10 Novembre 1938: Kristallnacht, La Notte dei Cristalli

10 Novembre 1938: Kristallnacht, La Notte dei Cristalli

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Era un mattino freddo e nebbioso il 10 novembre 1938; il nostro maestro entrò di corsa in classe, senza fiato, lui, che era sempre calmo e tanto gentile, aveva il viso tutto rosso per l’agitazione e con le mani tremanti fece segno verso la porta gridando: «Bambini, per l’amor del cielo, presto, correte a casa vostra!». Non ricordo come uscii dalla scuola; tutti spingevano e tiravano affollandosi sul portone d’uscita, poi via di corsa. Rimasi ferma lì, in mezzo alla strada, ipnotizzata da quello che vidi: ragazzi della Hitlerjugend nelle loro divise assalivano con bastoni e sassi la nostra scuola, prima rompevano i vetri delle finestre e poi tutto quello che c’era da rompere nelle aule e negli uffici.

Piangevo per il terrore: la mia casa era lontana, non ero mai andata a casa da sola, non sapevo nemmeno come tornare. Poi, non riuscivo a capire cosa volessero quei ragazzi da noi e dalla nostra scuola. Anche loro non erano altro che ragazzi … sì, più grandi di me, ma ragazzi come ero io: che cosa gli avevamo fatto?

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Improvvisamente mi sentii afferrare per la mano. A passi veloci, a me sembrava di correre, entrammo in un negozio. Non conoscevo l’uomo che mi aveva trascinata con sé, ma il mio istinto mi disse che voleva aiutarmi, allontanandomi da quei ragazzi impazziti e dalla folla di curiosi. Il negozio era una calzoleria e lo sconosciuto che mi aveva portato lì, un calzolaio tedesco; con l’aiuto della moglie cercò di tranquillizzarmi, ma io, scossa dal gran piangere, non riuscii a tirar fuori una sola parola. Fra i miei quaderni trovarono il mio indirizzo e dopo un’infinità di tempo l’uomo tornò insieme a mio padre: mi calmai solamente fra le sue braccia. Ringraziando quelle brave persone, papà mi prese per mano e mi disse con voce solenne: «Ricordati bene di questo giorno, bambina mia: sembra incredibile fino a che punto un popolo civile come quello tedesco sia potuto arrivare! La mia gioventù l’ho passata a Lipsia; nella guerra mondiale 1914-1918 ho combattuto in prima linea per l’Austria e la Germania sul fronte italiano, sono stato ferito e ho quattro medaglie e adesso, dopo ventisette anni di vita qui a Lipsia, devo vedere questo spettacolo crudele… Dov’è la giustizia?».

Mio padre chiuse la mia manina fredda nella sua grande mano calda e rassicurante e così camminammo per lungo tempo per strade che sembravano bruciare per le fiamme che uscivano da case, negozi e grandi magazzini ebrei, mentre i pompieri cercavano di salvare con le loro pompe d’acqua le case e i negozi non ebrei!

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Vandalismo dappertutto: spaccavano con i sassi le vetrine dei negozi; vidi perfino che dalle finestre o dalle vetrine buttavano di tutto, mobili, quadri e altro. Distruzione, furti e disperazione; donne e bambini piangenti… perfino tanti uomini avevano lacrime d’umiliazione negli occhi, non capivano il perché.

Passammo sopra un ponte e vedemmo che sulle due sponde del canale alcune SS costringevano degli ebrei anziani con lunghe barbe a saltare da una riva all’altra. Il canale non era molto largo, ma per gli anziani era uno sforzo eccessivo: tanti cadevano nell’acqua gelata, svenivano; allora venivano rianimati dalle SS e costretti a continuare, ancora e ancora…

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Passammo vicino alla grande sinagoga, dove mio padre aveva l’abitudine di andare a pregare, ma che terribile spettacolo ci aspettava lì! Dalla sinagoga uscivano fumo e fiamme; uomini con i vestiti stracciati o bruciati e il volto nero per il fumo uscivano di corsa da quell’inferno, stringendo tra le braccia i libri della Torà: cercavano di salvare quello che avevano di più caro e di più santo, i rotoli scritti a mano, detti libri del Pentateuco. Vedemmo che anche il nostro rabbino correva fra le fiamme.

