Attacco all’ Iran, la prova generale. Simulazione israeliana su Creta

Venti di guerra Oltre 100 caccia hanno condotto una missione di 1.500 chilometri

Attacco all’ Iran, la prova generale Simulazione israeliana su Creta

El Baradei dell’ Aiea: «La regione diventerebbe una palla di fuoco» Il presidente Ahmadinejad promette ritorsioni pesanti, l’ ayatollah Khatami minaccia conseguenze «terribili»

Il precedente: l’attacco. In 2 minuti, una domenica pomeriggio del giugno 1981, caccia israeliani distrussero il reattore di Osirak (Osiris+Iraq) costruito con assistenza francese fuori Bagdad, mettendo fine al programma atomico

WASHINGTON – Nome in codice «Glorious Spartan 08». Teatro operativo: il tratto di mare a sud est dell’ isola di Creta. E’ in questo splendido angolo di Mediterraneo che l’ aviazione israeliana ha simulato – dal 28 maggio al 18 giugno – l’ attacco all’ Iran. Oltre cento caccia F16 e F15, con l’ ausilio di aerei per il rifornimento in volo, hanno condotto una missione di 1500 chilometri, la stessa distanza che divide lo Stato ebraico dall’ impianto nucleare di Natanz. I jet hanno sganciato bombe, condotto raid contro i radar, attuato manovre evasive. In loro supporto velivoli per la guerra elettronica ed elicotteri che trasportavano i commandos dell’ unità speciale 5101, conosciuta come Shaldag, e gli incursori della Sayeret. Una delle simulazioni prevedeva infatti il recupero di piloti abbattuti in «territorio ostile». Al loro fianco i greci, che hanno offerto l’ ospitalità dei poligoni e provato interventi coordinati.

Gli israeliani, di solito estremamente riservati su quello che combinano, hanno passato al New York Times le informazioni su «Spartan 08» accostando le manovre ad un possibile blitz contro l’ Iran. E hanno spiegato, con l’ abituale pragmatismo, quali fossero gli obiettivi. Il primo – tecnico – era quello di esercitarsi in un raid a lungo raggio. Le forze aeree israeliane sono abituate ad azioni di questo tipo. Hanno organizzato il raid di Entebbe andando a liberare ostaggi in Uganda e distrutto il reattore iracheno di Osirak. Ma proprio il ricorso «al lungo braccio» ha spinto gli avversari di Israele a dotarsi di contromisure e dunque una eventuale incursione in territorio iraniano può rivelarsi insidiosa. Il secondo obiettivo era ribadire agli Stati Uniti e ai governi occidentali che l’ opzione militare non è poi così lontana. Se i ripetuti tentativi negoziali falliranno, non resterà che la forza. Le fughe di notizie, i «piani» rivelati dai giornali, gli scenari dei think thank fanno parte di una accurata regia per preparare le opinioni pubbliche. E la stessa interpretazione va data alle previsioni nere di politici come il tedesco Josckha Fischer e del più coinvolto ex premier israeliano (di origini iraniane) Shaul Mofaz. Il punto non è più «se» ma piuttosto «quando» ci sarà l’ assalto.

Preoccupato per questi sviluppi, Mohammed El Baradei, il direttore dell’Aiea, l’ ente per l’ energia atomica dell’ Onu, ha detto ieri sera che si dimetterà nel caso di un attacco contro l’ Iran: «Secondo me, è la peggiore opzione possibile. Traformerebbe la regione in una palla di fuoco… Se l’Iran non sta già costruendo armi nucleari, lancerà un corso accelerato con la benedizione di tutti gli iraniani». Agitando le sciabole gli israeliani hanno anche voluto accentuare le inquietudini degli ayatollah, ormai da tempo sotto una forte pressione psicologica e diplomatica.

