Pioggia di Qassam e mortai palestinesi

Pioggia di Qassam e mortai palestinesi

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Più di 40 missili Qassam e decine di granate da mortaio palestinesi sono stati lanciati nelle prime ore di mercoledì mattina dalla striscia di Gaza sulle comunità israeliane del Negev occidentale, come rappresaglia dopo l’operazione lanciata nella notte di martedì dalle Forze di Difesa israeliane nella parte nord della striscia di Gaza per sventare un imminente attacco terroristico, con cattura di ostaggi attraverso un tunnel. Negli scontri sono morti sei terroristi di Hamas; quattro soldati israeliani sono rimasti feriti.

Dei Qassam lanciati mercoledì mattina, uno si è abbattuto davanti a una panetteria nel centro di Ashkelon, altri due nella zona industriale alla periferia della città. Due donne e una ragazzina di 13 anni sono state soccorse per shock.

Grazie al lavoro di intelligence, le Forze di Difesa israeliane avevano scoperto un tunnel lungo 245 metri che, appena ultimato, sarebbe stato usato da terroristi palestinesi per prendere in ostaggio soldati dal versante israeliano della barriera di confine, con una tecnica analoga a quella usata due anni e mezzo fa per sequestrare Gilat Shalit (tuttora nelle mani dei rapitori). La sera di martedì venivano pertanto inviate delle truppe poco al di là della linea di demarcazione col compito di sventare l’attacco. Appena compita la missione, nelle prime ore di mercoledì mattina l’unità faceva rientro in Israele.

I soldati avevano infatti individuato l’edificio al di sotto del quale era stato scavato il tunnel. Durante l’operazione per la sua demolizione, terroristi armati avevano aperto il fuoco sui soldati dall’interno dell’edificio. I soldati avevano risposto al fuoco colpendo alcuni terroristi.

In un comunicato, il portavoce delle Forze di Difesa israeliane sottolinea l’importanza dell’operazione mirata, volta a prevenire una minaccia incombente che avrebbe messo a repentaglio non solo la sicurezza e la vita di cittadini israeliani su territorio israeliano, ma anche la tenuta della tregua in vigore dal giugno scorso con la striscia di Gaza. Il comunicato ribadisce che, da parte israeliana, non vi è alcuna intenzione di interrompere il periodo di relativa calma, che sarebbe stato infranto dall’aggressione terroristica sventata. La costruzione stessa del tunnel sotto la barriera di sicurezza costituisce una violazione della tregua.

Appena prima dell’operazione, il terrorista palestinese Mohammed Deif, capo dell’ala militare di Hamas, aveva minacciato Israele di nuovi attentati. Con un messaggio diffuso martedì sul sito web delle Brigate Izzedine al-Kassam, Deif promette che la sua organizzazione “continuerà a colpire il nemico sionista”, e aggiunge: “La nostra via è il martirio o la vittoria. Il destino che ci ha dato Allah in questo sacro pezzo di terra è quello di cacciare via il nemico e dunque, ad Allah piacendo, compiremo nuove operazioni”. Già nell’agosto scorso, dopo due anni di silenzio, Deif si era fatto vivo giurando di colpire Israele fino alla morte. Deif è considerato uno dei terroristi palestinesi più ricercati, responsabile dell’uccisione di decine di civili israeliani.

Il giorno precedente, Sami Abu Zuhri, portavoce di Hamas, aveva ribadito che l’organizzazione jihadista palestinese, che controlla la striscia di Gaza, si oppone all’abbandono della violenza previsto nella bozza di accordo preparata dall’Egitto in vista di una riconciliazione tra le fazioni palestinesi.

“L’operazione della notte scorsa – ha dichiarato una fonte militare israeliana – ha recapitato un chiaro messaggio a Hamas: la forze armate israeliane non intendono chiudere gli occhi quando vengono scavati tunnel verso la barriera di sicurezza. Abbiamo dimostrato che ne siamo a conoscenza e che non esisteremo ad agire quando necessario”.

