Profughi palestinesi: finalmente qualcuno affronta l’argomento con l’attenzione che merita!

Ripensare la questione dei profughi

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Un incontro fra centinaia di parlamentari europei solidali con Israele si è concluso a Parigi, lo scorso finesettimana, con una approfondita discussione sul tema della riabilitazione dei profughi palestinesi: una delle questioni più delicate sul tavolo dei negoziatori israeliani e palestinesi.

Il dibattito, nel quadro di un convegno sponsorizzato dall’associazione European Friends of Israel che ha sede a Bruxelles, cade in un periodo che vede all’opera una serie di iniziative parlamentari nel mondo, a cominciare da Stati Uniti e in Canada, volte a reindirizzare i fondi attualmente destinati all’UNRWA (l’elefantiaca Agenzia Onu creata apposta per i profughi palestinesi e i loro discendenti) verso il reinsediamento di una parte dei profughi e dei loro discendenti in paesi terzi.

La sessione, ospitata dalla Israel Allies Caucus Foundation, braccio internazionale del Christian Allies Caucus della Knesset, ha visto l’intervento di vari parlamentari europei nonché dei parlamentari israeliani Benny Elon (Partito Nazionale Religioso-Unione Nazionale) e Amira Dotan (Kadima). I due co-presiedono un nuovo comitato della Knesset dedicato alla riabilitazione dei profughi palestinesi.

Diverse centinaia di migliaia di arabi di Palestina – le stime variano da 400 a 750mila – abbandonarono le loro case durante i combattimenti della guerra d’indipendenza israeliana (1948-49) scatenata dall’aggressione dei paesi arabi contro il neonato stato di Israele. Quei profughi, insieme ad alcuni milioni di loro discendenti, costituiscono una delle questioni più spinose che devono trovare soluzione nel quadro di una composizione del conflitto israelo-arabo-palestinese.

Israele respinge categoricamente la pretesa palestinese di permettere a questi profughi e ai loro discendenti di stabilirsi all’interno di Israele (il cosiddetto “diritto al ritorno”), affermando che ciò causerebbe di fatto la fine di Israele (un vero e proprio “diritto di invasione”). Israele ricorda inoltre gli 850mila ebrei che dovettero fuggire dai paesi arabi dopo la nascita dello stato di Israele nel 1948, e che vennero assorbiti e integrati nella società israeliana configurando una sorta di “scambio di popolazione”.

Di recente alcuni parlamentari israeliani hanno iniziato a sostenere apertamente che bisogna attrezzarsi per risolvere la questione dei profughi, dopo che per decenni era stata considerata un ostacolo praticamente insormontabile in qualunque trattativa.

A questo proposito, gran parte della discussione di venerdì scorso a Parigi ci è incentrata sulla differenza che corre tra l’UNRWA e l’Alto Commissariato per i Rifugiati (UNCHR), il principale organismo dell’Onu che si occupa di tutti gli altri profughi nel mondo. Mentre l’UNRWA, con 25.000 dipendenti, si occupa quasi esclusivamente dei 4,5 milioni di palestinesi registrati come profughi, l’Alto Commissariato, con 6.300 dipendenti, si occupata degli altri 33 milioni di profughi registrati in più di 110 paesi. Durante l’incontro è stato anche sottolineato il fatto che, a differenza dell’Alto Commissariato, la definizione di “profugo palestinese” adottata dall’UNRWA comprende non solo i profughi stessi, ma anche tutti i loro discendenti per più generazioni, il che – secondo i critici – non fa che perpetuare la crisi anziché avviarla a soluzione.

“Chiediamo di sapere – ha detto Benny Elon – come mai l’Alto Commissariato ha il mandato di risolvere il problema dei profughi e l’UNRWA invece no. Vi sono ciniche motivazioni politiche dietro la volontà di preservare all’infinito lo status dei profughi”.

L’UNRWA ripete sempre che la questione dei profughi palestinesi potrà trovare soluzione solo nel contesto di un futuro accordo di pace fra Israele e palestinesi. Essa ammette che le dimensioni del problema dei profughi sono ingrandite (ma – sostiene – non prolungate) dalla scelta dell’Onu di “adottare” anche i discendenti dei profughi palestinesi veri e propri, ma asserisce che è così che l’Onu considera i profughi in tutto il mondo.

“Dobbiamo imparare dall’Alto Commissariato per i Rifugiati come spostare energie e denari per trovare strumenti che già esistono” ha detto Amira Dotan, che nel suo intervento, pur rendendo omaggio all’opera umanitaria ed educativa svolta dall’UNRWA per i palestinesi, ha anche suggerito che seguisse l’esempio di successo dell’Alto Commissariato.

“La redice del problema – ha detto il parlamentare portoghese Paulo Casaca – è che queste persone sono profughi perché quelli coinvolti nell’industria dell’odio abusano di loro. Sono intrappolati in una macchina dell’odio. Anziché aiutare i profughi, stiamo aiutando coloro che vogliono usarli contro Israele”.

“L’Unione Europea – ha detto Hannu Takkula, parlamentare finlandese – ha l’obbligo morale di analizzare le radici del problema anziché gettare denaro dentro al problema, come abbiamo fatto in passato. Dobbiamo avviare questa riflessione perché il sistema attuale non sta funzionando. Il problema per molti è la mancanza di informazione”.

(Da: Jerusalem Post, 10.11.08 )

Olmert: “Addolorati per i profughi sia palestinesi che ebrei”

UNRWA? Un ostacolo alla pace

Israele.net

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Libano: Meshaal a Beirut, leader Hamas sara’ ricevuto da Suleiman

Libano: Meshaal a Beirut, leader Hamas sara’ ricevuto da Suleiman

In agenda la situazione nei campi profughi palestinesi

Beirut, 3 nov. (Ap) – Il leader di Hamas in esilio, Khaled Meshaal, è giunto stamane a Beirut, dove ha in programma una serie di incontri con leader politici locali. La visita di Meshaal in Libano è la prima di cui è stata data notizia dal giorno in cui aerei israeliani hanno bombardato gli uffici di Hamas nella capitale libanese, durante la guerra con il movimento sciita Hezbollah nel 2006.

Il programma del viaggio di Meshaal non è stato annunciato per timori di possibili attentati. L’agenzia nazionale libanese ha riferito che il leader di Hamas è arrivato in mattinata e dovrebbe essere ricevuto dal presidente libanese Michel Suleiman e da altri leader politi locali.

Al centro dei colloqui ci dovrebbe essere l’analisi della situazione nei campi profughi palestinesi in Libano.

L’UNRWA e i profughi “a vita”

L’UNRWA e i profughi “a vita”

L’UNRWA (United Nations Relief Works Agency for Palestine Refugees in the Near East) fu creata sotto la giurisdizione dell’Alto Commissario ONU per i profughi (UNHCR), con l’unica responsabilità di aiutare esclusivamente i palestinesi. Grazie a questo status speciale l’UNRWA perpetua, anziché risolvere, il problema dei profughi palestinesi, e quindi rappresenta un grosso ostacolo per la soluzione del conflitto israelo-palestinese.

Diversamente da ogni altro ente dell’ONU, la definizione dell’UNRWA di “profugo” comprende non solo i profughi stessi, ma anche i loro discendenti. Inoltre,i profughi mantengono il loro status anche se hanno ottenuto una nuova cittadinanza.

L’UNRWA impiega insegnanti affiliati a Hamas e permette la diffusione di messaggi di Hamas nelle sue scuole. Con il colpo di mano di Hamas a Gaza nel luglio 2007, Hamas ha preso possesso delle strutture UNRWA del posto.

È dunque evidente che le attività dell’UNRWA richiedono un intervento urgente. L’Agenzia dovrebbe essere sciolta e i suoi servizi trasferiti a organismi dotati di un’amministrazione più appropriata.

Milioni di profughi in tutto il mondo – oltre 130 milioni dalla seconda guerra mondiale – sono stati sotto la responsabilità dell’UNHCR, che mira al reinserimento e alla riabilitazione dei profughi.

