Pacifisti o pacifinti?

Le contraddizioni dei pacifisti danneggiano la pace

La pace secondo i pacifinti

La pace secondo i pacifinti

Mi chiedo da un po’ di tempo chi sono i pacifisti. Se si tratti davvero di difensori della pace o di qualcos’altro. La risposta che mi sono dato è che a loro della pace non interessa nulla. Anzi essi sono attratti solo dalle guerre. O meglio da certe guerre, e in particolare da chi le fa certe guerre. I pacifisti si muovono solo quando le guerre vedono protagonisti gli Stati Uniti e Israele. Non si vedono pacifisti protestare contro la dittatura di Mugabe in Zimbabwe, andare nel Nord Kivu per fare gli scudi umani nella guerra civile del Congo e nelle altre guerre dell’Africa dimenticata. Perché andare in quei luoghi significa non avere alcuna visibilità magari rischi anche di morirci. Ai pacifisti non interessa il dramma del Darfur. Nè i massacri e le persecuzioni che i cristiani subiscono in India e nei paesi arabi. Loro sono razionali e razionalisti e non hanno tempo da perdere con chi si va a complicare la vita per una fede religiosa. Che poi non sarebbe altro che sciocca superstizione. Loro non bruciano la bandiera dell’Iran in cui essere omosessuali è un reato che ti può costare la vita. A bruciare spesso è la bandiera di Israele. E questo gli unisce a quel fine intellettuale di Ahamadinejad che vorrebbe che quello stato non esistesse neppure.

Difendere la pace significherebbe andare in Kashmir e fare in modo che India e Pakistan non si scannino più per un lembo di territorio di confine. O mobilitarsi in occasione di attentati come quello di Mumbai. O condannare il regime castrista e quello cinese per le continue violazioni dei diritti umani. La pace non conosce latitudini : è tale in tutte le parti del mondo. Ma ai pacifisti il concetto di pace non interessa. Essi hanno trasformato la pace in un -ismo. Il pacifismo è un ideologia, come il capitalismo, il comunismo, lo jihadismo. Essa ha i suoi dogmi di cui i pacifisti sono i gelosi custodi. Sacerdoti consacrati all’antiamericanismo e all’antisionismo che talvolta si tramuta in antisemitismo ( sempre altri -ismi), sono estremamente selettivi sia riguardo agli obiettivi da difendere sia ai tempi in cui concentrare il proprio impegno.

le bandiere bruciate sono sempre le stesse…

Torino, 1° Maggio 2008: le bandiere di Israele e degli USA vengono bruciate alla fine del corteo organizzato da Free Palestine

La pace non fa clamore. Difendere la pace avrebbe significato muoversi mesi prima dello scoppio della crisi contro Siria e Iran che rifornivano di armi Hamas. O fare sit in di protesta nella zona di confine tra Gaza ed Egitto dove anche le pietre sanno che passano armi e munizioni destinate poi ad essere rivolte contro gli ebrei. Nulla di tutto questo è avvenuto. Perché non se li sarebbe filati nessuno. Anzi rischiavano di finire in qualche prigione palestinese per ostacolo ai piani di Hamas. E perchè loro parteggiano per i palestinesi sempre e comunque; sia che a guidarli ci sia il corrotto Arafat che metteva i soldi degli aiuti nei suoi conti all’estero invece di usarli per costruire scuole o ospedali per la sua gente, sia che ci siano quei razzisti, omofobi e misogini di Hamas.

Ma la pace a differenza del pacifismo non conosce partigianeria. La pace è semplicemente un’altra cosa

Animale (a)sociale

Il mistero della nave iraniana: la morte che arriva dal mare

Il mistero della nave iraniana: la morte che arriva dal mare

Data: 16 ottobre 2008
Autore: La Redazione
Testata: Logan’s Centro Studi sul Terrorismo
Titolo: Attacco dell’Iran contro Israele?

Che l’Iran cercasse la distruzione di Israele era ovvio, Ahmadinejad non ne ha mai fatto un mistero però tutti hanno pensato ad un attacco nucleare. Un fatto sconvolgente di questi giorni, invece, fa intravedere una nuova prospettiva.

Avevamo già riportato un articolo di Guido Olimpo relativo alla nave iraniana Deyanat attaccata dai pirati della Somalia, alcuni giorni fa, però ci sono stati degli sviluppi importanti a questo riguardo che sono stati riportati in un articolo di Brian Harrig.

Il mistero della nave iraniana: la morte che arriva dal mare

una bomba sporca galleggiante?

La nave Deyanat: una bomba sporca galleggiante?

Di Brian Harrig

Il 21 agosto 2008 la MV Iran Deyanat, una nave porta rinfuse, di 44458 tonnellate di portata, era in rotta verso il Canale di Suez. Mentre stava passando il corno d’africa, a circa ottanta miglia a sudest di al-Makalia nello Yemen, viene circondata da motoscafi carichi di bande di pirati somali, che usano attaccare navi commerciali , tenere in ostaggio navi ed equipaggi insieme al carico. Il comandante della nave è chiaramente impotente di fronte a quaranta pirati armati di Ak-47 e di granate a razzo che gli bloccano la via di fuga. Non ha altra scelta che scagliare la nave contro.
Quello che i pirati non avevano previsto è che questa non era una nave normale.

