Gli infortuni dell’Onu

PREGIUDIZI CONTRO ISRAELE

Gli infortuni dell’Onu

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di Angelo Panebianco

C’è una differenza fra la guerra del Libano del 2006 e l’attuale conflitto a Gaza. Questa volta, sono molti di più i governi disposti a riconoscere le ragioni di Tel Aviv. Per conseguenza, anche l’opinione pubblica internazionale, e occidentale in particolare, non si è compattamente e pregiudizialmente schierata contro Israele. I regimi arabi moderati, che temono più di ogni altra cosa le aspirazioni egemoniche dell’Iran (alleato e protettore di Hamas) mantengono, nonostante l’opposizione delle piazze, un atteggiamento prudente. La fazione palestinese moderata di Abu Mazen (sanguinosamente cacciata da Gaza, nel 2007, dai miliziani di Hamas) considera Hamas l’unica responsabile dell’attacco israeliano. Anche in Europa il vento è in parte cambiato.

I governi tedesco, italiano e dei Paesi dell’Europa orientale hanno preso chiare posizioni a favore del diritto di Israele a difendersi dai missili di Hamas. E i l Presidente Sarkozy, nonostante la tradizione francese (poco sensibile alle ragioni di Israele), sarà obbligato, nel suo prossimo tentativo di mediazione, a tenerne conto. Comincia a farsi strada la consapevolezza che fra le molte asimmetrie del conflitto c’è anche quella rappresentata dal diverso valore attribuito dai contendenti alla vita umana. Per gli uomini di Hamas, come per Hezbollah in Libano, la vita (anche quella degli appartenenti al proprio popolo) vale talmente poco che essi non hanno alcun problema a usare i civili, compresi i bambini e le donne, come scudi umani. Per gli israeliani, le cose stanno differentemente. Cercano di limitare il più possibile le ingiurie alla popolazione civile anche se, naturalmente, la natura del conflitto esclude che essa non sia coinvolta. L’attacco dell’esercito, appena iniziato, volto a bloccare definitivamente Hamas, è stato a lungo ritardato. Tra le ragioni del ritardo c’era anche il timore per l’alto costo in vite di civili che l’attacco potrebbe comportare.

Insomma, di fronte alla complessità del problema e alla diffusa consapevolezza che non si può negare a uno Stato il diritto di difendersi da un’organizzazione di fanatici votati alla distruzione di quello stesso Stato, c’è questa volta, in giro, meno voglia di dare addosso pregiudizialmente a Israele. Ma con un’eccezione di assoluto rilievo: le Nazioni Unite. Richard Falk, «relatore speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi», rappresentante dell’Human Rights Council (Consiglio per i diritti umani) delle Nazioni Unite, sta usando la sua carica, e la sponsorizzazione dell’Onu, per fare propaganda pro-Hamas e antisraeliana. Le sue tesi «sull’aggressione israeliana » a Gaza sono esattamente le stesse di Hamas. Il caso di Richard Falk è interessante perché ci aiuta a capire come vengano trattati i «diritti umani» alle Nazioni Unite. Ebreo americano, già professore di diritto internazionale a Princeton, Falk è quello che in America si definisce un radical. E dei più accesi. Fra le sue molte imprese si possono ricordare il suo giudizio entusiasta sull’Iran di Khomeini (un «modello per i Paesi in via di sviluppo», lo definì arditamente nel 1979) e i suoi dubbi, alla Michael Moore, sulla «verità ufficiale» americana sull’11 settembre. Nel 2007 paragonò la politica israeliana verso i palestinesi a quella della Germania nazista nei confronti degli ebrei. È persona non grata in Israele.