Ma l’8 dicembre 1949 l’Assemblea Generale dell’ONU approvò la risoluzione 302 che dava vita a un’apposita agenzia dedicata esclusivamente “all’aiuto diretto e ai programmi di lavoro” per i profughi arabi palestinesi – l’UNRWA, appunto – facendone un ente senza eguali.

L’UNRWA esiste per perpetuare, non per risolvere, il problema dei profughi palestinesi. Da che esiste, nessun palestinese ha mai perduto lo status di profugo. Esistono, ad esempio, centinaia di migliaia di profughi palestinesi e loro discendenti che sono cittadini della Giordania: eppure, per quanto riguarda l’UNRWA, essi continuano ad essere dei profughi con pieno diritto all’assistenza.

In questi sessant’anni l’UNRWA si è trasformata in uno strumento fondamentale per la perpetuazione del problema dei profughi, e in un grosso ostacolo per la soluzione del conflitto israelo-palestinese.

Quando l’UNRWA cominciò a contare i profughi, nel 1948, lo fece secondo modalità che non hanno precedenti: puntando cioè a registrare il massimo numero possibile di quelli che definiva “profughi”.

Innanzitutto, venne considerato palestinese chiunque avesse vissuto nella Palestina Mandataria britannica nei DUE anni precedenti lo scoppio del conflitto arabo-israeliano. Inoltre, l’UNRWA conta come profughi anche tutti i discendenti dei profughi originari: un sistema che dal 1948 in poi ha generato – caso unico al mondo – un incremento del 400% nel numero di profughi sotto la sua giurisdizione.

Si trattava di una definizione di “profugo palestinese” politicamente motivata, con il sottinteso che i palestinesi sarebbero rimasti profughi per sempre o fino al giorno in cui si fossero trionfalmente stabiliti in uno stato arabo palestinese che comprendesse tutto il territorio su cui sorge Israele. Se si ricostruivano una vita altrove, anche dopo molte generazioni – dopo decenni o, in teoria, dopo secoli – rimanevano comunque ufficialmente profughi. Cosa molto diversa dalle altre situazioni nel mondo, dove gli altri profughi mantengono lo status di “profugo” solo finché non trovavano una collocazione permanente altrove, presumibilmente come cittadini di altri paesi.

Infine, per l’UNRWA lo status di profugo palestinese si basava soltanto sulla semplice parola del postulante.

Perfino la stessa UNRWA, in una relazione del giugno 1998 del suo Commissario Generale, ammise che le sue cifre erano gonfiate: “I numeri di registrazione dell’UNRWA sono basati su informazioni fornite spontaneamente dai profughi stessi con lo scopo principale di ottenere accesso ai servizi dell’agenzia e quindi non possono essere dati demografici statisticamente validi”.

Nell’ottobre 2004 l’allora Commissario Generale dell’UNRWA Peter Hansen ammise pubblicamente per la prima volta che membri di Hamas erano pagati dall’UNWRA, aggiungendo: “Non mi sembra un crimine. Hamas come organizzazione politica non significa che ogni membro sia un militante, e noi non facciamo controlli politici e non escludiamo nessuno, di qualunque convinzione sia”. Di conseguenza, il denaro dei contribuenti di paesi dove Hamas è legalmente definita un’organizzazione terroristica, come Stati Uniti e Canada, viene illegalmente usato per finanziare attività controllate da Hamas.

L’opinione di Hanson che Hamas sia una normale organizzazione politica le cui dottrine non interferiscono con il governo e l’istruzione dei palestinesi rimane la posizione ufficiale dell’UNRWA. È stato così anche quando Hamas ha commesso violenze contro altri palestinesi. Non appena l’organizzazione jihadista si impadronì di Gaza con la forza, nel luglio 2007, l’UNRWA immediatamente fece sapere a Hamas che era pronta a ricominciare a fornire i propri servizi. Nulla fu cambiato nella sua procedura o nella sua performance dopo il golpe. Una chiara dimostrazione di questo fatto è stata la morte di Awad al-Qiq nel maggio 2008. Qiq aveva alle spalle una lunga carriera come insegnante di scienze in una scuola dell’UNRWA ed era stato chiamato a dirigere la sua Rafah Prep Boys School. Ma era anche il principale fabbricatore di bombe per la Jihad Islamica. Rimase ucciso mentre supervisionava un laboratorio dove si costruivano missili e altre armi da usare contro Israele, posto a poca distanza dalla scuola. Qiq si dedicava allo stesso tempo a costruire armi per attaccare civili israeliani e a indottrinare i suoi studenti a fare lo stesso. La Jihad Islamica non aveva bisogno di pagargli uno stipendio per le sue attività terroristiche: lo facevano già l’ONU e i contribuenti occidentali.

L’aumento del numero di insegnanti dell’UNRWA che si identificano apertamente con gruppi estremisti ha creato un blocco di insegnanti che assicura l’elezione di membri di Hamas e di singoli personaggi impegnati nelle ideologie islamiste. Usando le aule scolastiche come luoghi per diffondere i loro messaggi estremisti, questi insegnanti pesano anche sulle elezioni palestinesi locali. Quindi il sistema scolastico dell’UNRWA è diventato una piattaforma per le attività politiche di Hamas. Ad esempio, il ministro dell’interno e degli affari civili Saeed Siyam, di Hamas, è stato un insegnante nelle scuole UNRWA a Gaza dal 1980 al 2003. Poi divenne membro del sindacato degli impiegati arabi dell’UNRWA e capo del comitato di settore degli insegnanti. Altri famosi personaggi di Hamas provenienti dal sistema scolastico dell’UNRWA comprendono il primo ministro Ismail Haniyeh e Abd al-Aziz Rantisi, l’ex capo di Hamas.

Il bilancio dell’UNRWA è sostenuto da molti paesi, tra i quali gli Stati Uniti e i paesi occidentali figurano come i maggiori contribuenti. Nel 1990 il bilancio annuale dell’UNRWA era di oltre 292 milioni di dollari; nel 2000 era aumentato a 365 milioni. Tuttavia, nonostante questo aumento in apparenza significativo, le assegnazioni di fondi tra i vari campi profughi sono diminuite – complice il tasso di nascite molto elevato e l’aumento della popolazione dei campi. I profughi vengono scoraggiati dall’uscirne e sono incentivati a rimanere per ricevere l’assistenza. La spesa pro capite per i profughi dei campi è scesa quindi da 200 dollari in servizi all’anno negli anni ‘70 ai circa 70 attuali. Questa situazione risulta particolarmente evidente in Libano, dove il governo fornisce poca o nessuna assistenza ai palestinesi.

L’UNRWA fornisce lavoro a un gran numero di palestinesi (ha uno staff a tempo pieno di 23.000 persone). Mentre l’UNHCR e l’UNICEF evitano di impiegare locali che sono anche i destinatari dei servizi dell’agenzia, l’UNRWA non fa questa distinzione. L’UNRWA quindi mantiene una grossa popolazione di profughi e loro discendenti in uno stato di dipendenza assistenziale permanente, finanziato dai contribuenti occidentali. Così facendo, funziona come una diga contro i tentativi di trasformare i profughi in cittadini produttivi. Tutte le burocrazie hanno la tendenza ad auto-perpetuarsi. Nel caso dell’UNRWA, questa tendenza è esacerbata dal fatto che la ragion d’essere dell’organizzazione è la conservazione del problema dei profughi, piuttosto che lo sforzo di dargli soluzione.

L’ONU ha sbagliato quando ha creato un ente dedicato esclusivamente a un’unica popolazione di profughi e con un modus operandi diverso da quello di tutte le altre agenzie di assistenza.

Quattro sono i passi necessari per rimettere l’approccio internazionale al problema dei profughi palestinesi in linea con la pratica standard in situazioni simili. Primo, l’UNRWA stessa deve essere sciolta. Secondo, i servizi che l’UNRWA attualmente fornisce devono essere trasferiti ad altre agenzie ONU, in particolare l’UNHC, che hanno una lunga esperienza con tali programmi. Terzo, la responsabilità per i normali servizi sociali deve essere affidata all’Autorità Palestinese e una grossa porzione dello staff dell’UNRWA deve essere trasferita all’autorità governativa. Quarto, i paesi donatori devono usare la massima attenzione per assicurare trasparenza e responsabilità.