Sembrava che le SS si divertissero, ridevano rumorosamente.

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Non riuscivo a capire come degli esseri umani potessero trasformarsi in belve feroci. Era proprio vero quello che era scritto nelle fiabe: c’erano una volta maghi e streghe cattive che trasformavano le persone a loro volontà. Ma dov’erano le buone fate, che venivano a salvare i poveri innocenti? (Regina Zimet-Levy, Al di là del ponte, Garzanti, pp. 35-37)

La notte dei cristalli non è più tornata, ma le sinagoghe incendiate sì, i cimiteri ebraici profanati e devastati sì, gli ebrei aggrediti, picchiati, assassinati per strada, o rapiti e torturati a morte, sì. È accaduto, dunque può accadere, ha detto qualcuno, e infatti continua ad accadere. Cerchiamo almeno di non raccontare a noi stessi che si tratta di storie vecchie. E cerchiamo di non inventarci “buoni motivi” per giustificare gli aggressori: nel 1938 non c’era Israele, e non c’era una causa palestinese, e ciononostante è accaduto.

Barbara

Roma: scritte neonaziste sui muri di un Liceo attualmente occupato dagli studenti

Roma:scritte inneggianti a Hitler, croci celtiche e simboli delle SS sui muri del “Kennedy” a Trastevere

Il Liceo "J.F. Kennedy" di Roma

Il Liceo “J.F. Kennedy” di Roma

Roma, 28 Ottobre 2008 – “I cuori neri marciano ancora. Con Hitler nella mente, nazismo indipendente sali in cattedra contro il ’68”. E’ la scritta lunga 15 metri, firmata SS e croce celtica, comparsa sul muro del Liceo scientifico “Kennedy” di Trastevere, occupato dagli studenti.

Romacittà

16 ottobre 1943: la deportazione degli ebrei di Roma

16 ottobre 1943: la deportazione degli ebrei di Roma

La “soluzione finale” per gli ebrei romani arriva il 24 settembre 1943 con l’ordine da Berlino di “trasferire in Germania” e “liquidare” tutti gli ebrei “mediante un’azione di sorpresa”. Il telegramma riservatissimo è indirizzato al tenente colonnello Herbert Kappler, comandante delle SS a Roma. Nonostante il colpo delle leggi razziali, gli ebrei a Roma non si aspettano quello che sta per accadere: Roma è “città aperta”, e poi c’è il Papa, sotto l’ombra della cupola di San Pietro i tedeschi non oserebbero ricorrere alla violenza. Le notizie sul destino degli ebrei in Germania e nell’Europa dell’Est sono ancora scarse e imprecise. Inoltre, la richiesta fatta il 26 settembre da Kappler alla comunità ebraica di consegnare 50 chili d’oro, pena la deportazione di 200 persone, illude gli ebrei romani che tutto quello che i tedeschi vogliono sia un riscatto in oro. Oro che con enormi difficoltà la comunità riesce a mettere insieme e consegnare due giorni dopo in Via Tasso, nella certezza che i tedeschi saranno di parola e che nessun atto di violenza verrà compiuto. Nelle stesse ore le SS, con l’ausilio degli elenchi dei nominativi degli ebrei forniti dall’Ufficio Demografia e Razza del Ministero dell’Interno, stanno già organizzando il blitz del 16 ottobre.

C’è una lapide sulla facciata della Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte a Via del Portico d’Ottavia, quasi di fronte alla Sinagoga. Ricorda che “qui ebbe inizio la spietata caccia agli ebrei”. Qui, in un’alba di 56 anni fa, si radunarono i camion e i soldati addetti alla “Judenoperation” nell’area del ghetto, dove ancora abitavano molti ebrei romani. Il centro della storia e della cultura ebraiche a Roma stava per vivere il suo giorno più atroce. «Era sabato mattina, festa del Succot, il cielo era di piombo. I nazisti bussarono alle porte, portavano un bigliettino dattiloscritto. Un ordine per tutti gli ebrei del Ghetto: dovete essere pronti in 20 minuti, portare cibo per 8 giorni, soldi e preziosi, via anche i malati, nel campo dove vi porteranno c’è un’infermeriao», così Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, ha ricordato quella mattina del 16 ottobre 1943.

