di far partire un nuovo round di dialoghi tra le due forze antagoniste il mese prossimo al Cairo.

L’Occidentale

Crisi finanziaria, Haniyeh :“Siamo testimoni del crollo dell’impero americano”

Crisi finanziaria, Haniyeh :“Siamo testimoni del crollo dell’impero americano”

Gaza, 12/10/2008 – “Siamo testimoni del crollo dell’impero americano”. Lo ha dichiarato venerdì il capo di Hamas nella striscia di Gaza, Ismail Haniyeh, a proposito della crisi finanziaria mondiale. “Ciò che sta accadendo in America – ha aggiunto – è il risultato della violazione dei diritti dei popoli di Palestina, Somalia, Iraq, Afghanistan e dei musulmani in tutto il mondo”.

Pochi giorni fa l’ayatollah Ahmad Jannati, alto esponente del clero iraniano, aveva dichiarato: “Siamo felici che l’economia americana sia nel caos e che il caos stia raggiungendo l’Europa. Essi vedono ora i risultati delle loro stesse cattive azioni e Iddio li sta punendo”.

(Fonte: Israele.net)

Iran: Lavaggio del cervello di massa contro lo Stato ebraico

Edizione 209 del 03-10-2008

Iran: lavaggio del cervello di massa contro lo Stato ebraico

di Michael Sfaradi

L’Ayatollah Khamenei, nel suo ultimo sermone, tanto per cambiare, ha profetizzato la fine di Israele, e la frase centrale è stata: “Israele ha imboccato la strada che porterà alla sua fine, e l’attuale generazione di palestinesi riprenderà ciò che è suo”. Le parole “Israele è il cancro del mondo”, hanno chiuso il discorso di Khamenei ai fedeli. Niente di nuovo, la stampa araba in generale ripete questi concetti, fino alla noia, ogni volta che cita Mahmoud Ahmadinejad presidente dell’Iran, Hassan Nasrallah capo di Hezbollah o Ismail Haniyeh capo di Hamas. Queste prese di posizione, quasi fossero una parola d’ordine scritta su dispaccio ciclostilato, non lasciano spazio a nessun dubbio e coloro che credono ancora alla possibile convivenza fra i due popoli, arabo ed israeliano in due stati vicini, dovrebbero prendere atto che queste dichiarazioni sono lo specchio di ciò che pensano larghi strati della popolazione araba e i molti adepti e simpatizzanti anche in Occidente. I continui attacchi ad Israele, sempre con gli stessi insulti e con la stessa enfasi, ormai non nascondono più l’antisemitismo di cui sono intrisi, (antisemitismo inteso come odio verso gli ebrei, meglio chiarire questo punto perché c’è sempre l’intelligente di turno che ci ricorda che anche gli arabi sono semiti), e sono, a nostro avviso, il più grande “lavaggio del cervello” di massa che sia stato fatto dai tempi del Terzo Reich. Ahmadinejad intanto gongola vedendo l’Occidente impotente davanti al suo programma nucleare, e sentendosi spalleggiato dalla Russia di Putin si può permettere di prendere a schiaffi l’Europa e in giro l’America.