Sin dall’inizio della tregua, l’intelligence israeliana ha registrato il continuo riarmo di Hamas, che – secondo da difesa israeliana – continua a preparare attentati che possano essere realizzati in qualunque momento a sua discrezione. “Difficile dire cosa accadrà nelle prossime ventiquattr’ore – dicono negli ambienti della difesa – In generale Hamas cerca di mantenere la calma e probabilmente non vorrà violarla di nuovo nell’immediato. Ma è pur sempre un’organizzazione terroristica che nei mesi scorsi ha progettato attentati e potrebbe decidere di realizzarli”.

(Da: YnetNews, IDF Spokesperson, israele.net, 5.11.08 )

Nella foto in alto: Nel cerchio, la posizione dell’imboccatura del tunnel. In rosso: la distanza (245 m) dalla barriera di separazione fra striscia di Gaza e Israele.

“L’annientamento degli ebrei in Palestina sarà la più splendida benedizione”

Israele.net

Gaza: centro palestinese per i diritti umani accusa Hamas di aver torturato attivisti di Fatah

Gaza: centro palestinese per i diritti umani accusa Hamas di aver torturato attivisti di Fatah

Le violenze sarebbero state inflitte agli uomini arrestati in relazione ad un attentato compiuto il 25 luglio. Il movimento islamico definisce “ingiuste e squilibrate” le accuse.

Gaza, 08/08/2008 10:42 (AsiaNews/agenzie) – Maltrattamennti e torture sarebbero stati inflitti dalla polizia di Hamas a centinaia di attivisti di Fatah, arrestati due settimane fa. L’accusa viene dal Palestinian Centre for Human Rights (PCHR), con sede nella Striscia di Gaza, che ha anche denunciato il rifiuto oppposto dai fondamentalisti alla richiesta di far visitare i prigionieri da un avvocato.

Hamas, che ha scarcerato 150 prigionieri di Fatah, ma ne tiene in galera ancora 120, atttraverso un suo portavoce, Sami Abu Zuhri ha definito “ingiuste e squilibrate” le accuse del PCHR, in quanto non tengono conto degli arresti di suoi militanti, compiuti per rappresaglia in Cisgiordania dagli uomini di Fatah.

La cattura in massa di seguaci di Fatah nella Striscia, controllata da Hamas, è stata motivata con l’accusa di coinvolgimento nell’attentato che il 25 luglio è costato la vita a cinque membri delle Brigate Ezzedin Kassam e ad una bambina. Circa 180 attivisti del movimento fedele al presidente Mahmoud Abbas, in seguito agli scontri hanno trovato rifugio in Israele, che poi ha permesso loro di rifugiarsi in Cisgiordania.

Che cosa vogliono veramente i palestinesi?

Grazie a Barbara abbiamo ritrovato questo articolo del mese scorso, che meriterebbe una maggior attenzione….

CHE COSA VOGLIONO VERAMENTE I PALESTINESI?

Un articolo di un mese fa, utile per uno spunto di riflessione.

Naturale come il terrorismo palestinese

da un articolo di Bradley Burston

Ma cosa dovrebbe pensare una persona decente?

In una chiara e tranquilla mattina di Gerusalemme una donna sta guidando verso il cuore della città con accanto la sua piccola di 5 mesi. Non c’è nulla di cui aver paura. Non è una zona militare, non è un’area dell’occupazione, non è un insediamento. Ebrei vivono e lavorano in questa zona della città da più di cento anni (da quando l’hanno edificata, a ovest delle mura). Qui medici e infermieri ebrei si prendono cura di bambini e donne, anziani e infermi arabi sin dal 1902, quando sull’altro lato di questa strada venne aperto l’ospedale Shaare Tzedek.

Non c’è nulla di cui avere paura. Salvo per quell’uomo al volante di un bulldozer che ha deciso di uccidere degli ebrei. Non membri della sicurezza israeliana, non truppe d’occupazione, non uomini dei servizi segreti. Ebrei. Donne e bambini, anziani e infermi. Ebrei che potrebbero essere a favore di uno stato palestinese indipendente. Ebrei che non hanno nulla contro gli arabi. Ebrei che potrebbero essere attivamente impegnati contro l’occupazione. Semplicemente ebrei.