La nomina di Falk (con il voto contrario degli Stati Uniti), nel marzo 2008, a rappresentante per i territori palestinesi del Consiglio per i diritti umani, un organismo dominato da Paesi islamici e africani, ebbe un solo scopo: quello di predisporre un corpo contundente da usare contro Israele. È un altro clamoroso infortunio dell’Onu. Dopo quello che, alcuni anni fa, portò la Libia, nella generale incredulità, alla presidenza della Commissione per i diritti umani (poi abolita). Se l’Onu si occupasse seriamente di diritti umani dovrebbe mettere sotto accusa un bel po’ dei propri Stati membri, ossia tutti gli Stati autoritari o totalitari (dalla Cina a quasi tutti i regimi del mondo musulmano). Ma non può farlo. In compenso, i diritti umani vengono spesso usati come proiettili per colpire le democrazie occidentali e Israele. Anche se creare una «Lega delle democrazie» è risultato fino ad oggi impossibile, un maggiore coordinamento fra i Paesi democratici in sede di Nazioni Unite sarebbe quanto meno auspicabile. Al fine di imporre a certi suoi organismi comportamenti più decorosi. Nonostante il credito di cui l’Onu continua a godere, è un fatto che, nelle crisi internazionali, sanno spesso muoversi con maggiore credibilità, pur con le loro magagne e imperfezioni, i governi delle democrazie. Per lo meno, devono rispondere del proprio agire alle loro opinioni pubbliche e hanno comunque (non c’è Guantanamo che tenga) carte più in regola degli altri anche in materia di diritti umani.

(Fonte: Corriere della Sera, 4 Gennaio 2009 )

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UE: la futura presidenza ceca difende apertamente i raid israeliani

UE: la futura presidenza ceca difende apertamente i raid israeliani

Il Ministro degli Esteri della Repubblica Ceca, Karel Schwarzenberg

Il Ministro degli Esteri della Repubblica Ceca, Karel Schwarzenberg

PRAGA – Mentre la presidenza uscente dell’ Ue, francese, ha convocato la riunione straordinaria a Parigi per invocare una tregua a Gaza, la futura presidenza ceca, in carica da domani, difende apertamente i raid israeliani. Il ministro degli Esteri di Praga Karel Schwarzenberg, in un’ intervista a un quotidiano ceco, ha detto: « Hamas ha fortemente aumentato il numero di razzi lanciati contro Israele. Perché sono uno dei pochi che esprimono comprensione per Israele? Ma perché mi godo il lusso di dire la verità».

(Fonte: Corriere della Sera, 31 Dicembre 2008, pag. 10 )

Neonazisti e ultrà: la nuova Europa ha un cuore nero

Neonazisti e ultrà: la nuova Europa ha un cuore nero

Manifestazione neonazista

Manifestazione neonazista

di Andrea Tarquini

BERLINO – A Budapest sfilano in centro indossando l’ uniforme nera, sventolano i gagliardetti delle Croci frecciate alleate di Hitler, giurano di salvare la patria dagli zingari, dal capitalismo e dagli ebrei. A Praga contattano ogni giorno i loro camerati tedeschi della Npd neonazista, e spesso affrontano la polizia in violenti scontri di guerriglia urbana. A Bratislava il loro partito è addirittura al governo, partner preferito ai democristiani per formare una coalizione dal premier socialdemocratico-populista Robert Fico. Europa centrale, inverno 2008: mentre il più importante dei nuovi membri dell’ Unione Europea, la Polonia, è una solida democrazia, una società dalla cultura democratica diffusa nella sua coscienza collettiva e dall’ economia ancora in boom, in altri tre paesi membri della Ue, tre giovani democrazie risorte dopo mezzo secolo di comunismo e di colonialismo sovietico (Ungheria, Repubblica Cèca, Slovacchia), il neonazismo non è più solo uno spettro, né la minaccia violenta di minoranze arrabbiate ma marginali: è realtà quotidiana, è un modo di pensare che si diffonde nei salotti buoni, è una forza politica che ha imparato a sfidare la libertà sia con la violenza di piazza sia con successi elettorali e coalizioni. Diciannove anni dopo la caduta della Cortina di ferro, quelle tre giovani democrazie appaiono infettate da una voglia di ordine diventata mostro. E il mostro è un virus contagioso: nell’ Europa senza frontiere, i successi magiari, cèchi e slovacchi possono dare esempio e forza ai suoi adepti ovunque nell’ Unione.