Intanto le sue centrifughe continuano a produrre la materia prima per costruire la bomba atomica, e nonostante i politici iraniani abbiano già detto e ripetuto chi sarà a vedere da vicino la sua esplosione, il mondo riesce a promettere ad Israele solo alleanze e partecipazione che per il momento rimangono sulla carta e che diventeranno “sentite condoglianze” l’attimo dopo il “fungo”. Detto così sembra allarmante, in realtà è peggio. Siccome l’eventuale bomba atomica iraniana non farà distinzione di razza religione o sesso, e non saprà distinguere fra arabo ed ebreo, in caso di attacco iraniano non convenzionale ad Israele, anche i palestinesi che vivono a Gaza e in Cisgiordania dovranno fare i conti sia con la detonazione che con le radiazioni. Ahmedinejad su questo punto è stato chiaro, ha già detto che la distruzione di Israele vale delle perdite di Shahid che si andranno ad aggiungere alla lista dei martiri. Israele, rimarrà a guardare la sua distruzione? Non crediamo. Anche se ancora non è esclusa l’opzione militare per fermare la rincorsa che i pazzi di Teheran stanno facendo fare all’umanità verso la terza guerra mondiale, siamo sicuri che se Israele si sentisse seriamente minacciata reagirebbe. E se Teheran si sta fabbricando la sua prima bomba, ormai lo ha capito anche l’Agenzia Internazionale Energia Atomica, prima di usarla deve fare bene i suoi calcoli, perché nonostante non ci sia mai stata un’ammissione ufficiale da parte di Gerusalemme, secondo stime di intelligence, Israele ha, stoccate negli Hangar, dalle 150 alle 250 testate nucleari e possiede i vettori, sia aerei cacciabombardieri che missili a lunga gittata, e rete di satelliti guida per portarle a destinazione. Le speranze sono due: che non si debba mai arrivare a dover usare questa catastrofica “ultima opzione”, e qualcuno spiegasse al presidente iraniano che se si avverasse l’incubo che ci sta facendo vivere, la lista di Shahid, anche iraniani, diventerebbe dolorosamente lunga e non più conveniente.

L’Opinione.it

Iran/ Khamenei: Israele sempre più debole, va verso distruzione

Iran/ Khamenei: Israele sempre più debole, va verso distruzione

Massima guida spirituale giura fedeltà a Hamas

Teheran, 1 ott. (Ap) – Il massimo leader spirituale iraniano l’Ayatollah Ali Khamenei ha affermato oggi che l’Iran sarà al fianco del governo di Hamas a Gaza e che Israele si sta indebolendo progressivamente ed è diretta verso la distruzione. Lo ha riferito la televisione di stato riportando le dichiarazioni dell’Ayatollah in occasione delle preghiere per la fine del Ramadan.

“L’Iran non vi lascerà mai soli” ha scandito Khamenei chiamando il primo ministro di Hamas, Ismail Haniyeh, un mujaheddin.

Non è la prima volta che le autorità iraniane, da Khamenei al presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, invocano la distruzione dello stato ebraico. Khamenei ha più volte chiamato Israele un tumore che deve essere estiprato dal Medioriente.

La Repubblica islamica non riconosce Israele e dopo la rivoluzione del 1979 ha trasformato l’ambasciata israeliana a Teheran nella sede diplomatica dell’Autorità nazionale palestinese.

Appello di Hamas a compiere attentati suicidi a Gerusalemme

Appello di Hamas a compiere attentati suicidi a Gerusalemme

Un responsabile di Hamas ha lanciato un appello ai gruppi armati palestinesi a riprendere gli attentati kamikaze a Gerusalemme, in occasione delle manifestazioni organizzate per la giornata di al-Qods (Gerusalemme).

“Rivolgiamo un appello a tutti i gruppi a fermare il nemico pianificando una serie di missioni con martiri simili a quelle lanciate lunedì contro alcuni soldati e (in marzo) contro una scuola Talmud”, ha affermato Ahmad Abou Halbiya davanti a migliaia di persone.

La “giornata al-Qods” è stata istituita da Ruhollah Khomeiny, il fondatore della Repubblica islamica d’Iran nel 1979.

Lunedì scorso, un palestinese al volante di un veicolo ha investito un gruppo di soldati israeliani vicino alla vecchia città di Gerusalemme, provocando 13 feriti. In marzo, otto allievi di un seminario Talmud di Gerusalemme sono stati uccisi da un palestinese armato di fucile automatico.

Abu Halbiya ha anche chiesto al presidente palestinese, Abu Mazen, di interrompere i negoziati con Israele il cui scopo è quello di raggiungere un accordo per la creazione di uno Stato palestinese, che lo stesso responsabile di Hamas definisce “assurdo”.

Da parte sua, il capo del governo di Hamas nella Striscia di Gaza, Ismail Haniyeh, ha invitato gli arabi e i musulmani a mobilitarsi per difendere la moschea d’al-Aqsa a Gerusalemme, il terzo luogo santo dell’islam, in “pericolo a causa della continuazione degli scavi, della politica giudaica e della colonizzazione”, ha aggiunto.