La MV Iran Deyanat è di proprietà ed opera per conto della Islamic Republic of Iran Shipping Lines – IRISL – Linee Navali della Repubblica Islamica dell’Iran – una compagnia governativa amministrata dall’esercito iraniano che è stata sanzionata dal Dipartimento del Tesoro statunitense il 10 settembre, poco dopo il dirottamento della nave. Secondo il governo americano, la compagnia falsifica regolarmente i documenti di navigazione per nascondere l’identità degli utenti finali, utilizzando anche termini molto generici per descrivere i carichi ed in questo modo deviare l’attenzione delle autorità navali; in più adotta l’utilizzo di entità nascoste per evitare le sanzioni delle Nazioni Unite per facilitare la proliferazione militare del Ministero della Difesa iraniano.

La MV Iran Deyanat è salpata da Nanjing, in Cina, il 28 luglio e, secondo la sua documentazione, era diretta a Rotterdam, dove avrebbe dovuto scaricare 42 500 tonnellate tra metallo e prodotti industriali non ben identificati, ordinati da un anonimo cliente tedesco. La nave ha un equipaggio di 29 uomini compreso il comandante pachistano, un ingegnere iraniano, 13 altri iraniani, 3 indiani, 2 filippini, e 10 uomini dell’Europa dell’est, risultati poi essere albanesi.

La MV Iran Deyanat viene dirottata ad Eyl, un piccolo villaggio di pescatori a nordest della Somalia ed è sorvegliata da un grande numero di pirati – 50 uomini a bordo e 50 uomini sulla spiaggia. I pirati somali tentano in un primo momento di ispezionare i sette containers che si trovano a bordo della nave che però sono chiusi e sigillati. I membri dell’equipaggio affermano di non essere in possesso dei codici d’accesso e che non sono in grado di aprirli. I pirati ritengono di non avere la possibilità di aprirli senza causare dei danni gravi alla nave e minacciano di farla saltare in aria. Il capitano e l’ingegnere della nave iraniana vengono contattati per chiedere loro di rivelare la vera natura del misterioso “carico polveroso” però il comandante il comandante ed i suoi ufficiali rimangono molto vaghi al riguardo. Inizialmente affermano che il cargo trasporta petrolio grezzo, in seguito dichiarano che trasporta “minerali”. Dopo questo tentativo di depistaggio, i pirati scassinano uno dei containers e scoprono che è pieno di sacchetti che descrivano come “sporchi di una polvere sottile come la sabbia”.

Nel giro di tre giorni, i pirati che avevano aperto il container con un carico granuloso simile alla polvere, hanno tutti sviluppato strane complicazioni sanitarie, incluse una serie di ustioni cutanee e la perdita di capelli. Nel giro di due settimane, sedici pirati sono a catena, chi sulla nave chi sulla spiaggia.

Notizie relative alla strana malattia e al carico hanno raggiunto velocemente Garowe, sede del governo della regione autonoma del Puntland. Arrabbiati per l’ondata di atti di pirateria e con forti sospetti circa il carico della nave iraniana, il 4 settembre , le autorità hanno inviato una delegazione guidata dal ministro delle risorse minerali e del petrolio, Hassan Allore Osman, per esaminare la questione, che ha assistito ad alcune delle morti dovute all’esposizione a “qualcosa su quella nave”.

I pirati somali inizialmente avevano fissato il riscatto della nave a 2 milioni di dollari e il governo iraniano consegna 200000 dollari ad un intermediario locale “per facilitare lo scambio”. La consegna dei 2 milioni di dollari di riscatto, che deve aver luogo il 6 settembre, non viene rispettata per ragioni sconosciute. Dopo il 10 settembre, vengano applicate sanzioni contro la IRISL perché la compagnia è ritenuta essere compromessa in traffici illeciti per conto dei Guardiani della Rivoluzione.

Le negoziazioni ufficiali vengano interrotte completamente. Le autorità iraniane negano che ci siano stati degli accordi di pagamento di riscatto e neanche di aver pagato alcun cifra ai pirati. Tuttavia, dopo che le sanzioni sono state poste alla IRISL il 10 settembre, Osman ha dichiarato che gli iraniani avevano comunicato ai pirati che il patto era saltato: “ Hanno Comunicato ai pirati che non potevano venire per la presenza della marina statunitense”. La regione è pattugliata dalla task-force multinazionale 150, che include navi della quinta flotta degli Stati Uniti.

In seguito, è stato rilevato che il governo degli Stati Uniti aveva offerto di pagare 7 milioni di dollari ai pirati per “ avere il permesso di salire a bordo e di ispezionare la nave”. Gli ufficiali del Pentagono e del Dipartimento di Stato hanno rifiutato nella maniera più assoluta di commentare a questo riguardo.