(Da: Jerusalem Post, 27.05.08) – di Jonathan Spyer

Friend of Israel

La vera pulizia etnica perpetrata in Medio Oriente

La vera pulizia etnica perpetrata in Medio Oriente

Da un articolo di Ashley Perry

Probabilmente Israele è il meno efficiente artefice di “pulizia etnica” della storia dell’umanità, nonostante quel che dice la propaganda avversaria.

Nel 1947 vivevano nella Palestina sotto Mandato Britannico circa 740.000 arabi palestinesi. Oggi gli arabi che vivono in Cisgiordania e striscia di Gaza più gli arabi che sono cittadini israeliani ammontano a più di cinque milioni (in tutto, nel mondo,sono più di nove milioni le persone che si definiscono palestinesi). Da un semplice calcolo emerge che il tasso di crescita della popolazione palestinese è stato quasi il doppio di quello in Africa e in Asia in un analogo lasso di tempo.

Il croato Drazen Petrovic definiva la “pulizia etnica” come “una ben precisa politica di un particolare gruppo di persone intesa ad eliminare sistematicamente la presenza di un altro gruppo da un dato territorio”. Sulla base di questa definizione, il lungo conflitto arabo-israeliano ha visto la realizzazione di una sola, vera pulizia etnica: quella degli ebrei che vivevano da secoli in Asia e nord Africa. Mentre, prima del 1948, c’erano quasi 900.000 ebrei che vivevano in terre a maggioranza araba, nel 2001 ne rimanevano non più di 6.500.

Coloro che sostengono che Israele avrebbe perpetrato una pulizia etnica a danno degli arabi non sono in grado di citare una sola ordinanza o disposizione in questo senso. La pulizia etnica degli ebrei dalle terre arabe, invece, fu una politica ufficiale di stato. Gli ebrei vennero ufficialmente espulsi da molte regioni del mondo arabo. La Lega Araba diffuse una dichiarazione con cui raccomandava ai governi arabi di promuovere l’uscita degli ebrei dai paesi arabi, risoluzione che venne attuata attraverso tutta una serie di misure punitive e di ordinanze discriminatorie che resero impossibile la permanenza degli ebrei nelle terre dove erano nati.

Il 16 maggio 1948 il New York Times registrava una serie di misure prese dalla Lega Araba allo scopo di emarginare e perseguitare gli ebrei cittadini degli stati membri. Riportava fra l’altro il testo di una legge “redatta dal Comitato politico della Lega Araba”, volta a governare lo status legale degli abitanti ebrei nei paesi della Lega Araba. Essa disponeva che, a partire da una data specifica, tutti gli ebrei – ad eccezione di quelli che non fossero cittadini di un paese arabo – venissero considerati “membri della minoranza ebraica di Palestina”. I loro conti bancari sarebbero stati congelati e usati per finanziare la resistenza contro “i piani sionisti in Palestina”. Gli ebrei ritenuti sionisti attivi sarebbero stati internati e i loro beni confiscati.

Nel 1951 il governo iracheno approvò una legge che rendeva reato l’affiliazione al sionismo e ordinava “l’espulsione degli ebrei che si rifiutano di firmare una dichiarazione contro il sionismo”. Il che contribuì a spingere fuori decine di migliaia di ebrei che vivevano in Iraq, mentre la gran parte delle loro proprietà veniva confiscata dallo stato.

Nel 1967 molti ebrei egiziani vennero internati e torturati, le case ebraiche confiscate. Quello stesso anno in Libia il governo “sollecitava gli ebrei a lasciare temporaneamente il paese” permettendo a ciascuno di loro di portare con sé una sola valigia e l’equivalente di 50 dollari.

Nel 1970 il governo libico promulgò nuove leggi per la confisca di tutti i beni degli ebrei libici, emettendo al loro posto obbligazioni con scadenza a 15 anni. Ma quando i buoni maturarono, non venne pagato nessun rimborso. Il leader libico Muammar Gheddafi si giustificò dicendo che “lo schierarsi degli ebrei con Israele, nemico delle nazioni arabe, li priva del diritto al rimborso”.

Non sono che pochi esempi di ciò che divenne una politica comune un po’ in tutto il mondo arabo, per non menzionare i pogrom e le aggressioni contro ebrei ed istituzioni ebraiche che giocarono un ruolo decisivo nell’esodo degli ebrei da quei paesi.

Anche le sofferenze sul piano economico delle due popolazioni di profughi (ebrei dai paesi arabi e arabi di Palestina) non furono eguali. Secondo una ricerca pubblicata di recente – “The Palestinian Refugee Issue: Rhetoric vs. Reality” dell’economista Sidney Zabludoff, già consigliere della Cia, della Casa Bianca e del Tesoro americano (in Jewish Political Studies Review, aprile 2008 ) – il valore dei beni perduti dalle due popolazioni di profughi è straordinariamente diseguale. Utilizzando i dati di John Measham Berncastle, che nei primi anni ’50, sotto l’egida dell’allora appena costituita Commissione Onu per la Conciliazione in Palestina (UNCCP), si assunse il compito di stimare i beni dei profughi palestinesi, Zabludoff calcola che quei beni ammontavano a 3,9 miliardi di dollari in valuta attuale. I profughi ebrei, essendo maggiori di numero e più urbanizzati, erano proprietari di un patrimonio complessivo pari almeno al doppio di quella cifra.

Inoltre bisogna tener conto del fatto che Israele, nel corso degli anni ’50, ha restituito più del 90% di conti bancari bloccati, cassette di sicurezza e altri beni appartenenti a profughi palestinesi, il che diminuisce in modo significativo la somma calcolata dalla UNCCP.

Questi fatti vengono accortamente dimenticati e non pubblicizzati, permettendo a denigratori di Israele come il professor Ilan Pappe (prima all’Università di Haifa, ora in quella di Exeter) di non menzionare neanche di sfuggita la vera, grande pulizia etnica perpetrata in Medio Oriente.

Di recente, però, alcuni eventi stanno gettando nuova luce sulla percezione di questa storia che ha la comunità internazionale. Lo scorso primo aprile il Congresso degli Stati Uniti ha adottato la risoluzione 185 che per la prima volta riconosce il caso dei profughi ebrei dai paesi arabi, ed esorta il presidente e gli altri rappresentanti americani che prendono parte a colloqui in Medio Oriente ad assicurarsi che ogni riferimento ai profughi palestinese “sia accompagnato da un analogo, esplicito riferimento alla soluzione della questione dei profughi ebrei dai paesi arabi”.

Altrettanto importante, il 24 giugno ha avuto luogo alla Camera dei Lord la prima audizione mai avvenuta nel parlamento britannico sul tema dei profughi ebrei dai paesi arabi, convocata dal parlamentare laburista John Mann e da Lord Anderson di Swansea, e organizzata dall’associazione Justice for Jews from Arab Countries (JJAC) insieme al Board of Deputies of British Jews.

Una maggiore conoscenza della questione dei profughi e della pulizia etnica degli ebrei dal mondo arabo in generale offrirà una conoscenza più chiara e completa della storia della regione a un gran numero di persone. Non si può affermare che un popolo ha subito una “pulizia etnica” da una zona in cui è aumentato di numero a un tasso doppio di quello dei suoi vicini geografici. Viceversa, un popolo che ha visto ridotto il suo numero in una certa zona di 150 volte nel corso di pochi decenni può sostenere a buon diritto di aver subito una pulizia etnica.

(Da: Jerusalem Post, 24.07.08 )

Nella foto in alto: Il New York Times del 16 maggio 1948

Chi ricorda i profughi ebrei dai paesi arabi?

Gli altri profughi del conflitto arabo-israeliano

Israele.net

Israele: 21 domande, 21 risposte

Israele: 21 domande, 21 risposte

Luciano Tas, scrittore e giornalista, già direttore del mensile Shalom,ha pubblicato anni fa un utile documento per conoscere correttamente la questione israelo-palestinese.

1) Quasi duemila anni fa esisteva uno Stato ebraico in Palestina, ma poi ci hanno vissuto gli arabi, cioè i palestinesi. Dopo tanto tempo non hanno acquisito il diritto alla loro patria?