Quando inizia la mattanza, la donna al volante della propria auto fa ciò che gli ebrei hanno imparato a fare dalla Shoà, e da duemila anni prima della Shoà: mettere in salvo i propri bambini. A qualunque costo. Riesce a buttare la piccola fuori dall’auto attraverso il finestrino appena prima che l’Eroe di Palestina diriga la sua scavatrice da 10 tonnellate dritta sulla sua auto, schiacciandola completamente.

Non c’è voluto molto tempo – dopo che l’Eroe di Palestina aveva finito di ribaltare autobus pieni di ebrei, nonché di arabi, e di passare sopra ad altre auto, persino tornando indietro a schiacciarne una per la seconda volta – perché il dipartimento marketing e pubbliche relazioni di Hamas formulasse il suo elogio dell’attentato. “Lo consideriamo una reazione naturale alla quotidiana aggressione e ai crimini commessi contro il nostro popolo in Cisgiordania e in tutte le terre occupate”, ha dichiarato alla stampa il portavoce di Hamas Sami Abu Zuhri. Naturale.

Semplicemente naturale.

L’attentato è giunto appena dopo l’ultima serie di tentativi, ad opera di vari gruppi laici, islamici ed ebraici, di fare pressione su chiese protestanti e stimate università affinché disinvestano dalla Caterpillar per via del fatto che le Forze di Difesa israeliane usano talvolta i suoi bulldozer per demolire delle case palestinesi. Vorrei sentirli ora. Almeno una volta.

Vorrei che disinvestissero dal terrorismo, anziché giustificarlo come un “naturale” prodotto dell’occupazione. Per una volta, vorrei che i miei fratelli e sorelle pacifisti fossero duri con i loro compagni palestinesi per aver preso un bulldozer e aver schiacciato degli ebrei, almeno quanto lo sono con Israele per la demolizione di edifici. Scrivete lettere a Ismail Haniyeh, a Mahmoud Zahar, a Sami Anu Zuhri. Protestate nelle vostre comunità, definendo per una volta il terrorismo per quello che è: intenzionale, spietato, premeditato, immorale. Assassino.

Cosa dovrebbe pensare una persona decente? Che va bene lanciare razzi su zone abitate durante un cessate il fuoco perché l’occupazione non è ancora finita? Che va bene schiacciare con un bulldozer civili ebrei perché l’occupazione non è stata ancora fermata e i coloni continuano a costruire delle case?

Cosa dovrebbe pensare una persona decente quando gruppi palestinesi fanno a gara nel rivendicare l’attentato col bulldozer? E quando uno di questi gruppi sono le Brigate Martiri di Al-Aqsa, che fa capo a Fatah?

Cosa dovrebbe pensare una persona decente quando l’uomo che guidava il bulldozer, lui stesso padre di due figli, un operaio edile di Gerusalemme est, era animato da un desiderio talmente grande di uccidere ebrei – per inciso, danneggiando e infangando la causa e il nome della Palestina – da superare i suoi sentimenti verso quella madre costretta a gettare il bambino dal finestrino pur di salvarlo?

Per quanto mi riguarda, vorrei chiedere una prova di che cosa i palestinesi vogliono veramente. Non credo più che si tratti semplicemente di uno stato indipendente. Ecco cosa ancora non mi va di ammettere: che per tutti questi anni, nel 2008 non meno che nel 1902, ciò che una massa critica di palestinesi brama sopra ogni altra, forse anche più di uno stato indipendente, potrebbe essere il semplice e vile brivido della vendetta: niente di più chiaro e netto che vedere ebrei morti e sepolti.

(Ha’aretz, 2 luglio 2008 – da israele.net)

Autobomba a Gaza, Hamas accusa Fatah: 200 arresti

Sospetti Ai funerali delle vittime accuse ai «mandanti di Ramallah».

