Attentati, misteri e scenari di guerra: che bolle nella pentola siriana?

La via di Damasco è sempre più insanguinata

Attentati, misteri e scenari di guerra: che bolle nella pentola siriana?

Immagini del presidente Assad nelle strade di Damasco

Immagini del presidente Assad nelle strade di Damasco

di Pietro Batacchi

Se fosse un romanzo sarebbe sicuramente avvincente. Di quelli che, sin dalle prime righe, catturano l’attenzione del lettore e lo lasciano con il fiato sospeso fino alla fine. Ma non è un romanzo. E’ la realtà della Siria di questi ultimi mesi. Attentati, morti misteriose, rimpasti nella cerchia dei fedelissimi del presidente Assad. L’ultimo episodio: l’attacco di sabato scorso costato la vita a 17 persone. L’agenzia di stampa di regime ha subito parlato di terrorismo, adducendo la responsabilità a gruppi d’ispirazione qaedista provenienti dall’esterno. Ma su diversi blog libanesi si è fatta strada un’altra ipotesi. L’autobomba, pare guidata da un kamikaze, avrebbe avuto come obiettivo una sede dei servizi d’intelligence, in particolare un esponente di spicco del Muckabarat. L’ennesimo capitolo di una feroce lotta interna al regime.

Difficile stabilire responsabilità in un labirinto come quello siriano. Certo è che nel pentolone di Damasco bolle qualcosa di grosso. La catena del mistero è stata inaugurata il 13 febbraio scorso con l’uccisione di Imad Mughniyeh, capo militare di Hezbollah. Anche in quel caso un’autobomba. Come si suol dire: niente testimoni, nessuna notizia. Poi, lo scorso gennaio, vicino al porto di Tartus, è stato freddato da un cecchino il generale Mohammed Suleiman, fedelissimo del presidente Assad e anello di congiunzione con Hezbollah. Dopo le prime ipotesi, di recente il direttore dell’AIEA El Baradei ha affermato che il generale è stato assassinato perché sapeva troppo sui piani nucleari della Siria. Un altro mistero. Come misteriosa è la sorte di Khaled Meshal, leader in esilio di Hamas, espulso dalla Siria e spedito in Sudan. O forse no, dato che fonti palestinesi da Gaza hanno subito smentito. E poi ancora la presunta uccisione ad Homs, qualche giorno fa, di Hisham al Labadani, segretario e capoufficio dello stesso Meshal. Anche in questo caso puntuale è giunta la smentita di Hamas. E poi il nulla del tradizionale silenzio siriano.

La trama non poteva essere più complicata. Anche perché ai misteri siriani si aggiungono, ovviamente, quelli libanesi. Ieri mattina un altro attentato ha colpito un pullman dell’Esercito. A Tripoli, ancora nel nord, dunque. Qui, da tempo, si fronteggiano milizie alawite filo-siriane e gruppi sunniti vicini al clan Hariri (finanziati dall’Arabia Saudita), e colpiscono le cellule fondamentaliste appartenenti a Jund Al Sham e Usbat Al Ansar. Il Governo libanese ha puntato il dito proprio su questi due gruppi per l’attentato al pullman: la responsabilità qaedista buona per tutte le stagioni. Ma chi c’è davvero dietro di loro? Difficile stabilirlo con certezza. Di sicuro i servizi d’intelligence e le forze di sicurezza di Damasco da sempre soni molto attivi nell’area. Negli ultimi tempi, secondo quanto ci hanno confermato nostre fonti libanesi, i siriani avrebbero passato armi ai miliziani di Usbat Al Ansar e infiltrato personale regolare dell’Esercito sotto copertura per dare man forte alle milizie alawite (la stessa minoranza confessionale da cui proviene la famiglia Asssad). Sunniti radicali ed alawiti, o meglio, un colpo al cerchio ed uno alla botte. Un classico della strategia destabilizzante siriana in Libano.

Qualche giorno prima dell’attentato di Damasco il presidente Assad si era detto preoccupato del pericolo rappresentato per la Siria da “forze estremistiche” con base a Tripoli. E puntualmente alle parole è seguita la bomba. Una coincidenza perfetta verrebbe da dire. Come se ci fosse tutto l’interesse a rinfocolare di proposito l’instabilità nel Libano del Nord. Magari per giustificare un nuovo intervento “pacificatore”. Non sarebbe una novità. In passato la Siria ha abbondantemente “tragediato” la vita libanese per legittimare la propria presenza da guardiano a Beirut.