Gli arabi non hanno abitato a lungo in modo stabile la Palestina.

Continuativamente, solo poco più di un secolo. Per quattro secoli, dal 1516 al 1918, la Palestina è stata una negletta provincia turca quasi disabitata, consegnata dall’incuria dei governi di Istanbul alla sabbia del deserto e alle paludi. La Palestina (meglio conosciuta in quei secoli come “provincia di Damasco” e comprendente l’attuale Israele, Cisgiordania, Giordania, Libano e parte della Siria) incomincia a essere “restaurata” solo a partire dalla seconda metà dell’800, quando i primi pionieri ebrei, giunti dall’Impero zarista, creano qualche occasione di lavoro, capace di attirare lavoratori di altre province turche, come la Siria, l’Iraq, l’attuale Giordania (creata artificialmente, a tavolino, solo nel 1921), lo stesso Egitto. Maggiori occasioni lavorative si sviluppano tra la prima e la seconda guerra mondiale, sia per l’occupazione britannica che per le fatiche dei contadini ebrei, con i loro aranceti e le terre acquistate a caro prezzo dagli sceicchi arabi e strappate alla sabbia, e al conseguente indotto. Che oggi i palestinesi, cioè i pronipoti dei tanti lavoratori arabi giunti in Palestina un secolo fa, esistano e abbiano acquisito una coscienza nazionale, prima del tutto inesistente, è vero.

Che abbiano diritto a un loro territorio e a un loro Stato autonomo oltrealla Giordania, dove più dei due terzi degli abitanti sono palestinesi, è ormai altrettanto accettato. Ma non è falsando la Storia che questi diritti diventano più sicuri.

2) Ma allora cos’è, di chi è la Palestina?

Come entità autonoma la Palestina (Peleshet) non è mai esistita, né sono mai esistite una lingua e una cultura palestinesi. I palestinesi, come i giordani, i siriani, i libanesi e gli iracheni (tutte entità nazionali inventate dopo la prima guerra mondiale, nel 1920) sono arabi, proprio come i giordani, i siriani e così via, e tali unicamente si considerano. Per quasi 1900 anni l’area designata con il nome greco-romano di Palestina (per far dimenticare il nome stesso di Giudea) non è stata una nazione e non ha avuto frontiere, ma solo confini amministrativi. Gli Arabi conquistano la Palestina soltanto nel 637 e vi regnano fino al 750, per 113 anni in totale. Poi vi si alternano Persiani,Turchi, Circassi, Bizantini, Curdi, e nel 1099 i Crociati cristiani, sconfitti nel 1187 da un condottiero curdo, il Saladino. Nel 1244 sono delle tribù alleate di Gengis Khan a occupare e a mettere a sacco la Palestina. Poco dopo arriveranno i Mongoli, cacciati nel 1516 dai Turchi che costituiranno l’Impero Ottomano, dalla Turchia ai paesi del Magreb, vale a dire lungo tutta la costa meridionale del Mediterraneo. I Turchi vi resteranno fino alla fine della prima guerra mondiale, nel 1918. La decadenza e il degrado della Palestina la fa apparire una ” landa desertica e paludosa (..) quasi disabitata” agli occhi di Edmondo De Amicis nella seconda metà dell’8OO, mentre nel 1867 Mark Twain scriveva che la Palestina era (una silenziosa e funerea estensione, una desolazione (.J Non abbiamo mai visto un essere umano sulla strada (…). Perfino gli ulivi e i cactus, quegli amici sicuri di un terreno incolto, hanno per lo più abbandonato il paese (..). La Palestina siede su sacchi di cenere, desolata e brutta…”. Gli unici insediamenti permanenti in Palestina – segnatamente a Gerusalemme e a Safed, sede ininterrotta quest’ultima di università religiose – sono stati quelli ebraici, a partire dalla fine del regno ebraico nel 70.

3) Perché gli ebrei dopo la seconda guerra mondiale hanno scelto di andare proprio in Palestina, dove già c’erano gli arabi?

Non si può dire che abbiano scelto. Prima che scoppiasse la seconda guerra mondiale, il nazismo in Germania già perseguitava i suoi 500.000 cittadini ebrei. Le disperate richieste di quegli ebrei di essere accolti nei paesi democratici al fine di evitare quello che già si profilava chiaramente come il loro tragico destino, vennero respinte. Nel luglio 1938 i rappresentanti di trentuno paesi democratici s’incontrarono a Evian, in Francia, per decidere la risposta da dare agli ebrei tedeschi. Ebbene, nel corso di quella Conferenza, la risposta fu che nessuno poteva e voleva farsi carico di tanti profughi. Dal canto suo la Gran Bretagna, potenza mandataria della Palestina, venendo meno al solenne impegno assunto verso gli ebrei nel 1917 di creare una National Home ebraica in Palestina, nel 1939 chiudeva la porta proprio agli ebrei con il suo Libro Bianco, nel vano tentativo d’ingraziarsi gli arabi. E’ stata questa doppia chiusura a condannare a morte prima gli ebrei tedeschi e poi, via via che la Germania nazista occupava l’Europa, gli ebrei austriaci, ce-chi, polacchi, francesi, russi, italiani, e così via. Il costo per gli ebrei d’Europa, che contavano allora una popolazione di dieci milioni, fu di sei milioni di assassinati, inclusi un milione e mezzo di bambini. Appena finita la seconda guerra mondiale i 5/600.000 ebrei superstiti, in massima parte originari dell’Europa orientale, si trovarono senza più famiglia, senza amici, senza casa, senza poter rientrare nei loro paesi, dove l’antisemitismo divampava (in Polonia ci furono sanguinosi pogrom persino dopo la guerra, e nell’Unione Sovietica Stalin dava l’avvio a una feroce campagna antiebraica). Tra il 1945 e il 1948 nessun paese occidentale, Gran Bretagna e Stati Uniti in testa, volle accogliere neanche uno di quel mezzo milione di ebrei displaced persons, come venivano definiti dalla burocrazia alleata. La Palestina, malgrado la Gran Bretagna e il suo Libro Bianco, sempre in vigore anche dopo la fine della seconda guerra mondiale, non fu quindi una scelta, ma l’unica speranza, legata al sogno, all’utopia sionista, cioè quella del “ritorno” a una patria, all’antica patria, il sogno di Teodoro Herzl. Una patria anti-ca/moderna dove da tempo si era già formata una infrastruttura ebraica.

4) Gli arabi non hanno mai perseguitato gli ebrei. E perché poi gli arabi dovrebbero pagare per il fatto che gli ebrei sono stati sterminati dai nazisti?

Se il metro di misura dell’odio per gli ebrei è quello che nei secoli passati ha esercitato in Europa la Chiesa, con i suoi ghetti, i suoi roghi, i suoi pogrom, allora si può dire che gli arabi non hanno mai fatto nulla di simile, almeno nelle stesse dimensioni. Nel passato la vita degli ebrei nei paesi islamici e negli stessi paesi arabi è stata nell’insieme sopportabile. Di serie B, ma sopportabile. Gli arabi hanno incominciato a sviluppare in Palestina un odio “politico” nei confronti degli ebrei pochi anni dopo l’inizio, nel 1920, del Mandato britannico. L’odio, sapientemente fomentato dai capi arabi, primo tra i quali il Gran Muftì di Gerusalemme (che durante la seconda guerra mondiale avrebbe raccolto volontari per formare una divisione SS araba andata poi a combattere a fianco dei tedeschi contro l’Unione Sovietica), doveva culminare, dopo molti altri gravi fatti di sangue antiebraici, nella strage perpetrata a Hebron nel 1928 contro l’inerme, antica comunità religiosa ebraica. Dopo il rifiuto arabo di accettare nel novembre 1947 la spartizione della residua Palestina – esclusa cioè la parte maggioritaria della Palestina diventata Giordania – in due Stati, uno arabo e uno ebraico, e dopo la nascita dello Stato d’Israele, il 15 maggio 1948, i dirigenti dei paesi arabi – Siria, Iraq, Giordania, Libano, Egitto – mossero i loro eserciti contro il nuovo Stato ebraico. L’aggressione fallì un anno dopo, ma i paesi arabi non vollero mai trarre le con-clusioni dal loro fallimento. Per questo non vollero mai assorbire i 4/500.000 profughi arabi loro fratelli, in gran parte fatti da loro stessi fuggire dalla Palestina, quella rimasta dopo l’escissione della Giordania, e in parte costretti ad andarsene, spinti dagli eventi bellici. Preferirono tenerli confinati in campi, dove la loro sopravvivenza era assi-curata dagli aiuti delle Nazioni Unite e tenendoli per due generazioni nell’ingrato ruolo di arma politica contro Israele. Nessun paese arabo, con la parziale eccezione del Regno giordano, volle ac-cogliere e integrare i profughi palestinesi e qualche volta li espulse, come fece il Kuwait, appena liberato nel 1991 dall’occupazione irachena, una occupazione per la quale i lavoratori palestinesi in Kuwait avevano prematuramente e inopportunamente festeggiato. Nello stesso 1948 i paesi arabi avevano espulso o costretto a partire mezzo milione di ebrei, che trovarono pronto rifugio in Israele. Questi profughi dai paesi arabi misero a dura prova la capacità organizzativa ed economica dello Stato ebraico, ma alla fine la loro integrazione finì per essere compiuta.