L’esatta natura del cargo rimane ufficialmente un mistero, ma alcuni ufficiali di Puntland e di Baidoa sono convinti che la nave trasportasse carichi di armi verso l’Eritrea destinati ai ribelli islamisti . “Non possiamo ancora ispezionare il cargo ”, ha dichiarato Osman, “ma siamo sicuri che si tratti di armi”.

La marina degli Stati Uniti, quella francese e quella russa sono state avvistate davanti alle coste di Eyl, se il cargo iraniano fosse stato liberato, non sarebbe potuto andare da nessuna parte, perchè sarebbe stato catturato appena avesse preso il mare. Delle clausole specifiche approvate dalle Nazioni Unite e dal Congresso, avrebbero permesso alla marina degli Stati Uniti di catturare la nave poiché posta a sospetti. Il sospetto che ci fossero armi a bordo, e la possibilità che queste potessero essere armi chimiche, ha garantito che, quanto meno, un’ispezione della nave da parte delle autorità sarà assicurata. Mentre scrivo, la MV Iran Deyanat è ancora sorvegliata attentamente dalle unità navali statunitensi, francesi e russe.

Anche se l’intelligence americana e il governo stanno mantenendo uno stretto riserbo sulla vicenda, lo stesso non è stato applicato dai russi ed è in questo modo che siamo venuti a conoscenza della vera storia della MV Iran Deyanat. Si tratta di un’enorme bomba sporca galleggiante che avrebbe dovuto esplodere dopo aver oltrepassato il canale di Suez al limite orientale del mediteranno a prossimità delle città costiere di Israele.

L’intero carico di sabbia radioattiva, acquistata dall’Iran alla Cina – quest’ ultima necessita disperatamente di petrolio dall’Iran- e trasportata nei container, sarebbero saltati in aria, dopo che fossero state innescate delle cariche sulla nave e dopo che l’equipaggio sarebbe salito a bordo di scialuppe di salvataggio, in un luogo dove venti forti avrebbero trasportato la nube radioattiva verso terra.

Dato il gran numero di vittime fra i pirati somali, è ovvio che quando il contenuto del carico chiuso si fosse dissolto in area, avrebbe raggiunto la costa ed il danno in vittime sarebbe stato enorme. Questa nave era né più né meno l’attacco iraniano ad Israele da tempo promesso.

Non un attacco missilistico preventivato che avrebbe potuto essere intercettato dagli israeliani ma un attacco maggiormente letale ed inaspettato che arrivava dal mare.

E’ interessante notare che il governo israeliano nelle scorse settimane, aveva ripetutamente e fortemente richiesto che gli Stati Uniti ponessero un blocco navale all’Iran.

La ragione di questo blocco sarebbe stata una prevenzione certa contro qualsiasi nave iraniana con carichi mortali per impedire un attacco contro Israele o contro qualunque altro bersaglio dal mare.

Logan’s Centro Studi sul Terrorismo

Perché finanziare una tv che indottrina all’odio?

Perché finanziare una tv che indottrina all’odio?

Da un articolo di Itamar Marcus

Firmereste un assegno da 120 milioni di dollari per darlo a un ex-terrorista senza controllare attentamente che cosa intende fare col vostro denaro? Ebbene, questo è esattamente ciò che sta facendo con i soldi dei contribuenti la Norvegia, presidente del Comitato di Collegamento Ad Hoc che coordina gli aiuti internazionali all’Autorità Palestinese.

Nonostante la una vasta documentazione portata da Palestinian Media Watch sull’opera di promozione dell’odio fatta dalla tv ufficiale di Fatah-Autorità Palestinese, il ministro degli esteri norvegese Jonas Gahr Støre ha recentemente rilasciato una serie di dichiarazioni a difesa della tv dell’Autorità Palestinese che indicano quanto egli sia totalmente all’oscuro dei reali contenuti di quell’emittente. Poi, tanto per usare il suo denaro in modo coerente con la sua disinformazione, ha firmato un altro assegno da 85 milioni di corone destinato all’Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas (Abu Mazen), il cui ufficio controlla la tv palestinese.

Il ministro degli esteri norvegese non è cattivo. E non lo sono né gli europei né gli americani, che pire hanno di recente concordato di trasferire all’Autorità Palestinese altri 150 milioni di dollari portando il totale del loro aiuto all’Autorità Palestinese nel solo anno 2008 a più di 700 milioni: più di quanto gli Stati Uniti si fossero impegnati a versare durante la conferenza dei paesi donatori tenutasi lo scorso dicembre.

Tuttavia sono paesi che versano denari nelle tasche di Abu Mazen con un tale entusiasmo da far pensare che si tratti di un clone di madre Teresa di Calcutta. Purtroppo, invece, se dobbiamo guardare ai messaggi che invia ai bambini e ragazzi palestinesi, Abu Mazen sembra molto più un clone del suo predecessore, il capo terrorista Yasser Arafat, che non un costruttore di pace.