Il partito di Abu Mazen: «Sfruttate l’ attentato contro di noi»

Autobomba a Gaza, Hamas accusa Fatah: 200 arresti

Ma c’ è l’ ombra di uno scontro interno fra ala militare e politica della fazione islamista

Fratelli contro

Hamas: Il nome dell’ organizzazione (logo in alto) è l’ acronimo di «Harakat al-Muqawamah al-Islamiyya», che significa Movimento di resistenza islamica. Ma Hamas, in arabo, significa anche «ardore». Dal giugno 2007, dopo una breva battaglia contro il Fatah, ha il pieno controllo di Gaza

Fatah: È l’ acronimo di «Harakat al-Tahrir al-Watani al-Filastini», e cioè Movimento di liberazione della nazione dei palestinesi. Ma in arabo (logo sopra) significa anche «la vittoria». Partito principale dell’ Olp, ora diretto dal presidente dell’ Anp Abu Mazen, controlla solo la Cisgiordania

GERUSALEMME – A Gaza adesso raccontano due storie. La prima è quella urlata ai funerali, le grida «vendetta, vendetta» contro il «partito dei fuggitivi», le accuse ai «mandanti di Ramallah». La bomba che ha ucciso venerdì sera cinque militanti di Hamas e una bambina sarebbe un’ operazione organizzata dal Fatah, per indebolire il potere di Hamas. L’ altra viene sussurrata nella Striscia e rilanciata dagli avversari in Cisgiordania. L’ala militare del gruppo integralista è spaccata. Il leader Ahmed Al-Jabari disobbedisce agli ordini dei politici, ha una sua strategia che non risponde a quella del premier (deposto) Ismail Haniyeh. Una sfida sotterranea che è diventata pubblica al suono dei fucili mitragliatori, un mese fa, quando le divise blu della forza esecutiva, agli ordini del ministero degli Interni, tentano di arrestare gli uomini in mimetica delle Brigate Ezzedin Al-Qassam, accusati di crimini comuni. I militanti si oppongono, Jabari si rifiuta di consegnarli, il governo si rivolge al boss dei boss Mohammed Deif, per anni in cima alla lista dei più ricercati dagli israeliani.

Deif non ha un ruolo ufficiale, è considerato un simbolo del movimento. Paralizzato – dopo un’ eliminazione mirata, e mancata, dell’ esercito -, è ancora potente: decide che il nuovo capo dell’ ala militare sarà Imad Akal. Jabari rifiuta, le bombe cominciano a scoppiare. Un vice di Jabari rimane ferito (versione ufficiale: incidente d’ auto), un altro si ritrova l’ esplosivo piazzato in casa. L’ attacco di venerdì sera, una carica sotto una macchina, ha colpito vicino alla spiaggia, dove le famiglie di Gaza si affollano al venerdì sera per fuggire dal caldo. I morti sono tra i leader delle Brigate Ezzedin Al Qassam, Iyad Al-Hayeh è il nipote di un parlamentare di Hamas. L’ attentato è il più grave dagli scontri di oltre un anno fa, quando un blitz militare dei fondamentalisti ha dato al governo di Haniyeh il controllo della Striscia.

Pochi giorni fa, il presidente Abu Mazen aveva lanciato appelli alla riconciliazione. Messaggi rispediti alla Muqata dalle mitragliate di kalashnikov sparate in aria ai funerali e dalla rappresaglia decisa da Hamas. Almeno duecento attivisti di Fatah sono stati arrestati e la polizia ha perquisito una quarantina di uffici legati al movimento. «I collaborazionisti dietro a questi omicidi – ha proclamato Khalil Al-Hayeh – devono essere impiccati in piazza Palestina. Consideriamo i leader di Fatah responsabili, scelgano da che parte stanno».

Un gruppo mai sentito prima, le Brigate Al Awda, ha rivendicato l’ attacco e ha sostenuto di essere legato al Fatah. La guerra interna è ripartita, mentre il cessate il fuoco con Israele resta in vigore. A Gaza, venerdì, ci sono state altre due esplosioni. Una ha centrato il ristorante Al Jazira: è già stato il bersaglio di gruppi islamici oltranzisti, che colpiscono negozi di musica, bar e internet caffé. L’ altra bomba è saltata davanti alla casa di Marwan Abu Ras, un deputato di Hamas. «Vogliono far piombare la striscia nel caos – accusa Sami Abu Zuhri, portavoce del movimento -. Adesso dicono che gli arresti sono la seconda fase di un golpe: stiamo solo cercando gli assassini».