Alle 5,30 del mattino di sabato 16 ottobre, provvisti degli elenchi con i nomi e gli indirizzi delle famiglie ebree, 300 soldati tedeschi iniziano in contemporanea la caccia per i quartieri di Roma. L’azione è capillare: nessun ebreo deve sfuggire alla deportazione. Uomini, donne, bambini, anziani ammalati, perfino neonati: tutti vengono caricati a forza sui camion, verso una destinazione sconosciuta. Alla fine di quel sabato le SS registrano la cattura di 1024 ebrei romani.

“Quel 16 ottobre -racconta uno degli scampati alla deportazione- era un sabato, giorno di riposo per gli ebrei osservanti. E nel Ghetto i più lo erano. Inoltre era il terzo giorno della festa delle Capanne. Un sabato speciale, quasi una festa doppia… La grande razzia cominciò attorno alle 5.30. Vi presero parte un centinaio di quei 365 uomini che erano il totale delle forze impiegate per la “Judenoperation”. Oltre duecento SS contemporaneamente si irradiavano nelle 26 zone in cui la città era stata divisa per catturare casa per casa gli ebrei che abitavano fuori del vecchio Ghetto. L’antico quartiere ebraico fu l’epicentro di tutta l’operazione… Le SS entrarono di casa in casa arrestando intere famiglie in gran parte sorprese ancora nel sonno… Tutte le persone prelevate vennero raccolte provvisoriamente in uno spiazzo che si trova poco più in là del Portico d’Ottavia attorno ai resti del Teatro di Marcello. La maggior parte degli arrestati erano adulti, spesso anziani e assai più spesso vecchi. Molte le donne, i ragazzi, i fanciulli. Non venne fatta nessuna eccezione, né per persone malate o impedite, né per le donne in stato interessante, né per quelle che avevano ancora i bambini al seno…”.

“I tedeschi bussarono, poi non avendo ricevuto risposta sfondarono le porte. Dietro le quali, impietriti come se posassero per il più spaventosamente surreale dei gruppi di famiglia, stavano in esterrefatta attesa gli abitatori, con gli occhi da ipnotizzati e il cuore fermo in gola”, ricorda Giacomo Debenedetti.

“Fummo ammassati davanti a S. Angelo in Pescheria: I camion grigi arrivavano, i tedeschi caricavano a spintoni o col calcio del fucile uomini, donne, bambini … e anche vecchi e malati, e ripartivano. Quando toccò a noi mi accorsi che il camion imboccava il Lungotevere in direzione di Regina Coeli… Ma il camion andò avanti fino al Collegio Militare. Ci portarono in una grande aula: restammo lì per molte ore. Che cosa mi passava per la testa in quei momenti non riesco a ricordarlo con precisione; che cosa pensassero i miei compagni di sventura emergeva dalle loro confuse domande, spiegazioni, preghiere. Ci avrebbero portato a lavorare? E dove? Ci avrebbero internato in un campo di concentramento? “Campo di concentramento” allora non aveva il significato terribile che ha oggi. Era un posto dove ti portavano ad aspettare la fine della guerra; dove probabilmente avremmo sofferto freddo e fame, ma niente ci preparava a quello che sarebbe stato il Lager”, ha scritto Settimia Spizzichino nel suolibro “Gli anni rubati”.

Per la prima volta Roma era testimone di un’operazione di massa così violenta. Tra coloro che assistettero sgomenti ci fu una donna che piangendo si mise a pregare e ripeteva sommessamente: “povera carne innocente”. Nessun quartiere della città fu risparmiato: il maggior numero di arresti si ebbe a Trastevere, Testaccio e Monteverde. Alcuni si salvarono per caso, molti scamparono alla razzia nascondendosi nelle case di vicini, di amici o trovando rifugio in case religiose, come gli ambienti attigui a S. Bartolomeo all’Isola Tiberina. Alle 14 la grande razzia era terminata. Tutti erano stati rinchiusi nel collegio Militare di via della Lungara, a pochi passi da qui. Le oltre 30 ore trascorse al Collegio Militare prima del trasferimento alla Stazione Tiburtina furono di grande sofferenza, anche perché gli arrestati non avevano ricevuto cibo. Tra di loro c’erano 207 bambini.