Difendendo la sua spesa folle per Abu Mazen, Støre ha dichiarato: “Non si può dire che questa emittente [di Fatah-Autorità Palestinese] sia coinvolta nell’indottrinamento dei bambini o nel negare il diritto di Israele ad esistere”, ed ha aggiunto d’essere contrario al fatto che una tv venga usata per “diffondere odio e istigare al terrorismo”, tutte cose che – a suo dire – non vengono fatte dalla tv dell’Autorità Palestinese.

Purtroppo si sbaglia di grosso. Nel corso degli undici anni da quando è attivo Palestinian Media Watch, non c’è mai stato un periodo caratterizzato da una così intensa demonizzazione di Israele, da continua promozione dell’odio e dalla negazione dell’esistenza di Israele da parte dei mass-media controllati dall’Autorità Palestinese (e da Fatah) come negli undici mesi trascorsi dopo la Conferenza di pace di Annapolis.

Ebrei e israeliani vengono demonizzati dall’Autorità Palestinese attraverso una serie di feroci calunnie, come le menzogne secondo cui Israele diffonderebbe intenzionalmente Aids e droghe fra i palestinesi, condurrebbe esperimenti medici di tipo nazista sui detenuti palestinesi, avrebbe rapito bambini palestinesi nel 1948 per crescerli come ebrei, e preparerebbe la distruzione della moschea di al-Aqsa a Gerusalemme.

Un documentario “storico” della tv dell’Autorità Palestinese ha trasmesso odiose contraffazioni, fra cui delle immagini di cadaveri filmati in Libano nel 1982 spacciate come “prove” di massacri che Israele avrebbe perpetrato nel 1948. Israele viene persino accusato di allevare dei ratti geneticamente modificati che cacciano si accaniscono contro gli arabi, e solo gli arabi, che vivono Gerusalemme.

Per quanto riguarda il riconoscimento di Israele, la tv di Abu Mazen non è diversa da quella di Hamas che senza mezzi termini nega l’esistenza e il diritto di esistere dio Israele.

Si considerino, ad esempio, questi recenti spezzoni della tv palestinese dove dei bambini palestinesi vengono fatti recitare un copione in cui si ribadisce che Israele, da Metulla a Eilat, è tutto “Palestina occupata” che dovrà alla fine essere “restituita”.

Bambino: “Il mio nome è Hiyam e provengo dalla città occupata di Safed”.
Bambino: “Il mio nome è Raad è provengo dalla città occupata di Acco”.

Bambino: “Il mio nome è Arhaf è provengo dalla città occupata di Haifa. Spero che la Palestina tornerà e che noi la difenderemo”.

Dopo questa messinscena, telefona un bambino che dice: “Io provengo dalla città di Beersheba”. E il conduttore della tv dell’Autorità Palestinese immediatamente lo corregge: “Dalla città occupata di Beersheba, naturalmente, dal Negev occupato. Noi benediciamo tutti i bambini del Negev, e sono molto felice che chiamino i nostri bambini dalle terre occupate di Palestina, da quelle terre occupate da Israele”. (Nota: tutte le località nominate in questo brano sono israeliane sin dalla nascita dello stato)

Domanda a un telequiz per bambini. Bambino che conduce: “Elenco dei porti palestinesi?”. Risposta esatta: “I porti di Haifa, Giaffa, Ashkelon, Eilat, Ashdod e Gaza”. (Nota: tutti, tranne l’ultimo, sono su terriorio israeliano sin dalla nascita dello stato)
Bambino che conduce: “Qual è la superficie dello stato di Palestina?”
Haidar: “27.000 kmq”.
Conduttore: “Esatto”.

Attenzione: Giudea e Samaria, note come Cisgiordania, e la striscia di Gaza ammontano a 6.000 kmq. Per arrivare alla cifra di 27.000 kmq bisogna comprendere tutto lo stato di Israele pre-’67, immaginando cioè uno “stato di Palestina” al posto di Israele.

Non sono che due di una serie praticamente infinita di esempi possibili.

Il mondo si infuriò quando il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad annunciò in televisione la sua visione di un mondo da cui fosse cancellato Israele, e vi fu chi propose che fosse posto sotto processo per questo. Invece, quando la tv di Abu Mazen insegna ai bambini palestinesi una identica visione di un mondo in cui non c’è posto per Israele, i paesi occidentali accorrono con il libretto degli assegni in mano.

La tv dell’Autorità Palestinese celebra apertamente i terroristi, anche quelli che hanno ucciso dopo la conferenza di Annapolis. Il terrorista suicida di Dimona, l’altro che ha ucciso otto studenti in una scuola talmudica di Gerusalemme, l’arci-terrorista internazionale di Hezbollah Imad Mughniyeh e tanti altri sono stati celebrati nel corso del 2008 come shahid (martiri della guerra santa) da giornali e tv ufficiali dell’Autorità Palestinese.

Per più di un anno la tv dell’Autorità Palestinese ha mandato in onda un video-clip musicale con il martellante messaggio rivolto a Israele: “O mio nemico, o mio nemico… o serpente avvinghiato alla terra… tu non hai altra scelta, o mio nemico, che quella di andartene dal mio paese”.

