I mediatori introvabili

IL CASO TARIQ RAMADAN

I mediatori introvabili

Tariq Ramadan, un personaggio ambiguo inspiegabilmente considerato da molti un moderato.....

Tariq Ramadan, un personaggio ambiguo inspiegabilmente considerato da molti un moderato.....

di Ernesto Galli Della Loggia

Mediazione, mediazione: come sempre in ogni crisi israelo- palestinese anche questa volta, da parte delle opinioni pubbliche europee, dei loro giornali e delle loro cancellerie, è tutto un invocare la necessità di una mediazione. Politici e osservatori accreditati si affannano a sottolineare che bisogna trovare a tutti i costi una mediazione, individuare un punto d’incontro. Esigenza sacrosanta. Se non fosse per un piccolo particolare: perché ci sia una mediazione deve esserci qualcuno con cui mediare, vale a dire qualcuno non solo convinto dell’opportunità di un accordo basato sul do ut des, ma che dia garanzie di voler lui stesso per primo rispettare un tale accordo, nonché di poter farlo rispettare a chicchessia. La crisi mediorientale non ha mai trovato una soluzione perché finora da parte araba una figura, un’autorità, una cultura del genere, sono sempre mancate.

Israele si trova dunque periodicamente confrontato militarmente da forze radicali—un tempo era Fatah, ora è Hamas dietro cui si scorge il potente alleato iraniano—le quali si prefiggono né più né meno che la sua eliminazione (Hamas auspica anche l’eliminazione di tutti gli ebrei dalla faccia della terra), senza che però si trovi mai nel mondo islamico qualche leader o qualche governo importanti, qualche voce autorevole, in grado di condannare recisamente e pubblicamente, prima ancora che la ferocia, il nullismo politico suicida del radicalismo. Dai colloqui riservati di queste ore, ad esempio, trapela che la maggioranza dei paesi arabi giudica assolutamente sbagliata la linea terroristica di Hamas, ne condanna la politica di divisione del fronte palestinese, l’intolleranza fondamentalista. Ma nessuno di essi ha il coraggio di gridarlo con forza e di schierarsi apertamente contro. Il perché si sa: perché quei governi hanno paura di essere travolti, complice il terrorismo, dalle rispettive popolazioni, conquistate da tempo a un antiisraelismo cieco e violento, nutrito spessissimo di antisemitismo.

Ogni mediazione è impossibile sulla questione israelo-palestinese perché la rende impossibile la cultura politica diffusa tra le grandi masse del mondo arabo, abituate ad apprezzare solo il radicalismo bellicista. Per convincersene basta leggere l’articolo scritto ieri sul Riformista da un noto intellettuale arabo, Tariq Ramadan, incautamente accreditato da molti democratici europei di una presunta ragionevolezza che lo candiderebbe, si dice, a prezioso interlocutore in vista della nascita di un Islam europeo. Ebbene, un articolo, quello di Ramadan, tutto improntato a una grottesca unilateralità: su Hamas neppure una parola, tutti i governi israeliani, di qualunque colore, «mentono, giustiziano sommariamente gli oppositori, non danno pressoché nessun peso alle morti di civili», mentre i palestinesi di Gaza sono vittime di «genocidi» (sic) «approvati dall’80 per cento degli israeliani». E così via, in un delirio «antisionista » che lo stesso direttore del giornale, il bravo Antonio Polito, ha duramente stigmatizzato come frutto di puro «odio verso Israele». E’ la definizione giusta. Ma se questo è quello che scrive un intellettuale islamico in piena dimestichezza con la cultura occidentale, figuriamoci cosa pensano e dicono gli altri: e figuriamoci quale mediazione possa mai venir fuori in un contesto del genere.

(Fonte: Corriere della Sera, 3 Gennaio 2009 )

Israele e il fronte della menzogna

Israele e il fronte della menzogna

Israele è sotto assedio intellettuale e morale, in Europa, nei giorni del suo sessantesimo compleanno. Minoranze faziose e rumorose contestano brutalmente il suo diritto alla festa, alla presenza come stato ospite, dunque come paese e come popolo, come identità nazionale, in manifestazioni culturali come le fiere del libro di Torino e di Parigi. C’è diritto al dissenso, sebbene il «boicottaggio» e il rogo delle bandiere siano livelli di rottura delle convenzioni polemiche, e di odio, duri da sopportare. Ma la questione vera è: che cosa significa questo dissenso?

Siamo sempre allo stesso punto, sebbene proprio questo punto sia futilmente, ipocritamente negato: è in discussione il diritto all’esistenza di uno stato ebraico in Medio Oriente. Alcuni tra gli odiatori di Israele negano che questa sia la posta in gioco e si rifugiano nella distinzione fra la critica della politica dei governi, legittima, e l’inimicizia verso lo stato. Altri, più duri ma più chiari e sinceri, stanno sulla scia di Tariq Ramadan, il controverso predicatore e agitatore islamista euro-occidentale che vuole uno stato senza radici ebraiche al posto di Israele, cioè la scomparsa del sionismo, del focolare nazionale degli ebrei.

