L’opportunita’ persa

L’opportunita’ persa

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di Piero Ostellino

Con la decisione di ritirare le truppe israeliane da Gaza, Ariel Sharon aveva offerto ai palestinesi un’opportunità. Al tempo stesso, però, il passaggio della sua amministrazione nelle loro mani aveva creato obbiettivamente le premesse di una loro spaccatura. L’opportunità consisteva nella possibilità che le fazioni nelle quali il movimento era diviso abbandonassero la lotta armata, si unificassero sotto Al Fatah e partecipassero al processo di pace con Israele, voluto da Usa e Europa. Le premesse della crisi stavano nell’eventualità di un acuirsi della divisione fra integralisti, contrari a soluzioni di pace, movimento palestinese moderato e governi islamici favorevoli. La crisi di questi giorni conferma che, fra le due prospettive, a prevalere è stata la seconda. Ancora una volta sono state le divisioni all’interno del movimento palestinese e, in parte, dello stesso mondo arabo a prevalere, riaccendendo il conflitto. Con il lancio di missili da parte di Hamas contro le popolazioni israeliane limitrofe, cui ha fatto seguito l’inevitabile reazione di Israele.

Il successo di Hamas nelle elezioni per l’amministrazione di Gaza, nel gennaio 2006; la rottura, nel giugno 2007, dell’accordo con Al Fatah, raggiunto solo poco più di tre mesi prima, nel febbraio dello stesso anno, ne erano state le avvisaglie. C’è un convitato di pietra che blocca ogni possibilità di pace. È l’Iran. Che sostiene il rivendicazionismo di Hamas; che, con la sua corsa all’armamento atomico, inquieta Israele, l’Occidente e pressoché l’intero mondo arabo, dall’Arabia Saudita—promotrice, nel marzo 2002, dell’iniziativa Arab Peace e fallita nel 2007 — all’Egitto, alla Giordania. Forse non è superfluo ricordare che l’articolo 7 della Carta di Hamas non propugna solo la distruzione di Israele, ma lo sterminio degli ebrei, così come sostiene il presidente iraniano Ahmadinejad; che all’articolo 13 si invoca la guerra santa; che il nazionalismo del movimento affonda le sue radici nell’interpretazione di Teheran della religione. La maggioranza del mondo arabo è per la pace. Lo testimoniano — al di là delle condanne di rito di Israele e delle manifestazioni di piazza—le reazioni alla crisi di Fatah. Abu Mazen, il presidente dell’Autorità palestinese, ha ricordato di aver implorato Hamas a non rompere il cessate il fuoco. L’Egitto fa trapelare che esiste un piano Iran-Hamas-Fratelli musulmani per creare disordini in Palestina e nel suo territorio. Tacciono la Giordania, l’Arabia Saudita, i palestinesi della West Bank. L’attacco israeliano—invece di ricompattarlo contro Israele, come vuole una tesi propagandistica anti israeliana — ha rinsaldato il mondo arabo contro Hamas e l’Iran. È un ulteriore segno che Ariel Sharon aveva visto bene.

(Fonte: Corriere della Sera, 29 dicembre 2008 )

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Hamas e Fatah perseguitano i giornalisti ma guai a chi ne parla

Reporter palestinesi sotto tiro

Hamas e Fatah perseguitano i giornalisti ma guai a chi ne parla

di Khaled Abu Toameh

Ala Salameh lavorava in una stazione radio di Gaza. Deve aver detto qualcosa di scomodo perché i miliziani di Hamas lo hanno sequestrato per ore costringendolo a mangiare cibo contaminato. Ma i reporter occidentali tendono a occultare storie come questa. Non diventerebbero popolari e perderebbero ogni chance di vincere qualche premio. Funziona così dai tempi dell’eroico Arafat.

Gaza, 19 Dicembre 2008 – Negli ultimi due anni i giornalisti palestinesi nella West Bank e nella Striscia di Gaza sono stati sottoposti a una sistematica campagna di intimidazione che ha portato alla morte di alcuni di loro e all’arresto di altri. La campagna, lanciata sia da Hamas che da Fatah, non ha ricevuto alcuna attenzione da parte dei gruppi dei diritti umani e da coloro che difendono la libertà di espressione in tutto il mondo. Al contrario, ogni volta che un giornalista palestinese viene incidentalmente ferito dal fuoco israeliano durante uno scontro con i palestinesi, l’episodio occupa tutte le prime pagine nelle maggiori testate americane ed europee.

Ciò che appare più inquietante in questa campagna di intimidazione è il fatto che sia stata lanciata dall’Autorità palestinese di Mahmoud Abbas nella West Bank. Si tratta della stessa autorità che riceve ogni mese centinaia di milioni di dollari provenienti dalle tasche di chi paga le tasse in America e in Europa, che dovrebbero servire a costruire un sistema giudiziario adeguato e a promuovere la democrazia e la trasparenza tra i palestinesi.

Non dovrebbe suscitare alcuno stupore il fatto che Hamas prenda di mira dei giornalisti. Il movimento islamista è ben noto per le dure misure che adotta contro i reporter “ostili”. Almeno 13 giornalisti palestinesi sono stati arrestati e torturati dalle milizie di Hamas da quando il movimento ha preso il controllo totale della Striscia di Gaza nell’estate del 2007. Hamas ha anche condotto delle incursioni negli uffici della maggior parte di questi giornalisti, confiscando computer e altre attrezzature. Nel caso più recente, Ala Salameh, giornalista di una stazione radio di Gaza, ha denunciato che uomini delle milizie di Hamas lo hanno sequestrato per diverse ore, costringendolo a mangiare cibo contaminato.