Inoltre la dirigenza della tv dell’Autorità Palestinese abbraccia e proclama apertamente in tv la tradizionale ideologia di Arafat volta a distruggere Israele per fasi. In una recente intervista, un parlamentare di Fatah ha dichiarato: “Non vuol dire che rinunciamo alle terre del 1948 [cioè, a distruggere Israele], ma nel nostro attuale programma politico noi diciamo che vogliamo uno stato sulle linee del 1967”.

Dopo che avevamo presentato questa documentazione in un seminario al parlamento norvegese la scorsa settimana, Siv Jenson, presidente del Progress Party, si è alzata e ha annunciato pubblicamente che il suo partito, se vincerà le prossime elezioni (è in testa nei sondaggi), taglierà i fondi all’Autorità Palestinese. Ma il problema è più urgente. L’attuale governo norvegese, in quanto presidente del comitato che coordina gli aiuti, ha l’obbligo morale non solo di congelare immediatamente i fondi destinati alla macchina della propaganda di odio dell’Autorità Palestinese, ma anche di raccomandare che tutto il gruppo dei paesi donatori internazionali faccia altrettanto, condizionando la ripresa delle donazioni all’Autorità Palestinese ad una rigorosa revisione dei libri di testo palestinesi e a un cambiamento totale di prospettiva. Finché i leader dell’Autorità Palestinese continuano a vedere il processo attuale come una fase verso la distruzione di Israele, l’Autorità Palestinese non dovrebbe ricevere nessun sostegno finanziario. Spetta all’Autorità Palestinese dimostrare che ha iniziato finalmente a promuovere la pace presso la propria gente, in arabo, e non solo a parlare di pace in inglese quando sono accese le telecamere straniere.

Il mondo non deve scordare che la macchina della propaganda di odio dell’Autorità Palestinese, finanziata dall’occidente dal 1994 al 2000, fu determinante nel lanciare la più lunga e sistematica campagna terroristica della storia. Alla sua testa v’erano Yasser Arafat e il suo fido confidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen). È cambiato da allora? È vero che in inglese parla di pace, ma la sua voce in arabo, attraverso i suoi mass-media, è più che mai velenosa e carica di odio.

Dopo la presentazione al parlamento di Oslo, un giornalista mi ha chiesto se mi pare giusto che la Norvegia interferisca nella libertà d’espressione dei palestinesi. La mia risposta è stata diretta: i palestinesi hanno l’inalienabile diritto di indottrinare i loro bambini al all’odio più cieco e distruttivo, ma la Norvegia e l’occidente hanno l’obbligo morale di smettere di finanziare tale indottrinamento.

(Da: Jerusalem Post, 28.10.08 )

Nell’immagine in alto: Mappa trasmessa dalla tv dell’Autorità Palestinese subito dopo la Conferenza di pace di Annapolis: Israele è cancellato dai coloro della bandiera palestinese

”Da Haifa a Gerusalemme a Beer Sheva”

“AqsaTube” celebra on-line il terrorismo

Israele.net

Thanks to Piero

Anche un militare italiano alla parata anti-Israele in Iran

Il caso Dopo le critiche per la presenza di un tedesco, l’ Italia rivela: «C’ era il nostro attaché, ma ha protestato per gli slogan antiebraici»

Anche un militare italiano alla parata in Iran

La Farnesina: «Eravamo informati». L’ ambasciata d’ Israele esprime «disappunto» Il ministero degli Esteri: «Non esiste nessuna linea comune europea contro la partecipazione a una simile parata militare»

Sfilano i soldati e i carri armati. Sfilano i missili balistici Shahab-3, sui quali è dipinta la scritta «Israele deve essere spazzata via dalle mappe». Appare lo striscione «Israele dovrebbe essere cancellata dal mondo». Parla il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad. Il colonnello Vittorio Maria Boccia, addetto per la Difesa dell’ ambasciata italiana in Iran, ex comandante del 41° reggimento Cordenons (schierato anche in Iraq), è tra gli spettatori. Si tratta della parata annuale in commemorazione della guerra contro l’ Iraq (1980-88) tenutasi il 21 settembre a Teheran. L’ attaché italiano stava seduto alla destra dell’ addetto militare dell’ ambasciata tedesca. Lo ha fotografato un reporter dell’ agenzia iraniana Isna. L’ immagine è stata diffusa su Internet.

Ieri, per la prima volta, al telefono con il Corriere, un portavoce del ministero degli Esteri italiano ha ammesso la presenza del diplomatico alla parata. Gli attaché italiano e tedesco sono i soli dell’ Unione europea ad aver partecipato alla sfilata (della Nato c’ era anche la Turchia). La presenza dell’ addetto militare tedesco ha provocato nei giorni scorsi uno scandalo. Il governo e i media israeliani sono stati molto critici. Gli americani hanno fatto sapere di essere irritati. La Germania fa parte del gruppo 5+1 che tratta con Ahmadinejad per impedirgli di proseguire nel programma nucleare.