L’ Ungheria è il caso più appariscente della nuova sfida all’ Europa. Jobbik, cioè “i migliori”, si chiama il partito. Come sempre accade al fascismo, due volti vi convivono, il doppiopetto e il manganello. Il doppiopetto sono l’ elegante look sportivo – camicia button down e pullover inglese – del suo leader Gabor Vona, o gli abiti chic della bionda, giovane, attraente Krisztina Morvai, avvocato e docente di giurisprudenza, ex attivista per i diritti delle donne e delle minoranze, convertita al sogno della destra nazionale. Il manganello si chiama Magyar Garda, “guardia ungherese”. È la milizia paramilitare del partito, conta oltre duemila aderenti, ma presto supererà i settemila. È organizzata in compagnie e reggimenti, i suoi membri entrandovi prestano giuramento di fedeltà assoluta come si fa in un esercito regolare. E si addestrano alle arti marziali e al tiro con le armi da fuoco.

Lo sfondo nazionale è desolante. Diciannove anni dopo la fine del comunismo, l’ Ungheria è un’ economia in crisi e soprattutto uno Stato sulla soglia della bancarotta. Solo iniezioni di liquidità somministrate in extremis dal Fondo monetario internazionale e dall’ Unione Europea hanno salvato il governo socialdemocratico (postcomunista) del premier Péter Gyurcsany, ma il malcontento rimane. Fa da sedimento a una simpatia sempre più diffusa per l’ ultradestra, ha avvertito di recente Paul Lendvai, decano dei corrispondenti del Financial Times, gentiluomo ungherese fuggito a Occidente durante il comunismo che da Vienna, nei decenni della Guerra fredda, era una delle fonti più attendibili su qualsiasi cosa accadesse o si preparasse nell’ “altra Europa”.

Altre voci autorevoli sono purtroppo d’ accordo: odio xenofobo, discriminazione, diffidenza verso minoranze e diversi, spiega la sociologa Maria Vasarhely, sono sempre più diffusi in ampi strati della popolazione. Venti ungheresi su cento, avverte il suo collega Pal Tamas, sui grandi temi della politica e della vita la pensano come l’ ultradestra, e trenta su cento, secondo una sua indagine scientifica, sono da considerare antisemiti.

Manganello e doppiopetto agiscono in sinergia, nell’ Ungheria della crisi, conquistano la ribalta ogni giorno nella Budapest splendida ma dove la nuova povertà e il degrado urbano, con troppe facciate di palazzi asburgici diroccate anziché risanate come in Polonia, mostrano che qualcosa non va. A Hoesoek Tére, la piazza degli eroi, luogo-simbolo della nazione, la Magyar Garda sfila spesso e volentieri. Oppure conduce giorno e notte pattuglie, per intimidire gli zingari. O suoi simpatizzanti lanciano escrementi, pietre e uova marce contro il teatro della comunità ebraica. «Il problema dei senzatetto e degli zingari si può risolvere diffondendo batteri della tubercolosi», affermano i suoi ultrà, «perché dobbiamo difenderci».

Vona e la signora Morvai no, non giungono a tanto. Ma affermano a ogni comizio: «Chi sono gli zingari? Amano l’ Ungheria o no? Hanno voglia di lavorare? Vogliono adattarsi e assimilarsi o no? Possiamo fidarci?». E più spesso ancora diffondono l’ idea che nel dopo Guerra fredda i politici dei partiti democratici hanno «trasformato l’ Ungheria in un Paese sconfitto, una colonia dell’ Occidente». Siamo a un passo dal mito mussoliniano della “vittoria mutilata”. La Grande Ungheria è il loro sogno, il rifiuto del Trattato di Trianon che nel 1918 tolse ai magiari (parte dell’ Impero asburgico) i territori ora slovacchi o romeni è slogan e bandiera. Erano le idee-forza della dittatura dell’ ammiraglio Miklos Horthy, alleato di Hitler, e degli estremisti delle Croci frecciate di Imre Szalasi.