Nella West Bank, le forze di sicurezza di Abbas hanno concentrato i propri sforzi nella lotta contro ciascun giornalista che non dimostri la volontà di allinearsi. Quest’anno più di una decina di reporter sono stati presi di mira dalle forze di sicurezza di Fatah. La maggior parte è stata trattenuta in carcere senza che si svolgesse alcun processo e senza avere il diritto di vedere un avvocato scelto dai membri della famiglia. Alcuni dei reporter hanno raccontato di essere stati interrogati riguardo le storie “negative” da loro pubblicate in diversi giornali e riviste. Gli articoli in questione spesso trattavano della corruzione finanziaria tra pezzi grossi della leadership palestinese oppure di violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione della West Bank di Abbas.

Secondo le testimonianze rese dai giornalisti e dagli attivisti locali dei diritti umani, la maggior parte dei detenuti è stata sottoposta ad abusi fisici e psicologici per mano delle forze di sicurezza palestinesi. Quando uno dei reporter trattenuti si è lamentato circa le condizioni della sua detenzione, gli hanno detto: “Qui non siamo a Israele, dove puoi vedere un avvocato e richiedere istanza all’Alta Corte”.

La campagna anti-media di Abbas ha assunto diverse forme. Quando Al-Jazeera non è riuscita a mandare in onda in diretta un discorso tenuto a Ramallah dal presidente dell’Autorità palestinese, questi ha dato ordine di proibire agli operatori della stazione di entrare nella sua area e di seguire le notizie relative alle attività degli alti ufficiali palestinesi. In un altro recente episodio, la più grande agenzia di notizie palestinese, la Ramattan, è stata costretta a sospendere la sua attività nella West Bank a causa delle pressioni subite da parte di Abbas e dei suoi assistenti. I manager di Ramattan hanno accusato Abbas di tentare di trasformare l’agenzia indipendente in un “portavoce” dell’autorità palestinese.

Come il suo predecessore Yasser Arafat, anche Abbas ha proibito la diffusione di giornali di opposizione nella West Bank. Qualunque reporter che abbia il coraggio di riportare una notizia in grado di avere riflessi negativi su Abbas o i suoi più stretti collaboratori riceve telefonate minacciose dall’ufficio del presidente, da parte di membri delle forze di sicurezza palestinese.

Una delle prime azioni di Arafat, dopo essere entrato nella West Bank e nella Striscia di Gaza nel 1994, è stata quella di ordinare dure misure di repressione nei confronti dei media palestinesi, per essere sicuro che tutti coloro che lavoravano in quel campo gli fossero fedeli al 100%. Questo atteggiamento ha fatto sì che la maggior parte dei reporter palestinesi avesse troppi timori nel riportare notizie o trattare argomenti relativi alla corruzione finanziaria e alle violazioni dei diritti umani nell’era arafattiana.

L’aspetto più inquietante di tutta questa vicenda è il fatto che i giornalisti occidentali che si trovano in Israele tendono a chiudere un occhio riguardo alla situazione dei loro colleghi palestinesi. Alcuni di questi reporter stranieri ammettono di aver paura delle possibili ripercussioni qualora osino far arrabbiare Abbas o Hamas. Altri dichiarano che i propri direttori sono interessati a storie del genere soltanto nel caso in cui i responsabili siano soldati israeliani. Come sottolineato recentemente da un corrispondente straniero: “Più storie anti-Israele invio al mio giornale, più sono le probabilità che la mia popolarità cresca e che aumentino le mie possibilità di vincere un premio”.

Ma quello che i giornalisti occidentali devono capire è che la campagna contro i giornalisti palestinesi sta colpendo anche il loro lavoro. Tutti i reporter stranieri dipendono fortemente dai loro colleghi palestinesi quando è il momento di trattare questioni palestinesi. E così quando un giornalista palestinese ha paura o si sente minacciato, ci penserà due volte prima di riferire ai corrispondenti occidentali quello che sa.

Traduzione di Benedetta Mangano

Tratto da Hudson New York

L’Occidentale

Gaza: Hamas licenzia gli insegnanti che scioperano

Gaza: Hamas licenzia gli insegnanti che scioperano

Gaza, 16 Ottobre 2008 – Nella Striscia di Gaza non c’è pace per chi è legato a Fatah, il gruppo storico del nazionalismo palestinese legato all’ANP. Ad essere presi di mira dagli integralisti di Hamas, stavolta, sono stati gli insegnanti che militano per Fatah.

Qualche giorno fa erano entrati in sciopero per protestare contro le direttive del movimento islamico ma il governo di Haniyeh non ci ha pensato due volte a licenziarli in tronco. L’accusa? Fare gli interessi di Israele. Lapidaria la risposta del sindacalista Bassam Zakarneh: “La decisione di Haniyeh riflette il vero volto del governo di Gaza, quello dell’oppressione e della violenza”.

I professori che rischiano il posto e non hanno più lo stipendio potrebbero continuare ad essere pagati dal governo della West Bank. La questione degli insegnanti è solo una spia di come la tensione tra Hamas e l’ANP sia sempre al limite. L’Egitto sta cercando di far partire un nuovo round di dialoghi tra le due forze antagoniste il mese prossimo al Cairo.

