Khaled Meshaal avrebbe lasciato Damasco per traferirsi in Sudan

M.O.: STAMPA, MESHAL HA LASCIATO DAMASCO E SI E’ TRASFERITO IN SUDAN

Gerusalemme, 2 set. – (Adnkronos) – Il leader di Hamas in esilio, Khaled Meshal, avrebbe lasciato Damasco, da anni suo quartier generale, e si sarebbe trasferito in Sudan. A rivelarlo e’ stato il quotidiano kuwaitiano Al Rai, che cita fonti palestinesi, secondo cui la partenza di Meshal rientrerebbe in un accordo segreto con le autorita’ di Damasco e non e’ escluso che sia una conseguenza dei colloqui indiretti in corso da maggio tra Israele e Siria per arrivare ad un accordo di pace tra i due Paesi. Il leader di Hamas viveva a Damasco da dieci anni, dopo la sua espulsione dalla Giordania. Nelle settimane scorse, lo Stato ebraico ha piu’ volte condizionato il raggiungimento di un accordo con la Siria alla fine del suo sostegno ad Hamas e ad Hezbollah.

M.O.: Hamas continua il riarmo e vuole le bombe a carica cava

M.O.: Hamas continua il riarmo e vuole le bombe a carica cava

Roma, 28 maggio 2008(Velino) – “Hamas sta espandendo il suo arsenale”. Lo ha riportato nel suo incontro settimanale con la Knesset il direttore dello Shin Bet (i servizi segreti israeliani che si occupano dell’interno), Yuval Diskin. Secondo l’alto ufficiale, ex comandante del Sayeret (le unità di ricognizione delle forze speciali dello Stato ebraico), “è solo una questione di tempo prima che i razzi palestinesi da Gaza superino Ashkelon e cadano sul più importante porto israeliano di Ashdod (25 chilometri a sud di Tel Aviv) e a Kiryat Gat. Hamas, infatti, sta continuando ad ammassare armi e non ha alcuna intenzione di accettare un cessate il fuoco”. Secondo l’intelligence israeliana, inoltre, Khaled Meshaal, leader della formazione in esilio a Damasco, sabato 24 maggio ha incontrato a Teheran il generale iraniano Qassem Soleimani, comandante delle Guardie rivoluzionarie. Scopo del colloquio sarebbe stata la definizione delle modalità e le date d’invio a Gaza di alcune partite di bombe a carica cava, prodotte nelle fabbriche della Repubblica sciita.

Questi ordigni, chiamati Efp (Explosively formed penetrator), sono assemblati per essere posti ai lati della strade e sono studiati per avere un’elevata penetrazione. Tanto che solitamente vengono utilizzati contro veicoli corazzati. Queste bombe sono tristemente note anche in Italia a causa di un attentato il 27 aprile 2006 in Iraq, che vide coinvolto un nostro mezzo militare. Nell’esplosione di un ordigno, appunto a carica cava, persero la vita tre marescialli dei carabinieri, un capitano dell’esercito e un caporale rumeno che viaggiava con loro. Hamas vuole gli Efp per annientare i mezzi corazzati israeliani senza correre rischi. Infatti, le bombe possono essere radiocomandate a distanza. E l’idea dei terroristi è quelle di premere i pulsanti dall’interno della Striscia.

Iran, Khamenei incita Hamas a resistenza

Iran, Khamenei incita Hamas a resistenza

(ANSA) – 14:12 – Teheran, 27 mag – La Guida suprema iraniana, ayatollah Ali Khamenei, ha incoraggiato oggi Hamas alla “resistenza” contro Israele, ricevendo a Teheran il capo in esilio del movimento integralista palestinese, Khaled Meshaal. “Oggi il regime sionista, che in passato sembrava imbattibile, è nelle condizioni più deboli e incapace di far fronte al paziente e forte popolo palestinese”, ha detto Khamenei, citato dall’agenzia Irna.

La Guida iraniana ha fatto queste affermazioni mentre si parla di contatti fra Israele e Hamas per una tregua nella Striscia di Gaza e dopo che la Siria ha ammesso trattative di pace con lo Stato ebraico attraverso la mediazione della Turchia. “Coloro che scelgono la via della resistenza devono pagare un prezzo, ma ne ricaveranno onore – ha affermato ancora l’ayatollah Khamenei – ma coloro che scelgono un’altra strada pagheranno anch’essi un prezzo e ne otterranno solo vergogna”. La Repubblica islamica dell’Iran non ha mai riconosciuto il diritto all’esistenza di Israele.