5) A proposito del 29 novembre 1947, quando le Nazioni Unite assegnarono una parte della Palestina agli arabi e un’altra agli ebrei. Quella ebraica non fu forse sottratta agli arabi?

Quando l’ONU votò quella Risoluzione, da parte ebraica ci fu un’esplosione di entusiasmo, sia fra gli ebrei di Palestina che quelli della Diaspora. Uno Stato ebraico rappresentava per i primi la salvezza, per i secondi l’assicurazione sulla vita, un polo di riferimento, una garanzia.

E si trattava di meno di un decimo della Palestina originale, di meno di un centesimo del mondo arabo. Lo stesso mondo arabo respinse invece con furore la spartizione di un lembo di Palestina, che sottraeva alla loro influenza un pur minuscolo, insignificante e poverissimo spazio. L’assegnazione agli ebrei di quel minuscolo spazio fu considerata dagli arabi una profonda ferita, un’offesa inaccettabile. Per questo i paesi arabi vicini – Libano, Siria, Iraq, Giordania, Egitto – con l’appoggio finanziario e militare di tutti gli altri più lontani, non vollero rispettare la Risoluzione dell’ONU e aggredirono lo Stato d’Israele, prima ancora che la mezzanotte del 14 maggio ne segnasse la nascita.

6) Israele ha occupato militarmente la Palestina, cacciandone i palestinesi nel ’48, nel ’49 e nel ’67. E ora non vuole farli tornare sulla loro terra, né restituire i territori occupati nel 1967.

Non è vero che Israele abbia espulso tutti gli arabi durante e dopo le guerre del 1948, ’49 e ’67. Altrimenti non si saprebbe spiegare come mai nello Stato ebraico vivano oggi oltre un milione di arabi di nazionalità israeliana, e come mai ne vivano un milione e mezzo in Cisgiordania.

Secondo le stime dell’ONU, si può fissare in 4/500.000 gli arabi che lasciarono o furono cacciati dalla Palestina nel corso di quelle guerre. Una parte era fuggita dalla guerra, stimolata dagli appelli dei paesi arabi che si accingevano, secondo le loro intenzioni, a entrare in forza in Palestina e “buttare a mare gli ebrei”. In numerosi messaggi agli arabi di Palestina, diffusi dalle radio di Damasco e del Cairo, veniva assicurato che essi sarebbero ben resto ritornati alle loro case da vincitori, con tutto quello che questo significava: per il momento però la loro presenza avrebbe ostacolato le vittoriose operazioni di guerra.

Un’altra parte venne effettivamente cacciata dagli ebrei nel corso delle operazioni belliche. E’ curioso osservare che il numero di arabi che in un modo o nell’altro lasciarono la Palestina, è uguale a quello degli ebrei espulsi o costretti a fuggire dai paesi arabi nel 1948, subito dopo la nascita dello Stato d’Israele, e che Israele assorbì allora con immense difficoltà. Dei territori occupati da
Israele nel 1967, la Cisgiordania e la parte orientale di Gerusalemme facevano parte del Regno di Giordania, il Sinai dell’Egitto, e Gaza era occupata dall’Egitto ma non ne faceva parte, per cui agli abitanti venne sempre rifiutata la nazionalità egiziana. Si sa che il Sinai venne integralmente restituito all’Egitto quando nel settem-bre 1978 venne firmato a Camp David dal Premier israeliano Begin, dal Presidente egiziano Sadat, e con l’autorevole avallo del Presidente degli Stati Uniti Carter, il trattato di pace. Quanto alla Cisgiordania e a Gerusalemme Est, la Giordania non volle più trattare la loro restituzione, preferendo girare il problema alle nascenti organizzazioni palestinesi che mai, nei decenni precedenti, avevano rivendicato una sovranità su quei territori: i palestinesi della Cisgiordania erano semplicemente cittadini giordani, come lo sono tuttora i palestinesi di Giordania, vale a dire i due terzi degli abitanti il Regno hascemita. Perché poi gli abitanti della Cisgiordania non abbiano mai rivendicato un loro Stato quando facevano parte della Giordania, e gli arabi di Gaza non abbiano fatto altrettanto durante l’occupazione egiziana, nessuno lo ha spiegato.

7) Ma Israele non ha voluto accogliere i profughi palestinesi

In seguito agli accordi di Oslo del 1993, il negoziato di pace tra Israele e Organizzazione per la Liberazione della Palestina di Yasser Arafat, sembrava giunto a conclusione a metà del 2000: Israele aveva offerto ai palestinesi il 98% della Cisgiordania e naturalmente Gaza, con la possibilità di una strada extraterritoria-le che unisse la prima alla seconda, e un settore orientale di Gerusalemme. L’offerta, avallata negli Stati Uniti dal Presidente Clinton, venne però respinta da Arafat, il quale volle aggiungere alle clausole di pace anche l’impegno d’Israele di prendersi – nel territorio d’Israele – quattro milioni, quattro milioni e mezzo di “profughi” palestinesi, quanti cioè sembravano essere diventati secondo i calcoli dell’OLP, i discendenti di quei 41500.000 del 1948. Con una popolazione ebraica di cinque milioni, la pretesa diventava palese-mente provocatoria, come ebbe a dichiarare senza mezzi termini lo stesso Presidente degli Stati Uniti ad Arafat. Facendo le debite proporzioni, come farebbe l’Italia, con tutta la buona volontà, ad assorbire 40, 45 milioni di immigrati nel suo territorio?

8 ) E’ stato Israele, e non i paesi arabi, ad avere incominciato la guerra del 1967, allo scopo di espandere il suo territorio.

E’ falso. E bisogna fare un passo indietro. Nel 1955 l’Unione Sovietica decise di “cambiare cavallo”: dall’appoggio politico dato a Israele nel 1948, passò ad appoggiare, politicamente e militarmente, l’Egitto, fino a rompere pretestuosa-mente le relazioni diplomatiche con Israele. L’Egitto di Nasser voleva prendersi la rivincita della sconfitta subita nel 1948 e 1949, e incominciò ad ammassare nel Sinai truppe e mezzi corazzati forniti dall’URSS. Nel 1956 Israele prevenne l’attacco egiziano e travolgendo i mediocri mezzi motorizzati forniti dall’URSS, occupò tutto il Sinai, giungendo fino al Canale di Suez. Le pressioni e le garanzie americane persuasero pochi mesi dopo Israele a ri-tirarsi da tutti i territori egiziani occupati. A partire dai primi anni Sessanta l’Egitto ricominciò a preparare una seconda rivincita, con l’aiuto ormai tanto scoperto quanto massiccio, dell’Unione Sovietica, che mirava a sostituire l’influenza americana nella regione con ogni mezzo. I raid di terroristi palestinesi e di commando egiziani contro kibbuz israeliani si moltiplicavano, partendo dalle basi di Gaza. In perfetta sintonia si muovevano dal fronte opposto i siriani, i quali dalle alture del Golan sparavano con le loro artiglierie sui sottostanti insediamenti e kibbuz ebraici di Galilea. Dopo alcuni mesi di tensione, il 7 aprile 1967 artiglierie e carri armati siriani attaccano pesantemente villaggi ebraici di frontiera. Damasco fa alzare in volo i suoi caccia, ma quelli israeliani ne abbattono sei. L’umiliazione di Damasco è cocente. L’URSS riprende massicciamente i suoi rifornimenti di armi alla Siria e all’Egitto. Poi a maggio i suoi servizi segreti forniscono a siriani ed egiziani un’informazione falsa. Dicono cioè che Israele ha am-massato truppe e mezzi corazzati ai confini con la Siria. Il Segretario Generale dell’ONU, Sithu U Thant, smentisce: “I rapporti degli osservatori delle Nazioni Unite hanno confermato l’assenza di concentramenti di truppe o movimenti di truppe di qualche rilievo su ambo i lati della linea armistiziale “.

