Israele espelle inviato ONU dopo accuse contro Governo

M.O.: ISRAELE ESPELLE INVIATO ONU DOPO ACCUSE CONTRO GOVERNO TEL AVIV (di GERUSALEMME,non di Tel Aviv!!!!!!!)

Richard Falk, l'attuale faccia dell'antisemitismo dell'ONU

Richard Falk, l'attuale faccia dell'antisemitismo dell'ONU

(ASCA-AFP) – Gerusalemme, 15 dic – Le autorita’ israeliane hanno negato l’ingresso nel paese all’inviato Onu per i diritti umani, Richard Falk, accusandolo di ”legittimare il terrorismo di Hamas”. Falk, incaricato dalle Nazioni Unite del monitoraggio sul rispetto dei diritti umani nei territori palestinesi, e’ stato respinto al suo arrivo all’aeroporto Ben Gurion, nei pressi di Tel Aviv, ed e’ dovuto ripartire per Zurigo.

L’inviato dell’Onu aveva scatenato la scorsa settimana le ire del governo israeliano, accusato di ”crimini contro l’umanita’ ” nei territori occupati. Lo scorso 10 dicembre Falk aveva chiesto alle Nazioni Unite uno ”sforzo urgente” a protezione della popolazione civile nei territori ”punita da norme che possono essere paragonate a crimini contro l’umanita’ ”.

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L’UNRWA e i profughi “a vita”

L’UNRWA e i profughi “a vita”

L’UNRWA (United Nations Relief Works Agency for Palestine Refugees in the Near East) fu creata sotto la giurisdizione dell’Alto Commissario ONU per i profughi (UNHCR), con l’unica responsabilità di aiutare esclusivamente i palestinesi. Grazie a questo status speciale l’UNRWA perpetua, anziché risolvere, il problema dei profughi palestinesi, e quindi rappresenta un grosso ostacolo per la soluzione del conflitto israelo-palestinese.

Diversamente da ogni altro ente dell’ONU, la definizione dell’UNRWA di “profugo” comprende non solo i profughi stessi, ma anche i loro discendenti. Inoltre,i profughi mantengono il loro status anche se hanno ottenuto una nuova cittadinanza.

L’UNRWA impiega insegnanti affiliati a Hamas e permette la diffusione di messaggi di Hamas nelle sue scuole. Con il colpo di mano di Hamas a Gaza nel luglio 2007, Hamas ha preso possesso delle strutture UNRWA del posto.

È dunque evidente che le attività dell’UNRWA richiedono un intervento urgente. L’Agenzia dovrebbe essere sciolta e i suoi servizi trasferiti a organismi dotati di un’amministrazione più appropriata.

Milioni di profughi in tutto il mondo – oltre 130 milioni dalla seconda guerra mondiale – sono stati sotto la responsabilità dell’UNHCR, che mira al reinserimento e alla riabilitazione dei profughi.

Ma l’8 dicembre 1949 l’Assemblea Generale dell’ONU approvò la risoluzione 302 che dava vita a un’apposita agenzia dedicata esclusivamente “all’aiuto diretto e ai programmi di lavoro” per i profughi arabi palestinesi – l’UNRWA, appunto – facendone un ente senza eguali.

L’UNRWA esiste per perpetuare, non per risolvere, il problema dei profughi palestinesi. Da che esiste, nessun palestinese ha mai perduto lo status di profugo. Esistono, ad esempio, centinaia di migliaia di profughi palestinesi e loro discendenti che sono cittadini della Giordania: eppure, per quanto riguarda l’UNRWA, essi continuano ad essere dei profughi con pieno diritto all’assistenza.

In questi sessant’anni l’UNRWA si è trasformata in uno strumento fondamentale per la perpetuazione del problema dei profughi, e in un grosso ostacolo per la soluzione del conflitto israelo-palestinese.

Quando l’UNRWA cominciò a contare i profughi, nel 1948, lo fece secondo modalità che non hanno precedenti: puntando cioè a registrare il massimo numero possibile di quelli che definiva “profughi”.

Innanzitutto, venne considerato palestinese chiunque avesse vissuto nella Palestina Mandataria britannica nei DUE anni precedenti lo scoppio del conflitto arabo-israeliano. Inoltre, l’UNRWA conta come profughi anche tutti i discendenti dei profughi originari: un sistema che dal 1948 in poi ha generato – caso unico al mondo – un incremento del 400% nel numero di profughi sotto la sua giurisdizione.

