Striscia di Gaza: Hamas impedisce pellegrinaggio alla Mecca

M.O.: Hamas impedisce pellegrinaggio alla Mecca

il più importante luogo sacro dell'Islam (foto Olympia)

La Kaaba a La Mecca: il più importante luogo sacro dell'Islam (foto Olympia)

Striscia di Gaza, 29/11/2008 14:03 – La polizia di Hamas ha impedito oggi ad alcune migliaia di palestinesi della Striscia di Gaza di entrare in Egitto per andare in pellegrinaggio alla Mecca, tenendo chiuso il valico di Rafah, che era stato aperto per due giorni sul versante egiziano dalle autorità del Cairo. La ragione del provvedimento, a quanto si è appreso da fonti informate palestinesi di Gaza, è stata una ripicca di Hamas in reazione al fatto che i pellegrini, che avevano ottenuto i visti per andare alla Mecca dall’ Autorità palestinese a Ramallah risultavano essere tutti sostenitori del Fatah ma nessuno del movimento islamico. I pellegrini sono stati fermati dalla polizia di Hamas la scorsa notte a poca distanza dal valico di Rafah e a quanto si è appreso ci sono stati incidenti nel corso dei quali una dozzina di persone sono state ferite.

L’Unione Sarda

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Rafah: crolla tunnel che collegava la Striscia a Gaza all’Egitto, morti tre palestinesi e sei dispersi

M.O.: CROLLA TUNNEL VICINO A RAFAH, MORTI 3 PALESTINESI E 6 DISPERSI

Gaza City, 11 ago – I corpi di tre palestinesi sono stati trovati tra le macerie di un tunnel di contrabbando che collegava illecitamente l’Egitto e la Striscia di Gaza, mentre altri sei risultano dispersi. Lo hanno reso noto fonti mediche.

Secondo quanto riferito dalle fonti, il tunnel, che si trovava nei pressi del valico di Rafah, e’ crollato sabato scorso seppellendo i nove palestinesi.

Molti palestinesi sono rimasti uccisi negli ultimi mesi all’interno delle gallerie, costruite dalla popolazione palestinese per ovviare all’embrago decretato da Israele in risposta alla presa di potere del gruppo integralista. I tunnel sono spesso nascosti in case demolite e sono usati per il traffico di droga e armi ai miliziani, ma anche per il transito di persone ricercate e di donne senza documenti che si ricongiungono alle loro famiglie o che intendono sposarsi.

Il governo israeliano, ha accusato l’Egitto di non fare abbastanza contro la diffusa rete dei tunnel sotterranei.

(Fonte: Agenzia Asca)

Rafah: palestinesi assaltano valico

Le immagini del tentativo di sfondare la frontiera mostrate da Al Jazeera

Alcuni agenti feriti. La gente di Gaza galvanizzata dall’attentato di Gerusalemme

Rafah, palestinesi assaltano valico. Scontri con la polizia egiziana

RAFAH, 2 Luglio 2008 – Migliaia di palestinesi hanno assaltato oggi il valico di Rafah, tra la Striscia di Gaza e l’Egitto. I poliziotti egiziani, colpiti da un fitto lancio di sassi, hanno usato gli idranti per respingere la folla. Tra gli agenti ci sarebbero sei feriti, secondo quanto riferito da fonti interne alla polizia.

Le sequenze dell’assalto sono state trasmesse dalla tv satellitare araba Al Jazeera. Nelle immagini si vede la folla che lancia i sassi in direzione dei soldati egiziani. La situazione “sta diventando tesa – ha riferito l’inviato dell’emittente – al punto che le autorità del Cairo hanno minacciato la chiusura definitiva del valico”.

Il giornalista ha fatto notare come i palestinesi che erano al valico, in attesa di entrare, siano stati “galvanizzati dalle notizie che arrivavano da Gerusalemme dell’attacco del bulldozer: e a quel punto si sono lanciati verso la porta egiziana”.

Repubblica.it

Al Hayat: per Shalit Israele disposto a liberare 450 detenuti

M.O./ HAYAT: PER SHALIT, ISRAELE DISPOSTO A LIBERARE 450 DETENUTI

Lista dei nomi sarebbe già consegnata al Cairo

Roma, 27 giu. (Apcom) – Un responsabile del governo israeliano arrivato ieri sera al Cairo avrebbe consegnato al capo dei servizi segreti egiziani, Omar Suleiman, la lista dei nomi di 450 detenuti palestinesi che Gerusalemme sarebbe disposta a rilasciare, “come prima ondata” in cambio del rilascio del soldato Gilad Shalit sequestrato dai palestinesi a Gaza due anni fa. Lo sostengono fonti egiziane citate dal quotidiano panarabo al Hayat, secondo cui “i nomi sono stati scelti da una lista di Hamas di 1000 detenuti”.