Ogni giorno Teheran dovrà chiedersi se la formazione di jet in avvicinamento sono l’ ennesima simulazione o il colpo di maglio. Gli iraniani sono convinti che ai loro confini si sta preparando qualcosa. E reagiscono a parole e con i fatti. Il presidente Ahmadinejad promette ritorsioni pesanti, l’ ayatollah Ahmad Khatami minaccia conseguenze «terribili». L’ aviazione è in costante allerta e nelle ultime settimane i vecchi caccia F4, eredità dello Scià, si sono levati in volo per intercettare aerei finiti fuori rotta. Lo Stato Maggiore ha intensificato il programma per potenziare la difesa contraerea: sono state acquistate diverse batterie di missili russi «Sa 300» e «Sa 20». Inoltre gli iraniani hanno chiesto aiuto ai tecnici di Mosca per migliorare i radar. Una necessità emersa dopo il raid compiuto da Israele in Siria il 6 settembre. Il blitz – che per alcuni esperti ha rappresentato un’ ulteriore prova di attacco – ha dimostrato che i radar russi sono stati «accecati» con sistemi da guerra elettronica. L’ intelligence khomeinista ha anche monitorato con attenzione le attività dell’ Us Air Force. Nell’ agosto di un anno fa, una formazione di F16 statunitensi ha condotto una misteriosa missione d’ addestramento – durata 11 ore – dall’ Iraq all’ Afghanistan. Per l’ analista William Arkyn «c’entra l’Iran».

E se il cielo promette tempesta, sul terreno la situazione non è serena. Minoranze etniche e oppositori interni sembrano spinti da nuova linfa e forse nuovi aiuti. I separatisti curdi sono passati all’ attacco anche al di fuori della loro regione. I beluci del gruppo Jundallah continuano ad attaccare i pasdaran. Si sono mossi anche gruppi inediti: il Movimento jihadista della Sunna e i «Soldati dell’ Assemblea del Regno» (nazionalisti). Entrambi hanno rivendicato la strage nella moschea di Shiraz. Negli ambienti della diaspora non si esclude che le tattiche «mordi e fuggi» di questi nuclei siano legate a un ordine segreto firmato da George Bush alla fine di gennaio con il quale si autorizzano «attività clandestine» per destabilizzare l’ Iran.

Uno spettatore interessato, la Russia, ha fatto sentire la sua voce. Il ministro degli Esteri Lavrov ha lanciato ieri una severa messa in guardia. Non sarebbe strano se i russi avessero seguito da vicino le manovre a Creta: come ai tempi della Guerra fredda, la Marina ha rimandato in Mediterraneo le sue navi spia. A volte innocui pescherecci, irti di antenne, più interessati ai segreti che ai pesci.

Guido Olimpio

(Fonte: Corriere della Sera, 21 Giugno 2008, pag. 13)

Usa, emergono le prove del patto nucleare tra Damasco e Pyongyang: anche la Siria voleva la bomba atomica

Usa, emergono le prove del patto nucleare tra Damasco e Pyongyang

Anche la Siria voleva la bomba

foto del blitz israeliano che ha distrutto il reattore nucleare in Siria il mese scorso

di Michael Sfaradi

Sono due le notizie che tengono banco in questi giorni sullo scenario mediorientale: la prima è che il governo statunitense si appresta a divulgare i particolari del bombardamento che l’aviazione israeliana ha effettuato in Siria lo scorso settembre, e la seconda è che, a quanto sembra, ci siano contatti, con alcune intese già raggiunte, fra il governo israeliano e quello siriano, per tornare ad un tavolo di trattativa di pace. Visto che una cosa è successa due mesi fa e l’altra sta accadendo ora, sia i media israeliani che quelli internazionali li riportano con la giusta prudenza che la delicata situazione richiede, come se fossero indipendenti fra di loro. Ma facciamo ordine. Possiamo essere sicuri che il governo israeliano decise l’intervento militare contro il sito nel Nord della Siria con la completa collaborazione da parte dell’amministrazione americana. Questo dopo aver avuto la certezza che lì si stava portando avanti la ricerca militare mirata alla fabbricazione di ordigni nucleari. Già da tempo c’erano sospetti che questa ricerca fosse il frutto di una stretta collaborazione fra Siria e Corea del Nord e che il sito, poi bombardato, fosse stato costruito ed attivato usando l’esperienza acquisita dai Nordcoreani negli ultimi anni. Proprio la loro presenza è il punto che ha fatto saltare i nervi agli americani che hanno aspettato il momento giusto per giocarsi questa carta contro il paese asiatico sul tavolo della politica internazionale.