L’Occidentale

Cisgiordania: al Fatah si starebbe preparando a una repressione in grande stile nei confronti di Hamas

Cisgiordania: al Fatah si starebbe preparando a una repressione in grande stile nei confronti di Hamas

Tel Aviv, 5 ottobre – Ci sono segnali che indicano che le forze di sicurezza palestinesi targate al Fatah, operanti in Cisgiordania, si stanno preparando a una repressione in grande stile contro le strutture del movimento di Hamas in previsione delle tensioni che sorgeranno quando Abu Mazen, in violazione delle leggi dell’Autorità nazionale, vorrà prorogare il suo mandato presidenziale che va a scadere il prossimo 9 gennaio.

Se non ci sarà nessun accordo prima tra Fatah e Hamas per regolare la questione, si attendono forti tensioni interpalestinesi, e la repressione nella West Bank intenderebbe fiaccare la resistenza di Hamas. Lo ha detto al The Jerusalem Post un ufficiale di alto grado delle forze di occupazione israeliane. “Ci sono segnali che Fatah sta preparando qualcosa … Non ci sono dubbi che noi siamo a favore di Fatah, perché assuma la responsabilità nella West Bank e questo naturalmente comprende la repressione di Hamas”, ha affermato l’alto ufficiale.

(Fonte: Arab Monitor, 5 Ottobre 2008 )

Striscia di Gaza: Gli insegnanti intrappolati tra Fatah e Hamas

MEDIO ORIENTE: Gli insegnanti intrappolati tra Fatah e Hamas

Mohammed Omer/IPS

I ragazzi restano fuori dalla classe per uno sciopero degli insegnanti Foto: Mohammed Omer/IPS

Lo sciopero ha intrappolato migliaia di insegnanti tra i sindacati di Fatah e il governo di Hamas.

di Mohammed Omer

CITTA DI GAZA, 16 settembre 2008 (IPS) -È giunto ormai alla terza settimana lo sciopero indetto a Gaza dal sindacato degli insegnanti palestinesi – un ente non ufficiale sostenuto dal governo del presidente dell’Autorità palestinese (AP) Mahmoud Abbas nella West Bank.

Nei territori palestinesi, la striscia di Gaza è governata dal governo di Hamas, mentre la West Bank (che in realtà si estende ad est della striscia di Gaza ma si chiama così perché occupa la sponda occidentale del fiume Giordano) è controllata dal Partito di Fatah, guidato da Abbas.

L’ultimo sciopero degli insegnanti era stato proclamato un anno fa, motivato dalle sanzioni di congelamento dei fondi attuate da Israele e Occidente per punire la presa di controllo dell’amministrazione di Gaza da parte di Hamas, dopo la sua vittoria alle elezioni all’inizio del 2006. Ma questa volta lo sciopero ha messo i palestinesi l’uno contro l’altro.

Gli insegnanti di Gaza dicono di aver ricevuto l’ordine da parte dell’AP di Ramallah di rimanere a casa, pena il blocco degli stipendi e addirittura il rischio di licenziamento. Dall’altra parte, il governo di Hamas ha minacciato di licenziare gli insegnanti in sciopero. Hamas controlla l’amministrazione di Gaza, ma è l’AP a pagare gli stipendi.

”Un funzionario mi ha detto che ero stato licenziato perché non avevo aderito allo sciopero”, ha raccontato all’IPS Mussa al-Astal, un insegnante di scienze sociali della scuola secondaria di Khan Younis, una città a sud della striscia di Gaza. Astal dice anche di aver visto il proprio nome sulla lista di un sito web affiliato a Fatah.

Il ministro palestinese per le comunicazioni Riad al-Malki a Ramallah nega le accuse. “Non abbiamo indetto lo sciopero, e non ci sarà nessun blocco delle retribuzioni per gli impiegati di Gaza”. Ma molti insegnanti non hanno trovato lo stipendio di questo mese sul loro conto in banca.

Adesso, diversi sindacati appoggiati dall’AP stanno lavorando contro il governo di Hamas. Hamas, da parte sua, ha chiamato immediatamente nuovi insegnanti per sostituire quelli in sciopero. Molti di essi però sono privi dell’esperienza e delle qualifiche richieste.

Jameel Shehada, segretario generale del sindacato degli insegnanti, ha spiegato che lo sciopero è stato proclamato per contrastare “le misure intraprese da Hamas contro gli insegnanti”, compreso il trasferimento di molti di questi per poter nominare al loro posto i seguaci di Hamas. Il vice ministro dell’educazione di Gaza Mohamed Abu Shoqeir ha negato: “Il trasferimento degli insegnanti era una questione amministrativa, attuata dopo aver riscontrato che l’anno scorso solo il 16 per cento degli studenti ha ottenuto buoni risultati in alcune scuole secondarie”. Secondo Fatima Zaqzouq, preside di una scuola di Khan Younis, quella di trasferire gli insegnanti “non è stata una decisione logica e ponderata. È servita solo ad assecondare gli interessi politici. Sono gli studenti e la popolazione a rimetterci”. Metà degli insegnanti della sua scuola non si sono presentati, spiega, perché spaventati dalla minaccia dei tagli salariali.

Lo sciopero degli insegnanti di Gaza ha avuto pesanti ripercussioni sull’apertura dell’anno scolastico, coinvolgendo 282 scuole statali della striscia di Gaza, e circa 300mila studenti. Mentre non sono rimaste colpite le 213 scuole amministrate dalle Nazioni Unite, con i loro 197mila studenti.