Ma nell’ ex Europa asburgica il nuovo fascismo si diffonde anche dove le tradizioni democratiche dovrebbero essere più solide. Guardiamo poco più a ovest, nella splendida, prospera Praga, capitale di un Paese devastato dal mezzo secolo bolscevico e ora tornato al capitalismo ma anche segnato dalla corruzione e dall’ instabilità politica. Il Partito dei lavoratori (Ds, guidato da Tomas Vandas) ha chiare matrici neonaziste e contatti con la Npd tedesca. Qualche settimana fa nella città di Litvinov ci sono voluti oltre mille poliziotti in assetto di guerra per affrontare in una notte di guerriglia urbana almeno settecento squadristi del Ds decisi a dare l’ assalto a un quartiere abitato da gitani. I loro slogan sono ancor più duramente anti-occidentali di quelli dei camerati ungheresi: «Alzati, lotta contro il liberalismo», titolava uno degli ultimi numeri di Delnické listy, il loro organo. Il partito neofascista cèco è in prima fila, come i comunisti nostalgici dell’ occupazione sovietica, contro i piani Nato sullo scudo difensivo in Cèchia e Polonia per affrontare i missili iraniani.

E sull’ esempio magiaro, anche nella Repubblica cèca un altro gruppo, il Partito nazionale, ha fondato una sua milizia paramilitare. Guidato da Petra Edelmannova, il partito vuole presentarsi alle elezioni politiche del 2010 proponendo la «soluzione finale della questione degli zingari». Linguaggio senza pudore, che evoca esplicitamente quello del nazismo hitleriano nella «soluzione finale», cioè l’ Olocausto. Il governo cèco non vuole restare a guardare, anzi non può permetterselo anche perché tra poco gli toccherà la presidenza di turno dell’ Unione Europea. Per cui sta studiando la possibilità giuridica di una messa al bando dei nuovi fascisti.

Una possibilità del genere è lontana anni luce a Bratislava, la capitale della Slovacchia. Perché qui Robert Fico, primo ministro e leader del locale partito socialdemocratico (schierato su posizioni di sinistra nazionalpopulista, era stato persino temporaneamente sospeso dal gruppo socialista all’ Europarlamento), ha scelto di governare e garantirsi il potere alleandosi non con i democristiano-conservatori bensì con lo Sns, il Partito nazionalista slovacco di estrema destra. Lo guida Jan Slota, politico di provincia che ama abbandonarsi a eccessi alcolici per poi scatenarsi ancor meglio nei comizi. Propone «la frusta» per risolvere (rieccoci) «il problema degli zingari», sogna di diventare europarlamentare per «rendere di nuovo vive le acque marce e sporche di Bruxelles e di Strasburgo». I suoi bersagli preferiti sono, oltre ai gitani, la minoranza ungherese e gli omosessuali.

Il premier Fico tace, volta la testa dall’ altra parte. Si preoccupa solo di litigare col governo ungherese, perché l’ ultima partita di calcio tra squadre dei due paesi, a Dunajska Streda, si è conclusa con una notte di duri scontri tra teppisti magiari e slovacchi, tutti legati alle due ultradestre. E alla fine la polizia slovacca per una volta è intervenuta duramente, ma pestando quasi soltanto i violenti ungheresi. L’ unica, debole speranza dell’ Unione Europea è questa: che la furia nazionalista dei nuovi fascisti nell’ Europa ex asburgica sia talmente virulenta da indurli a volte a considerarsi tra loro nemici mortali anziché alleati. Ma anche in questo il rovescio della medaglia è l’ abdicazione del potere statale. Dopo la notte di sangue a Dunajska Streda, la Magyar Garda ha presidiato e chiuso i valichi di frontiera con la Slovacchia; nessuno glielo ha impedito. I nuovi radicalismi, denunciava l’ altro giorno Joseph Croitoru sulla Frankfurter Allgemeine, sono un’ ipoteca grave e imprevista sul futuro delle tre giovani democrazie europee. L’ epidemia è scoppiata non in paesi lontani, ma all’ interno dei confini aperti della Ue e della Nato.