Perché il governo americano abbia deciso di fare proprio ora questo passo lo sapremo, forse, solo nella serata del 24 aprile 2008 quando verrà illustrato il rapporto o parte di esso al Congresso statunitense. Il sito internet di Yediot Ahronot, uno dei più importanti quotidiani israeliani, usciva ieri con la notizia in prima pagina dei contatti segreti fra i due governi israeliano e siriano, e la minaccia da parte dell’Iran alla Siria di non cedere alle pressioni americane. Vivendo in Israele di notizie di questo tipo se ne sentono tante nel corso degli anni, ma negli ultimi tempi non hanno portato nulla che faccia sperare in una soluzione soddisfacente per tutti. Questa volta, a nostro avviso, non è diversa dalle altre ed alla fine sarà un’altra bolla di sapone, soprattutto considerando che solo pochi giorni fa Assad di Siria minacciava ritorsioni in caso di attacco israeliano. Poi, in pochi giorni, un cambiamento di rotta così repentino, che porta dalle minaccie ai colloqui di pace, lascia almeno dubbiosi. Sappiamo chi è il presidente siriano, un personaggio che è diventato un burattino in mano agli iraniani e che ha permesso il riarmo degli sciiti in Libano facendo passare, senza colpo ferire, centinaia di camion provenineti dall’Iran carichi di ogni tipo di armi, sul suo territorio. Davvero si può pensare che con un soggetto del genere, debole ed instabile, si possa arrivare ad una soluzione di pace che preveda la restituzione del Golan? Il governo Olmert, che si regge a fatica, può permettersi di prendere delle decisioni che riguardano il futuro della nazione? A nostro avviso no, il Primo Ministro Israeliano non ha la forza e neanche il potere che gli possa permettere un passo che è prerogativa di un vero Leader. Per cui è logico pensare che questi contatti, che tutto sono tranne che segreti, alla fine passeranno alla storia come altre inutili chiacchiere da Bar.

La verità è, purtroppo, che il destino di questa regione si giocherà ancora sui campi di battaglia, perche’ Hamas pensa più alla distruzione d’Israele che al benessere del popolo Palestinese, perché Hezbollah si sente forte e vuole la guerra per dimostrarlo e ritagliarsi un pezzo d’immagine agli occhi del mondo arabo, e perché l’Iran vuole la sua bomba e la vuole anche usare. Mentre il mondo resta immobile a guardare qualcuno dovrà fermare, prima che sia troppo tardi, questa stoltezza che non sappiamo né dove comincia né come andrà a finire.

(L’Opinione.it, 25 aprile 2008)

Nucleare: accordo Svizzera-Iran, Israele deplora

NUCLEARE: ISRAELE DEPLORA ACCORDO SVIZZERA-IRAN SU GAS

(ANSA) – 19:15 – GERUSALEMME, 19 MAR – Israele ha espresso oggi alla Svizzera il suo malcontento per la firma di un accordo per l’acquisto di gas dall’Iran, uno stato sottoposto a sanzioni internazionali perché sospettato di voler produrre la bomba atomica.

Un alto dirigente del ministero degli esteri, a quanto si è appreso, ha espresso il “rammarico” del suo paese per il “gesto ostile” allo stato ebraico all’ambasciatore svizzero Walter Haffner, poche ore dopo che questo aveva presentato le sue credenziali al presidente Shimon Peres.

“La Svizzera e la comunità internazionale – ha affermato il ministero – sono consci del pericolo rappresentato dall’ Iran e Israele si aspetta che la Svizzera si associ agli sforzi internazionali” per costringere Teheran a sospendere il suo programma nucleare.