Teoricamente Israele potrebbe voltarsi dall’altra parte e occuparsi della vera minaccia alla sua sicurezza, che è la minaccia nucleare dell’Iran di Mahmoud Ahmadinejad. A 60 anni quel paese benedetto, quella democrazia unica in quelle forme in Medio Oriente, quello stato-guarnigione uscito dalle tragedie del Novecento e da sogni plurisecolari gode per certi aspetti di buona salute, ha fatto immensi progressi. Nell’analisi del Financial Times, gli israeliani «hanno molte ragioni per guardare con soddisfazione alla loro storia e con fiducia al loro futuro». Il loro è un paese ricco, robusto, con una rete di alleanze solida, a partire da quella con il paese più potente del mondo, gli Stati Uniti; e hanno un esercito non invulnerabile ma che torreggia sui vicini, come d’altra parte primeggiano le loro tecnologie, il loro grado di felice integrazione di etnie, lingue ed esperienze diverse, la forza delle istituzioni e della cultura laica e religiosa. Ma Israele non si volta dall’altra parte, e ha ragione di non farlo, davanti alle provocazioni ideologiche delle élite e dei gruppi militanti antisionisti in Europa.

Quando Gianni Vattimo, un filosofo che ama scherzare con le proprie idee nichiliste, rivaluta i Protocolli degli anziani savi di Sion, cioè il clamoroso falso antisemita che l’Europa ha esportato in terra islamica e ora reimporta dopo nuovi nutrimenti e consolidamenti in lingua araba, il veleno della delegittimazione e dell’odio ricomincia a circolare e il disagio prenucleare di Israele, quello che conta come pericolo imminente e chiaro, si ripropone in tutta la sua portata. Gli ayatollah e Ahmadinejad hanno giocato la carta del negazionismo e dell’antigiudaismo in modo chiaro, hanno costruito ponti con la comunità intellettuale europea invitando i suoi studiosi antisemiti a convegni storici parodistici ma insidiosi, l’assedio di Israele stringe insieme un fronte molto più robusto e ampio di quanto non sembri, da Teheran a Torino, a Oxford, alla Rive gauche: il fronte della menzogna.

Israele può essere minacciato esistenzialmente perché non esiste nelle carte geografiche su cui studiano generazioni di arabi e di iraniani, e può essere messo in stato d’assedio perché la sua storia viene negata in Europa. Negata come vicenda umana fatta di emigrazione, di guerre contro il rifiuto arabo, di lotta per l’indipendenza sotto il mandato britannico. Negata come fatto e come diritto sancito dalle Nazioni Unite

Giuliano Ferrara

(Fonte: Panorama, 14 Maggio 2008 )

Il cattivo maestro che giustifica le bombe

Il cattivo maestro che giustifica le bombe

SOTTO OSSERVAZIONE

Gli Stati Uniti gli hanno più volte negato il visto

PROVOCATORE

«Gli attentati sono spiegabili contestualmente»

di Francesco De Remigis

Migliaia di musulmani europei vedono in lui una sorta di guida. Un leader che attrae folle di giovani immigrati, parla loro senza superiorità e li coinvolge nella vita pubblica: Un organizzatore intellettuale degli islamici d’Europa, si potrebbe definire, che il settimanale americano Time nel 2003 ha inserito tra i cento pensatori che più hanno modellato il mondo contemporaneo. Il suo tentativo di integrare l’Islam con l’Occidente procede su un sentiero controverso ormai da anni. Tanto che Paesi come la Francia nel 1996 e gli Stati Uniti più volte gli hanno negato il visto d’ingresso. Alcuni rapporti dei Servizi americani ritengono che abbia avuto contatti con il terrorismo internazionale. Ma Tariq Ramadan spiega che, a parte una parentela con il fondatore dei Fratelli Musulmani, Hassan al Banna, di cui è nipote ma a suo dire non epigono, si dedica all’insegnamento e alla predicazione.

Dopo aver studiato da imam in Egitto, è infatti tornato in Svizzera, dove è nato nel 1962 e oggi è professore di Studi islamici all’Università di Ginevra. E anche docente al Saint Antony college di Oxford e spesso viene invitato nelle università e nella commissione di studio istituita da Tony Blair dopo gli attentati di Londra del 2005. I suoi critici gli riconoscono di aver provato a rispondere alla domanda «possiamo vivere con l’Islam?» ma senza mai uscire dall’ambiguità delle parole e dalla dissimulazione della realtà di cui i giudizi sulla crisi israelo-palestinese rappresentano una prova. «Nel voler imporre l’ingiustizia si producono delle bombe umane a esplosione ritardata, il cui sàcrificio trova giustificazione nei decenni disofferenza e nella colpevole passività Internazionale», scrive nel 2005 in un libro tradotto in Italia dalla casa editrice Al Hikma, fondata dall’ex segretario dell’UCOII Hamza Piccardo.

Il suo discorso si è sviluppato attrawerso un’intensa attività pubblicistica. Ma ancora oggi ci si chiede come possa conciliare la volontà di dialogo con l’indice che rivolge ai suoi interlocutori non musulmani, che puntualmente gli ricordano che l’Europa ha una concezione dei Diritti dell’uomo diversa da quella dei Paesi musulmani.

Lui cita le sue prese di posizione. Dalla moratoria sulla lapidazione, proposta da Ramadan pur senza una condanna esplicita della pratica fino agli attentati contro Israele e l’omicidio di bambini. Ramadan considera gli attentati «in sé condannabili», ma al tempo stesso è convinto che siano «contestualmente spiegabili». Un pensiero soflstico che palesa la sua ambiguità, secondo il quale «per i musulmani è legittimo resistere al fascismo che uccide innocenti» (così disse a Panorama nel 2005). Ramadan si potrebbe dunque definire «un autentico teocrate comimitarista, gramscista islamico, fratello maggiore dei poveri beurs», come scrisse il quotidiano della sinistra francese Libération nel 2003, oppure «un adepto del doppio discorso», come ha fatto Nicolas Sarkozy in diretta teevisiva.