Nonostante lo sciopero, però, la frequenza degli studenti ha raggiunto quasi il 100 per cento, anche se i corsi sono molto brevi. “Il primo giorno, avevamo solo mezza giornata a scuola, e metà degli insegnanti mancava all’appello”, racconta Isra al-Najjar, studentessa di 16 anni. “Non siamo contenti di questo sciopero”.

Molti insegnanti sono stati convocati in questura dalla polizia affiliata ad Hamas, e alcuni sono stati costretti ad andare al lavoro, segnala il Centro palestinese indipendente per i diritti umani (PCHR).

Il PCHR ritiene che la minaccia di tagli salariali da parte dell’Autorità palestinese sia illegale, e che servirebbe gli interessi di Fatah invece di rispondere alle esigenze degli impiegati. Questo episodio solleva anche dubbi sulla vera destinazione dei fondi internazionali che entrano nel paese, se siano effettivamente diretti ai bisogni degli insegnanti o piuttosto ai giochi dei partiti politici, si aggiunge.

IPS Notizie

… e lo chiamavano “assedio”. Un business di Hamas: i tunnel di Gaza

… e lo chiamavano “assedio”. Un business di Hamas: i tunnel di Gaza

Immagine della Conferenza Stampa del Free Gaza Movement

Qualche bello spirito occidentale e non (vedi The Free Gaza Movement) si prepara a sbarcare a Gaza provenendo da Cipro per rivendicare la fine “dell’assedio” e “sperando” in una reazione della marina israeliana (in caso contrario come ottenere l’attenzione dei media?)

La faziosità è palese: il suo sito ripropone cartine della Striscia di Gaza del 2003 quando ancora erano presenti quegli insediamenti israeliani oggi inesistenti, quasi che il tempo fosse trascorso invano. Una delle navi riprende il nome della “SS Liberty”, americana, colpita con morti e feriti, durante la Guerra dei Sei Giorni, quasi a voler sottolineare ulteriormente la “malvagità insita negli israeliani”.

Intanto la lotta tra le fazioni palestinesi non ha fine e Hamas continua a rafforzare il proprio potere nella disastrata Striscia che si tinge sempre più di islam.

Un islam che si concentra anche sugli “affari” e sugli introiti -dei quali pressochè nessuno parla- che gli vengono dalle “tasse sul contrabbando” fiorentissimo attraverso i tunnels -che certo Hamas favorisce- che collegano in maniera sempre più articolata e sofisticata Gaza con l’Egitto.

Contando anche sulla scarsa volontà egiziana di contrastare questi traffici che, evidentemente, “fanno cassa” anche per il Paese dei Faraoni.

Di tutto questo parla un lungo e dettagliato reportage, che rivela anche particolari sconcertanti della vita e delle prospettive della gente di Gaza, pubblicato sul settimanale tedesco “Der Spiegel”.

Insomma: un diverso e più completo modo di cercare di comprendere quanto accade a Gaza rispetto ai velleitari “personaggi da sbarco”.

Gaza. Palestinesi al lavoro all’ingresso di un tunnel presso Rafah

Questo il testo curato da Juliane von Mittelstaedt:

Un anno dopo avere preso il potere totale sopra la Striscia di Gaza, Hamas è più forte di allora. I suoi nascondigli d’armi stanno traboccando ed il suo controllo sulla vita quotidiana è sicuro. Gli islamici possono tutto questo in gran parte grazie agli affari ed in gran parte ai rifornimenti che ottengono tramite i tunnels che collegano Gaza all’Egitto.

Il re dei costruttori di tunnels ha dato un party sfarzoso, con rose venute dall’Egitto e balli nelle ore di primo mattino. Migliaia di persone hanno partecipato all’evento che ha celebrato la sua cerimonia nuziale con una sposa di 15 anni. Aveva scelto la ragazza e la sua famiglia gliel’ha data felice, perché nessuno contraddice l’uomo che chiameremo Abu Ibrahim.

È l’uomo più ricco a Rafah e si crede possa valere milioni. Conduce una jeep color oro ed ha costruito un edificio commerciale multipiano, l’unica struttura del suo genere di quete dimensioni e caratteristiche. Ha già ha una moglie e 10 bambini ed ora ha questa seconda moglie, per quale ha fatto un portare un letto matrimoniale, un frigorifero e due televisori a Gaza dall’Egitto tramite i tunnels.

Abu Ibrahim, 38 anni, deve ringraziare Hamas per la sua ricchezza ed Hamas deve il suo potere nella Striscia di Gaza a Abu Ibrahim. Un quarto di secolo fa ha scavato il suo primo tunnel attraverso il confine con l’Egitto. Allora aveva 13 anni ed è stato uno dei primi ad avventurarsi nella regione sotterranea di Rafah. Inizialmente ha introdotto di contrabbando l’oro, il formaggio e le sigarette, ma dopo, all’inizio della secondo Intifada nel 2000 il suo commercio si è spostato pricipalmente alle armi. E’ stato Ibrahim che ha aiutato gli islamici fornendo loro con il Kalashnikov, le munizioni e gli esplosivi che hanno utilizzato fino a quando non sono riusciti a prendere il potere nel giugno dell’anno scorso.

Anche se Hamas ha conseguito una vittoria militare sul suo rivale, Fatah, il 14 giugno 2007, una seconda, guerra civile silenziosa per il controllo durevole sopra la Striscia di Gaza continua oggi, un anno dopo di allora. È un conflitto che determinerà chi potrà dettare la legge e l’ordine in avvenire, controllare la burocrazia e le milizie e su chi potrà raccogliere le tasse e su a chi sarà consentito di fare fuoco con i razzi contro Israele.