Il 14 maggio è l’Egitto che fa sbarcare numerose unità oltre il Canale per rinforzare il suo già massiccio schieramento nel Sinai. 1116 maggio il Presidente egiziano Gamal Abdel Nasser intima al comandante delle forze dell’ONU nel Sinai e a Gaza, generale Rikhye, di sgombrare le truppe presenti nel Sinai dal 1957, all’indomani del conflitto che aveva visto Israele arrivare al Canale di Suez. Poi Nasser proclama il 22 maggio il blocco dello Stretto di Tiran: nessuna nave, di nessuna nazionalità, che si rechi al porto di Eilat, in Israele, o che da Eilat parta, potrà più passare. Secondo il diritto internazionale è “atto di guerra”. Le dodici potenze marittime non onorano le garanzie che nel 1956 avevano offerto a Israele per la libertà di navigazione, e non mandano le loro navi da guerra a proteggere la libertà di navigazione. Il 30 maggio re Hussein di Giordania mette le sue truppe sotto il comando egiziano.

Truppe egiziane, saudite, irachene affluiscono in Giordania. Truppe irachene, algerine e kuwaitiane raggiungono invece l’Egitto. Il 3 giugno il generale Murtaji, capo delle forze egiziane nel Sinai, dirama un ordine del giorno alle truppe, nel quale invoca “la Guerra Santa con cui voi ristabilirete i diritti degli arabi conculcati in Palestina e riconquisterete il suolo derubato della Palestina “. (Da notare che il generale parla di arabi e di Palestina, ma non di palestinesi, che nessun paese arabo nel 1967 conosceva e riconosceva, tanto è vero che quando la Cisgiordania era parte della Giordania non si sentiva neanche parlare di sovranità palestinese). Il 5 giugno 1967, all’alba, Israele risponde.

9) Perché gli ebrei, che hanno tanto sofferto per il nazismo, fanno ai palestinesi quello che i tedeschi hanno fatto a loro?

Ecco un esempio di “parole malate”. L’abuso di certi termini finisce per distruggerne il significato. I nazisti sono quelli che hanno scientificamente sterminato sei milioni di ebrei, tra cui un milione e mezzo di bambini, che hanno prodi-toriamente invaso e saccheggiato i paesi europei, devastato, bruciato, distrutto e ucciso e fatto uccidere milioni di persone. I nazisti si erano prefissi di distruggere non un nemico, che in realtà esisteva solo nella loro mente malata, ma tutto un popolo, quello ebraico, con accuse immaginarie e folli. Non si trattava dunque di un conflitto, come quello che contrappone israeliani e palestinesi, ma di un genocidio. La differenza non è piccola.

Definire “nazisti” gli ebrei è quindi affermare il falso e commettere un’infamia. Se poi a dare una simile definizione sono degli europei, cui meglio converrebbe come minimo il silenzio per tutte le loro responsabilità, dirette e indirette, per le persecuzioni e lo sterminio degli ebrei, l’infamia diventa anche più abietta. L’occupazione israeliana di territori abitati da arabi non è stata sempre indolore. Nessuna occupazione militare lo è mai. Ma non è successo in Israele quello che è accaduto in Europa, dove decine di milioni di persone, dopo la seconda guerra mondiale, sono state cacciate dalla loro terra. In Israele vivono più di un milione di cittadini israeliani arabi con pieni diritti, e oltre due milioni di arabi vivono in Cisgiordania e a Gaza. Oggi nessuno in Europa, tedeschi, polacchi, italiani, rivendica la terra e le case abbandonate quando la guerra ha ridisegnato confini e proprietà, come normalmente accade quando dei paesi vincono una guerra e altri la perdono. Ma tutto in Europa ha finito per sistemarsi perché c’era la volontà generale di farlo e nessuno ha speculato sull’esodo forzato di milioni di persone.

10) Sionismo uguale a razzismo.

All’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dove la maggioranza dei seggi appartiene ai paesi islamici e ai loro alleati, già una volta fu votata questa ignobile equiparazione. Le Nazioni Unite sono sicuramente una istituzione democratica, la maggioranza dei cui membri è però altrettanto sicuramente antidemocratica. E di tanto in tanto questa maggioranza automatica ci riprova.

Che cos’è il sionismo? E’ l’idea, affermata da Teodoro Herzl sul finire del XIX secolo, che l’antisemitismo non può essere vinto se non con la costituzione di uno Stato ebraico in grado di garantire la sicurezza degli ebrei che ne fanno parte, con un passaporto che li protegga ovunque si trovino: uno Stato che li accolga quando ne hanno bisogno, un governo che li rappresenti nei consessi internazionali, e un esercito pronto a difenderli. E ancora: il sionismo è oggi la realizzazione politica e nazionale di un sogno millenario mai dimesso. Il sionismo è uno Stato ebraico che offre un confortevole margine di sicurezza agli ebrei di tutto il mondo, garantendo con legge dello Stato (la “Legge del Ritorno”) il loro diritto permanente a entrare in Israele, diventandone immediata-mente cittadini. Con uno Stato ebraico non si ripeterà più quanto è accaduto nei secoli, e soprattutto prima della seconda guerra mondiale, quando nessun paese volle accogliere gli ebrei per salvai loro la vita. Questa l’idea di Teodoro Herzl, questo e nient’altro è il sionismo. E’ interessante osservare che nel 1897 nascevano a poche settimane di di-stanza il primo partito socialista russo in assoluto, l’Unione Generale Operaia Ebraica di Russia e di Polonia”, brevemente detta Bund e l’Organizzazione Sioni-sta Mondiale, le due anime dell’ebraismo dell’impero russo. Al di là delle formulazioni teoriche, il socialismo e il sionismo sono semplici da spiegarsi. Il primo risponde a un’esigenza di giustizia, molto forte nel dettato religioso ebraico, il secondo nasce da un giornalista austriaco, Theodor Herzl, che incontrando nella Francia uscita dalla grande Rivoluzione una imprevedibile campagna antisemita seguita al famigerato processo Dreyfus, si rese conto che l’antisemitismo non era eliminabile né dal liberalismo, né dal socialismo. Herzl arrivò alla conclusione che agli ebrei restava una sola strada valida: dar vita a un loro Stato indipendente e sovrano. Il sionismo è tutto qui. L’antisemitismo si è sempre mascherato dietro qualche nome: gli ebrei sono stati a lungo deicidi per la Chiesa, semplicemente giudei per i nazisti, che non avevano bisogno di mascherare le loro idee, cosmopoliti per Stalin, che non riteneva producente dichiararsi antisemita e basta, sionisti per larghi settori politici (che si vergognavano di dirsi antisemiti), a partire da quando la politica estera sovietica nel 1955 era cambiata radicalmente in favore dei paesi arabi. Ecco come la parola “sionismo” ha assunto una connotazione negativa.

11) Gli israeliani si sono macchiati della strage di Sabra e Chatila del 1982.