D’altronde come si può definire un personaggio che all’Occidente dice che «l’assassinio e il sequestro di civili sono mezzi illegittimi di un resistenza legittima»? O che ritiene che la Turchia «sia una dimensione naturale dell’Europa», mentre ha un approccio diverso se si parla di Israele? «Il giorno in cui la Giordania, il Marocco, l’Algeria, la Tunisia entreranno, allora ne riparleremo», disse a Limes nel 2004. Dunque, Ramadan ha sempre confermato di voler sì aprire un varco culturale, civile e spirituale in seno all’Europa, ma per una curiosa forma di dialogo «maanchista».

(Fonte: Il Giornale, 6 Maggio 2008 )

Israele e Fiera del Libro: il trattamento speciale

ISRAELE E FIERA DEL LIBRO

Il trattamento speciale

Israele è una società pluralista, dove si scontrano idee, giornali, partiti. Perché è così difficile ammetterlo?

di Pierluigi Battista

È destino di Israele accendere sempre smodate passioni di ostilità. Spesso si deplora che sia brutalmente liquidata come antisemita qualsiasi critica alle politiche israeliane. Lo ha anche insinuato, riferendosi maldestramente al capo dello Stato, Tariq Ramadan, che ha già ricevuto una risposta esemplarmente chiara da parte del presidente Napolitano, e che invece pare non abbia nulla da obiettare al rogo delle bandiere con la stella di Davide inscenato a Torino, lugubre antefatto coreografico del boicottaggio alla Fiera del libro. Ma se non è antisemitismo, come definire allora quella sistematica dismisura di giudizio, quell’eccesso lessicale, quel sovrappiù di concitazione che assegna da sempre a Israele il ruolo di bersaglio privilegiato dell’odio collettivo? Si può criticare Israele senza passare ipso facto per nemici degli ebrei, ci mancherebbe. Ma non suona già un po’ singolare che passi come ovvia l’espressione «criticare Israele»?

Cosa diremmo di un commentatore straniero che criticasse «l’Italia», oppure lo «Stato italiano» (o francese, o tedesco, o un altro qualsiasi)? Ricorderemmo l’elementare distinzione tra Stato e governo. Obietteremmo che un conto è l’Italia intesa come Nazione democratica che non spezza la sua continuità storica malgrado il variare delle sue (provvisorie) compagini governative. Tutt’altra le specifiche e circostanziate politiche attuate da un particolare governo. Si critica il governo Berlusconi, o il governo Prodi, non lo Stato italiano. Perché allora, nel caso di Israele, questa distinzione politica e lessicale è destinata a saltare? Certo che si può criticare il governo Olmert, o il governo Begin, o il governo Barak. Ma non lo si dice mai, o quasi mai, in questo modo. Le critiche si trasferiscono invece sullo Stato israeliano in quanto tale. Un trattamento speciale.

Che peraltro allude obliquamente al cuore della «specialità» di Israele: il suo precario diritto all’esistenza, il pregiudizio che delegittima alla radice Israele come il frutto di un sopruso, di una mostruosa violenza storica. Uno dei pilastri dell’antisionismo. Ma davvero l’antisionismo non ha nulla da spartire con l’antisemitismo? E non è inoltre molto strano che, almeno dal ’67 ad oggi, non ci sia stata una volta, una sola volta in cui un qualunque governo israeliano (di destra o di sinistra, dei laburisti o del Likud) abbia meritato il consenso di chi è vigorosamente impegnato a sottolineare la distinzione tra antisemitismo e legittima «critica dello Stato di Israele»? Possibile che ogni governo israeliano commetta lo stesso errore, si macchi degli stessi crimini, affronti la questione palestinese nello stesso, catastrofico modo? E’ possibile perché nella dismisura anti-israeliana è impossibile riconoscere che Israele sia una democrazia ricca di conflitti e diversità, a differenza di tutti i dispotismi da cui è circondato.

Una società libera dove sono per primi gli storici israeliani a frugare negli archivi, per svelare anche le pagine meno luminose della nascita dello Stato che oggi gli incendiari torinesi delle bandiere vorrebbero impedire di celebrare. Nei libri di testo che circolano nei territori controllati dall’Autorità nazionale palestinese, Israele è cancellato dalle carte geografiche e si ricalcano tutti i luoghi comuni della propaganda antisemita. Israele è invece una società pluralista, dove si scontrano idee, giornali, partiti. Perché è così difficile ammetterlo? È questa realtà che l’eccesso polemico anti-israeliano cancella drasticamente. Il trattamento speciale riservato a Israele consente una spietata radicalità di linguaggio impossibile da usare verso qualsiasi altra Nazione. La condizione degli arabi di Israele diventa per forza di cose raccapricciante «apartheid». La barriera difensiva antiterroristica che ha fortunatamente fatto crollare il numero di attentati suicidi in Israele si trasforma nella vulgata in un terrificante «muro» di segregazione e di infamia. Avallata persino da premi Nobel come José Saramago, la grottesca equiparazione tra Gaza ed Auschwitz diventa luogo comune, immagine che acquista addirittura una sua plausibilità.