Ma oggi il ripetersi di uno scenario del genere sembra difficile. La Siria è attivamente impegnata per ridarsi una nuova immagine internazionale. Parla di pace con Israele, apre all’Europa ed all’Occidente, e sembra persino in rotta su alcune questioni con lo storico alleato iraniano. C’è di più: lo stesso Presidente ha annunciato che entro la fine dell’anno avverrà lo scambio di ambasciatori con il Libano e la conseguente normalizzazione dei rapporti diplomatici tra i due paesi dopo 60 anni. Finalmente il riconoscimento definitivo dell’integrità e della sovranità di quello che un tempo fu il semplice giardino di casa Assad. I molti che accreditano le aperture siriane sono pronti a giurarlo. Gli attentati e gli omicidi di questi mesi in Siria sono una guerra interna al regime tra chi vuole l’apertura all’Occidente e ad Israele, e la conseguente rottura con Teheran, e che vi si oppone fortemente. Una lotta tra falchi e colombe: buoni e cattivi. Il presidente Assad starebbe tra i buoni. Ormai pronto a redimersi a novello Sadat.

Ma l’ottimismo non basta a fugare l’altra interpretazione. Quella più cattiva, più mediorientale. La catena di morte in Siria ed in Libano, le aperture e tutto il resto, sarebbero in realtà una semplice messa in scena. Un mega trappolone orchestrato dallo stesso regime siriano per celare le sue vere intenzioni: annacquare il giudizio del tribunale internazionale sulla morte dell’ex premier libanese Hariri e riprendere il controllo del Libano – con la sola pedina mancante: il nord.

30 Settembre 2008

L’Occidentale

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Libano: Al Qaida si espande e si infiltra in campi profughi

Libano: Al Qaida si espande e si infiltra in campi profughi

Nel mirino di Bin Laden ancora campi palestinesi

Roma, 13 set. (Apcom) – Sette anni dopo l’11 settembre, al Qaida non solo non e’ stata sconfitta ma continua a ramificarsi in Medio Oriente ed uno dei suoi obiettivi principali resta il Libano. La stampa araba, in particolare il quotidiano internazionale al Hayat, riferisce che militanti dell’organizzazione guidata da Osama Bin Laden e Ayman Zawahry si sono infiltrati in Libano del sud e hanno stabilito una loro base nel piu’ grande dei campi profughi palestinesi, Ain al Hilweh (Sidone), da dove pianificano attacchi e attentati.

Citando fonti dei servizi segreti giordani, al Hayat ha rivelato che decine di uomini di al Qaida, costretti a fuggire dalla provincia irachena di al Anbar (tra questi 25 cittadini giordani ma anche arabi in possesso di passaporti europei), sono entrati nel Paese dei Cedri e hanno raggiunto Ain al Hilweh trovando ospitalita’ e aiuti. Secondo i servizi giordani la loro presenza e’ volta a destabilizzare il fragile sistema confessionale libanese e, in particolare, il sud del Paese dove il movimento sciita Hezbollah, considerato “nemico” da al Qaida, esercita una forte influenza politica e militare.

Nel sud e’ presente anche il contingente internazionale dell’Unifil (Onu), forte di molte migliaia di uomini, tra i quali 2.500 soldati italiani, incaricato di garantire il rispetto del cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah.

Ad Ain al Hilweh peraltro sono gia’ presenti da tempo formazioni radicali islamiche, come Jund a-Sham e Usbat al Ansar, ideologicamente vicine al gruppo di Bin Laden. Lo scorso anno l’esercito libanese fu impegnato per mesi in un sanguinoso e logorante conflitto con Fatah al Islam, una formazione qaedista che si era infiltrata nel campo profughi palestinese di Nahr al Bared, nel nord del Paese, a pochi km dalla citta’ portuale di Tripoli, una storica roccaforte del salafismo sunnita.

A lanciare l’allarme e’ stato anche il generale della riserva Elias Hanna, docente di scienze politiche all’universita’ libanese “Notre Dame”. “Un numero elevato di combattenti di al Qaida e’ riuscito ad entrare in Libano grazie ai controlli poco rigorosi alle frontiere”, ha avvertito rispondendo alle domande del quotidiano Daily Star di Beirut. “Da Ain al Hilweh, questi miliziani possono creare grosse difficolta’ ad Hezbollah, all’Unifil, al governo libanese e anche a Israele”, ha aggiunto.

Un ex portavoce di Unifil, Timor Goksel, da parte sua ha detto che l’Unfil e’ consapevole della presenza di “elementi radicali” in Ain al Hilweh e, pertanto, tiene sotto costante osservazione cio’ che accade nel campo profughi palestinese.