L’accordo causa del passo israeliano riguarda una commessa per la fornitura alla società svizzera EGL di 5,5 miliardi di metri cubi di gas, entro il 2001, da parte della NIGEC, società iraniana per l’ esportazione del gas.

Israele ritiene una minaccia alla sua esistenza il programma nucleare dell’ Iran, il cui presidente Mahmud Ahmadinejad ha più volte detto di voler la distruzione dello stato ebraico e ha espresso aperti dubbi sull’ Olocausto.

L’Iran afferma che il suo programma nucleare ha solo fini pacifici.

Il pericolo ignorato

Edizione 40 del 27-02-2008

L’intelligence Usa sta commettendo un errore clamoroso sul programma nucleare iraniano

Il pericolo ignorato

Molti i casi in cui i servizi americani sbagliarono previsioni sottovalutando la capacità dell’avversario, dal test atomico sovietico del 1949 a quello nordcoreano del 2006

di David Harris

Quando fu rilasciato il rapporto NIE (National Intelligence Estimate, il coordinamento delle 16 agenzie di spionaggio USA, ndr), io ero in Israele. Dove, senza esagerazione, questo vi provocò un terremoto del nono grado della scala Richter politica. Le questioni aperte erano molte, ad esempio: come hanno potuto i servizi di intelligence degli Stati Uniti pubblicare una tale non plausibile valutazione, rovesciando anni di convinte dichiarazioni sul fatto che l’Iran fosse ad un passo dall’acquisire armi nucleari?

Le mani del Presidente George W. Bush erano state legate da quelli che temevano un confronto degli Stati Uniti con l’Iran, solo poche settimane dopo che egli si era riferito alla possibilità di una “Terza Guerra Mondiale” se Teheran non avesse tenuto conto della volontà della comunità internazionale? Perché è stata enfatizzata la fine dello sviluppo di ordigni atomici, e non le scoperte più critiche dell’arricchimento di uranio continuato e dello sviluppo missilistico?

E perché nel rapporto non si riconosceva più chiaramente il fatto che è impossibile sapere tutto quello che succede in un paese grande e chiuso come l’Iran? Gli israeliani si sentivano abbandonati, avendo viste rifiutate le scoperte della loro intelligence. Molti ritennero che sarebbero stati lasciati soli ad affrontare la minaccia iraniana, dopo aver creduto che il mondo, guidato da Washington, aveva compreso che l’Iran era un problema globale, non solo israeliano. Inoltre, Israele si sentiva intrappolato politicamente. Mentre l’Iran poneva una sfida esistenziale allo stato ebraico, i leader a Gerusalemme cercavano di evitare un’aperta rottura con Washington, il suo alleato più stretto e l’amico più caro. E poi accadde qualcosa. Israele non era più da solo. Londra e Parigi trovarono modi di esprimere la loro costernazione per il modo in cui il NIE era stato formulato e per il tempismo della sua pubblicazione. Alcuni rapporti suggeriscono che entrambe le capitali sono molto più vicine a Gerusalemme nelle loro relazioni sul comportamento iraniano.

Inoltre, per aver assunto posizioni difficili sulla questione nucleare iraniana, si sentivano sminuiti da Washington. Molti dei paesi confinanti con l’Iran, particolarmente fra gli stati di Golfo, reagirono al rapporto statunitense con grande stupore, chiedendosi se su Washington si potesse contare per far fronte al “bullo di quartiere”. Un gruppo di opposizione iraniano, il Consiglio Nazionale di Resistenza dell’Iran, a cui si attribuisce la rivelazione del programma nucleare segreto dell’Iran nel 2002, asserì che gli Stati Uniti erano stati imbrogliati. Vero, c’era stato uno stop provvisorio al programma di sviluppo degli armamenti nucleari nel 2003, affermava il CNRI, ma era stato ripreso un anno più tardi e le sue strutture erano state sparse in tutto l’enorme paese, per poter più facilmente eludere occhi ed orecchie indagatrici dei servizi di intelligence occidentali. Molti autorevoli sondaggisti nazionali, incluso Rasmussen, rivelarono che, con margini di due-a-uno e tre-a-uno, la popolazione americana non stava credendo alle conclusioni del NIE, ritenendo invece che l’Iran è chiaramente determinato a costruire armi nucleari, minacciando così la sicurezza americana. Ed a Washington, alcuni funzionari cominciarono a prendere le distanze dal NIE, argomentando che nulla era realmente cambiato e che contro l’Iran erano necessarie sanzioni economiche supplementari. È troppo presto per dire quale scuola prevarrà, ma non esistono tempi lunghi in politica.