Due giorni dopo, lunedì 18 ottobre, i prigionieri vengono caricati su un convoglio composto da 18 carri bestiame in partenza dalla Stazione Tiburtina. Il 22 ottobre il treno arriva ad Auschwitz.

Dei 1024 ebrei catturati il 16 ottobre ne sono tornati solo 16, di cui una sola donna (Settimia Spizzichino). Nessuno degli oltre 200 bambini è sopravvissuto.

Dopo il 16 ottobre 1943, la polizia tedesca catturò altri ebrei: alla fine scomparvero da Roma 2091 ebrei. Uno dei momenti più tragici fu il massacro delle Fosse Ardeatine; in queste cave di tufo abbandonate, fuori dalle porte della città e contigue alle vecchie catacombe, il 24 marzo 1944 furono trucidati 335 uomini di cui 75 ebrei.

Roma fu liberata il 4 giugno 1944 e la capitolazione finale di tedeschi e fascisti si ebbe il 2 maggio 1945. Nel 1946, le vittime accertate per deportazioni da tutta Italia furono settemilacinquecento e quelle per massacri mille; gli abbandoni per emigrazione, cinquemila. Dalla comunità di Roma, oltre ai 2091 deportati e morti, mancavano alla fine della guerra anche molti emigrati. Nel biennio 1943-1945 le perdite della popolazione ebraica in tutta Italia furono all’incirca 7750, pari al 22% del totale della popolazione ebraica nel nostro Paese.

Per approfondire:

Bibliografia

L’oro di Roma

Testimonianze sul 16 ottobre 1943

La partenza dei convogli dei deportati

Massacrate gli ebrei di Roma: i documenti segreti

Carte segrete Cia su ebrei romani e spie SS

Nota: il manifesto ritrae Settimia Spizzichino ed è opera di Claudia Giacinti.

Romacivica.net

Priebke ospite al concorso delle miss

Priebke ospite al concorso delle miss

L’ex Ss: volevo essere lì, l’invito è un atto umanitario

GALLINARO (Frosinone)— Il titolo di ragazza tam tam è già stato assegnato alla numero 15, in lacrime d’ordinanza stile Salsomaggiore. Sul tavolo a bordo piscina restano ancora le targhe per la ragazza sex appeal e per quella fotogenia. Le luci si abbassano, anche il tintinnio dei calici di prosecco scende di tono. E dietro le miss in costume sgambato, signore e signori, sul maxi schermo appare lui: Erik Priebke, presidente onorario della giuria di Star of the year, concorso per miss riservato alle bellezze della Ciociaria, età compresa tra 14 e 28 anni. Camicia bianca, poltrona di pelle e libreria sullo sfondo, uno sguardo che sembra pure allegro: «Mi avrebbe fatto piacere intervenire di persona—dice— e ringrazio gli organizzatori per l’invito che considero un atto umanitario». Sì, perché l’ex capitano delle Ss condannato all’ergastolo per la strage delle Fosse ardeatine, 335 persone ammazzate con un colpo in testa una dopo l’altra, doveva essere presente in carne ed ossa qui al Tramp’s Hotel di Gallinaro. Ma il giudice di sorveglianza gli ha negato il permesso e lui non ha potuto lasciare gli arresti domiciliari di Roma.

Alla fine è spuntato qualche problema anche per il collegamento in diretta che magari gli avrebbe permesso di alzare la paletta con il voto dopo ogni (sculettante) passerella. Il messaggio registrato del presidente onorario Priebke dura un minuto appena. Giusto il tempo di ringraziare e di fare gli auguri alle aspiranti miss: «Un abbraccio e un bacio — dice accennando anche una benedizione con le mani—a tutte le giovani donne del concorso ». Un applauso e si procede con la scaletta.

L’idea è venuta a Claudio Marini, 35 anni di Frosinone. Uno che le ha provate tutte pur di raggiungere uno strapuntino di notorietà. L’anno scorso come presidente della giuria del suo concorso di bellezza «giunto ormai alla nona edizione» si era dovuto accontentare di Fabrizio Corona.