La forza esecutiva di Hamas è entrata nell’ ufficio di Ziad Abu Amr, parlamentare indipendente, e in quello di Zakharya Al-Agha, membro del comitato esecutivo dell’ Organizzazione per la liberazione della Palestina. La casa di Mohamed Awidat, un altro capo di Fatah, è stata bersagliata con i lanciagranate perché si consegnasse. Il partito di Abu Mazen accusa Hamas di sfruttare l’ attentato come giustificazione per cancellare la fazione avversaria. «A Nablus – replica Abu Zuhri – loro continuano ad arrestare i nostri attivisti». Quarantacinque chilometri dividono Gaza dalla Cisgiordania. «Non sono mai sembrati così tanti», commenta sconsolato un giornalista di Al Ayam. Il suo giornale, voce ufficiale dell’ Autorità, nella Striscia non entra più, ordine di Hamas.

Frattini Davide

(Fonte: Corriere della Sera, 27 Luglio 2008, pag.9 )

Hamas: valichi chiusi sono una violazione della tregua

M.O./ HAMAS: VALICHI CHIUSI SONO UNA VIOLAZIONE DELLA TREGUA

Israele potrebbe riaprirli domani

Roma, 26 giu. (Apcom) – Per Hamas la decisione di Israele di chiudere i valichi della Striscia di Gaza, in risposta ai lanci di razzi Qassam di due giorni fa, costituisce una violazione della tregua entrata in vigore una settimana fa. Lo riporta il sito web del “Jerusalem Post”.

“Se i valichi resteranno chiusi, la tregua cadrà”, ha detto oggi il portavoce di Hamas Sami Abu Zuhri. I vertici della Difesa israeliana hanno deciso ieri sera che i valichi potrebbero riaprire domani, se non ci saranno ulteriori violazioni del cessate il fuoco. Potranno essere fatte eccezioni in giornata solo per i casi umanitari di particolare urgenza.

Intanto proseguono le trattative indirette tra Israele e Hamas per un accordo sulla liberazione di Gilad Shalit, il soldato israeliano rapito due anni fa da miliziani palestinesi della Striscia. Oggi il negoziatore israeliano Ofer Dekel è al Cairo per presentare alcune nuove proposte ai mediatori egiziani. Hamas vuole che siano liberati 350 palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane in cambio del rilascio di Shalit, ma ci sono divergenze su alcuni nomi inseriti nella lista.

Gaza un anno dopo: Hamas regge, la vita è un inferno

M.O./ GAZA UN ANNO DOPO: HAMAS REGGE, LA VITA E’ UN INFERNO-FOCUS

Anniversario della presa di potere del movimento islamico

Gaza, 14 giu. (Apcom) – “Vorrei che quello spargimento di sangue non fosse mai avvenuto, ha danneggiato il popolo palestinese e spaccato in due il fronte politico. Spero in una riconciliazione”. Ahmed Yusef, consigliere del premier di Hamas, Ismail Haniyeh, usa toni morbidi, concilianti. Ma le sue parole non rappresentano in alcun modo un pentimento per la presa di potere compiuta un anno fa dalla milizia islamica contro le forze di sicurezza fedeli al presidente Abu Mazen e al suo partito Fatah, un’azione costata la vita a circa 150 persone. Hamas vuole riconciliarsi con Abu Mazen ma alle proprie condizioni, sapendo che ha il controllo pieno di Gaza, e che l’asfissiante embargo praticato da Israele contro questo lembo di terra palestinese e’ riuscito solo in parte ad erodere il consenso di cui il movimento islamico gode tra la popolazione. Anche se la vita è diventata un inferno nella Striscia.

Per Hamas quell’atto di forza fu necessario, ribadisce uno dei “duri” dell’organizzazione islamica, l’ex ministro dell’interno Said Siyam, fondatore della Tansifiya, la forza di sicurezza di Hamas. “Andare allo scontro fu inevitabile – dice ad Apcom Siyam – Dopo mesi e mesi di provocazioni da parte di quei membri di Fatah che lavoravano contro gli interessi del popolo palestinese, fummo costretti ad agire. Fu un atto di autodifesa contro il tentativo di rovesciare il governo di unita’ nazionale guidato da Haniyeh”. E’ una versione contestata da Fatah ma che osservatori indipendenti considerano credibile, almeno in parte. Siyam parla dei “risultati” raggiunti in questi dodici mesi. “Gaza – dice – ha ritrovato la calma. Non si registrano piu’ sequestri di persona, le strade sono sicure, il crimine e’ diminuito. Un cittadino straniero puo’ vivere e lavorare a Gaza senza alcun problema”.