La politica verso i palestinesi viene ribattezzata «pulizia etnica», come l’apocalisse in Ruanda e il furore antialbanese di Milosevic. Non è antisemitismo? Ma come definire allora questo insieme di pregiudizi che fornisce agli intolleranti impegnati nel boicottaggio della Fiera del libro il carburante ideologico ospitato da università come quella di Torino dove, ospite Tariq Ramadan, si spacciano falsità storiche come se fossero vere e si altera alla radice l’intera vicenda dello Stato di Israele lungo un arco di sessant’anni? Giustamente Lucia Annunziata sulla Stampa esorta chi difende Israele a non lasciarsi afferrare dallo stesso demone della faziosità esibita dai suoi nemici. Eppure la cultura democratica occidentale dovrà pur spiegare come si fa a commuoversi per Schindler’s list e contemporaneamente restare indifferenti al negazionismo minaccioso di Ahmadinejad che, cancellando il primo, auspica un secondo Olocausto degli ebrei.

Come si fa a conciliare le visite solenni nei campi di sterminio con l’imbarazzato silenzio che circonda la martellante diffusione nei media arabi di serial tv ricavati dai Protocolli dei savi anziani di Sion? È questo silenzio che incoraggia i nemici di Israele a bruciarne i vessilli. A dare per scontato che contro Israele si possa dire tutto e che persino i suoi scrittori siano maltrattati come la personificazione del Male assoluto meritevole di boicottaggio. Altro che questione di ordine pubblico.

(Fonte: Corriere della Sera, 7 Maggio 2008 )

Ramadan insiste: dal Colle gesto politico

La contromanifestazione Al convegno alla facoltà di Scienze politiche su «La pulizia etnica della Palestina» Vattimo assente per un malore

Ramadan insiste: dal Colle gesto politico

L’intellettuale islamico: venendo qui aiuta a soffocare le voci di opposizione

Ernesto Ferrero: Ramadan è un’anguilla. Lo puoi definire sia fondamentalista sia uomo del dialogo

TORINO — Tariq Ramadan arriva per ultimo, ma come i veri divi subito riesce a rubare la scena agli altri. Perché è abile nell’argomentazione e non ha paura della polemica. «Il vostro presidente, Giorgio Napolitano, ha commesso un duplice errore nello scegliere di inaugurare la Fiera internazionale del libro di Torino: innanzitutto con la sua presenza conferma che quella del Lingotto è una manifestazione politica; inoltre la presenza del capo dello Stato italiano a Torino avalla l’equiparazione tra critici di Israele e antisemiti. Un gesto che contribuisce a mettere tutti sullo stesso piano e a soffocare le voci dell’opposizione. Nel seminario cui sto per partecipare ci sono anche poeti e scrittori israeliani. Gente che la pensa in maniera diversa dai sostenitori del governo ufficiale».

Proviamo a contraddire il ciclone Ramadan: guardi, professore, che il presidente Napolitano ha deciso di venire a Torino quando ha saputo delle iniziative di boicottaggio, è un gesto di solidarietà verso Israele, Paese ospite della Fiera a sessant’anni dalla fondazione. «Lo vede che mi dà ragione? — obietta Ramadan —. Quello del vostro presidente è un gesto politico».

Ma perché, Ramadan, l’anno scorso ha tranquillamente partecipato e questa volta ha deciso di non accettare l’invito della Fiera di Torino? «Non sono stato invitato» risponde sicuro il professore ginevrino, autore di tanti libri sull’Islam, al centro di una controversia internazionale. Da un lato c’è chi lo giudica un paladino del dialogo, dall’altro chi lo ritiene ambiguo e nemico della democrazia. Obiettiamo a Ramadan: Ernesto Ferrero e Rolando Picchioni qualche mese fa lo hanno invitat9 anche con un appello pubblico. «E vero — si corregge a questo punto Ramadan —, mi hanno invitato ma volevano che cambiassi le mie posizioni. Cosa per me inaccettabile. ho ringraziato e ho declinato l’invito».

E quali sono le posizioni di Ramadan? «Sostenere le organizzazioni che boicottano Israele: a Parigi è stato deciso di fare una contromanifestazione all’interno del salone del libro. Qui a Torino è stata scelta la linea del boicottaggio esterno: io mi sono adeguato nell’uno e nell’altro caso». Tentiamo un’ultima domanda: Ramadan non ritiene sterile ha scelta di chi si chiude nel suo orto e rifiuta il dialogo, il confronto con chi la pensa diversamente? Non sarebbe stato meglio confrontarsi apertamente con gli scrittori israeliani che parteciperanno da giovedì alla Fiera internazionale del libro? «Gli organizzatori — risponde Ramadan — prima hanno invitato soltanto scrittori ebrei, quando monta- va la protesta hanno fatto marcia in- dietro e hanno invitatoqualche palestinese. Troppo tardi. E questa la dimostrazione che la Fiera del libro è una manifestazione culturale ma soprattutto politica. La cultura pura non esiste».

Sono già le cinque del pomeriggio. Il convegno su «Le democrazie occidentali e la pulizia etnica della Palestina», organizzato nell’aula delle lauree della facoltà di Scienze politiche, è in corso da due ore. Gianni Vattimo non ha potuto partecipare per un malore. Ha aperto il seminario Alfredo Tradardi. Poi lo storico Angelo D’Orsi ha elogiato la controversa opera del suo collega israeliano Ilan Pappe, La pulizia etnica della Palestina. D’Orsi ha paragonato Pappe, che si è trasferito dall’università di Haifa a quella di Exeter, in Gran Bretagna, al nostro Gaetano Salvemini, in fuga dal fascismo. D’Orsi ha precisato che, bontà sua, non considera Israele uno Stato fascista. Però due minuti dopo ha definito Ben Gurion «duce di Israele».