Quando cinque membri del Hamas sono stati uccisi in un attacco con una bomba posta davanti ad un café della spiaggia, due venerdì fa, la direzione di Hamas ha immediatamente incolpato dell’attacco il suo rivale, il movimento Fatah del presidente palestinese Mahmoud Abbas. Ma è altrettanto possibile che l’attacco sia stato portato a termine da elementi provenienti dall’interno di Hamas stesso o da una delle sue milizie. L’organizzazione islamica radicale è, infatti, già da un po’ di tempo divisa in varie fazioni.

Hamas ha utilizzato l’attacco con la bomba quale giustificazione per condurre la sua più grande serie di incursioni da quando è al potere, arrestando 200 supposti attivisti del movimento rivale del Fatah, per la ricerca delle organizzazioni affiliate con esso ed il divieto di pubblicazione di tre giornali. Come risposta, il governo di Fatah nella West Bank ha arrestato 150 membri di Hamas. Centinaia di membri del Fatah da allora sono fuggiti in Israele e più tardi molti di loro sono stati successivamente trasferiti nella West Bank.

Le due zone disgiunte della futura Palestina stanno andando alla deriva in direzioni diverse come accade nelle separazione tra le placche tettoniche continentali. Nel frattempo, i nuovi padroni di Gaza stanno ampliando continuamente il loro controllo sopra la stretta striscia litoranea mediterranea ed i loro assistenti più importanti sono le persone dei tunnels di Rafah.

Secondo l’agenzia di intelligence domestica israeliana, dal giugno 2007, 175 tonnellate di esplosivi sono state introdotte di contrabbando nella regione, con 10 milioni di pallottole e munizioni, decine di migliaia di mitragliatrici, di granate, di mine terrestri e di missili di precisione. Gli islamici ora pensano di garantirsi il contrabbando di le armi tramite i propri tunnels rinforzati con cemento, che ora comprendono i sistemi di ventilazione e un rifornimento idrico. Ma qualcosa più delle armi sta attraversando questi tunnels.

Poiché Israele ha classificato la Striscia di Gaza come “territorio nemico” e sigillato i suoi confini, il 95 per cento dei commerci sono stati costretti a chiudere e 70.000 operai e circa 40.000 coltivatori sono diventato disoccupati. Ciò ha aiutato la svolta verso i tunnels intesi come linee vitali per i circa 1.5 milione di residenti a Gaza. Dall’abbigliamento alla Coca-Cola al cemento, quasi tutte le merci raggiungono la striscia litoranea per via sotterranea.

Cinquemila persone lavorano nei tunnels, il cui numero si pensa sia passato a circa 150, rispetto ai 15 di un anno fa. Ormai, chiunque può permettersi alcune pale, un generatore e un argano elettrico sta scavando i nuovi tunnels e ci sono morti quasi settimanalmente, perché i tunnels sono rinforzati male o perché gli Egiziani li hanno fatti saltare.

I nuovi ‘zappatori di oro’ di Rafah hanno picchettato i loro possedimenti direttamente nella sabbia da un lato del confine ed i prezzi di terra qui sono superiori a in qualsiasi altro luogo nella Striscia di Gaza. I tunnels cominciano in capanne fatte di stecche di legno, circondato dalle piante che li mascherano a mala pena come giardini. I pozzi sono profondi 10 metri (33 piedi) e dalla parte inferiore di ogni pozzo un passaggio conduce al sud-ovest. I tunnels sono larghi 60 centimetri (2 piedi) ed alti un metro (3.3 piedi) e si estendono fino a un chilometro (0.6 miglia). A volte fino a quattro tunnels sono sovrapposti nello stesso spazio verticale, separato soltanto dai ‘pianerottoli’.

Ogni tunnel ha parecchie uscite dal lato egiziano, di modo che quando uno è scoperto e lo si distrugge, un’altro può essere aperto. È un gioco del gatto col topo, ma uno gioco in cui gli Egiziani sono riluttanti a perseguire i contrabbandieri. (anche se qualche volta intervengono, e quello che scoprono fornisce la dimensione del fenomeno, ndr).

Gli israeliani, per la loro parte, sostengono che nessuno sa esattamente dove i tunnels siano e che non hanno intenzione di bombardare dei civili. Ma secondo Abu Yakub, “E’ importante per gli israeliani che Hamas rimanga forte a Gaza, perché questo significa che nessuno li forzerà a negoziare seriamente una piano di pace”.

Abu Yakub è l’assistente del contrabbandiere di armi Abu Ibrahim, che ora teme per la sua vita e preferisce rimanere nascosto. I due uomini sono entrati insieme nei traffici sotterranei da bambini ed anche se Abu Yakub non è mai diventato ricco quanto il suo amico, è riuscito a guadagnare abbastanza per permettersi una villa attraente. E che cosa succederebbe se i tunnels fossero chiusi domani? Abu Yakub batte le mani e dice: ” Bene, allora si avrebbe la fine del lavoro”.

Ma ora si accovaccia vicino ad un nuovo pozzo, in cui i suoi uomini stanno scavando un tunnel nuovo. Sono a soltanto 200 metri (656 piedi) dal loro obiettivo. Usando le immagini satellitari da Google Earth, installano i cavi elettrici, i tubi dell’ossigeno ed i citofoni nel sottosuolo. Il tutto richiede sei mesi e costa $ 40.000 (€ 26,000) per costruire un tunnel e coloro che che vi lavorano sanno che se sarà scoperto perderanno tutto. Mentre a coloro ai quali riesce, d’altro lato, possono fare fortuna.