Si trattava di una definizione di “profugo palestinese” politicamente motivata, con il sottinteso che i palestinesi sarebbero rimasti profughi per sempre o fino al giorno in cui si fossero trionfalmente stabiliti in uno stato arabo palestinese che comprendesse tutto il territorio su cui sorge Israele. Se si ricostruivano una vita altrove, anche dopo molte generazioni – dopo decenni o, in teoria, dopo secoli – rimanevano comunque ufficialmente profughi. Cosa molto diversa dalle altre situazioni nel mondo, dove gli altri profughi mantengono lo status di “profugo” solo finché non trovavano una collocazione permanente altrove, presumibilmente come cittadini di altri paesi.

Infine, per l’UNRWA lo status di profugo palestinese si basava soltanto sulla semplice parola del postulante.

Perfino la stessa UNRWA, in una relazione del giugno 1998 del suo Commissario Generale, ammise che le sue cifre erano gonfiate: “I numeri di registrazione dell’UNRWA sono basati su informazioni fornite spontaneamente dai profughi stessi con lo scopo principale di ottenere accesso ai servizi dell’agenzia e quindi non possono essere dati demografici statisticamente validi”.

Nell’ottobre 2004 l’allora Commissario Generale dell’UNRWA Peter Hansen ammise pubblicamente per la prima volta che membri di Hamas erano pagati dall’UNWRA, aggiungendo: “Non mi sembra un crimine. Hamas come organizzazione politica non significa che ogni membro sia un militante, e noi non facciamo controlli politici e non escludiamo nessuno, di qualunque convinzione sia”. Di conseguenza, il denaro dei contribuenti di paesi dove Hamas è legalmente definita un’organizzazione terroristica, come Stati Uniti e Canada, viene illegalmente usato per finanziare attività controllate da Hamas.

L’opinione di Hanson che Hamas sia una normale organizzazione politica le cui dottrine non interferiscono con il governo e l’istruzione dei palestinesi rimane la posizione ufficiale dell’UNRWA. È stato così anche quando Hamas ha commesso violenze contro altri palestinesi. Non appena l’organizzazione jihadista si impadronì di Gaza con la forza, nel luglio 2007, l’UNRWA immediatamente fece sapere a Hamas che era pronta a ricominciare a fornire i propri servizi. Nulla fu cambiato nella sua procedura o nella sua performance dopo il golpe. Una chiara dimostrazione di questo fatto è stata la morte di Awad al-Qiq nel maggio 2008. Qiq aveva alle spalle una lunga carriera come insegnante di scienze in una scuola dell’UNRWA ed era stato chiamato a dirigere la sua Rafah Prep Boys School. Ma era anche il principale fabbricatore di bombe per la Jihad Islamica. Rimase ucciso mentre supervisionava un laboratorio dove si costruivano missili e altre armi da usare contro Israele, posto a poca distanza dalla scuola. Qiq si dedicava allo stesso tempo a costruire armi per attaccare civili israeliani e a indottrinare i suoi studenti a fare lo stesso. La Jihad Islamica non aveva bisogno di pagargli uno stipendio per le sue attività terroristiche: lo facevano già l’ONU e i contribuenti occidentali.

L’aumento del numero di insegnanti dell’UNRWA che si identificano apertamente con gruppi estremisti ha creato un blocco di insegnanti che assicura l’elezione di membri di Hamas e di singoli personaggi impegnati nelle ideologie islamiste. Usando le aule scolastiche come luoghi per diffondere i loro messaggi estremisti, questi insegnanti pesano anche sulle elezioni palestinesi locali. Quindi il sistema scolastico dell’UNRWA è diventato una piattaforma per le attività politiche di Hamas. Ad esempio, il ministro dell’interno e degli affari civili Saeed Siyam, di Hamas, è stato un insegnante nelle scuole UNRWA a Gaza dal 1980 al 2003. Poi divenne membro del sindacato degli impiegati arabi dell’UNRWA e capo del comitato di settore degli insegnanti. Altri famosi personaggi di Hamas provenienti dal sistema scolastico dell’UNRWA comprendono il primo ministro Ismail Haniyeh e Abd al-Aziz Rantisi, l’ex capo di Hamas.

Il bilancio dell’UNRWA è sostenuto da molti paesi, tra i quali gli Stati Uniti e i paesi occidentali figurano come i maggiori contribuenti. Nel 1990 il bilancio annuale dell’UNRWA era di oltre 292 milioni di dollari; nel 2000 era aumentato a 365 milioni. Tuttavia, nonostante questo aumento in apparenza significativo, le assegnazioni di fondi tra i vari campi profughi sono diminuite – complice il tasso di nascite molto elevato e l’aumento della popolazione dei campi. I profughi vengono scoraggiati dall’uscirne e sono incentivati a rimanere per ricevere l’assistenza. La spesa pro capite per i profughi dei campi è scesa quindi da 200 dollari in servizi all’anno negli anni ‘70 ai circa 70 attuali. Questa situazione risulta particolarmente evidente in Libano, dove il governo fornisce poca o nessuna assistenza ai palestinesi.