(l’Occidentale, 26 settembre 2008 )

Gaza: in elezioni segrete Hamas ha scelto nuovo consiglio

Mo: Gaza; in elezioni segrete Hamas ha scelto nuovo consiglio

Gaza,16.09.08, 16:16 – Il mese scorso a Gaza Hamas ha segretamente eletto una nuova ‘Shura’, ossia un Consiglio che elabora dietro le quinte la linea del proprio braccio politico e di quello militare. La notizia – rivelata già due settimane fa dalla stampa israeliana – ha ricevuto ora le prime conferme: ad esempio ieri dal dirigente di Hamas Salah Bardawil in un’intervista a un’agenzia di stampa. Ma sul significato dell’evento restano interpretazioni diverse.

A quanto risulta a Gaza il voto si è svolto alla metà di agosto. Vi hanno preso parte migliaia di attivisti, in genere all’interno di moschee. E in questa consultazione è stata ribadita la fiducia a personalità di spicco come il pragmatico Ismail Haniyeh (capo dell’esecutivo a Gaza) e ai radicali filo-iraniani come Mahmud Zahar, Said Siam e Nizar Rayan.

Ma a quanto pare la fisionomia della nuova ‘Shura’ è cambiata per l’ingresso di nuove leve. Il quotidiano israeliano Yediot Ahronot sostiene che i più noti comandanti delle Brigate Ezzedin al Qassam (il braccio armato di Hamas) fanno adesso parte della Shura: “Sono ora loro a dare il tono” afferma il giornale. Secondo il Jerusalem Post gli elementi relativamente pragmatici di Hamas – Ahmed Yusef e Ghazi Hamad – sono stati marginalizzati e non fanno parte del nuovo Consiglio.

A Gaza finora gli osservatori si astengono dall’entrare nei dettagli della nuova ‘Shura’ e si limitano a sostenere che dimostra “una sostanziale continuità ” rispetto al passato.

Ticino News

L’UNRWA e i profughi “a vita”

L’UNRWA e i profughi “a vita”

L’UNRWA (United Nations Relief Works Agency for Palestine Refugees in the Near East) fu creata sotto la giurisdizione dell’Alto Commissario ONU per i profughi (UNHCR), con l’unica responsabilità di aiutare esclusivamente i palestinesi. Grazie a questo status speciale l’UNRWA perpetua, anziché risolvere, il problema dei profughi palestinesi, e quindi rappresenta un grosso ostacolo per la soluzione del conflitto israelo-palestinese.

Diversamente da ogni altro ente dell’ONU, la definizione dell’UNRWA di “profugo” comprende non solo i profughi stessi, ma anche i loro discendenti. Inoltre,i profughi mantengono il loro status anche se hanno ottenuto una nuova cittadinanza.

L’UNRWA impiega insegnanti affiliati a Hamas e permette la diffusione di messaggi di Hamas nelle sue scuole. Con il colpo di mano di Hamas a Gaza nel luglio 2007, Hamas ha preso possesso delle strutture UNRWA del posto.

È dunque evidente che le attività dell’UNRWA richiedono un intervento urgente. L’Agenzia dovrebbe essere sciolta e i suoi servizi trasferiti a organismi dotati di un’amministrazione più appropriata.

Milioni di profughi in tutto il mondo – oltre 130 milioni dalla seconda guerra mondiale – sono stati sotto la responsabilità dell’UNHCR, che mira al reinserimento e alla riabilitazione dei profughi.

Ma l’8 dicembre 1949 l’Assemblea Generale dell’ONU approvò la risoluzione 302 che dava vita a un’apposita agenzia dedicata esclusivamente “all’aiuto diretto e ai programmi di lavoro” per i profughi arabi palestinesi – l’UNRWA, appunto – facendone un ente senza eguali.