Al momento dell’embargo, si valuta che i prezzi fossero quadruplicati e che, per un certo periodo, il cemento a Gaza costasse 10 volte più che in Egitto. Ma ora il cessate il fuoco del 19 giugno ha buttato all’aria i programmi dei contrabbandieri. Nel corso delle ultime settimane ultime, a circa 90 camion giornalieri è stato permesso di passare attraverso i valichi di frontiera israeliani. Comunque si tratta soltanto di una frazione dei 400 camion che la attraversavano giornalmente il confine prima dell’embargo, tuttavia era abbastanza per indurre i prezzi a scendere immediatamente a Rafah. Probabilmente per questo due settimane fa, alcuni commercianti hanno tirato un razzo fatto in casa verso la città israeliana di Sderot, sperando che questo spingesse il governo a Gerusalemme ad isolare ancora i confini. “Il cessate il fuoco può essere buono per la gente di Gaza, ma non per noi”, dice Abu Yakub.

Il cessate il fuoco ha inoltre nociuto ad Hamas, perché il traffico di confine sotterraneo è una delle sue fonti di reddito chiave. Gli islamici, si valuta, possono raccogliere circa $ 10.000 (€ 6,450) in un giorno dai proprietari del tunnel sotto forma di “tasse di uso”, così come le “tasse sul valore aggiunto” sono da pagare in denaro ai collettori che attendono alll’uscita del tunnel. Se un pacchetto delle sigarette costa 74 centesimi in Egitto, viene pagato € 1.85 ($ 2.87) a Gaza, con la metà dei profitti che vanno ad Hamas. E molta gente fuma nella Striscia di Gaza…

Gli islamici, inoltre, controllano la distribuzione di benzina. Chiunque che desideri comprarla deve in primo luogo acquistare un “polizza di assicurazione” da Hamas, per circa € 170 ($ 264), in cambio di un buono che autorizza la possibilità di comprare 20 litri (5.3 galloni) ogni due settimane persino ora, con Israele che permette l’ingresso di 1 milione litri (264.000 galloni) di combustibile per le automobili nella Striscia di Gaza. Tuttavia, molti residenti ancora guidano con una miscela fatta di verdura e grasso già usato per friggere. Di conseguenza, gli odori della Striscia di Gaza sembrano quelli di una friggitoria.

Ma per gli islamici, le prospettive non sono solo soldi, ma la giustizia e la domanda di giustizia. Dopo il colpo di Hamas, Abbas ha invitato i giudici nella striscia di Gaza a non lavorare. Questo ha consentito ad Hamas di assumere la direzione delle corti dal novembre scorso e di nominare i nuovi giudici favorevoli alla sua causa. Qualcuno, tuttavia, vorrebbe persino vedere queste corti abolite.

Uno di loro, forse l’più influente, è Marwan Abu Ras, conosciuto come ” Hamas’ mufti.” I capi politici dell’organizzazione preferiscono non essere accomunati con Abu Ras e lo descrivono come “peculiare”. Ma Ismail Haniyeh (amministratore capo a Gaza) e Mahmoud Zahar, uno dei fondatori di Hamas, amano discutere sugli argomenti religiosi con Abu Ras, che ha studiato a Medina. L’erudito religioso porta un abito di jalabiya lungo fino al pavimento ed il suo stomaco è premuto contro il bordo del suo scrittorio, su cui è posto un Corano su una stuoia fatta di cuoio rosso imitazione coccodrillo. Le bandierine palestinesi sul suo scrittorio fluttuano nella brezza che viene dal ventilatore del suo ufficio. Osserva più sonnolento che pericoloso, che si è trattato di una coincidenza il fatto che una bomba sia esplosa davanti alla sua casa due venerdì fa. Nel suo caso, il bombardamento tentato era presumibilmente un atto di vendetta da Fatah.

Tutto ciò a causa di un fatwah, o editto religioso, pubblicato da Abu Ras che è costato la vita a circa 100 membri del Fatah durante e dopo la lotta di potere di quattro giorni l’anno scorso. “Chiunque che abbia commesso l’omicidio deve anche essere punito con la morte”, dice i muftì. “Prima che Hamas prendesse il potere, c’era molto crimine qui. Ora abbiamo ristabilito l’ordine”.

Ordine anche attraverso mezzi di tortura, anche se questo non è qualche cosa che Abu Ras sia disposto ad ammettere. Palestinesi che sono fuggiti nella West Bank parlano di inchiodati alla parete, chiusi in bare o sottoposti a false esecuzioni da parte di Hamas. “Prenderemo i migliori aspetti del sistema iraniano e del sistema saudita”, dice Abu Ras, sottolineando che le donne, naturalmente, putranno continuare a frequentare l’università, andare al mercato e guidare. “Noi non siamo Talibani, dopo tutto”, dice.