Sulle posizioni di Ramadan interviene seccamente Ernesto Ferrero, il direttore scientifico della Fiera del libro: «Ramadan è un uomo molto intelligente e astuto, ma è un’anguilla che si adatta alle circostanze. Lo puoi definire contemporaneamente un pericoloso fondamentalista e un uomo del dialogo. Ma certo non capisce che le posizioni aventiniane sono sterili oltre che perdenti».

Oggi il convegno per ricordare la Nakba (la catastrofe) palestinese, in contrapposizione alle celebrazioni per i sessant’anni dello Stato di Israele, continua.

Dino Messina

(Fonte: Corriere della Sera, 6 Maggio 2008 )

Fiera del Libro di Torino: gli anarchici preparano la guerra a Israele

A Torino gli anarchici preparano la guerra a Israele

Tam tam anarchico in rete contro la Fiera di Torino «Sarà guerra ad Israele»

Sui siti Indymedia gli estremisti annunciano azioni shock. La polizia teme gesti isolati

LE FRASI DEL SITO CONTRO GERUSALEMME

Boicotta e contesta la Fiera dedicata a Israele. Presidio davanti agli ingressi del Lingotto, dall’8 al 12 maggio

Israele terrorizza i civili coi raid aerei, controlla acqua e cibo, i palestinesi muoiono di fame

Che c ‘è da ricordare? Proviamo vergogna, Torino e la Fiera onorano un paese che ferisce mortalmente la sovranità della Palestina

di Gian Marco Chiocci e Luca Rocca

TORINO – L’Antiterrorismo, è inutile nasconderlo, qualche preoccupazione ce l’ha. L’ultimo rnonitoraggio sulle sigle antagoniste e antimperialiste che via internet e via radio si stanno mobiitando per boicottare la Fiera del libro di Torino «dedicata» a Israele, dà segnali poco rassicuranti. I primi sono arrivati già da qualche giorno su Indymedia. «Israele terrorizza i civili con i raid aerei». «Boicotta e contesta la fiera dedicata a Israele», si legge in quello che rimane nel sito della sinistra antagonista.

L’allarme è alto. Sono previsti: quattro gruppi anarchici sospettati dei disordini a Genova e Napoli nel 2001; i reduci del «Grarnigna» di Padova (enclave delle nuove Br sotto processo a Milano); i centri sociali che hanno solidarizzato con i compagni dell’Aquila schieratisi a fianco dei cugini eversori veneti; le varie entità no global in sintonia con i compagni del «Sud Ribelle» recentemente assolti a Cosenza per le violenze del G8. I punti di raccordo locali per tutti sono il «Network Antagonista Torinese», l’«Askatasuna», il «Csoa Murazzi», il «Collettivo universitario autonomo», il «Collettivo studenti autorganizzati», il «Comitato di solidarietà con il popolo palestinese». Più che scontri eclatanti, si temono azioni isolate, incursioni mirate ad opera cli «cani sciolti». In più l’Antiterrorismo fa notare come il clima si sia ulteriormente surriscaldato nel capoluogo piemontese a causa di un’incursione di elementi cli estrema destra all’esterno della «sezione A.Gramsci» dei Carc, formazione già sott’inchiesta per associazione sovversiva.

I punti di ritrovo e di concentramento sono più d’uno per i contestatori che si sono affidati a pullman e treni, come quello organizzato dal «Coordinamento no guerra» in partenza dalla stazione centrale di Milano. Digos e Anticrimine dei carabinieri aggiornano di ora in ora una situazione che si qui ha visto bandiere con la stella di David bruciare insieme a quelle americane Per non dire poi dei convegni sulla presunta «pulizia etnica» ai danni della Palestina con la partecipazione del discusso intellettuale islamico Tariq Ramadan. A completare il puzzie, e a preoccupare gli addetti ai lavori, l’arrivo lunedì 12maggio cli Beppe Grillo. L’invito alla manifestazione inaugurata giovedì prossimo dal presidente della Repubblica, bersaglio eccellente preso di mira proprio a Torino dal comico genovese nel suo ultimo «Vaffa day», è stato accompagnato da una raccomandazione: «Ben venga Grillo, purché lanci un appello alla lettura e non tenga un comizio».

Tornando alla Fiera del libro e alla decisione di ospitare Israele nel suo sessantesimo anniversario della nascita, l’idea di disturbare l’evento è stata caldeggiata dall’anima più radicale della sinistra antagonista. Indymedia e il centro sociale Askatasuna, ha invitato i compagni alla mobilitazione. Come ai vecchi tempi. Nonostante i divieti disposti dal questore, gli speaker del sito invitano a piantonare gli ingrossi del Centro Fiere e a concedere il bis del primo maggio quando alcuni esponenti di «Free Palestine» hanno prima contestato Fausto Bertinotti per la sua partecipazione alla Fiera, poi hanno fatto un falò con le bandiere israeliane e americane. Concederanno il bis?