Eppure parlare di una Gaza piu’ “tranquilla” e’ paradossale mentre prosegue la guerra a bassa intensita’ tra Hamas e Israele che vede ogni giorno incursioni aeree, “omicidi mirati” di miliziani e lanci di razzi artigianali Qassam verso il territorio dello Stato ebraico. Gaza vive sospesa tra una ipotesi di tregua e una guerra aperta con Israele che potrebbe esplodere in qualsiasi momento. E’ piu’ isolata che mai a un anno da quel 14 giugno 2007 quando, dopo tre giorni di combattimenti sanguinosi, le bandiere verdi del movimento islamico vennero issate sul tetto del quartier generale di Abu Mazen a Gaza city.

Ramzi, un insegnante, descrive una Gaza ben diversa da quella illustrata dai leader di Hamas. “La nostra vita e’ miserabile, non si trova quasi nulla, i negozi sono mezzi vuoti, non c’e’ lavoro, non c’e’ benzina, l’elettricita’ va e viene”. L’economia di Gaza in effetti e’ distrutta. Il cordone sanitario applicato da Israele si fa sentire ovunque. Le agenzie delle Nazioni Unite riferiscono di una popolazione costretta in gran parte a far ricorso alle razioni alimentari. Un ultimo esempio: questo mese sono andate perdute 6 mila tonnellate di fragole – fiore all’occhiello della produzione agricola – perche’ appena un centinaio sono riuscite a passare il confine israeliano. “La diminuzione del crimine e’ importante, ma la vita e’ fatta di tante altre cose – spiega Ramzi – Hamas dovrebbe adottare una linea diversa. Viaggiare per noi e’ importante e con i valichi chiusi i primi a pagare sono i nostri giovani, che non possono studiare all’estero, e gli ammalati gravi che non possono essere curati a Gaza”.

Non mancano percio’ le voci critiche ma Hamas sa di non avere di fronte dei veri oppositori: solo persone sfinite. In ogni caso l’embargo israeliano ha reso la popolazione piu’ dipendente dal movimento islamico – che ora distribuisce carburante e merci accumulate in precedenza – mentre Abu Mazen e l’Anp sono ininfluenti e la decisione del presidente palestinese di riaprire il dialogo con il movimento islamico, rinunciando a molte delle condizioni poste in passato, appare un riconoscimento degli islamisti. “Siamo forti, anche piu’ di prima e non faremo alcun passo indietro”, proclama il portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri sottolineando che la popolazione continua a rispettare il governo di Ismail Haniyeh, deposto un anno fa da Abu Mazen e sostituito da quello d’emergenza di Salam Fayyad che, tuttavia, esercita la sua autorita’ solo in Cisgiordania.

Come superare la frattura con Fatah e’ uno dei punti in discussione ai vertici di Hamas che, pero’, non hanno fretta e nessuna voglia di fare concessioni importanti. “Noi rispettiamo Abu Mazen e lo consideriamo il presidente dei palestinesi, allo stesso tempo lui deve rispettare la volonta’ popolare che con le elezioni del 2006 ha dato la maggioranza ad Hamas”, precisa Said Siyam che esclude un ritorno anticipato dei palestinesi alle urne. “Non vedo ragioni per un voto immediato – afferma l’ ex ministro dell’interno – all’inizio del 2009 scadra’ il mandato di Abu Mazen e nel 2010 avra’ termine la legislatura, le elezioni sono gia’ previste in tempi stretti”. Infine Siyam fa una previsione che e’ soprattutto una condizione politica: “Se non interverra’ un accordo (tra Hamas e Fatah, ndr) non vedo come i palestinesi potranno recarsi alle urne”.