Gli infortuni dell’Onu

PREGIUDIZI CONTRO ISRAELE

Gli infortuni dell’Onu

unvsisrael

di Angelo Panebianco

C’è una differenza fra la guerra del Libano del 2006 e l’attuale conflitto a Gaza. Questa volta, sono molti di più i governi disposti a riconoscere le ragioni di Tel Aviv. Per conseguenza, anche l’opinione pubblica internazionale, e occidentale in particolare, non si è compattamente e pregiudizialmente schierata contro Israele. I regimi arabi moderati, che temono più di ogni altra cosa le aspirazioni egemoniche dell’Iran (alleato e protettore di Hamas) mantengono, nonostante l’opposizione delle piazze, un atteggiamento prudente. La fazione palestinese moderata di Abu Mazen (sanguinosamente cacciata da Gaza, nel 2007, dai miliziani di Hamas) considera Hamas l’unica responsabile dell’attacco israeliano. Anche in Europa il vento è in parte cambiato.

I governi tedesco, italiano e dei Paesi dell’Europa orientale hanno preso chiare posizioni a favore del diritto di Israele a difendersi dai missili di Hamas. E i l Presidente Sarkozy, nonostante la tradizione francese (poco sensibile alle ragioni di Israele), sarà obbligato, nel suo prossimo tentativo di mediazione, a tenerne conto. Comincia a farsi strada la consapevolezza che fra le molte asimmetrie del conflitto c’è anche quella rappresentata dal diverso valore attribuito dai contendenti alla vita umana. Per gli uomini di Hamas, come per Hezbollah in Libano, la vita (anche quella degli appartenenti al proprio popolo) vale talmente poco che essi non hanno alcun problema a usare i civili, compresi i bambini e le donne, come scudi umani. Per gli israeliani, le cose stanno differentemente. Cercano di limitare il più possibile le ingiurie alla popolazione civile anche se, naturalmente, la natura del conflitto esclude che essa non sia coinvolta. L’attacco dell’esercito, appena iniziato, volto a bloccare definitivamente Hamas, è stato a lungo ritardato. Tra le ragioni del ritardo c’era anche il timore per l’alto costo in vite di civili che l’attacco potrebbe comportare.

Insomma, di fronte alla complessità del problema e alla diffusa consapevolezza che non si può negare a uno Stato il diritto di difendersi da un’organizzazione di fanatici votati alla distruzione di quello stesso Stato, c’è questa volta, in giro, meno voglia di dare addosso pregiudizialmente a Israele. Ma con un’eccezione di assoluto rilievo: le Nazioni Unite. Richard Falk, «relatore speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi», rappresentante dell’Human Rights Council (Consiglio per i diritti umani) delle Nazioni Unite, sta usando la sua carica, e la sponsorizzazione dell’Onu, per fare propaganda pro-Hamas e antisraeliana. Le sue tesi «sull’aggressione israeliana » a Gaza sono esattamente le stesse di Hamas. Il caso di Richard Falk è interessante perché ci aiuta a capire come vengano trattati i «diritti umani» alle Nazioni Unite. Ebreo americano, già professore di diritto internazionale a Princeton, Falk è quello che in America si definisce un radical. E dei più accesi. Fra le sue molte imprese si possono ricordare il suo giudizio entusiasta sull’Iran di Khomeini (un «modello per i Paesi in via di sviluppo», lo definì arditamente nel 1979) e i suoi dubbi, alla Michael Moore, sulla «verità ufficiale» americana sull’11 settembre. Nel 2007 paragonò la politica israeliana verso i palestinesi a quella della Germania nazista nei confronti degli ebrei. È persona non grata in Israele.

La nomina di Falk (con il voto contrario degli Stati Uniti), nel marzo 2008, a rappresentante per i territori palestinesi del Consiglio per i diritti umani, un organismo dominato da Paesi islamici e africani, ebbe un solo scopo: quello di predisporre un corpo contundente da usare contro Israele. È un altro clamoroso infortunio dell’Onu. Dopo quello che, alcuni anni fa, portò la Libia, nella generale incredulità, alla presidenza della Commissione per i diritti umani (poi abolita). Se l’Onu si occupasse seriamente di diritti umani dovrebbe mettere sotto accusa un bel po’ dei propri Stati membri, ossia tutti gli Stati autoritari o totalitari (dalla Cina a quasi tutti i regimi del mondo musulmano). Ma non può farlo. In compenso, i diritti umani vengono spesso usati come proiettili per colpire le democrazie occidentali e Israele. Anche se creare una «Lega delle democrazie» è risultato fino ad oggi impossibile, un maggiore coordinamento fra i Paesi democratici in sede di Nazioni Unite sarebbe quanto meno auspicabile. Al fine di imporre a certi suoi organismi comportamenti più decorosi. Nonostante il credito di cui l’Onu continua a godere, è un fatto che, nelle crisi internazionali, sanno spesso muoversi con maggiore credibilità, pur con le loro magagne e imperfezioni, i governi delle democrazie. Per lo meno, devono rispondere del proprio agire alle loro opinioni pubbliche e hanno comunque (non c’è Guantanamo che tenga) carte più in regola degli altri anche in materia di diritti umani.