(Fonte: Il Giornale, 5 Maggio 2008 )

Torino: convegno anti-Fiera con Ramadan, università sotto accusa

Torino: convegno anti-Fiera con Ramadan, università sotto accusa

La polemica – A Scienze Politiche confronto sulla “pulizia etnica in Palestina”. L’associazione Italia-Israele al rettore: “date voce all’intolleranza”

ROMA — È di nuovo polemica sulla Fiera del Libro che si aprirà giovedì prossimo a Torino. Al centro, il contro- convegno organizzato, lunedì e martedì all’Università, dai fautori del boicottaggio della manifestazione culturale del Lingotto per protestare contro il Paese ospite, Israele. Il titolo dell’evento antiisraeliano, costruito da Free Palestine e ospitato a Scienze politiche, è già di per sé un programma: si discute delle «democrazie occidentali e la pulizia etnica in Palestina» praticata, sostengono gli organizzatori, da Israele.

Ma è la presenza di un personaggio controverso come Tariq Ramadan, che non solo è il promotore del boicottaggio insieme a intellettuali come Gianni Vattimo ma è anche unanimemente riconosciuto come uno dei più importanti ideologi dell’islamismo fondamentalista molto vicino ad Hamas, a scatenare la protesta israeliana.

Ieri l’associazione Italia-Israele ha scritto al rettore dell’Università Ezio Pellizzetti: «Stupisce — scrive il vicepresidente Emanuel Segre Amar — che un’Università fortemente impegnata nel processo di dialogo tra israeliani e palestinesi abbia accettato di essere la sede di un evento che esprime fin dal titolo una posizione massimalista e aggressiva nei confronti dello Stato d’Israele. Ospitando Ramadan, già giudicato “indesiderabile” da diversi atenei, come quello di Bologna, l’Università di Torino dà voce a un messaggio di estrema violenza e intolleranza politica e culturale».

E intanto è proprio uno degli attivisti più impegnati nel boicottaggio di Israele, Gianni Vattimo, a far litigare ferocemente due giornalisti che saranno tra i protagonisti della Fiera: Fiamma Nirenstein e Gad Lerner. Il casus belli è l’ultima puntata dell’Infedele condotto da Lerner in cui Vattimo dà della fascista alla neo deputata del Pdl («e lo trovo un complimento perché è molto peggio»).

La Nirenstein, che accusa Lerner di non averla difesa o di non aver almeno spiegato che cosa stesse succedendo, ha annullato un incontro della Fiera in cui insieme a Lerner avrebbe dovuto presentare un libro del demografo dell’Università ebraica di Gerusalemme Sergio Della Pergola: «Sarò all’inaugurazione, ma non intendo sedermi con chi non reagisce a casa sua alla peggiore delle diffamazioni gratuite nei miei confronti, oltretutto da parte di una persona notoriamente squilibrata sull’argomento mediorientale». Lerner non parla e risponde con la trascrizione della sua replica a Vattimo. Ma la presenza della Nirenstein è definitivamente annullata.

Gianna Fregonara

(Fonte: Corriere della Sera, 3 Maggio 2008 )

Fiera del Libro di Torino: vietate le bandiere d’Israele

Torino, vietate le bandiere d’Israele

Fiera del Libro, la questura nega il permesso per tutte le manifestazioni

Al Lingotto Llnedì un seminario all’Università. Ospiti: da Vattimo agli intellettuali arabi contro la presenza di Israele

Misure speciali di sicurezza: il saluto di Napolitano avverrà prima dell’apertura al pubblico

TORINO — La Questura di Torino vieta ogni manifestazione per l’8 maggio, giorno di inaugurazione della XXI Fiera del Libro. Non sarà autorizzato il previsto corteo dei centri sociali e di chi boicotta la Fiera per protesta contro la presenza di Israele come Paese ospite, ma neppure il presidio con le bandiere israeliane promosso dal gruppo romano «Appuntamento a Gerusalemme», lo stesso che aveva chiesto e ottenuto la presenza del Capo dello Stato in segno di solidarietà con la manifestazione libraria. «E un divieto assurdo, noi vogliamo soltanto salutare gioiosamente Napolitano con le bandiere del Paese ospite», la replica.

Più prudente la posizione dell’Unione delle Comunità Ebraiche, che attende l’esito di un incontro fissato per oggi tra il suo presidente Renzo Gattegna e il Viminale. Già nei giorni scorsi, e in via informale, la Questura aveva «sconsigliato» a chi all’interno delle Comunità voleva enfatizzare il momento dell’apertura ogni iniziativa pubblica. Ora però il divieto totale potrebbe assumere il sapore di un’imposizione che rischia di mettere sullo stesso piano qualunque iniziativa, dai saluti con le bandierine ai cortei per il boicottaggio.

«La cosa più importante per noi — spiega con diplomazia Claudia De Benedetti, che l’Ucei ha delegato alle vicende che riguardano la Fiera di Torino — è la gratitudine che vogliamo esprimere a Napolitano per la sua presenza. Ma siamo fiduciosi che si potranno vedere tante bandiere, portate dalle singole persone, sventolare alla Fiera nel giorno dell’ inaugurazione».

Il sentiero della trattativa è stretto, strettissimo, e si gioca tutto sulle parole di ieri sera del Questore Stefano Berrettoni: «Per esclusive ragioni di ordine pubblico saranno vietate tutte le manifestazioni fuori dal perimetro della Fiera. Ciò che accade all’interno non è di mia competenza e mi limiterò a prenderne atto per predisporre le misure opportune».