L’UNRWA esiste per perpetuare, non per risolvere, il problema dei profughi palestinesi. Da che esiste, nessun palestinese ha mai perduto lo status di profugo. Esistono, ad esempio, centinaia di migliaia di profughi palestinesi e loro discendenti che sono cittadini della Giordania: eppure, per quanto riguarda l’UNRWA, essi continuano ad essere dei profughi con pieno diritto all’assistenza.

In questi sessant’anni l’UNRWA si è trasformata in uno strumento fondamentale per la perpetuazione del problema dei profughi, e in un grosso ostacolo per la soluzione del conflitto israelo-palestinese.

Quando l’UNRWA cominciò a contare i profughi, nel 1948, lo fece secondo modalità che non hanno precedenti: puntando cioè a registrare il massimo numero possibile di quelli che definiva “profughi”.

Innanzitutto, venne considerato palestinese chiunque avesse vissuto nella Palestina Mandataria britannica nei DUE anni precedenti lo scoppio del conflitto arabo-israeliano. Inoltre, l’UNRWA conta come profughi anche tutti i discendenti dei profughi originari: un sistema che dal 1948 in poi ha generato – caso unico al mondo – un incremento del 400% nel numero di profughi sotto la sua giurisdizione.

Si trattava di una definizione di “profugo palestinese” politicamente motivata, con il sottinteso che i palestinesi sarebbero rimasti profughi per sempre o fino al giorno in cui si fossero trionfalmente stabiliti in uno stato arabo palestinese che comprendesse tutto il territorio su cui sorge Israele. Se si ricostruivano una vita altrove, anche dopo molte generazioni – dopo decenni o, in teoria, dopo secoli – rimanevano comunque ufficialmente profughi. Cosa molto diversa dalle altre situazioni nel mondo, dove gli altri profughi mantengono lo status di “profugo” solo finché non trovavano una collocazione permanente altrove, presumibilmente come cittadini di altri paesi.

Infine, per l’UNRWA lo status di profugo palestinese si basava soltanto sulla semplice parola del postulante.

Perfino la stessa UNRWA, in una relazione del giugno 1998 del suo Commissario Generale, ammise che le sue cifre erano gonfiate: “I numeri di registrazione dell’UNRWA sono basati su informazioni fornite spontaneamente dai profughi stessi con lo scopo principale di ottenere accesso ai servizi dell’agenzia e quindi non possono essere dati demografici statisticamente validi”.

Nell’ottobre 2004 l’allora Commissario Generale dell’UNRWA Peter Hansen ammise pubblicamente per la prima volta che membri di Hamas erano pagati dall’UNWRA, aggiungendo: “Non mi sembra un crimine. Hamas come organizzazione politica non significa che ogni membro sia un militante, e noi non facciamo controlli politici e non escludiamo nessuno, di qualunque convinzione sia”. Di conseguenza, il denaro dei contribuenti di paesi dove Hamas è legalmente definita un’organizzazione terroristica, come Stati Uniti e Canada, viene illegalmente usato per finanziare attività controllate da Hamas.

L’opinione di Hanson che Hamas sia una normale organizzazione politica le cui dottrine non interferiscono con il governo e l’istruzione dei palestinesi rimane la posizione ufficiale dell’UNRWA. È stato così anche quando Hamas ha commesso violenze contro altri palestinesi. Non appena l’organizzazione jihadista si impadronì di Gaza con la forza, nel luglio 2007, l’UNRWA immediatamente fece sapere a Hamas che era pronta a ricominciare a fornire i propri servizi. Nulla fu cambiato nella sua procedura o nella sua performance dopo il golpe. Una chiara dimostrazione di questo fatto è stata la morte di Awad al-Qiq nel maggio 2008. Qiq aveva alle spalle una lunga carriera come insegnante di scienze in una scuola dell’UNRWA ed era stato chiamato a dirigere la sua Rafah Prep Boys School. Ma era anche il principale fabbricatore di bombe per la Jihad Islamica. Rimase ucciso mentre supervisionava un laboratorio dove si costruivano missili e altre armi da usare contro Israele, posto a poca distanza dalla scuola. Qiq si dedicava allo stesso tempo a costruire armi per attaccare civili israeliani e a indottrinare i suoi studenti a fare lo stesso. La Jihad Islamica non aveva bisogno di pagargli uno stipendio per le sue attività terroristiche: lo facevano già l’ONU e i contribuenti occidentali.