(Fonte: Corriere della Sera, 4 Gennaio 2009 )

Giornalista libanese: crisi economica complotto ebraico-americano

Giornalista libanese: crisi economica complotto ebraico-americano

Il giornalista libanese Fuad Matar ha pubblicato, rispettivamente il 3 ed il 5 ottobre scorso, sui quotidiani Al-Liwa (Libano) e Al-Yawm (Arabia Saudita) un articolo in cui afferma che gli ebrei ed il movimento globale sionista hanno provocato la crisi finanziaria per impedire al presidente Bush di adempiere alla sua promessa di fondare uno stato palestinese prima della scadenza del suo mandato presidenziale. Inoltre, scrive Matar, “è da supporre che i sionisti abbiamo apportato un significativo cambiamento ai loro piani [e deciso] che era venuto il momento di trasferire la base strategica sionista dagli USA in Europa da quando è sorta la possibilità che un nero, Barak Obama, guidi gli Stati Uniti…Tra gli indizi [che sostengono] questa supposizione vi è il fatto che hanno portato al potere il presidente francese Nicolas Sarkozy, che è di origine ebraica e ha in simpatia gli ebrei. [Possono anche creare] un altro Sarkozy per sostituire l’attuale primo ministro britannico, Gordon Brown, che attraversa una seria crisi di leadership…”

(Fonte: memri.org, 22 Ottobre 2008 )

Osservatorio Antisemitismo

Sarkozy, nessun rapporto con Hamas se non rinuncia a violenza

Sarkozy, nessun rapporto con Hamas se non rinuncia a violenza

BETLEMME, 24 giu. – Il governo di Parigi non avra’ alcun rapporto con Hamas fino a quando il movimento di resistenza islamico non rinuncera’ alla violenza. Lo ha assicurato il presidente francese Nicolas Sarkozy, dopo un incontro a Betlemme con il presidente palestinese Mahmoud Abbas, definito “un uomo di pace”. “La Francia parla con le donne e con gli uomini coraggiosi che operano nella politica e non fanno terrorismo – ha detto Sarkozy – Noi parliamo con la gente di pace e non con gli piazza le bombe. Il popolo palestinese dovrebbe diventare come il presidente Abbas e stare lontano da chi crede che la violenza possa risolvere i problemi“. Se Hamas cambiera’ posizione, comprendendo come sia “sbagliato” pensare di poter raggiungere i propri obiettivi attraverso il terrorismo, “allora valuteremo i risultati. Fino ad allora aiuteremo Abbas”.

(Ses/Gs/Adnkronos, 24 giugno 2008 )

Parigi, caccia al giovane ebreo

23/6/2008 (7:20) – PULIZIA ETNICA NEL CUORE DELLA CAPITALE

Parigi, caccia al giovane ebreo

Alcune persone si recano con dei fiori all’ospedale dove il ragazzo è in coma

Diciassette anni, indossava la kippah, ridotto in fin di vita a calci, pugni e sprangate

di DOMENICO QUIRICO

PARIGI – Il padre, la comunità ebraica, la Lega internazionale contro il razzismo e l’antisemitismo non hanno dubbi: lo hanno massacrato a sprangate perché è ebreo, perché portava la kippah, perché vive in un quartiere, il XIX arrondissement di Parigi, dove la comunità di ultraortodossi è molto numerosa. Un giovane di 17 anni, Rudy Haddad, è all’ospedale, in coma, con fratture al cranio, molte costole fracassate; i medici sono prudentissimi sulla possibilità che si salvi. Lo hanno colpito in strada, con pugni, calci e sbarre, lasciandolo sul marciapiede di rue Petit; un gruppo di alcune decine di giovani, ragazzi di origine africana secondo un testimone, che la vittima aveva incrociato per strada. Cinque tra loro sono stati arrestati. Li si interroga, si cerca di capire perché.

Tutto questo proprio nel giorno in cui il presidente Sarkozy inizia una visita in Israele che ha lo scopo dichiarato di rinsaldare i legami con il mondo ebraico; che vuole fugare l’ombra pesante costruita negli ultimi anni appunto dalle macchie dell’antisemitismo. Così la Francia è costretta a reinterrogarsi, di fronte alla brutalità di una tragedia, su questa malattia infame della sua storia. La rode il sospetto che stia montando pericolosamente un nuova versione di antisemitismo, che si tinge di colori etnici, che diventa guerra di bande. In una Repubblica che continua a proclamare intatta la sua capacità di integrazione.