L’UNRWA fornisce lavoro a un gran numero di palestinesi (ha uno staff a tempo pieno di 23.000 persone). Mentre l’UNHCR e l’UNICEF evitano di impiegare locali che sono anche i destinatari dei servizi dell’agenzia, l’UNRWA non fa questa distinzione. L’UNRWA quindi mantiene una grossa popolazione di profughi e loro discendenti in uno stato di dipendenza assistenziale permanente, finanziato dai contribuenti occidentali. Così facendo, funziona come una diga contro i tentativi di trasformare i profughi in cittadini produttivi. Tutte le burocrazie hanno la tendenza ad auto-perpetuarsi. Nel caso dell’UNRWA, questa tendenza è esacerbata dal fatto che la ragion d’essere dell’organizzazione è la conservazione del problema dei profughi, piuttosto che lo sforzo di dargli soluzione.

L’ONU ha sbagliato quando ha creato un ente dedicato esclusivamente a un’unica popolazione di profughi e con un modus operandi diverso da quello di tutte le altre agenzie di assistenza.

Quattro sono i passi necessari per rimettere l’approccio internazionale al problema dei profughi palestinesi in linea con la pratica standard in situazioni simili. Primo, l’UNRWA stessa deve essere sciolta. Secondo, i servizi che l’UNRWA attualmente fornisce devono essere trasferiti ad altre agenzie ONU, in particolare l’UNHC, che hanno una lunga esperienza con tali programmi. Terzo, la responsabilità per i normali servizi sociali deve essere affidata all’Autorità Palestinese e una grossa porzione dello staff dell’UNRWA deve essere trasferita all’autorità governativa. Quarto, i paesi donatori devono usare la massima attenzione per assicurare trasparenza e responsabilità.

(Da: Jerusalem Post, 27.05.08) – di Jonathan Spyer

Friend of Israel

Libano: Nasrallah, raggiunto accordo con Israele per scambio prigionieri

LIBANO: NASRALLAH, RAGGIUNTO ACCORDO CON ISRAELE PER SCAMBIO PRIGIONIERI

Beirut, 2 lug. – (Adnkronos/Aki) – “Oggi vi annuncio in via ufficiale che e’ stato raggiunto un accordo con Israele e c’e’ soddisfazione da entrambe le parti per lo scambio di prigionieri: questa e’ una vittoria importante per noi”: cosi’ il leader degli Hezbollah libanesi, Hassan Nasrallah, ha annunciato in diretta televisiva il raggiungimento “con la mediazione dell’Onu e attraverso un negoziatore tedesco” di una intesa tra Israele e la sua organizzazione per uno scambio di prigionieri, che dovrebbe avvenire intorno alla meta’ del mese. “Ora dobbiamo solo aspettare la definizione dei tempi con i quali dovra’ avvenire lo scambio – ha aggiunto – Da ora in poi non ci sara’ piu’ nessun libanese presente nelle carceri israeliane e non avremo piu’ dispersi. Il Libano sara’ il primo paese ad aver concluso definitivamente la questione dei propri prigionieri in Israele: si tratta di una vittoria nazionale molto grande anche sotto il punto di vista umanitario perche’ sara’ grande la gioia delle famiglie dei libanesi che ritorneranno in patria”.

Nasrallah ha inoltre rivendicato la “liberazione di tutta la terra libanese dagli israeliani, eccetto le fattorie di Sheba’a”. In base all’accordo i cinque prigionieri libanesi detenuti in Israele, compreso Samir al-Qantar, rientreranno in patria – assieme ai corpi di altri “fratelli” arabi – in cambio dei resti dei soldati israeliani Eldad Regev ed Ehud Goldwasser morti nel 2006 durante l’attacco al Libano. Ai mediatori israeliani, ha annunciato Nasrallah, verranno forniti particolari anche su Ron Arad, il pilota israeliano abbattuto in Libano nel 1986 e sulla cui sorte non si e’ piu’ saputo nulla.

La menzogna imperante nella stampa libanese

La menzogna imperante nella stampa libanese

02/07/2008 Secondo il giornale libanese Al Akhbar, il rapporto del Segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon escluderebbe che Hezbollah abbia ripristinato il proprio arsenale di prima del 2006 a sud del fiume Litani. Secondo fonti interne alle Nazioni Unite, tutti sanno che è vero il contrario ma l’Onu non lo può dire per non ammettere il fallimento della risoluzione 1701 e non compromettere gli equilibri interni libanesi. Un’altra fonte diplomatica delle Nazioni Unite ritiene che Hezbollah si sia specializzato nel nascondere le sue attività all’Unifil, la forza Onu schierata nel sud del paese.