Il 6 giugno 1982 Israele lancia un attacco con 60.000 soldati in Libano, dove l’OLP ha istituito una specie di Stato nello Stato, e da dove partono gli attentati contro i villaggi israeliani al confine settentrionale. L’OLP è costretto a trincerarsi dentro Beirut, già dal 1975 in preda alle convulsioni della guerra civile. Sotto il controllo di forze dell’ONU francesi, americane e italiane, alla fine d’agosto una parte dell’OLP lascia il Libano. Alla fine dell’anno successivo sarà costretto a lasciarlo definitivamente anche Arafat. La vittoria israeliana nel sud e al centro del Libano è salutata con entusiasmo dai libanesi cristiani, che eleggono alla Presidenza del paese un loro illustre combattente, Bashir Gemayel, l’uomo della pace con Israele. Prima ancora di prendere possesso della carica, Bashir Gemayel viene assassinato. I libanesi cristiani vogliono vendicarsi dell’assassinio del loro condottiero Bashir. Così penetrano nella parte occidentale di Beirut in mano israeliana, dilagano nei due quartieri di Sabra e Chatila e compiono un vero e proprio massacro. Quasi mille palestinesi vengono sgozzati. La carneficina riempie d’orrore l’opinione pubblica di tutto il mondo, che subito punta il dito contro Israele che controllava la zona. Qui però Israele dimostra la sua robusta collocazione democratica. Il governo (di destra) non esita a nominare una commissione d’inchiesta che dimostra la sua assoluta indipendenza e, senza guardare in faccia nessuno e nemmeno farsi condizionare dalla delicatezza della situazione politica (estera e interna) d’Israele, accerta la responsabilità oggettiva dei comandi militari, ma anche quella politica del governo. I responsabili, riconosciuti colpevoli di non essere intervenuti a impedire la strage, sono tutti esemplarmente puniti. Il ministro della Difesa Ariel Sharon è costretto a dimettersi. La crisi farà poi cadere il governo. Il bilancio libanese di tanti anni di feroce guerra civile, in gran parte fomentata e diretta dalla Siria, è disastroso. Tra i 1975 e la fine degli anni Ottanta sono morti 150.000 libanesi, su una popolazione di poco più di due milioni.

12) Ma perché i palestinesi non possono tornare a casa loro?

Chi può essere qualificato “profugo palestinese”? Secondo l’ONU era considerato profugo palestinese qualunque arabo che avesse vissuto in Palestina per due anni, e che avesse lasciato il paese nel 1948. Due anni di permanenza ed ecco che anche un siriano, un iracheno, un giordano, tutti sono trasformati in palestinesi e profughi. Quando nella Dichiarazione Balfour del 1917 si garantiva agli ebrei una National Home in Palestina, per Palestina non s’intendeva il territorio al di qua del Giordano, ma in realtà tutta la Palestina, cioè il territorio del futuro Mandato nella sua interezza. Quindi la National Home ebraica doveva essere costituita su una parte della Palestina e non su una parte di una piccola parte della Palestina. Il distacco della Giordania, che rappresentava il 75% della Palestina, fu un atto arbitrario di Londra ed una violazione della Dichiarazione Balfour. Quanto ai profughi palestinesi del ’48/’49, il loro numero, come abbiamo già visto, non superava i 4/500.000, anche considerando “refugees” chi era entrato in Palestina solo due anni prima. Se nelle ultime richieste di Yasser Arafat, quel numero viene moltiplicato per dieci, è evidente che non c’è volontà (o possibilità) di giungere a un accordo definitivo. Nessun paese al mondo potrebbe assorbire un numero di immigrati pari all’80% della sua popolazione.

Non vi sono precedenti nella Storia di un “diritto al ritorno”, né la giurisprudenza internazionale lo prevede. Giusto o sbagliato che sia, l’orologio della Storia non può esser rimesso indietro di oltre mezzo secolo. E’ curioso poi che tale “diritto” sia stato preteso non per il ritorno dei palestinesi in uno Stato palestine-se, ma nello Stato d’Israele.

13) Ma perché gli israeliani vogliono avere proprio Gerusalemme come capitale? Che diritto ne hanno, dopo esserne stati assenti per quasi duemila anni?

Gli ebrei non hanno mai lasciato Gerusalemme e anzi, secondo tutte le stati-stichenote, vale a dire dalla metà dell’8OO, a Gerusalemme gli ebrei hanno sempre costituito la maggioranza relativa della popolazione, che a una delle prime rilevazioni statistiche ammontava in totale a 15.000 persone.

Nel 1876, assai prima dunque della nascita del sionismo, vivevano a Gerusa-lemme 25.000 persone, delle quali 12.000, quasi la metà, erano ebrei, 7500 musulmani e 5500 cristiani.

Nel 1905 gli abitanti erano saliti a 60.000. Di questi 40.000 erano ebrei, 7000 musulmani e 13.000 cristiani.

Nel 1931 su 90.000 abitanti, gli ebrei erano 51.000, i musulmani 20.000 e i cristiani 19.000.

Nel 1948, alla vigilia della nascita dello Stato ebraico, la popolazione di Gerusalemme era quasi raddoppiata: 165.000 persone, di cui 100.000 ebrei, 40.000 musulmani e 25.000 cristiani. La presenza ebraica a Gerusalemme ha sempre costituito il nucleo etnico numericamente più forte. Con Gerusalemme gli ebrei hanno sempre avuto un forte legame religioso, storico, nazionale, e di nessun altro popolo Gerusalemme è mai stata capitale. E’ quindi una leggenda l’affermazione che gli ebrei siano stati assenti da Gerusalemme per quasi venti secoli o che costituissero una insignificante percentuale della popolazione gerosolimitana.

14) Israele non ha voluto portare a compimento gli accordi di Oslo del 1993.

E’ vero il contrario, e cioè che Arafat ha volutamente fatto saltare quegli accordi quando si è accorto che potevano sul serio essere realizzati. L’accordo di Oslo del 1993, perfezionato nel 1995, prevedeva il progressivo ritiro israeliano da gran parte della Cisgiordania e da Gaza, fatte salve tutte le misure di sicurezza necessarie. Il territorio evacuato da Israele sarebbe stato gradualmente affidato “in ge-stione a una Autorità palestinese”.

Preliminare ad ogni passo verso la concreta attuazione dell’accordo erano il rifiuto ad ogni atto di terrorismo e il. reciproco riconoscimento. Molti termini di questo preaccordo erano in parte stati deliberatamente tenuti nel vago: ognuna delle due parti li avrebbe interpretati come voleva, ma non impegnavano nessuno. I nodi cruciali del contenzioso israelo-palestinese, dopo l’offerta del Premier israeliano Barak di evacuare il 95-98% della Cisgiordania (e naturalmente tutta Gaza) erano sostanzialmente questi:

Primo. Gerusalemme, per la quale i palestinesi volevano una soluzione che non li escludesse da quella che consideravano la loro capitale. Israele aveva offerto all’Autorità palestinese il controllo del quartiere orientale della città e un compromesso per il Monte del Tempio (o Spianata delle Moschee).

Secondo. Quanti insediamenti israeliani nelle zone che sarebbero andate all’Autorità palestinese sarebbero stati smantellati? Presumibilmente sarebbero rimasti sotto l’autorità israeliana solo quegli insediamenti di sicura stabilità che avrebbero garantito la sicurezza militare dello Stato ebraico e alcuni altri che rappresentano motivi cari ai religiosi. Il discorso rimaneva aperto.

Terzo. E questi insediamenti che status avrebbero avuto? Secondo Israele a-vrebbero dovuto godere di una sorta di extra-territorialità. Anche qui l’applicazione degli accordi avrebbe richiesto lunghe consultazioni israelo-palestinesi in un clima di pacificazione.

Quarto. Quale sarebbe stato il disegno finale del nuovo spiegamento israelia-no di forze, quali i punti considerati strategici?

Quinto.Gaza come sarebbe stata collegata con la Cisgiordania? Si ipotizzava una strada sopraelevata extraterritoriale a sorveglianza mista israelo-palestinese.