L’aumento del numero di insegnanti dell’UNRWA che si identificano apertamente con gruppi estremisti ha creato un blocco di insegnanti che assicura l’elezione di membri di Hamas e di singoli personaggi impegnati nelle ideologie islamiste. Usando le aule scolastiche come luoghi per diffondere i loro messaggi estremisti, questi insegnanti pesano anche sulle elezioni palestinesi locali. Quindi il sistema scolastico dell’UNRWA è diventato una piattaforma per le attività politiche di Hamas. Ad esempio, il ministro dell’interno e degli affari civili Saeed Siyam, di Hamas, è stato un insegnante nelle scuole UNRWA a Gaza dal 1980 al 2003. Poi divenne membro del sindacato degli impiegati arabi dell’UNRWA e capo del comitato di settore degli insegnanti. Altri famosi personaggi di Hamas provenienti dal sistema scolastico dell’UNRWA comprendono il primo ministro Ismail Haniyeh e Abd al-Aziz Rantisi, l’ex capo di Hamas.

Il bilancio dell’UNRWA è sostenuto da molti paesi, tra i quali gli Stati Uniti e i paesi occidentali figurano come i maggiori contribuenti. Nel 1990 il bilancio annuale dell’UNRWA era di oltre 292 milioni di dollari; nel 2000 era aumentato a 365 milioni. Tuttavia, nonostante questo aumento in apparenza significativo, le assegnazioni di fondi tra i vari campi profughi sono diminuite – complice il tasso di nascite molto elevato e l’aumento della popolazione dei campi. I profughi vengono scoraggiati dall’uscirne e sono incentivati a rimanere per ricevere l’assistenza. La spesa pro capite per i profughi dei campi è scesa quindi da 200 dollari in servizi all’anno negli anni ‘70 ai circa 70 attuali. Questa situazione risulta particolarmente evidente in Libano, dove il governo fornisce poca o nessuna assistenza ai palestinesi.

L’UNRWA fornisce lavoro a un gran numero di palestinesi (ha uno staff a tempo pieno di 23.000 persone). Mentre l’UNHCR e l’UNICEF evitano di impiegare locali che sono anche i destinatari dei servizi dell’agenzia, l’UNRWA non fa questa distinzione. L’UNRWA quindi mantiene una grossa popolazione di profughi e loro discendenti in uno stato di dipendenza assistenziale permanente, finanziato dai contribuenti occidentali. Così facendo, funziona come una diga contro i tentativi di trasformare i profughi in cittadini produttivi. Tutte le burocrazie hanno la tendenza ad auto-perpetuarsi. Nel caso dell’UNRWA, questa tendenza è esacerbata dal fatto che la ragion d’essere dell’organizzazione è la conservazione del problema dei profughi, piuttosto che lo sforzo di dargli soluzione.

L’ONU ha sbagliato quando ha creato un ente dedicato esclusivamente a un’unica popolazione di profughi e con un modus operandi diverso da quello di tutte le altre agenzie di assistenza.

Quattro sono i passi necessari per rimettere l’approccio internazionale al problema dei profughi palestinesi in linea con la pratica standard in situazioni simili. Primo, l’UNRWA stessa deve essere sciolta. Secondo, i servizi che l’UNRWA attualmente fornisce devono essere trasferiti ad altre agenzie ONU, in particolare l’UNHC, che hanno una lunga esperienza con tali programmi. Terzo, la responsabilità per i normali servizi sociali deve essere affidata all’Autorità Palestinese e una grossa porzione dello staff dell’UNRWA deve essere trasferita all’autorità governativa. Quarto, i paesi donatori devono usare la massima attenzione per assicurare trasparenza e responsabilità.

(Da: Jerusalem Post, 27.05.08) – di Jonathan Spyer

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