La foto della parata militare dell'Iran. Nel riquadro a sinistra compare il Colonnello Vittorio Maria Boccia

La parata militare in Iran: nel riquadro a sinistra compare il Colonnello Vittorio Maria Boccia

La scelta di inviare l’ attaché è stata vista, da più parti, come un gesto di amicizia stretta e l’ attenzione dei media si è spostata sugli affari – tuttora consistenti nonostante le sanzioni – della Germania, il primo esportatore mondiale in Iran (l’ Italia invece è il primo importatore; acquista petrolio greggio e gas naturale). Il ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier ha convocato l’ ambasciatore tedesco Herbert Honsowitz a Berlino il 29 settembre. Honsowitz ha dovuto spiegare come mai aveva deciso di mandare un suo uomo all’ imbarazzante sfilata. Pochi giorni fa, il ministro degli Esteri Franco Frattini ha criticato Romano Prodi, perché aveva incontrato Ahmadinejad («Io non l’ avrei fatto»).

In quest’ occasione, invece, la Farnesina ha spiegato che «era informata del fatto che l’ addetto militare avrebbe preso parte alla parata» e che «non esiste nessuna linea comune europea sulla partecipazione o meno a una simile sfilata militare». C’ era solo «un’intesa dell’ Unione europea che qualora la parata fosse diventata occasione di manifestazioni ingiuriose, gli addetti militari eventualmente presenti manifestassero il proprio dissenso e decidessero di andarsene». All’ apparire degli slogan anti israeliani, il colonnello Boccia ha «platealmente fatto capire di volersene andare» – spiega la Farnesina – «alzandosi, sbracciandosi, girando le spalle e girando i tacchi». Ma non gli è stato «fisicamente possibile» per «ragioni di sicurezza» e di «protocollo».

La spiegazione non soddisfa l’ ambasciata d’Israele in Italia, che era al corrente del caso e ha già espresso alla Farnesina «il nostro disappunto che il rappresentante di uno Stato amico come quello italiano abbia partecipato alla parata militare di uno Stato che chiama alla distruzione di Israele e sostiene il terrorismo. La partecipazione a un evento di questo genere che minaccia la nostra esistenza dà legittimità alla politica del regime iraniano».

Mazza Viviana

(Fonte: Corriere della Sera, 21 Ottobre 2008, pag. 15)

Onu, battuto Ahmadinejad. L’ Iran fuori dal Consiglio

Palazzo di vetro: Teheran non riesce a conquistare un seggio non permanente

Onu, battuto Ahmadinejad. L’ Iran fuori dal Consiglio

Il Palazzo di Vetro, sede dell'ONU

Il Palazzo di Vetro, sede dell'ONU

Il Giappone ottiene 158 voti. Solo 32 agli ayatollah. Israele: «La comunità internazionale è stata determinata». Un seggio anche a Turchia, Austria, Messico e Uganda

NEW YORK – L’ esito era scontato. Al Palazzo di Vetro l’ Iran ieri è stato battuto al primo scrutinio dal Giappone, vedendo naufragare il suo sogno di sedere come membro non permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel prossimo biennio. Oltre a Tokio, l’ Assemblea Generale Onu ha assegnato un posto alla Turchia, all’ Austria, al Messico e all’ Uganda, respingendo anche le richieste dell’ Islanda.

Principale organo decisionale dell’ Onu, il Consiglio di sicurezza si compone di quindici membri, di cui cinque permanenti che godono del diritto di veto (Cina, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Russia). Gli altri dieci sono eletti ogni anno a gruppi di cinque – distribuiti in base a zone geografiche – per mandati di due anni non immediatamente rinnovabili. Lo scrutinio è segreto. Per il gruppo Europa Occidentale quest’anno Austria, Islanda e Turchia erano in lizza per i due seggi che perderanno il Belgio e l’Italia. Non c’era gara, invece, per l’ America Latina e l’ Africa, perché i rispettivi gruppi regionali si erano già accordati su Messico e Uganda. I riflettori dell’ Assemblea erano tutti puntati sulla candidatura della Repubblica Islamica, da anni sotto le sanzioni Onu, che ha ottenuto solo 32 voti contro i 158 del Giappone, che ha immediatamente superato i due terzi dei consensi necessari per essere eletti. Una sconfitta a dir poco bruciante che, secondo l’ ambasciatrice di Israele all’ Onu Gabriela Shalev «dimostra la determinazione della comunità internazionale contro l’ Iran di Ahmadinejad: un Paese che appoggia il terrorismo e minaccia la pace mondiale». «Le sanzioni si riflettono sui pochi voti raccolti dall’ Iran – le fa eco Alejandro Wolff, ambasciatore aggiunto degli Usa – la comunità internazionale ha rifiutato questa candidatura».