L’influenza islamica sta diventando sempre più visibile. La maggior parte degli uomini ora portano la barba e molte donne sono completamente velate. Nuovi minareti si stanno costruendo a Gaza, l’alcool non è più disponibile e Hamas ha limitato il dancing misto alle cerimonie nuziali ed ha esteso lo studio religioso in scuole. Ci sono stati attacchi con incendi dolosi contro le organizzazioni Cristiane e gli Internet cafés cristiani e alcuni mesi fa islamici radicali hanno persino lanciato una granata davanti all’hotel Deira, perché era stato detto che un cameriere là aveva servito il whisky in tazze del caffè espresso. Il terrazzo al Deira è un rifugio per la borghesia e le famiglie allargate passano là le loro sere che giocando a rummy.

Sharhabeel Zaeem viene all’hotel Deira giornalmente con sua moglie ed i loro quattro bambini. Egli è proprietario di uno dei magggiori studi di avvocati di Palestina e fino a due anni fa supportava le organizzazioni non governative internazionali e gli investitori arabi. Ma dopo il colpo di Hamas questo investimento si è arrestato: non si fanno più cause e quelle passate vengono archiviate. Ora Zaeem, insieme alla sua moglie, ha completato l’esame di stato di scienze politiche e sta studiando per guadagnare un master in legge. “Ora ho molto tempo”, dice.

Insieme a Palestinesi che hanno le sue stesse idee, Zaeem sta creando un nuovo partito, il “Palestine Forum”, che è sostenuto da Munib Masri, un multimilionario di Nablus. “Abbiamo bisogno di almeno cinque anni prima che possiamo confrontarci con Hamas”. Ma è una situazione promettente, visto che già molti sono delusi dagli islamici.

Anche se la gente può camminare nelle strade anche di notte, perché c’è un ufficiale di polizia ad ogni angolo, dice Zaeem, questo è il limite dei successi di Hamas.”Hamas ha il potere, ma pensa ancora come un partito di opposizione”, dice. Ignora l’immondizia che si accatasta nelle vie, non fa niente per riparare i semafori, le strade e i tubi di acqua e non presta attenzione ai bambini che elemosinano agli incroci.

Hamas persino ha rinnegato la sua promessa più importante: la lotta alla corruzione. “Potete comprare la vostra uscita da questa prigione ed è ancora meno costosa di quando si era sotto Fatah”, dice un uomo che preferisce rimanere anonimo. Un vigile urbano recentemente gli ha chiesto una “donazione per comprare il breakfast”. Ma la corruzione sta derivando dalla parte superiore piuttosto che la parte inferiore della struttura di potere di Gaza.

Ismail Haniyeh, il capo de facto a Gaza, ha guadagnato 28 chili (62 libbre) ed ha installato il suo ufficio nella residenza del precedente governo, con una vista sull’oceano (che per la verità è solo il Mediterraneo, ndr), naturalmente. Oltre ad Haniyeh, gli uomini in carica includono Tahir Nunu, il portavoce di Hamas, che gradisce tenere la sua corte all’hotel Deira e si presenta ai suoi ospiti con un sorriso senza fine, incorniciato da una barba curata con attenzione. Chiunque ascolti Nunu scopre che Hamas è disposto a liberare il soldato israeliano rapito Gilad Shalit, a formare un governo di unità con Fatah, e persino a fare la pace.

Nunu fuma la sua pipa ad acqua. Può appoggiarsi a indietro e distendersi, perché le cose stanno andando bene per Hamas. Ha emarginato Fatah a tal punto che Abbas è disperato persino tanto da minacciare, la settimana scorsa, di dissolvere l’Autorità Autonoma se Israele accettasse di scambiare dei prigionieri importanti di Hamas in cambio di Shalit. Questo è significativo, perché il rilascio di Palestinesi, finora e costantemente, era stato considerato un obiettivo comune di tutti i partiti.

Nunu è la faccia pubblica di Hamas. L’altro volto di Hamas non ha il suo sorriso. Appartiene a Ayman, di 26 anni, con una barba incolta che sogna di diventare un martire. “Morirò prima o poi”, dice. “Sarebbe meglio morire in un attacco a Israele”. Mostra un videoclip sul suo telefono mobile con lui che spara con un Kalashnikov, quindi una foto della figlia, che ha soltanto alcuni mesi.

Ayman ha fatto parte delle brigate di Al-Aksa come combattente sei anni fa, poi è diventato membro della guardia presidenziale di Fatah. E’ passato ad Hamas dopo il colpo. Oggi è un ufficiale di polizia di giorno e un membro delle brigate di Qassam alla notte. Non deve neppure cambiarsi i vestiti passando da un lavoro al seguente. Utilizza la stessa uniforme per entrambi.

Prima del cessate il fuoco, ha trasportato razzi nel nord della Striscia di Gaza e li ha tirati da là. Ora c’è ancora un cessate il fuoco, ma lui non è meno occupato. “Al contrario”, dice, “ci stiamo addestrando per il prossimo grande attacco”. Ciò significa spiare le posizioni israeliane e predisporre gli esplosivi in depositi vicino al confine. Le esplosioni si sono sentite spesso attualmente, poichè i combattenti di Qassam si addestrano per guerra di guerriglia. Allo stesso tempo, Hamas sta provando a rimodellare le brigate in un efficace esercito con una chiara catena di comando, un esercito che, come Hezbollah nel Libano, sarebbe capace di resistere a una invasione israeliana.

“Siamo delusi, perché Israele non apre i confini completamente, come promesso. Ed è per questo che presto finirà il cessate il fuoco”, dice Ayman. Spera che questo, alla fine, gli darà la possibilità di trasformare il suo sogno in realtà. (In effetti tensioni su la mancata completa apertura dei valichi non mancano e raggiungono addirittura la forma di una minaccia diretta a Israele, ndr)

Abu Ibrahim, il re del tunnel di Rafah, ne sarà altrettanto contento.