(Fonte: Israele.net)

La sinistra italiana prevenuta contro Israele

Lettera al Corriere della Sera

La sinistra italiana prevenuta contro Israele

Caro Severgnini,

cattolica non praticante da tempo, passo parte delle mie vacanze in Israele e ho rapporti amichevoli con moltissimi ebrei, israeliani o no. Sono idealmente di sinistra, anche se la sinistra italiana non mi piace proprio: sarei una laburista blairiana se fosse possibile. Tra i gravissimi errori della mia parte politica annovero l’assurda polemica nei confronti di Israele fatta di ideologia disinformata e preconcetta. Come ignorare che 60 anni or sono l’Onu istituì due Stati: quello israeliano e quello palestinese ma – mentre gli israeliani non persero tempo e si organizzarono – i palestinesi non accettarono la risoluzione Onu? Come non capire che per fare la pace occorrono due parti e che la parte palestinese ha dimostrato con i fatti di non essere disposta a una soluzione pacifica? Un’occupazione è di sicuro qualcosa di molto spiacevole per il popolo dei territori occupati ma che altro potrebbe fare Israele? Molto difficile o – addirittura – impossibile sarebbe ritirarsi dai territori salvaguardando – al tempo stesso – la propria sicurezza. Sono convinta – e lo dico con cognizione di causa – che la maggior parte degli israeliani sono favorevoli alla nascita di uno Stato palestinese, ma non sono sicura che anche i palestinesi lo siano. La nostra sinistra – purtroppo – è impostata male su una piagnucolosa morale di pietismo facile e questo non le fa onore proprio perché – paradossalmente – lascia a una destra ben poco democratica la difesa dell’unico Paese democratico del Medio Oriente.
Cordiali saluti,
Brunella Galante

(Corriere della Sera, 28 maggio 2008 )

Desmond Tutu incontra il leader di Hamas Haniyeh per conto dell’Onu

Desmond Tutu incontra il leader di Hamas Haniyeh per conto dell’Onu

Il vescovo anglicano sudafricano Desmond Tutu, già premio Nobel per la pace, è giunto mercoledì in «missione umanitaria» a Beit Hanun, nella Striscia di Gaza, teatro nel 2006 di un attacco di artiglieria israeliano costato la vita a una ventina di palestinesi, di un unico nucleo familiare.

Tutu, che era arrivato a Gaza martedì attraverso il confine egiziano, sta svolgendo una investigazione su quell’episodio, per il quale era stato già incaricato a suo tempo di compiere una verifica nell’ambito di una missione dell’Onu abortita nell’immediateza dei fatti per la mancata concessione dei visiti da parte di Israele. Gerusalemme ha sempre ammesso la responsabilità dell’attacco, escludendo tuttavia ogni deliberata intenzione di colpire civili e addebitando l’accaduto a un guasto tecnico del sistema di puntamento.

A margine della visita odierna a Beit Hanun, Tutu ha incontrato dirigenti sia locali sia centrali di Hamas, incluso l’ex premier Ismail Haniyeh, e ha rivolto un appello pubblico a entrambe sia agli israeliani che ai palestinesi per una tregua e per la fine di ogni violenza contro civili. Il vescovo sudafricano è il secondo premio Nobel per la pace a rendersi protagonista di colloqui con i vertici di Hamas, dopo quelli avuti di recente, ma in Egitto e non a Gaza per la negazione del visto da parte di Israele, dall’ex presidente americano Jimmy Carter.

L’Unità.it

Libano: Perduca (Pd),Suleiman su Israele non fa sperar bene

Libano: Perduca (Pd),Suleiman su Israele non fa sperar bene

(ANSA) – 12:03 – Roma, 26 mag -Le prime dichiarazioni del presidente libanese Suleiman su Israele non lasciano ben sperare il senatore radicale, eletto nelle liste del Pd, Marco Perduca.

“Anzi – ha osservato Perduca – pare proprio che per suggellare la sua elezione, frutto di un compromesso che dà il potere di veto su qualsiasi decisione a Hezbollah, il Libano adesso abbia come priorità l’unità nazionale nella difesa dallo Stato ebraico. Ricordiamoci che nei mesi scorsi sono stati ammazzati diversi parlamentari della maggioranza, mentre nel solo maggio almeno 60 persone sono cadute vittime della violenza di quel “partito di dio” con cui si è oggi voluto trovare l’accordo”.

“Oltre a confermare la presenza militare italiana nel contingente Unifil2, occorre dedicare – ha concluso Perduca – iniziativa politica per individuare, come chiede la risoluzione Onu 1701, le reali cause del conflitto che ormai è sempre più a carattere regionale, sostenere il lavoro del Tribunale speciale e porre fine alle vuote celebrazioni di una stabilità a-democratica. Gli ultimi 30 anni di storia libanese dovrebbero servire da monito”.