Le bandiere con la stella di David vietate all’esterno, dunque, potrebbero ricomparire, magari più piccole, all’interno del Lingotto. Ma la tensione crescente a Torino ha suggerito anche alla presidenza della Repubblica una linea di estrema prudenza: il saluto inaugurale di Napolitano e la sua successiva visita ad alcuni padiglioni avverranno in una Fiera non ancora aperta al pubblico, alla sola presenza delle (pur numerose) autorità invitate per l’occasione, compresi naturalmente i rappresentanti dello Stato di Israele e delle Comunità ebraiche.

Polemiche e confronti ravvicinati tra amici e nemici di Israele potrebbero giungere però anche prima dell’8 maggio. Per lunedì e martedì prossimi, infatti, è in programma all’Università di Torino — nella sala lauree di Scienze Politiche — un seminario internazionale, «Le democrazie occidentali e la pulizia etnica in Palestina», che fin dal titolo dichiara in quale filone di pensiero politico e culturale intenda collocarsi. Il programma spiega il resto: da un lato intellettuali e docenti universitari come lo storico Sergio D’Orsi e il filosofo Gianni Vattimo (che ieri era all’Università di Bologna per un’altra iniziativa anti-Fiera), dall’altro esponenti del mondo arabo contrari alla presenza di Israele a Torino, come Tariq Ramadan. E per concludere, nel pomeriggio di martedì, una tavola rotonda con i vari comitati del «no»: No War, no Tav, no Dal Molin, no Fiera Libro. «Come Università, la nostra filosofia è quella della massima apertura al confronto — chiarisce il rettore Ezio Pelizzetti —. E un seminario a carattere scientifico. Del resto, siamo stati gli unici in Italia a ospitare insieme, ben due volte quest’anno, l’Università ebraica e quella palestinese di Gerusalemme».

Vera Schiavazzi

(Fonte: Il Corriere della Sera, 30 Aprile 2008 )

RASSEGNA STAMPA – venerdì 22 febbraio 2008

RASSEGNA STAMPA – venerdì 22 febbraio 2008

Se qualcuno è interessato a sapere come si creano le polemiche che incendiano i giornali, può leggere sul Corriere della Sera di oggi l’articolo a firma di Marco Nese e titolato a gran voce: “D’Alema: un atto terroristico l’assassinio del capo di Hezbollah”. Dal qual titolo, si potrebbe supporre un vero e proprio pronunciamento del nostro ministro degli Esteri sull’eliminazione di Imad Mughniyeh. Ma, leggendo il pezzo, si scopre che la frase è stata detta nel contesto di una più generalizzata condanna alla pena di morte “legalmente comminata, e quindi anche decisa e perseguita in via extragiudiziaria”. Nascerà una nuova polemica, tipo quella del Salone del Libro, tra chi si dichiara d’accordo con D’Alema e chi contro?

Intanto, la Fiera del Libro di Torino ha avuto l’onore di un lungo e circostanziato articolo su Le Monde, a firma del corrispondente da Roma Jean Jacques Bozonnet, del quale consigliamo la lettura a chi voglia ricostruire le tappe della questione. Bozonnet esordisce con la notizia che per la prima volta nella sua storia la Fiera sarà inaugurata dal Presidente della Repubblica, e motiva la presenza di Napolitano con le polemiche sull’invito a Israele, dalle prime proteste di alcuni scrittori giordani avallati da Tariq Ramadan, fino al dibattito che ha dilaniato la sinistra. E conclude citando la lista dei 162 professori accusati di “difendere Israele” scoperta su un blog, che pur non essendo direttamente legata alla Fiera del Libro, ha comunque suscitato grande emozione data la contemporaneità degli eventi.

Di polemica in polemica, Gianni Vattimo non desiste dall’esercitare il suo “pensiero debole”. Il filosofo si è presentato, racconta Massimo Novelli su Repubblica, avvolto in una bandiera palestinese davanti al presidio creato per scoraggiare il volantinaggio contro Israele, a Palazzo Nuovo, sede dell’Università di Torino.

L’Ossservatore Romano riprende una intervista rilasciata da James Jones, inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente, che ipotizza l’invio di una forza internazionale della Nato in Cisgiordania, a sostegno di quelle israeliane e palestinesi. Jones evidenzia l’aggravarsi della situazione per Israele, le minacce iraniane, lo schieramento di razzi Patriot ai confini con il Libano, le minacce di ritorsione di Hamas se non si porrà fine al blocco di Gaza.

Il Manifesto manda Michele Giorgio a visitare le carceri palestinesi. Situazione disastrosa, detenuti stipati in celle gelide perché mancano i vetri, senza speranza di avere un processo, affamati. E di chi è la colpa? Ma come sempre degli Stati Uniti e di Israele. I soldi infatti non mancherebbero, per migliorare la condizione dei detenuti, spiega l’inviato, ma l’ANP e i suoi sponsor occidentali investono i 230 milioni di dollari messi a disposizione dagli Stati Uniti per lottare contro il terrorismo e addestrare la polizia militare delegata a mantenere la pace, mentre i poveri detenuti battono i denti dal freddo. Meglio i terroristi in azione e i detenuti felici, suggerisce implicitamente Giorgio.