Ofer Dekel, inviato del primo ministro Ehud Olmert, avrebbe consegnato la lista dei nomi al generale Omar Suleiman, capo dei servizi segreti egiziani e principale mediatore fra Israele e il movimento islamico di Hamas, riferiscono fonti diplomatiche egiziane al Cairo.

Dekel ha anche il compito di convincere gli egiziani a non riaprire il varco di Rafah, al confine tra Egitto e Gaza e quasi sempre chiuso dal 2006, prima della liberazione di Shalit. Secondo il foglio edito a Londra, l’accordo prevede il rilascio di Shalit in cambio di un totale di mille detenuti palestinesi. 500 detenuti verrebbero rilasciati, per lo più donne e bambini con pene lievi “dopo due mesi dall’arrivo di Shalit al Cairo e la sua consegna a Israele”. Le stesse fonti dicono che “una delegazione di Hamas è attesa al Cairo per la prossima settimana per discutere dei nomi”, spiegando che “Dekel è molto interessato a realizzare un sensibile progresso nelle trattative”.

A un anno dal golpe di Hamas a Gaza

A un anno dal golpe di Hamas a Gaza

È passato un anno da quando Hamas prese il controllo sulla striscia di Gaza ricorrendo alla forza e ai Kalashnikov e da allora la posizione dell’organizzazione jihadista palestinese si è rafforzata e consolidata, nonostante le forti perdite subite negli scontri con le Forze di Difesa israeliane, il persistente isolamento internazionale e le sofferenze patite dalla sua popolazione.

Hamas si è insediata a Gaza e ne ha assunto la sovranità come un governo legittimo. L’anarchia dei primi mesi è scomparsa come se non ci fosse mai stata. Oggi gli abitanti non osano più nemmeno sparare raffiche in aria durante i matrimoni, come era loro consuetudine. Hamas ha assunto il pieno controllo di università, uffici commerciali, mass-media, istituzioni pubbliche e sull’insieme della popolazione.

Hamas ha imposto la propria egemonia grazie a un governo dittatoriale che non permette alcuna possibilità di rivolta e nemmeno di protesta. Di fatto, non esiste alcuna opposizione.
La striscia di Gaza del 2008 è una realtà che rasenta l’assurdo: su un milione e 300mila abitanti, il 70% dipende per la propria sussistenza da sussidi assistenziali elargiti da vari enti di aiuti; circa il 60% si arrangia con meno di 2 dollari al giorno e vive sotto la linea di povertà. Non esiste una vere rete di acqua potabile e il sistema fognario è al collasso. Metà della popolazione è sotto i 18 anni e non vede un futuro. Dunque non sorprende che nei recenti sondaggi il 70% degli abitanti dica che preferirebbe vivere in qualunque altro posto al mondo fuorché a Gaza.

Israele fa arrivare aiuti umanitari, e le merci che non arrivano attraverso i valichi di Karni e di Sufa (peraltro costantemente bersagliati da terroristi controllati da Hamas) vengono contrabbandate nella striscia di Gaza attraverso i tunnel sotto Rafah che la collegano al Sinai egiziano. I paesi europei pagano il carburante necessario per far funzionare le centrali elettriche, e il governo di Hamas addebita agli abitanti i costi della traballante fornitura elettrica. I profughi (e loro discendenti) ricevono assistenza dalle Nazioni Unite, mentre il governo di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e Salam Fayyad finanza l’assistenza sanitaria e il sistema scolastico. Fayyad è anche quello che paga la bolletta della compagnia israeliana Dor Energy per il carburante, e che continua a pagare gli stipendi mensili dei 78.000 abitanti di Gaza che erano impiegati nelle istituzioni dell’Autorità Palestinese anche se, allo stato attuale, risultano senza occupazione. L’Iran copre tutte le spese del governo Hamas, comprese le spese militari. Donazioni provenienti dai paesi del Golfo vengono usate da Hamas a scopi assistenziali, e coloro che non ricevono aiuti dall’Onu o da Hamas ricevono tessere alimentari da altre organizzazioni internazionali.

Tuttavia, sebbene gli abitanti della striscia di Gaza siano ridotti a vivere di elemosina, Hamas si occupa praticamente della sola cosa che veramente le interessa: la corsa al riarmo, con la creazione di un regolare apparato militare che comprende divisioni, compagnie e corpi professionali specializzati. Oggi l’esercito di Hamas conta già circa 16.000 combattenti ed è strutturato sul modello di Hezbollah. Molti di questi combattenti escono attraverso i tunnel di Rafah e vanno a ricevere addestramento militare in Iran e in Siria.

