Roma: fermato dalla Digos l’autore delle scritte antisemite firmate Militia

Roma: fermato dalla Digos l’autore delle scritte antisemite firmate Militia

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ROMA (12 novembre) – La Digos ha identificato l’autore degli striscioni, a firma Militia, contenenti frasi offensive nei confronti del presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici e il sindaco della Capitale Gianni Alemanno. La persona fermata, autore anche dei manifesti contro il presidente del Senato Renato Schifani, è Maurizio Boccacci, 52 anni, leader del disciolto Movimento Politico Occidentale. L’informativa della Digos relativa all’identificazione dell’autore degli striscioni è stata consegnata al Procuratore di Roma Giovanni Ferrara ed al pm Diana De Martino.

Boccacci è stato convocato dal dirigente della Digos, Lamberto Giannini, e si è assunto «la paternità e la responsabilità delle azioni, oltre all’ esposizione di striscioni a firma del gruppo Militia, sigla che avrebbe ideato dopo essere fuoriuscito dal movimento sociale Fiamma Tricolore».

Maurizio Boccacci in una foto del 1994

Maurizio Boccacci in una foto del 1994

Boccacci è stato denunciato dalla polizia in base alla legge Mancino del ’93. Legge che prevede sanzioni a chiunque si riferisca ad ideologie nazifasciste e a discriminazioni razziali. Gli striscioni sarebbero quelli del 24 settembre, del 17, 22 e 27 ottobre e del 6 novembre.

La scritta Militia era riapparsa a Roma settimane fa. L’ultima volta il 5 novembre sul ponte Pietro Nenni, tra i lungotevere Da Brescia e Michelangelo: erano stati affissi due striscioni di circa 7 metri ciascuno firmati dal movimento di estrema destra Militia. «Alemanno-Pacifici: Roma-Auschwitz solo andata» e «Banche e usurai pagherete caro, pagherete tutto!» le scritte apparse.

Manifesti del genere erano comparsi nella Capitale già altre tre volte: il 23 ottobre, anche in quell’occasione contro il sindaco Alemanno. Il 24 ottobre un manifesto negava l’Olocausto sostenendo che il genocidio degli ebrei da parte della Germania nazista non sarebbe mai realmente avvenuto e si minacciava il presidente del Senato, Renato Schifani.

Il Messaggero

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Il saluto romano? In San Babila è reato

La sentenza Condannati in nove. «Un contesto che rievoca i neofascisti»

Il saluto romano? In San Babila è reato

Condanna per il gesto in piazza San Babila: il luogo-simbolo fa la differenza

MILANO — Fare il «saluto romano »? Sebbene l’aria che tira sia quella dello sdoganamento di un gesto, derubricato a poco più che innocua intemperanza (ad esempio di recente nell’entusiasmo dei supporters di Alemanno in Campidoglio dopo la sua elezione a sindaco di Roma), può essere ancora reato di apologia di fascismo. Come pure gridare lo slogan «Camerati a chi? A noi!». O partecipare al coro «Me ne frego». Dipende dalle condizioni di contesto, dal teatro delle performance, dal «potenziale evocativo ». È questo il discrimine tracciato dalle motivazioni (depositate prima delle elezioni) di una sentenza con la quale il Tribunale di Milano il 20 dicembre scorso aveva condannato nove persone a pene comprese fra gli 8 e i 2 mesi, assolvendone altre dodici. Di fronte all’ottava sezione penale, nessuno degli imputati negava di aver fatto i gesti e intonato i cori attestati dai video della Digos e imputati dalla Procura a 21 dei 700 partecipanti alla manifestazione nazionale pubblica (con corteo in corso Venezia e comizio in piazza San Babila) organizzata dal Movimento Sociale-Fiamma Tricolore a Milano nel pomeriggio dell’11 marzo 2006, in un clima già teso per i gravi disordini provocati invece di mattina dal «corteo antifascista» di autonomi e centri sociali (costato 15 condanne a 4 anni per devastazione).

LE MOTIVAZIONI – L’interesse delle motivazioni sta nel fatto che esse distinguono tra i due tempi della manifestazione. Nel corteo di corso Venezia, benché di saluti romani e inni fascisti si fossero resi protagonisti alcuni degli impu-tati, scatta la loro assoluzione in quanto «si trattò di episodi isolati, che coinvolsero i manifestanti a gruppetti separati, senza che la gestualità o i canti abbiano (per compattezza, vistosità o intensità) presentato una coralità effettivamente suggestiva sulle folle». Qui i manifestanti esponevano «striscioni con rivendicazioni (come il diritto alla casa e la necessità del rispetto della legalità) dai contenuti squisitamente politici e legittimi», e sfilavano accanto ad altre persone «che non ostentavano simbologia fascista». Tutta diversa, per la relatrice delle motivazioni Concetta Locurto e i colleghi Tremolada e Rispoli, la valutazione di quegli stessi gesti e inni «nel momento cruciale del comizio» di Maurizio Boccacci «in piazza San Babila, luogo non irrilevante» perché «San Babila, in tutta Italia e soprattutto a Milano, è un luogo già di per sé fortemente simbolico: al di là della dimensione architettonica risalente all’epoca e allo stile del ventennio fascista, la piazza evoca un immediato collegamento con le formazioni “neofasciste” milanesi che, notoriamente, l’avevano eletta a loro trincea negli anni ’70». È qui, per i giudici, che saluti romani e inni cessano di essere «innocue parole o gesti che esprimano semplicemente il pensiero o il sentimento occasionale di un individuo», e passano invece a costituire «una rievocazione evidente dei contenuti e dei metodi del disciolto partito fascista, attraverso la spavalda ripetizione di gesti e invocazioni abituali accompagnata a una rivendicazione orgogliosa e compiaciuta delle proprie radici storico- politiche». È qui che diventa reato «una ritualità potentemente evocativa del clima del ventennio», una «chiara esortazione a manifestare pubblicamente quella stessa fede politica anche a dispetto dei divieti imposti dall’Autorità».

Luigi Ferrarella

Corriere.it