Le notizie si possono dare in molti modi, e un esempio lampante è come è stata presentata dall’Unità e da la Voce Repubblicana l’esternazione di Yasser Abed Rabbo, segretario del Comitato esecutivo dell’OLP, che ieri ha dichiarato che i territori occupati dovrebbero prendere esempio dal Kosovo e proclamare l’indipendenza. Sull’Unità un pezzo siglato da Umberto De Giovannangeli, si limita a riportare con empatia le parole di Rabbo, implicitamente avallandole, mentre la Voce Repubblicana sottolinea che, facendo Rabbo parte della delegazione impegnata nei negoziati di pace, la sua dichiarazione è fuori luogo e potrebbe portare a una sua defenetrazione. Sottolinea come Abu Ala, capo della delegazione palestinese impegnata nel negoziato, abbia liquidato le parole di Rabbo, con il commento “le decisioni vanno prima prese e poi annunciate, non viceversa” (ma qui sbaglia, Abu Ala, ormai le cose prima si dicono ai giornali poi si pensano..). E comunque, si chiede l’anonimo giornalista della Voce Repubbicana, chhi riconoscerebbe il Kosovo del Medio Oriente?

E infine, una nota leggera. Liberal presenta un blog nato nei giorni scorsi in Medio Oriente, “Katiblog service” dove scrittori, giornalisti e giovani arabi sono invitati, protettti dall’anonimato, a esprimere le loro opinioni. La giornalista Francesca Zoja si chiede quanto la libertà di espressione cambierà il modo arabo e riferisce le oservazioni dello studioso Weyman che sottolinea l’importanza non solo politica, ma anche a livello culturale per i giovani arabi, e ilruolo delle donne che sognano un Islam più rispettoso e tolerante nei loro confronti. Per ora il blog non subisce censure..

Viviana Kasam

Ucei.it

Il Tariq smascherato

Il Tariq smascherato

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Costruttore di ponti tra Islam e Occidente? Macchè, il professore Ramadan sotto i ponti mette la dinamite. E la bagarre su Israele ospite della Fiera del Libro di Torino costringe il cattivo maestro ad abbandonare la pratica della doppiezza

Alla fine Tariq Ramadan ha gettato la maschera. Il celebre intellettuale islamico, nipote del fondatore dei Fratelli Musulmani, professore a Oxford, è da sempre una figura controversa: giudicato persona non grata negli Stati Uniti (che gli hanno impedito di andare a insegnare in una università americana) è invece coccolato da molti circoli intellettuali europei. Considerato dagli uni un fondamentalista subdolo e abile, un maestro di doppiezza (uno che dice cose diverse all’Occidente e al mondo islamico), è giudicato dagli altri un “costruttore di ponti”, tutto dedito a una nobile causa: costruire un islam “europeo” capace di far convivere rispetto della tradizione islamica e valori occidentali. Una vera perla di uomo, secondo molti intellettuali, anche italiani, che infatti se lo contendono e lo invitano a tenere conferenze un po’ ovunque. Per la costernazione di molti dei suoi laudatoti Ramadan è stato costretto dalle circostanze ad abbandonare la pratica della doppiezza: si è schierato pubblicamente a favore del boicottaggio della Fiera del libro di Torino, rea di avere quest’anno Israele come Paese ospite. Il raffinato scrittore, lo squisito intellettuale, il conferenziere di successo, si è unito alla canca di coloro che non vogliono far parlare gli scrittori israeliani nel sessantesimo anniversario della fondazione di Israele.

Un errore? Una caduta di stile? No di certo. Ramadan sa bene (come tutti gli altri boicottatori, italiani e no, del resto) che l’invito non implicava alcun gesto di ostilità nei confronti dei palestinesi. Significava però ribadire quanto per la maggior parte di noi europei è scontato: ossia che la legittimità dell’esistenza dello Stato di Israele è fuori discussione. Ed è proprio quella legittimità che Ramadan e quelli come lui non possono accettare. Altro che bugie di circostanza sui due Stati (israeliano e palestinese) che in futuro dovrebbero convivere pacificamente. Per quelli come Ramadan l’esistenza di Israele è un affronto religioso prima che politico. Egli non poteva tacere. Sapeva bene che, data la posizione di spicco che si è conquistato in Europa, il suo silenzio non sarebbe stato perdonato dai fondamentalisti (per i quali resta un dogma la convinzione che la “entità sionista” debba essere cancellata dalla faccia della terra). Per questo — altro che caduta di stile — il famoso “costruttore di ponti”, questa volta ha messo della dinamite sotto il ponte.

In una lettera aperta pubblicata dalla Stampa (2 febbraio) Ernesto Ferrero e Rolaudo Piccioni, rispettivamente direttore e presidente della Fiera del libro di Torino, scrivono che «quanto a Tàriq Ramadan, il suo invito al boicottaggio è sorprendente. L’anno scorso è stato al Lingotto, dove ha tenuto un intervento che è stato ascoltato con attenzione. Perché adesso non vorrebbe che parlasse anche qualcun altro?». Già, perché? Come dice un noto conduttore televisivo, dopo essersi fatto la domanda, si dia anche la risposta. In queste faccende l’ingenuità può essere altrettanto colpevole della malafede. E può provocare altrettanti danni. Non sarebbe il caso, in fu:uro, di scegliere con più attenzione gli inrerlocutori? Abbiamo bisogno di un islam europeo. Ma, di sicuro, non alle condizioni di Tariq Ramadan.

Angelo Panebianco

(Fonte: Corriere della Sera Magazine, 14 Febbraio 2008)