(Fonte: Repubblica, 07 dicembre 2008, pag. 30)

La Morgantini colpisce ancora….

Ancora una volta l’odio che questo personaggio nutre nei confronti dello Stato di Israele ha impedito al Parlamento Europeo di compiere il proprio dovere, votando a favore di un protocollo che non sarebbe servito ad altro che facilitare i rapporti tra l’Europa e Israele. Non è la prima volta che accade, ma speriamo sinceramente che sia l’ultima: sicuramente il’Europa non merita un vice presidente del proprio Parlamento intriso di pregiudizio come quello attuale….

Parlamento Europeo

Protocollo Israele- UE: rinviato il voto

uno dei PEGGIORI vicepresidenti del Parlamento Europeo che la storia ricordi...

Luisa Morgantini: uno dei PEGGIORI vicepresidenti del Parlamento Europeo che la storia ricordi...

Strasburgo – Il Parlamento Europeo ha rinviato il voto sul protocollo di cooperazione tra Israele e UE: 194 deputati contro 173 hanno chiesto di posporre il voto su richiesta del gruppo Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica e dei Verdi con Socialisti, Liberali e qualche popolare. “E’ tempo che il governo israeliano non si consideri al di sopra della legalità”, ha detto Luisa Morganitini, vice presidente del Parlamento UE.

(Fonte: Corriere della Sera, 4 Dicembre 2008, pag. 16)

L’Ue “equivicina” a Sderot e a Gaza

Edizione 246 del 15-11-2008

Su Israele piovono razzi, ma Bruxelles preme perché riprendano i rifornimenti ai palestinesi

L’Ue “equivicina” a Sderot e a Gaza

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di Dimitri Buffa

Dal giorno dell’elezione di Obama, la tregua già fragile tra i terroristi di Hamas e lo stato di Israele sembra definitivamente essere saltata. Dal 4 novembre a oggi, infatti, sono stati sparati da Gaza sulla cittadina di confine di Sderot più di 20 razzi. Che hanno colpito quello stesso territorio che da metà dello scorso giugno viveva una tregua apparente che esisteva solo nelle parole dei diplomatici. Dall’inizio dell’anno ad oggi sono stati lanciati 1151 razzi e sparati 1239 colpi di mortaio. 70 razzi sono stati lanciati dall’inizio della tregua il 19 giugno scorso. Solo ieri ben 10 razzi hanno colpito Sderot e 4 la città di Ashkelon. Quello che irrita è la contemporaneità di questo attacco con quello politico da parte dei paesi Ue che sempre ieri hanno chiesto a Israele di allentare le misure di sicurezza su Gaza. Nell’attacco di ieri una donna è rimasta leggermente ferita ma la popolazione di confine ormai vive come gli ebrei in Polonia durante la Seconda Guerra Mondiale: perennemente rifugiata negli scantinati. Basti pensare che i Qassam caduti su Sderot e Ashkelon, dall’inizio della seconda Intifadah a tutt’oggi sono stati oltre diecimila. Oramai anche i termini “guerriglia” e “terrorismo” stanno stretti ad attacchi di vera e propria guerra di logoramento, chiaramente supervisionata da Siria e Iran. Israele ieri ha prontamente colpito alcune postazioni di guerriglieri a Gaza provocando due feriti a sua volta. Tramite l’Egitto, che ha condotto la mediazione per la tregua, Israele ha fatto sapere di non voler giungere ad una escalation ma di voler rispondere ad ogni provocazione.