Due cose dovrebbero essere chiare. Primo, la chiave del successo di un programma di armamento nucleare sta nella capacità di arricchire l’uranio al livello del 90 percento. L’Iran continua a costruire centrifughe nucleari e le centrifughe continuano a girare. Il loro obiettivo? Arricchire l’uranio. A quale fine? Siccome l’Iran non ha reattori nucleari civili, ed i russi hanno insistito nell’offrire il combustibile per il reattore che gli iraniani stanno costruendo a Bushehr, la conclusione dovrebbe essere ovvia. Secondo, per rappresentare una minaccia nucleare credibile, una nazione deve avere i mezzi per lanciare le testate. Lo sviluppo missilistico iraniano non è un segreto, né, incidentalmente, lo è il ruolo della Corea del Nord in esso. Al contrario, gli iraniani vantano i loro successi nel settore. La portata dello Shahab-3, un missile adatto a trasportare testate nucleari, è stata estesa a 2.000 chilometri (1.200 miglia), simile a quella dell’Ashoura, un missile balistico testato a fine novembre. Ed è una convinzione largamente diffusa che l’Iran stia sviluppando lo Shahab-4, con una portata prevista di 3.000 chilometri. Perché tanta determinazione? E come decifrare la retorica apocalittica dell’Iran, incluse le sue minacce di cancellare Israele dalla faccia della terra e sfidare il “Grande Satana”, gli Stati Uniti? Null’altro che insignificanti parole? Le azioni iraniane in Iraq, Siria, Libano, Golfo arabico, Gaza ed altrove suggerirebbero altrimenti.

No, non è ancora tempo di gioire, come noi tutti potevamo augurarci. Il NIE non offre il conforto che alcuni titolisti dei mass-media hanno cercato inizialmente di portare al pubblico. Ricordiamo anche che la raccolta e la stima dei dati da parte dell’intelligence è un’arte notoriamente imperfetta. A volte può produrre successi spettacolari, altre volte no. Ad esempio, il Generale Leslie Groves, che guidava l’Esercito nel Manhattan Project, predisse nel 1948 che “l’Unione sovietica non sarebbe riuscita a produrre bombe atomiche efficienti e in quantità” fino al 1955, a causa dell’inadeguatezza del suo sistema industriale e scientifico. L’anno seguente Mosca testò una bomba atomica e cominciò a riprodurla in quantità industriale. Secondo il Presidente Harry Truman “il nostro monopolio finì prima di quanto gli esperti avessero predetto. Un’esplosione atomica ebbe luogo in Russia nell’agosto del 1949. Gli esperti dell’intelligence avevano opinioni diverse al riguardo, ma in generale nessuno di loro aveva previsto che i russi avessero fatto esplodere un ordigno atomico prima del 1952”.