Eppure alla vigilia Teheran aveva ostentato la certezza di una vittoria. «Le nazioni islamiche e i 118 membri del Gruppo dei Paesi non allineati ci appoggiano pubblicamente», ha scritto ieri l’ agenzia di stampa iraniana Fars sul suo sito Web, citando, tra gli «alleati sicuri», Pakistan e Tagikistan. Ma dietro le quinte la comunità internazionale ha montato una vasta campagna per stoppare la candidatura. Oltre a perseguire la distruzione di Israele, l’ Iran ha più volte denunciato come «illegittimo» il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che negli ultimi due anni ha votato ben quattro risoluzioni contro Teheran cui sono state imposte sanzioni a causa del suo programma nucleare. La crociata ha visto l’ Italia in prima fila. Alcuni giorni fa Fiamma Nirenstein (Pdl), vicepresidente della Commissione Esteri della Camera, annunciò l’ approvazione all’ unanimità di una mozione bipartisan che impegnava il governo ad agire anche a livello europeo contro la candidatura dell’ Iran. Sì perché, anche se Teheran è entrata in Consiglio soltanto una volta, nel 1955-56, al tempo degli Scià, alcuni temevano un colpo a sorpresa di certi Paesi, decisi a esprimere il proprio dissenso rispetto alle decisioni dei Quindici. Dei 192 Paesi dell’ Onu, 114 non si sono mai seduti in Consiglio o non hanno avuto che un solo mandato di due anni, e Teheran si era appellata a loro per chiedere «una migliore applicazione del principio dell’ uguaglianza sovrana di tutti gli Stati membri, sancito nella carta dell’ Organizzazione». Ma ben pochi hanno «comprato» quest’ argomentazione. «Essere sotto le sanzioni Onu è un problema serio», teorizza l’ ambasciatore russo Vitaly Churkin, «l’ Iran voleva entrare in un organismo che ha sempre criticato». «Il Giappone era imbattibile», gli fa eco l’ ambasciatore indiano Nirupam Sen. «È il secondo contribuente dell’ Onu dietro gli Usa ed è in campagna da molti anni per ottenere un seggio permanente al Consiglio». Nei corridoi del Palazzo di Vetro era persino corsa voce di un ritiro dell’ Iran. «Nessuno vuole ripetere l’ esperienza del Ruanda – scrive sull’ International Herald Tribune Neil MacFarquhar – che, in quanto membro non permanente nel 1995-1996, riuscì ad ostacolare i lavori dei Quindici, proprio mentre era in corso un genocidio nel suo territorio».

Alessandra Farkas

(Fonte: Corriere della Sera, 18 Ottobre 2008, pag. 18 )

L’Italia contro l’Iran al Consiglio di sicurezza dell’Onu

L’Italia s’è desta contro l’Iran all’Onu

Smarcandosi dalla diplomazia pigra e collusa con la politica egemonica dell’Iran, l’Italia ha segnato un punto a vantaggio della solidarietà occidentale. In commissione Esteri è stata approvata all’unanimità, fatto che genera speranza, una risoluzione proposta da Fiamma Nirenstein (Pdl) che impegna il governo a ricercare in sede europea un’effettiva unità d’intenti per impedire all’Iran di entrare nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. Teheran ha avanzato la candidatura per uno dei dieci seggi non permanenti del Consiglio, per statuto spetta all’Asia e attualmente è occupato dall’Indonesia (da gennaio tornerà vacante). Con il voto l’Italia implicitamente sancisce e rinnova il ruolo di difesa del mondo dalla minaccia atomica e terroristica proprio dell’Onu, organo garante della sicurezza internazionale che l’Iran ha cercato di trasformare in cassa di risonanza del suo messaggio genocida.

L’Iran fomenta la distruzione d’Israele, unico stato nato in seguito a un voto delle stesse Nazioni Unite, incendia l’Iraq armando ciò che resta del mahdismo sciita e irrora di soldi, armi e ideologia totalitaria la mezzaluna islamica di Libano e Palestina. “L’Iran all’Onu significherebbe permettere che un delinquente divenga il proprio stesso giudice”, ha detto Tzipi Livni, fresca di leadership del partito centrista Kadima. Romano Prodi non ha battuto ciglio a Teheran, di fronte a un Mahmoud Ahmadinejad e all’ayatollah Khamenei che hanno paragonato Israele alla Germania nazista e ribadito le loro consuete accuse e minacce di una sua distruzione. Poi c’è la notizia del diplomatico tedesco che osservava i missili iraniani alzarsi in cielo e in grado di abbattersi su Tel Aviv. Questa è diplomazia che porta alla rovina, anche perché la candidatura iraniana è sì incredibile, ma ben sostenuta (118 paesi non allineati e 57 nazioni della Conferenza islamica). Il voto in Commissione può essere l’inizio di una sana politica europea comune. L’Iran è come il pezzo di un puzzle che non trova collocazione. O si adegua al medio oriente, o sarà il medio oriente ad adeguarsi all’Iran. I suoi tentacoli sono arrivati fino a Buenos Aires, con l’ecatombe al centro culturale ebraico. Nessuno si senta al riparo. Il tempo lavora a favore di Teheran.