Quest’anno ha deciso di salire di gradazione. Gongola, infatti. In questo albergo della frontiera ciociara di solito arriva solo qualche comitiva tutto compreso (Pappardelle al cinghiale 6 euro, strozzapreti al cervo 5) per qualche gita nel Parco nazionale d’Abruzzo. Ieri sera, invece, è riuscito a trascinare un centinaio di persone e qualche vip di rincalzo, come Francesca Rettondini, i presunti divi tv di Uomini e donne Matteo Guerra e Valentina Riccardi, e Adriano Aragozzini, l’ex patron di Sanremo che ha tutta l’aria di non aver capito bene dove è finito. «Invitare Priebke — dice Marini — è un gesto di pacificazione. Io ammiro il popolo ebraico. Ma ormai sono passati 60 anni e Priebke ne ha più di 95. Che senso ha non permettergli di venire qui?». Magari si potrebbe chiedere alle miss. Chi è Priebke? «Boh». Il cielo però si è vendicato, prima della fine della serata diluvio universale e fuggi fuggi generale.

Lorenzo Salvia

(Fonte: Corriere della Sera, 13 settembre 2008 )

Ne avevamo già parlato qui

Priebke giurato al concorso per miss

Il caso – Il patron dell’evento al Tg5: è un simbolo

Priebke giurato al concorso per miss

Le comunità ebraiche: speculazione cinica. L’ex capitano delle Ss: l’invito non mi imbàrazza, vorrei andare alla manifestazione, ma non credo lo farò

ROMA – Erich Priebke presidente della giuria in un concorso di bellezza. Sembra uno scherzo di cattivo gusto ed invece è una notizia, vera, raccontata ieri sera dal Tg5. L’ex capitano delle SS — condannato per la strage delle Fosse Ardeatine, 335 morti — è stato invitato per la finale di una gara di miss che si terrà a settembre. Nome e luogo sono stati volutamente omessi dal servizio, firmato da Pierangelo Maurizio.

«Abbiamo raccontato questa storia — spiega il direttore del Tg5, Clemente J Mimun — ma allo stesso tempo evitato di fare pubblicità ad un’iniziativa come minimo di pessimo gusto». Pubblicità: probabilmente proprio questo cercava l’organizzatore del concorso che per l’edizione dell’anno scorso, la settima, aveva chiamato Fabrizio Corona.

«Abbiamo invitato Priebke spiega l’organizzatore del concorso, intervistato dal Tg5 — perché ha un valore simbolico. Perché nonostante tutti i trattati internazionali prevedano l’umanizzazione deUa pena, questo signore di 95 anni rischia di passare gli ultimi giorni della sua vita in carcere». In realtà Priebke non è in carcere. Arrestato nel 1995 dopo essersi nascosto per 40 anni in Argentina, l’ex capitano delle SS è stato condannato all’ergastolo. Ma, proprio a causa della sua età, gli sono stati concessi gli arresti domiciliari. Sempre intervistato dal Tgs, un sorridente Priebke è sembrato più che interessato alla proposta. «Non avrei nessun imbarazzo a partecipare —ha detto — e mi piacerebbe ritornare per un giorno alla vita normale. Sono il detenuto più anziano del mondo». Per sedere sulla poltrona di presidente della giuria, Priebke dovrebbe però chiedere un permesso al magistrato di sorveglianza. La domanda non è stata ancora presentata e lo stesso Priebke non è ottimista: «Alla fine non credo che andrò».

Renzo Gattegna, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche, quasi non riesce a crederci «Chi è stato condannato all’ergastolo per crimini di guerra, e sta usufruendo di misure di clemenza legate all’eta, dovrebbe evitare qualsiasi forma di esibizionismo e pubblicità sulla propria persona. Non lo dico per accanimento ma non si può ignorare che non hai mai espresso alcun pentimento per i delitti commessi». E degli organizzatori cosa pensa? «Speculare sulla macabra notorietà di un criminale di guerra sta proprio all’opposto di un concorso di bellezza. E a questo si aggiunge il cinismo di non considerare mai ll dolore dei familiari delle vittime».

(Fonte: Corriere della Sera, 10 Maggio 2008 )