Si diceva dell’Europa: la Commissione Europea, ieri, invece di solidarizzare con Israele ha lanciato un forte appello al governo in carica a Gerusalemme affinché apra subito i valichi di Gaza alle forniture di gasolio e all’assistenza umanitaria. “Sono profondamente preoccupata per le conseguenze in cui incorre la popolazione di Gaza per la totale chiusura dei valichi di Gaza alle forniture di gasolio e assistenza umanitaria di base”, ha affermato in una nota diffusa a Bruxelles il commissario europeo alle Relazioni Esterne, Benita Ferrero-Waldner, “pertanto invito Israele a riaprire i valichi ai flussi umanitari e commerciali, in particolare cibo e medicine”. Il comunicato poi prosegue perentoriamente affermando che le “forniture di gasolio alla centrale elettrica di Gaza devono riprendere immediatamente”. La Waldner, molto salomonicamente, sottolinea anche che le “norme internazionali prevedono l’accesso ai servizi essenziali come elettricità e acqua potabile alla popolazione civile” e a proposito delle recenti violazioni da parte di Hamas della tregua concordata in giugno se la cava con il solito auspicio all’europea: “non devono portare a un nuovo ciclo di violenze, per questo invito tutte le parti alla moderazione”. Tradotto in linguaggio “non ipocritese” la cosa si traduce così: “cari israeliani prendetevi i razzi e non reagite in maniera sproporzionata”.

L’Opinione.it

Profughi palestinesi: finalmente qualcuno affronta l’argomento con l’attenzione che merita!

Ripensare la questione dei profughi

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Un incontro fra centinaia di parlamentari europei solidali con Israele si è concluso a Parigi, lo scorso finesettimana, con una approfondita discussione sul tema della riabilitazione dei profughi palestinesi: una delle questioni più delicate sul tavolo dei negoziatori israeliani e palestinesi.

Il dibattito, nel quadro di un convegno sponsorizzato dall’associazione European Friends of Israel che ha sede a Bruxelles, cade in un periodo che vede all’opera una serie di iniziative parlamentari nel mondo, a cominciare da Stati Uniti e in Canada, volte a reindirizzare i fondi attualmente destinati all’UNRWA (l’elefantiaca Agenzia Onu creata apposta per i profughi palestinesi e i loro discendenti) verso il reinsediamento di una parte dei profughi e dei loro discendenti in paesi terzi.

La sessione, ospitata dalla Israel Allies Caucus Foundation, braccio internazionale del Christian Allies Caucus della Knesset, ha visto l’intervento di vari parlamentari europei nonché dei parlamentari israeliani Benny Elon (Partito Nazionale Religioso-Unione Nazionale) e Amira Dotan (Kadima). I due co-presiedono un nuovo comitato della Knesset dedicato alla riabilitazione dei profughi palestinesi.

Diverse centinaia di migliaia di arabi di Palestina – le stime variano da 400 a 750mila – abbandonarono le loro case durante i combattimenti della guerra d’indipendenza israeliana (1948-49) scatenata dall’aggressione dei paesi arabi contro il neonato stato di Israele. Quei profughi, insieme ad alcuni milioni di loro discendenti, costituiscono una delle questioni più spinose che devono trovare soluzione nel quadro di una composizione del conflitto israelo-arabo-palestinese.

Israele respinge categoricamente la pretesa palestinese di permettere a questi profughi e ai loro discendenti di stabilirsi all’interno di Israele (il cosiddetto “diritto al ritorno”), affermando che ciò causerebbe di fatto la fine di Israele (un vero e proprio “diritto di invasione”). Israele ricorda inoltre gli 850mila ebrei che dovettero fuggire dai paesi arabi dopo la nascita dello stato di Israele nel 1948, e che vennero assorbiti e integrati nella società israeliana configurando una sorta di “scambio di popolazione”.

Di recente alcuni parlamentari israeliani hanno iniziato a sostenere apertamente che bisogna attrezzarsi per risolvere la questione dei profughi, dopo che per decenni era stata considerata un ostacolo praticamente insormontabile in qualunque trattativa.