(Fonte: Il Foglio, 17 Ottobre 2008 )

La parata del silenzio imbarazzante

La parata del silenzio imbarazzante

A Teheran Prodi ha ascoltato le frasi antisemite di Ahmadinejad e Khamenei senza colpo ferire

di Carlo Panella

In visita a Teheran, l’ex presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha avuto una sconcertante mancanza di reazione di fronte a un Mahmoud Ahmadinejad e a un ayatollah Ali Khamenei che, in sua presenza, hanno ribadito – con l’unica accortezza di ammantare le loro frasi di prudenza lessicale – la volontà di eliminare Israele e di contrastare il legittimo governo di Baghdad.

Martedì scorso, Prodi ha partecipato nella capitale iraniana, assieme a Kofi Annan e ad altri leader occidentali, a un incontro “interreligioso” organizzato dall’ex presidente della Repubblica islamica, Mohammed Khatami. Gli ospiti sono stati ricevuti prima dal presidente, Ahamadinejad, e in seguito dal Rahabar, l’ayatollah Khamenei, che hanno pronunciato frasi inequivocabili, quanto intollerabili, anche se con linguaggio volutamente diplomatico, contro Israele.

Prodi ha fatto finta di non sentire, non ha reagito e non le ha minimamente contestate, consolidando così una sua posizione di dissociazione a malapena dissimulata dalla “linea della fermezza” sia dell’Unione europea sia dell’Onu e una sua personale insensibilità al tema della difesa intransigente di Israele dalle esplicite minacce di distruzione più volte pronunciate dai due leader fondamentalisti.

Ahmadinejad, dopo avere accusato la politica americana in medio oriente, è stato esplicito circa Israele: “Il regime sionista commette da sessant’anni crimini contro i palestinesi, e questo problema non potrà essere risolto fino a quando le terre palestinesi saranno sotto occupazione e vi saranno cinque milioni di profughi”.

Prodi sa bene che quando Ahmadinejad denuncia le “terre palestinesi sotto occupazione” intende tutto il territorio di Israele – non soltanto la Cisgiordania – e che quindi queste parole altro non sono che la reiterazione dell’auspicio della “scomparsa di Israele dalla faccia della terra” già espresso più volte dalla leadership iraniana. Ma Prodi non ha ritenuto di dovere ribattere ed è stato in silenzio anche di fronte all’ayatollah Khamenei che – sempre con linguaggio volutamente contorto, ma chiarissimo – ha sostenuto che Israele è retaggio del colonialismo europeo, che è simile alla Germania nazista e che, contro il suo governo (e anche contro il governo iracheno, sostenuto dall’Italia), l’unica risposta è il jihad: “All’origine delle tensioni attuali vi sono le passate politiche coloniali dell’occidente. Oggi ci sono governi che vogliono saccheggiare i diritti delle nazioni e avere il dominio nel mondo, come quelli del passato. Contro coloro che opprimono i popoli della Palestina e dell’Iraq l’unica azione efficace è la lotta contro la tirannia”.

Romano Prodi in compagnia dell'amico Ahmadinejad

Romano Prodi in compagnia dell'amico Ahmadinejad

Prodi, si badi bene, non è un privato cittadino, ma un ex premier e oggi è incaricato dall’Onu della presidenza della commissione per il Peacekeeping in Africa. Con questi silenzi va ben oltre la reiterazione di una posizione di “apertura” al regime di Teheran. Il fatto ben più grave è che, con questo suo atteggiamento, Prodi continua a offrire ai leader iraniani più oltranzisti l’immagine di una Italia divisa in due, rafforzando le critiche negli ultimi mesi da loro rivolte al governo Berlusconi, “colpevole” di avere chiuso la fase di accondiscendenza dimostrata dal governo dell’Unione.

Dopo un incontro con Ahmadinejad durante l’Assemblea generale dell’Onu del 2007, Prodi, assieme a Massimo D’Alema, ha continuato a sviluppare una diplomazia parallela a quella dell’Onu e dell’Ue, organizzando vertici col responsabile iraniano della sicurezza, Ali Larijani, tanto che il 21 gennaio scorso avrebbe dovuto ricevere a Palazzo Chigi il primo consigliere di Ahmadinejad, Hashemi Samareh (l’incontro è saltato poiché è caduto il suo esecutivo).

La natura opaca e addirittura equivoca di queste relazioni italo-iraniane emerse subito dopo, quando gli interlocutori di Prodi e D’Alema iniziarono a criticare “la svolta” dell’Italia nei confronti di Teheran, determinata dal governo Berlusconi. Il 26 maggio il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Ali Hosseini, dichiarò: “Alcuni paesi europei mostrano reazioni negative e illogiche. Ci aspettiamo reazioni logiche dai paesi europei, e specialmente da paesi amici come l’Italia”.

Due mesi dopo, il 14 luglio 2008, lo stesso interlocutore diretto di Prodi e D’Alema, Ali Larijani, diventato speaker del Parlamento iraniano, il Majlis, ha direttamente attaccato “alcune prese di posizione del nuovo governo italiano sulle questioni mediorientali”, riferendosi chiaramente alle dichiarazioni di Franco Frattini che, nel corso di un viaggio in Israele, aveva abbracciato la linea della fermezza verso l’Iran e le sue ambizioni nucleari.

(Fonte: Il Foglio, 16 Ottobre 2008 )