Il padre del ragazzo, Philippe, ieri alla radio ripeteva la sua accusa: «Mio figlio aveva la kippah in testa, lo hanno assalito perché è ebreo». Eppure è impossibile non notare la ritrosia, la cautela con cui ieri per molte ore il Ministero degli Interni ha esitato a classificare la tragedia come atto aperto di antisemitismo. Quando già il presidente Sarkozy aveva emesso un comunicato in cui riaffermava la sua «totale determinazione a combattere tutte le forme di razzismo e di antisemitismo». Tre poliziotti di Amiens sono stati arrestati pochi mesi fa per aver gridato in un bar «morte agli ebrei», «bisogna riaprire le camere a gas». Segno che il male è profondo, non risparmia neppure coloro che dovrebbero curarlo.

Per capire quanto è successo bisogna calarsi nel XIX arrondissement, che non è una periferia impregnata di veleni, ma parte viva della capitale. Il ragazzo è stato assalito in rue Petit: a poche centinaia di metri, al numero 49, c’è la sinagoga Beth «Haya Mouchka» frequentata dagli ultraortodossi. Racconta il sindaco del XIX, Roger Madec, socialista: «C’è una tensione comunitaria molto forte che inquieta». Tutto ruota attorno al parco delle Buttes-Chaumont, uno dei più grandi della città, deliziose collinette verdi, laghetti, sentieri creati per il piacere dei sudditi di Napoleone III. Per far dimenticare che su uno dei monticelli un tempo c’era la forca per i condannati a morte. Bello ma pericoloso, impossibile attraversarlo di sera. E’ qui che le bande di maghrebini attaccano e si scontrano violentemente con i coetanei ebrei. Le kefiah e i cappucci contro le kippah: insulti spinte scontri violenti, occhieggia il piano di ripulire etnicamente il quartiere dai nemici, dagli «intrusi».

«Una questione più sociale che razziale» spiega qualcuno che cerca di negare l’antisemitismo, assicurando che i ragazzi ebrei passano il più delle volte senza problemi. Ora molti nella zona raccontano con rabbia che già il 10 giugno la polizia era stata avvertita delle violenze che si ripetevano ogni fine settimana, invocando l’invio di rinforzi. Che adesso, forse un po’ in ritardo, esige anche il sindaco: «Ci vogliono più poliziotti qui, almeno per un certo tempo, per portare la tranquillità; è una terra di asilo dove tutti hanno sempre vissuto insieme, e deve restarlo».

Una visione che molti considerano superata dagli eventi. «Sos racisme» per esempio usa toni e parole più dure: «La lotta per il controllo del territorio della zona del parco è moneta corrente per gruppi di ragazzi che tendono a vivere in base alla propria origine». E la Lega contro l’antisemitismo aggiunge una domanda brusca: «Fino a quando la Repubblica tollererà i ricatti di queste bande che con la loro violenza attaccano i nostri ragazzi?». E’ la nuova versione della guerra delle banlieues, ma portata nel cuore stesso della Francia.

La Stampa

Parigi: aggredito ragazzo ebreo. Il giovane è in terapia intensiva

FRANCIA/ AGGREDITO RAGAZZO EBREO A PARIGI, SARKOZY: “INDIGNATO”

Sinagoga di Parigi

Il giovane è in terapia intensiva, fermate cinque persone

Parigi, 22 giu. (Ap) – Un ragazzo ebreo di 17 è ricoverato in terapia intensiva dopo l’aggressione subita la scorsa notta nel 19esimo arrondissement di Parigi, nella zona nord-est della capitale francese.

La comunità ebraica della capitale francese ha denunciato la matrice antisemita dell’attacco e il Presidente francese Nicolas Sarkozy, atteso oggi in Israele, ha espresso in una nota “profonda indignazione”. Il capo dello Stato ha quindi rinnovato “la sua totale determinazione totale a contrastare ogni forma di razzismo e antisemitismo”. Stando a quanto riferito da una fonte della polizia, sono state fermate cinque persone.

Per l’Unione degli studenti ebrei di Francia la matrice antisemita dell’attacco è evidente, anche perchè il ragazzo aggredito indossava la kippah. “Non ci sono dubbi sul carattere antisemita di questa aggressione”, ha detto all’Associated press il presidente dell’Unione, Raphael Haddad. Il padre del ragazzo ha detto ai microfoni di radio RTL che il figlio è in coma. Le autorità ospedaliere hanno precisato che è ricoverato in terapia intensiva.

Thanks to Bennauro