Il palestinese medio non vuole sacrificare la sua vita per Hamas

Il palestinese medio non vuole sacrificare la sua vita per Hamas

di Dimitri Buffa

Il 41% dei palestinesi residenti nella Striscia di Gaza sarebbe intenzionato ad abbandonare, se potesse, immediatamente la zona. A rivelarlo è stato un sondaggio diffuso dalla Radio Militare israeliana, secondo cui il 94% degli intervistati è convinto che con l’avvento di Hamas la condizione economica dei palestinesi sia significativamente peggiorata. Su 900 interpellati, infatti, il dato che emerge è che il 64% vive sotto alla soglia di povertà. La metà dei residenti di Gaza intervistati, inoltre, si dice “meno sicuro da quando (nel giugno 2007) Hamas ha assunto il potere” mentre il 32% sente incrementato il livello di sicurezza e il 18% non nota cambiamenti. Il sondaggio è tanto più importante in quanto avviene all’indomani di alcune inevitabili azioni mirate israeliane nella Striscia per rispondere ai numerosi attacchi missilistici e non degli ultimi giorni. Solo ieri per esempio sono stati uccisi altri tre militari israeliani nel solito agguato a Gaza mentre altri due sono stati feriti. La risposta israeliana, un raid aereo sul villaggio di Al Bureij, ha provocato 9 morti e 17 feriti, tra cui il cameraman della Reuters Fahdil Shanaa, la cui auto è stata colpita da un missile.

Ma i cittadini palestinesi cominciano anche a prendere coscienza dell’inquinamento ideologico del fondamentalismo islamico dei terroristi di Hamas. Che solo pochi giorni fa avevano candidamente ammesso, anzi rivendicato, alla Tv di regime Al Aqsa, controllata dagli uomini di Khaled Meshaal, che loro ritenevano giusto e logico usare donne e bambini come scudi umani per difendersi dagli omicidi mirati delle forze di sicurezza israeliane. Un cinismo che potrebbe non avere lasciato indifferente nemmeno tutte quelle persone che Hamas si ostina a considerare come carne da cannone. Più precisamente era stato l’esponente di Hamas Fathi Hammad a dire testualmente che “per il popolo palestinese, la morte è diventata un’industria, nella quale hanno la meglio le donne, come del resto tutte le persone che vivono in questa terra, gli anziani eccellono in questo, come pure i mujaheddin ed i bambini”. Fathi, che è parlamentare palestinese, aveva poi aggiunto che “è questa la ragione per la quale il popolo palestinese ha trasformato in scudi umani le donne, i bambini, gli anziani e i mujaheddin con il chiaro obiettivo di sfidare la macchina dei bombardamenti israeliani… è come se dicessero al nemico sionista: noi vogliamo la morte allo stesso modo in cui voi volete la vita”.

Il problema adesso è quello di capire quanti di quegli scudi umani siano realmente volontari e quanti invece non lo siano affatto. Tutte le testimonianze sinora raccolte affermano che la grande maggioranza di loro non lo fa perché ci crede, ma perché costretta dai miliziani di Hamas, pena la morte, a mettersi sui tetti delle case dove soggiornano i capi del movimento islamico e intorno alle aree da dove vengono lanciati i razzi Qassam su Israele. Secondo quanto ammesso dallo stesso Fathi Hammad, sarebbero quindi i miliziani di Hamas i veri responsabili della morte di molti civili. Naturalmente Hammad dice che i “martiri” sono volontari, mentre questo non corrisponde alla verità che si sente dalle bocche dei fuoriusciti da Gaza. Purtroppo per sentire la verità in bocca a uno di questi fuoriusciti bisogna prima dargli un rifugio e un asilo politico sicuro fuori dai Territori, pena la morte dell’interessato al suo eventuale rientro. Da tempo Hamas agisce a Gaza come la mafia in Sicilia facendo proseliti a colpi di morti ammazzati e convincendo le famiglie a sacrificare un figlio al terrorismo suicida per non dovere morire tutti invece che uno solo. Questi sondaggi raccolti quasi clandestinamente dai media israeliani sono un’ulteriore conferma.

(L’Opinione.it, 17 aprile 2008)

Meshaal: “tregua di 10 anni ma senza riconoscere lo Stato di Israele”

Meshaal: “Tregua di 10 anni ma senza riconoscere lo Stato di Israele”

22/04/2008 “Offriamo una tregua di 10 anni se Israele si ritira sulle linee del 1967. In tal caso, potremmo accettare uno stato palestinese su quelle linee, con Geruslemme capitale, piena sovranità e pieno diritto al ritorno (dei profughi in Israele), ma senza riconoscere lo stato di Israele”. Lo ha dichiarato lunedì il capo del politburo di Hamas, Khaled Meshaal.

(Fonte: Israele.net)

Carter incontra due volte il leader di Hamas

Carter incontra due volte il leader di Hamas

Damasco, 19 aprile 2008 – Sfidando i critici in patria e in Israele, l’ex presidente americano Jimmy Carter ha incontrato a Damasco per ben due volte, ieri sera e stamattina, il leader di Hamas in esilio Khaled Meshaal e il suo vice Moussa Abu Marzouk, entrambi considerati come terroristi dal Dipartimento di Stato di Washington.