A questo proposito, gran parte della discussione di venerdì scorso a Parigi ci è incentrata sulla differenza che corre tra l’UNRWA e l’Alto Commissariato per i Rifugiati (UNCHR), il principale organismo dell’Onu che si occupa di tutti gli altri profughi nel mondo. Mentre l’UNRWA, con 25.000 dipendenti, si occupa quasi esclusivamente dei 4,5 milioni di palestinesi registrati come profughi, l’Alto Commissariato, con 6.300 dipendenti, si occupata degli altri 33 milioni di profughi registrati in più di 110 paesi. Durante l’incontro è stato anche sottolineato il fatto che, a differenza dell’Alto Commissariato, la definizione di “profugo palestinese” adottata dall’UNRWA comprende non solo i profughi stessi, ma anche tutti i loro discendenti per più generazioni, il che – secondo i critici – non fa che perpetuare la crisi anziché avviarla a soluzione.

“Chiediamo di sapere – ha detto Benny Elon – come mai l’Alto Commissariato ha il mandato di risolvere il problema dei profughi e l’UNRWA invece no. Vi sono ciniche motivazioni politiche dietro la volontà di preservare all’infinito lo status dei profughi”.

L’UNRWA ripete sempre che la questione dei profughi palestinesi potrà trovare soluzione solo nel contesto di un futuro accordo di pace fra Israele e palestinesi. Essa ammette che le dimensioni del problema dei profughi sono ingrandite (ma – sostiene – non prolungate) dalla scelta dell’Onu di “adottare” anche i discendenti dei profughi palestinesi veri e propri, ma asserisce che è così che l’Onu considera i profughi in tutto il mondo.

“Dobbiamo imparare dall’Alto Commissariato per i Rifugiati come spostare energie e denari per trovare strumenti che già esistono” ha detto Amira Dotan, che nel suo intervento, pur rendendo omaggio all’opera umanitaria ed educativa svolta dall’UNRWA per i palestinesi, ha anche suggerito che seguisse l’esempio di successo dell’Alto Commissariato.

“La redice del problema – ha detto il parlamentare portoghese Paulo Casaca – è che queste persone sono profughi perché quelli coinvolti nell’industria dell’odio abusano di loro. Sono intrappolati in una macchina dell’odio. Anziché aiutare i profughi, stiamo aiutando coloro che vogliono usarli contro Israele”.

“L’Unione Europea – ha detto Hannu Takkula, parlamentare finlandese – ha l’obbligo morale di analizzare le radici del problema anziché gettare denaro dentro al problema, come abbiamo fatto in passato. Dobbiamo avviare questa riflessione perché il sistema attuale non sta funzionando. Il problema per molti è la mancanza di informazione”.

(Da: Jerusalem Post, 10.11.08 )

Olmert: “Addolorati per i profughi sia palestinesi che ebrei”

UNRWA? Un ostacolo alla pace

Israele.net

Durban II sarà una nuova Conferenza contro Israele

L’Onu e il ricatto terzomondista

Durban II sarà una nuova Conferenza contro Israele

Uno dei tanti manifesti antisemiti esposti alla Conferenza Mondiale contro il Razzismo tenutasi a Durban nel 2001

Uno dei tanti manifesti antisemiti esposti alla Conferenza Mondiale contro il Razzismo tenutasi a Durban nel 2001

di Maurizio Stefanini, 19 Settembre 2008

Durban 2 la chiamano, anche se in realtà si terrà a Ginevra dal 20 al 24 aprile del 2009. Non è neanche la seconda volta che si riunisce la Conferenza Mondiale contro il Razzismo promossa dall’Unesco: anche gli appuntamenti del 1978 e del 1983 erano infatti stati ospitati da Ginevra, prima che la fine di quell’apartheid, già principale obiettivo di quei due incontri, permettesse per l’evento del 31 agosto-8 settembre 2001 la scelta della sede altamente simbolica di una città sudafricana. Ma l’etichetta ufficiale è quella di Durban Review Committee, e fu comunque Durban che passò alla storia per le polemiche che scatenò: polemiche che nella memoria non sono state ancora cancellate neanche dal trauma immediatamente successivo dell’attacco alle Torri Gemelle, appena tre giorni dopo la sua conclusione. Il timore è che quel che accadde allora torni a ripetersi.