Se questi negoziati si sono impantanati, ciò è stato determinato dal fatto che Arafat ha dimostrato di non avere l’intenzione o la possibilità di concludere la pace. Di fronte all’offerta del Premier laburista israeliano Ehud Barak di cedere all’OLP il 95-98% della Cisgiordania, oltre a Gaza e a un settore arabo di Gerusalemme per costituirvi la capitale della “entità palestinese”, Arafat rifiutava e “rilanciava’, chiedendo, come abbiamo visto, che Israele assorbisse entro i suoi confini quattro milioni, quattro milioni e mezzo di profughi arabi, vale a dire i figli, nipoti, bisnipoti, parenti e amici dei quattro, cinquecentomila profughi del 1948/49. Invece di mettere una firma o di presentare una controproposta, il leader pa-lestinese organizzava una nuova e più cruenta Intifada, prendendo a risibile pretesto una passeggiata considerata provocatoria (ma effettuata dopo accordi precisi presi con l’autorità musulmana delle Moschee) di Ariel Sharon, non ancora Premier e in quel momento capo dell’opposizione, sulla Spianata delle Moschee (o Monte del Tempio, a seconda dell’ottica). Per questo si sono acuite l’insicurezza e i timori degli israeliani, che già si era-no divisi sull’iniziativa di pace di Rabin.

Insicurezza e timori resi più acuti dai crescenti atti terroristici palestinesi, perpetrati proprio per sabotare ogni nego-ziato. Una visione distorta e degenerata del dettato religioso aveva fatto armare la mano di un giovane ebreo, ortodosso fanatico, che la sera di sabato 4 novembre 1995 uccise il Premier Yitzhak Rabin, artefice degli accordi di Oslo. Da quel momento i governi israeliani, di sinistra o di destra, sono risultati tutti indeboliti. Shimon Peres, Benjamin Netanyahu, Ehud Barak, e oggi in parte forse anche Ariel Sharon, non hanno più avuto quella larga maggioranza di consensi necessaria per affrontare i forti nodi da sciogliere.

Non può meravigliare che i timori e il senso d’insicurezza degli israeliani siano molto aumentati dopo il fallimento della proposta di Barak, che lo pagò con una bruciante sconfitta elettorale. Ovviamente timori e insicurezza indeboliscono Israele. L’atteggiamento di Arafat di fronte alle offerte di Barak spiega inoltre come mai l’opinione pubblica e per la prima volta gli intellettuali d’Israele si siano compattati intorno a Sharon. Gli intellettuali israeliani si sono sempre schierati in larghissima parte con il fronte politico progressista e pacifista. Scrittori noti anche in Italia, come Abraham Yehoshua, Amos Oz, David Grossman, Yoram Kaniuk, Uri Orlev, Meir Shalev e così via, hanno sempre sostenuto con forza i diritti dei palestinesi. Il movimento “Shalom Achshav”, Pace Subito, ha riempito spesso le piazze d’Israele. Di fronte alla palese intenzione della dirigenza palestinese di non voler concludere alcuna pace, ma anzi, di costringere Israele a una resa senza condizioni, questo non poteva essere accettato neanche dal più ostinato dei pacifisti.

15) Gli israeliani rispondono con le armi al lancio di sassi da parte di ragazzi.

E’ un ragazzino di 11 anni quello che in Macedonia ha ucciso con un sasso un soldato inglese di 20, arrivato con altri soldati europei per dare una garanzia di pace alla zona. I sassi possono uccidere, come è accaduto in Italia con quelli gettati dai cavalcavia sulle strade e autostrade. Se gli adulti non temono, come fanno gli estremisti arabi nei territori dell’Autonomia palestinese di farsi scudo di ragazzi e di bambini per proteggere il cecchinaggio, la responsabilità ricade interamente su di loro. E talvolta è il fuoco arabo che uccide i bambini arabi, anche se la loro propaganda che ha successo nei media internazionali, accusa sempre e soltanto Israele.

16) Ma le rappresaglie israeliane? L’uccisione mirata dei capi dei movimenti palestinesi nei territori dell’Autonomia?

Quale risposta alternativa ci sarebbe alle stragi nei supermarket, nelle discoteche, nei ristoranti, nelle strade e piazze d’Israele? Che cosa potrebbe dissuadere coloro che mandano dei poveri esaltati fanatici a farsi saltare in aria insieme a israeliani presi a caso, se non forse la loro eliminazione fisica? Se un bandito o un pazzo compie una strage, non si cerca di catturarlo ed eventualmente ucciderlo per evitare altre stragi? C’è poi da notare che ogni volta che Israele distrugge per rappresaglia qual-che posto di polizia palestinesi, lo fa sapere in anticipo. Altrimenti non si capirebbe come un attacco portato da carri armati, aerei, elicotteri e navi, non produca che un numero minimo di vittime e quasi nessuna tra la popolazione civile.

17) Gli attentatori suicidi, i kamikaze palestinesi, sono dei martiri che si sacrificano per ottenere una patria.

I kamikaze erano piloti giapponesi che, a guerra ormai perduta, volevano sal-vare l’onore della loro patria, secondo una concezione molto lontana dalla cultura e dalla civiltà occidentali, e si gettavano, facendo esplodere i loro aerei, sulle tolde delle navi da guerra USA. Navi da guerra, non ristoranti e discoteche. Chi si fa saltare insieme ai ragazzi che ballano o agli avventori di una pizzeria o tra i banchi di un mercato, non compie alcuna azione eroica, né tutela un onore che così anzi viene offeso e calpestato.

18 ) Anche gli ebrei per conquistare la loro indipendenza hanno richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica compiendo attentati terroristici.

Dopo la seconda guerra mondiale e negli anni del Mandato britannico, di fronte all’ostinata politica filoaraba e antiebraica dell’Inghilterra, ci fu un episodio terroristico ebraico, quando fu fatto saltare un albergo di Gerusalemme, il King David, che ospitava il quartier generale militare inglese. Prima di farlo saltare, i suoi occupanti furono avvisati e si salvarono quasi tutti. Non si ricorda che una, e una sola azione terroristica ebraica, ormai lontana nel tempo, contro la popolazione civile araba, e nel corso di una guerra. Non si può dire altrettanto del terrorismo arabo.

19) Israele organizza azioni belliche con armi pesanti, elicotteri e aerei, contro popolazioni civili.

Ma è proprio quello che evita bagni di sangue. Le azioni sono sempre mirate con sorprendente accuratezza. Non si capirebbe altrimenti come un missile po-trebbe essere guidato con precisione millimetrica (un ufficio, una finestra) sull’obiettivo prefissato. Talvolta purtroppo succede che dei civili vengano coinvolti, ma è la conseguenza del terrorismo organizzato a freddo dalla direzione palestinese.

20) Che il “falco” Sharon sia stato eletto capo del governo israeliano è una provocazione, ed è la dimostrazione che gli israeliani non vogliono la pace.

Probabilmente se Arafat avesse accettato le proposte del precedente Premier israeliano, Ehud Barak, la pace sarebbe ora vicina e il popolo d’Israele lo avrebbe confermato alla guida del paese. Si può quindi affermare che è stato Arafat a determinare il successo di Sharon, che oggi, secondo tutti i sondaggi, gode dell’appoggio del 70% della popolazione, la quale evidentemente non erede più alla buona fede di Arafat, o alle sue effettive possibilità di controllare i suoi quadri. Di fronte al rifiuto di Arafat il governo israeliano di coalizione (della destra e della sinistra) ha prontamente accettato tutti gli accordi precedenti quel rifiuto.

21) Se gli israeliani hanno la coscienza a posto, perché non accettano la presenza di osservatori internazionali?

Gli osservatori internazionali non potrebbero impedire le azioni terroristiche palestinesi, ma impedirebbero le risposte israeliane, perché le prime sono evidentemente sempre clandestine e sfuggono ad ogni controllo. I terroristi potrebbero continuare a compiere i loro attentati nei luoghi affollati d’Israele senza preoccuparsi della presenza di osservatori neutrali. Israele, che è un paese sovrano, membro dell’ONU, riconosciuto internazionalmente, non potrebbe rispon-dere se gli osservatori neutrali coprissero, magari involontariamente, le basi da cui partono gli attentatori. L’esperienza degli osservatori in Libano e successivamente in Bosnia non offre sufficienti garanzie. Nessun accordo davvero e finalmente fattivo può essere raggiunto senza una vera tregua e prima che l’Autonomia Palestinese abbia debellato le sue frange estremiste, sotto qualunque sigla si nascondano.

Così parlava Montanelli…

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Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c’è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d’Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l’odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nellaltro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso.

Dal «Corriere della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre 1972