Ieri sera Carter e Meshaal hanno parlato per quattro ore di un possibile cessate il fuoco tra Israele e il gruppo armato palestinese nella Striscia di Gaza, il territorio teatro ancora oggi di violenti scontri tra miliziani e soldati israeliani.

Stamattina i due hanno invece discusso per un’ora di un possibile scambio di prigionieri per ottenere la liberazione di Gilad Shalit, il soldato israeliano rapito il 25 giugno 2006 da miliziani vicini ad Hamas.

Carter, premio Nobel per la pace nel 2002, è la personalità politica più importante ad aver incontrato esponenti del Movimento di resistenza islamico, e il gruppo palestinese rivendica per questo una nuova legittimità. L’ex presidente Usa nel 1978 fece da mediatore negli accordi di pace tra israeliani e egiziani firmati a Camp David, e si è proposto ora di favorire il processo di pace nella regione e la liberazione del caporale israeliano.

Hamas ha espresso soddisfazione per i colloqui di Damasco, che si sono svolti lontani dagli occhi dei giornalisti. “L’isolamento politico da parte dell’amministrazione americana è iniziato a crollare”, ha detto all’Associated Press Mohammed Nazzal, un dirigente del gruppo. Carter, che ha anche incontrato il presidente siriano Bashar Assad, non ha rilasciato commenti. L’ex presidente americano proseguirà il suo tour regionale recandosi in Arabi Saudita.

Quotidiano.net

Gelo in Israele per la visita di Carter

Missione privata. Critiche dal dipartimento di Stato Usa: «Parlerà con chi ostacola la pace»

Gelo in Israele per la visita di Carter

Niente incontri con Olmert e la Livni

L’ex presidente difende la scelta di vedere il leader di Hamas a Damasco Il mediatore americano accolto nello Stato ebraico solo da Peres. Visita a Sderot e colloquio con il padre di Shalit

NEW YORK — Non avrebbe potuto essere più glaciale l’accoglienza riservata da Israele all’ex presidente americano Jimmy Carter, da ieri a Gerusalemme per una missione privata nella regione che prevede, tra l’altro, un incontro a Damasco con il leader di Hamas, Khaled Meshaal. Il primo contatto in oltre due anni tra un politico Usa d’alto profilo e Hamas.

Soltanto il presidente Shimon Peres ha accettato di incontrare l’83enne Premio Nobel. Ma si sarebbe trattato di un meeting poco cordiale, durante il quale Peres avrebbe redarguito l’artefice degli storici accordi di Camp David tra Israele ed Egitto (nel 1978), ricordandogli che la sua attività politica degli ultimi anni «ha arrecato danno al processo di pace».

Forse per questo motivo nessun membro del governo israeliano gli ha dato udienza. Carter è stato snobbato dal premier di centrodestra Ehud Olmert, dal ministro degli Esteri Tzipi Livni, da quello della Difesa Ehud Barak e anche dal leader dell’opposizione di destra Benyanjn Netanyahu.

A nulla è valsa la sua tanto reclamizzata visita a Sderot, (la città vittima delle quotidiane gragnole di razzi da Gaza) e l’incontro con il padre del soldato israeliano catturato nel giugno 2006 da Hamas, Gilad Shalit.

In Israele non si è ancora sopito il clamore per Palestine: Peace, not Apartheid, il controverso saggio del 2006 in cui Carter accusa lo Stato ebraico di praticare coi palestinesi una politica razzista simile a quella attuata dal Sudafrica nei confronti dei neri durante l’Apartheid. Ma proprio come allora, anche oggi Carter difende a spada tratta le sue scelte.

«E’ molto importante che ci sia qualcuno disposto a incontrare i leader di Hamas e ad ascoltare il loro punto di vista», ha spiegato in una intervista alla Abc, dove ha ribadito che intende «verificare la flessibilità di Hamas, per tentare di convincerlo a cessare gli attacchi contro civili innocenti in Israele e a cooperare con Al Fatah per unire i palestinesi».

«Non ho dubbi sul fatto che se Israele vuole trovare la pace con giustizia nei suoi rapporti con i palestinesi — ha aggiunto Carter — debba veder incluso Hamas nel processo di pace». Una tesi che lo vede completamente isolato in America, dove considerare Hamas un’organizzazione terrorista è un precetto bipartisan che unisce Casa Bianca e Partito Democratico.

Il segretario di Stato americano Condoleezza Rice ha criticato l’iniziativa di Carter, dopo che il Dipartimento di Stato statunitense aveva insistito invano perché rinunciasse al viaggio. «Trovo difficile capire cosa possiamo guadagnare nel parlare di pace con Hamas — ha detto la Rice —, quando Hamas è, di fatto, l’ostacolo stesso alla pace».

di Alessandra Farkas

(Fonte: Corriere della Sera, 14 Aprile 2008)