Ancora secondo Truman “lo stesso Generale [Douglas] MacArthur aveva detto che non c’era alcun pericolo di intervento cinese [in Corea]. […] Ancora più importante, mi aveva detto che avrebbe potuto affrontare facilmente i Comunisti cinesi se davvero questi fossero entrati nel conflitto”. Naturalmente le forze cinesi intervennero ed affrontarli si rivelò tutt’altro che facile per gli Stati Uniti e le forze Alleate. Anni dopo, nel 1977, il Presidente Jimmy Carter, presumibilmente rassicurato dalle stime dell’intelligence statunitense, dichiarò che “a causa della grandezza dello scià, l’Iran è un’isola di stabilità nel Medio Oriente”. Meno di 13 mesi più tardi, lo scià fu costretto ad andare via, il paese fu presto preso dagli integralisti e 63 ostaggi americani furono trattenuti a Teheran per 444 giorni. Nel 1998, l’India condusse un test nucleare sotterraneo. In una società aperta e democratica come l’India, gli Stati Uniti erano certamente, capaci di registrarne le attività in anticipo, giusto? Sbagliato. Come riportò la CNN, il Senatore Richard Shelby, presidente del Comitato Senatoriale per l’Intelligence, disse che gli Stati Uniti erano stati presi completamente in contropiede. “Qualcosa è andato storto”, disse alla CNN in un’intervista in diretta.

“È stato un fallimento colossale dell’intelligence degli Stati Uniti”. Poco dopo giunse l’ugualmente inaspettato test nucleare pachistano, seguito dalle rivelazioni ugualmente sorprendenti che, grazie ad Abdul Qadeer Khan ed ai suoi sostenitori, il Pakistan era divenuto il supermercato della proliferazione nucleare globale. E cosa dire della nostra intelligence sul programma nucleare e lo sviluppo missilistico della Corea del Nord, che, secondo i funzionari citati dal Washington Times del 12 ottobre 2006, nutrivano “seri dubbi sul fatto che il programma nucleare della Corea del Nord costituisse una minaccia immediata; che la Corea del Nord potesse produrre una bomba nucleare utile a fini militari; che la Corea del Nord fosse capace di condurre un test nucleare sotterraneo, ritenendo, infine, che Pyongyang stesse bluffando affermando di poterne eseguire uno”? Sbagliavano su tutti e quattro i punti. Mentre ancora non è chiaro cosa esattamente stava succedendo in Siria, tanto da causare l’intervento aereo israeliano del 6 settembre, alcuni rapporti indicano che era in corso un traffico nucleare clandestino, aiutato dalla Corea del Nord. Informazioni sul programma riservato furono apparentemente condivise da Gerusalemme con Washington, non viceversa.

È chiaro che questo elenco è lontano dall’essere completo. Si potrebbe dire molto di più sulle disastrose stime dell’intelligence e sulle loro conseguenze politiche. Si prenda ad esempio il NIE del 2002 sull’Iraq. Ma il mio scopo non è denigrare l’insieme dei servizi di intelligence. Io comprendo le difficoltà contro le quali loro lavorano strenuamente e le responsabilità che si prendono sulle spalle. Piuttosto, voglio suggerire che la loro parola non è necessariamente vangelo. Nel caso dell’Iran, il senso comune ci dice che gli iraniani non stanno combinando niente di buono. Messa in un altro modo, se cammina e fa “qua qua” come una papera, probabilmente è veramente una papera. Le dichiarazioni e la retorica iraniane lasciano pochi dubbi sui loro scopi. Non abbiamo alcuna alternativa se non affrontare la dura realtà.

Direttore dell’American Jewish Committee (traduzione italiana a cura di Carmine Monaco)

Opinione.it

Israele: rapporto AIEA prova che Teheran punta ad arma nucleare

IRAN: ISRAELE, RAPPORTO AIEA PROVA CHE TEHERAN PUNTA AD ARMA NUCLEARE

Gerusalemme, 23 feb. – (Adnkronos) – Israele ritiene che il nuovo rapporto dell’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’Energia Atomica, provi che l’Iran stia puntando alla costruzione di armi nucleari, e chiede una maggiore pressione da parte della comunita’ internazionale. “Il rapporto riconferma le preoccupazioni dello stato d’Israele e della comunita’ internazionale sul fatto che l’Iran voglia armi nucleari”, si legge in un comunicato del ministero degli Esteri diffuso questa sera a Gerusalemme.