Nel momento in cui celebra il suo primo anniversario, ecco dunque come si presenta il “Hamastan” palestinese: un piccolo stato terrorista, violento e dittatoriale, che dipende totalmente dall’assistenza altrui.

(Da: YnetNews, 13.06.08 )

Membri di Fatah nella striscia di Gaza hanno fatto appello lo scorso fine settimana al presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) perché si adoperi per porre fine a quella che definiscono una “campagna di sequestri, intimidazioni e terrore“ condotta contro di loro da Hamas.

In una lettera indirizzata ad Abu Mazen nel primo anniversario del violento golpe di Hamas a Gaza, i membri di Fatah denunciano il fatto che il movimento jihadista palestinese continua a prenderli di mira nonostante la recente iniziativa del presidente dell’Autorità Palestinese volta a superare il conflitto fra le due parti.

“La esortiamo a muoversi rapidamente per porre fine alle azioni criminali e terroristiche delle milizie di Hamas contro i figli di Fatah – scrivono gli esponenti di Fatah – Sono milizie che continuano a rapire e torturare i nostri membri nella striscia di Gaza nonostante la sua iniziativa”.

La lettera sottolinea che nelle scorse settimane molti attivisti di Fatah nella striscia di Gaza sono stati convocati dalle forze di sicurezza di Hamas per essere interrogati, compresi alti esponenti di Fatah come Issam Najjar, Abdel Rahim Najjar e Abdel Rauf Abdeen. “Queste milizie nere [di Hamas] hanno forse il diritto di fare quello che vogliono a Fatah mentre lei se ne sta in Cisgiordania senza far nulla? – chiedono gli attivisti di Fatah – E’ al corrente del fatto che le milizie di Hamas vietano alla gente, a forza di botte, di sostare in luoghi pubblici? Perché se ne sta in Cisgiordania senza far niente? Intende aspettare fino a quando Hamas ci avrà uccisi tutti?”.

I membri di Fatah esortano Abu Mazen a “spazzare via completamente” Hamas in Cisgiordania prima che sia troppo tardi, avvertendo che altrimenti lui e i suoi seguaci verranno prima o poi abbattuti dal movimento jihadista palestinese.

La lettera lamenta anche il fatto che i mass-media controllati da Fatah abbiano smesso di riportare le pratiche di Hamas contro i membri di Fatah nella striscia di Gaza, evidentemente nell’intento di evitare un’escalation della tensione fra le due parti. “Perché la TV di Palestina ha smesso di riferire dei sequestri di membri di Fatah nella striscia di Gaza? – chiede la lettera – Perché lei se ne sta in disparte mentre coloro che hanno combattuto per lei vengono presi di mira da queste milizie?”.

Gli autori della lettera sostengono che sabato scorso Hamas ha impedito ai famigliari dei membri di Fatah di recarsi nei cimiteri. Dicono che decine di poliziotti di Hamas hanno sigillato il cimitero maggiore di Khan Yunis. Hamas avrebbe anche impedito ai sostenitori di Fatah e ai famigliari degli uomini di Fatah uccisi nei combattimenti di un anno fa con Hamas di sfilare nelle strade e tenere riunioni pubbliche per protestare contro il golpe del movimento islamista.

Le famiglie di circa 450 palestinesi uccisi negli scontri fra Fatah e Hamas hanno chiesto sabato ad Abu Mazen di adoperarsi per portare alla sbarra le milizie “assassine” di Hamas per le “atrocità” commesse. Dicono che alcune delle vittime, specialmente quelle appartenenti alle forze di sicurezza controllate da Fatah, vennero uccise a sangue freddo dopo essere state catturate da Hamas.

Hamas sostiene che le forze di sicurezza che fanno capo ad Abu Mazen trattengono in detenzione senza processo decine di suoi sostenitori. Secondo il movimento, durante l’anno appena trascorso sarebbero stati più di 1.500 i sostenitori di Hamas arrestati dalle forze di Fatah in Cisgiordania.

(Da: Jerusalem Post, 15.06.08 )

Tra Gaza e Beirut

Livni: “Gaza impedisce la nascita dello stato palestinese”

Israele.net

Tacito accordo tra egiziani e Hamas

Tacito accordo tra egiziani e Hamas

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Paola Caridi da il Riformista

Gerusalemme – Quando i palestinesi chiamano, gli arabi rispondono. Che sia solo per immagine o anche per sostanza. E rispondono soprattutto gli egiziani, che volenti o nolenti si portano cucito addosso il ruolo di patron della causa palestinese.