Otto anni fa, infatti, l’evento si trasformò in un processo unilaterale al solo Israele, col tentativo di far riportare in vita quella famigerata deliberazione Onu del 1975 che aveva equiparato il sionismo a una forma di razzismo. Stati Uniti e Israele ritirarono allora le loro delegazioni, mentre Australia e Canada redigevano comunicati in cui attaccavano l’“ipocrisia” della Conferenza con parole di fuoco. Oltre a ciò ci furono anche un gruppo di Ong afro-americane e un gruppo di Paesi africani capeggiati da Nigeria e Zimbabwe che chiesero scuse e risarcimenti in moneta sonante da parte di ogni Paese europeo in passato responsabile della tratta degli schiavi. E qui fu la delegazione britannica a capeggiare una levata di scudi europea, col risultato finale di un compromesso: sì a una Nuova Iniziativa Africana, a un condono del debito, a nuovi fondi per la lotta all’Aids, alla restituzione dei fondi nascosti in Occidente dagli ex dittatori (i dittatori ancora in carica erano implicitamente esentati); ma senza alcun riferimento al termine “riparazioni”.

Il presidente sudafricano Thabo Mbeki aveva detto in Parlamento di essere disposto a riospitare la Conferenza, ma l’idea di un ritorno a Durban o paraggi anche fisica oltre che metaforica è bastata a provocare proteste e minacce di boicottaggio, così si è deciso di tornare a Ginevra. E forse è stato meglio così anche per lo stesso Sudafrica, dopo i recenti brutali pogrom di immigrati che vi sono verificati. Ma anche così il Canada ha già detto che non parteciperà, dicendosi sicuro che la Conferenza invece di combattere il razzismo e l’intolleranza ne promuoverà ancora di più. E la posizone di Ottawa è perfino più dura di quella di Israele, che ha annunciato anch’esso un boicottaggio “salvo sia dimostrato che la Conferenza non sarà utilizzata come strumento di ulteriore propaganda anti-israeliana e anti-semita”: insomma uno spiraglio lo lascia, anche per la pressione di alcune organizzazioni ebraiche inglesi e statunitensi che considerano comunque utile andarci. Anche gli Stati Uniti sembrano propensi a stare fuori, mentre l’Unione Europea non minaccia boicottaggi, ma attraverso la Slovenia ha parlato in sede di comitato preparatorio contro il rischio che si ripeta “l’inaccettabile antisemitismo di Durban”, chiedendo anche di non concentrarsi “su un’area geografica sola”.

Il bello è che su questo punto la stessa delegazione palestinese è d’accordo, ed ha parlato infatti di “razzismo” che sta sorgendo “in molte parti del mondo”. Ma il fatto è che la Presidenza del Comitato Preparatorio ce l’ha la Libia, il rapporto è stato affidato a Cuba, e nel comitato preparatorio ci sta pure l’Iran, oltre a Camerun, Sudafrica, Senegal, India, Indonesia, Pakistan, Argentina, Brasile, Cile, Armenia, Croazia, Estonia, Russia, Belgio, Grecia, Norvegia e Turchia. Sarà interessante vedere se si parlerà pure di stragi di cristiani in India e Pakistan, di Cecenia, di pogrom di immigrati in Sudafrica e in Libia o della situazione nella Nuova Guinea Occidentale indonesiana, ad esempio. Ma l’Iran si è già segnalato per il veto che ha opposto a una Ong ebraica canadese: origine del boicottaggio di Ottawa. Insomma, il buongiorno che si vede dal mattino non è esattamente dei migliori.

L’Occidentale

Per ulteriori informazioni sulla Conferenza Mondiale contro il Razzismo tenutasi a Durban nel 2001 cliccare qui