Hosni Mubarak è uno di quei leader che ha sempre rispettato questa tradizione. Anzi, l’ha anche usata per riguadagnare il terreno perduto tra gli arabi dopo la firma di Camp David, accogliendo per esempio Yasser Arafat con tutti gli onori dopo la fuga da Beirut attaccata dagli israeliani nel 1982, e facendosi sdoganare in questo modo da Abu Ammar.

Nessuno stupore, dunque, se proprio il raìs egiziano si è preso, ieri, la responsabilità di rompere l’assedio di Gaza, accettare nella sostanza la pressione di Hamas e consentire al popolo di Gaza di uscire. Se non verso il mondo, almeno nel Sinai, a comprare tutto ciò che nella Striscia non si trova più da mesi. Dal cemento alle medicine, dal cibo alle ferramenta. Centinaia di migliaia di persone in cerca di tutto, passate perché i miliziani palestinesi avevano piegato a ventaglio, attraverso esplosioni controllate, quel muro di ferro lasciato in eredità dagli israeliani, che divideva Gaza dall’Egitto.

I miiliziani hanno, dunque, forzato la mano. Gli egiziani, dal canto loro, non hanno reagito. Anzi. L’affermazione tranchant di Mubarak («la gente stava morendo di fame») dice molte cose, oltre al fatto in sé: che l’Egitto non vuole avere una bomba a orologeria appena oltre il Sinai, già considerato ad alto rischio dalle forze di sicurezza del Cairo. E dunque l’apertura di Rafah è un modo per calmierare l’emergenza umanitaria. In più, Mubarak non vuole che la sofferenza dei palestinesi di Gaza diventi un serio problema per la stabilità del più importante paese arabo.

I primi segnali di tensioni forti all’interno dell’Egitto si erano già avuti lunedì, quando i Fratelli musulmani hanno fatto chiaramente intendere che stava per finire la tregua con il regime, quell’accordo non scritto per il quale l’Ikhwan non scende in piazza, e non fa prove di forza. Lunedì sera, secondo i giornali indipendenti, la Fratellanza ha organizzato decine di veglie al Cairo e nei diversi governatorati a sostegno di Gaza. E una dimostrazione più importante era prevista per oggi, di fronte al palazzo della Lega Araba blindato dai cordoni della sicurezza. Il regime di Mubarak avrebbe reagito, secondo i dati dell’Ikhwan, con duemila arresti. Ma anche, nei fatti, acconsentendo a rompere (almeno temporaneamente?) l’assedio di Gaza, come le opposizioni chiedevano a gran voce.

Se la decisione di Mubarak testimonia quanto l’isolamento di Gaza stia diventando un dossier difficile per il rapporto tra dirigenti arabi e opinioni pubbliche, le parole pronunciate da re Abdallah II di Giordania dicono quanto la sofferenza di Gaza stia costringendo anche i campioni del «moderatismo» arabo ad alzare i toni. Quella in onda in questi due ultimi giorni sta diventando una vera e propria crisi diplomatica, che rimette in discussione molto di quello che Annapolis sembrava aver sancito. Almeno a breve termine, fino alla fine del 2008.

Ora, invece, l’apertura (sembra a tempo determinato, per un giorno o due) di Rafah getta sul tavolo il controllo delle frontiere di Gaza. Dopo il sostanziale aborto del controllo europeo, guidato dai nostri carabinieri. Hamas, attraverso il suo capo dell’ufficio politico all’estero, Khaled Meshaal, rilancia l’offerta già fatta giorni fa: controllo palestinese ed egiziano su Rafah, recuperando il rapporto con Ramallah, e dunque chiedendo all’Anp di Abu Mazen di prendervi parte. Israele lancia l’allarme. Non tanto sulla possibilità, che i dirigenti di Tel Aviv stanno già ponderando, che sia l’Anp a controllare i valichi di frontiera, con Israele e con l’Egitto. Quanto perché la proposta di Meshaal farebbe rientrare dalla finestra ciò che Israele ha sempre strenuamente rifiutato in questi due anni: la legittimazione di Hamas come attore politico.

La parola, ora, passa agli egiziani. Gli unici che devono risolvere il problema di Rafah, dicono gli israeliani in una nota ufficiale. Il Cairo, dal canto suo, vuole risolvere Rafah seguendo non gli interessi israeliani, ma quelli nazionali: questo sembra dire Mubarak con il regalo fatto ieri ai palestinesi di Gaza. Hamas controlla Gaza. Motivo per il quale a Rafah è andato in onda un tacito accordo: gli egiziani hanno consentito il passaggio perché gli uomini della sicurezza di Hamas hanno controllato il confine. La politica, nel mondo arabo, si fa anche in questo modo.