Gaza. I tunnels sono le linee vitali della Striscia

Fonte: libera traduzione da “Der Spiegel on line” 04.08.08

… e a Gaza, stretta da “un assedio mortale”, … si contrabbanda di tutto: leoni e scimmie compresi!

Marsspirit

Fatah: divisi più che mai

Fatah: divisi più che mai

Il più vecchio partito palestinese prova a sanare le proprie divisioni, ma ne emergono rapidamente delle nuove

Il documento costitutivo di Fatah, il più vecchio fra i due partiti politici palestinesi, afferma che a meno di “circostanze eccezionali”, un congresso generale del partito deve svolgersi ogni cinque anni. L’ultimo si è svolto quasi 20 anni fa, nel 1989. Ma quest’anno potrebbe finalmente profilarsi l’eccezione nell’eccezione. Qualche mese fa il partito ha tenuto elezioni distrettuali per i delegati al congresso. I dati ufficiali dicono che quest’ultimi saranno eletti fra due mesi, ma non è stata fissata ancora una data per il congresso. Se e quando sarà organizzato, esso potrebbe essere determinante per la sorte palestinese. La sconfitta di Fatah alle elezioni del 2006, da parte del suo rivale islamista Hamas, dipese principalmente da spaccature nell’ambito di Fatah a causa di una congiura fra leader vicini al potere e varie fazioni di una “giovane guardia” che è già lontana dall’essere giovane. I sudditi fedeli sperano che Fatah batta Hamas la prossima volta che ci saranno elezioni, e che faccia in modo di condurre i palestinesi sulla via della pace con Israele, che Hamas rifiuta ufficialmente. Ma il congresso è lontano da un accordo.

Si pensa che giovani guardie come Qaddura Fares (46 anni) e Radi Jirai (57), lamentino il fatto che la Commissione centrale composta da 21 membri, stia usando regole che risalgono a quando i membri di Fatah erano in esilio per manipolare il congresso in proprio favore attraverso la restrizione del numero dei delegati e l’applicazione di un complesso sistema di quote. Azzam Ahmed uno stretto alleato di Mahmoud Abbas (conosciuto anche come Abu Mazen), presidente palestinese e capo di Fatah (ritratto nell’immagine), ha smesso di parlare così come di agitare gli alleati di Marwan Barghouti, un leader di Fatah che si trova in una prigione israeliana, che i sondaggi rivelano come il più conosciuto. Una parte accusa l’altra dei ritardi.

Gli alleati di Barghouti temono sicuramente che Ahmed Qurei (Abu Ala), visto come il leader della vecchia guardia, stia manovrando per prendere il posto di Abbas come leader di Fatah e quindi Presidente. Avendo vinto il posto di capo negoziatore della pace dopo aver trascorso un breve periodo in ombra lo scorso autunno, Qurei si è messo al fianco degli allleati chiave di Fatah, Israele e America, ma la sua reputazione e la sua visibilità fra i Palestinesi è scarsa, ciò che è pessimo per Fatah e vantaggioso per Hamas.

Ancora, le elezioni potrebbero non aver luogo, ma anche se dovessero aver luogo potrebbero creare un caos ancora più grande del congresso di Fatah. Abbas terminerà il proprio mandato il prossimo gennaio, ma egli lo ha esteso per mezzo di un decreto che ha procrastinato lo scrutinio presidenziale fino a quello parlamentare. Hamas non riconosce il decreto, così come non riconosce il governo che Abbas ha messo al suo posto dopo una sanguinosa diatriba fra le forze di Fatah e di Hamas a Gaza lo scorso anno.

Hamas sostiene, con alcune argomentazioni che Abbas abbia violato la Costituzione in entrambi i casi. E senza l’accordo con Hamas non possono esserci elezioni a Gaza. Nella West Bank, dove Abbas oscilla ancora e dove le sue forze di sicurezza, con l’aiuto di Israele, hanno praticamente sradicato Hamas, egli può aspettarsi una vittoria di Fatah anche se il partito rimane sclerotico.

Ma sarebbe una falsa vittoria ed avrebbe poco peso per la legittimazione del suo successore. A parte le sue lotte interne, Fatah inizia anche ad essere diviso in due correnti ideologiche.

Una è quella della riconciliazione con Hamas. Nella vecchia generazione di Fatah, l’avversione per Hamas è profonda. Leader come Barghouti che hanno combattuto fianco a fianco nella seconda Intifada del 2000, probabilmente sono più inclini a costruire ponti, dice Kalil Shikaki, un esperto di indagini campione palestinese. Dopo un anno di estrema ostilità, seguita all’occupazione di Gaza di Hamas, Abbas sembra aver intrapreso una linea più morbida abbandonando alcune delle sue precondizioni per avviare un colloquio fra i due partiti. Ma egli potrebbe anche meramente cercare di far balenare l’ipotesi di un disgelo con Hamas, per tentare di spaventare Israele ed ottenere maggiori concessioni nei suoi tentennanti colloqui di pace.

Questi colloqui sono il secondo punto della disputa. La vecchia guardia ha un interesse particolare nelle trattative. Questi esponenti hanno ottenuto il proprio ritorno dall’esilio e conseguentemente costruito le proprie carriere politiche consentendo a lavorare per un accordo di pace che prevedesse due Stati separati, uno ebraico e uno palestinese. Alcuni iniziano a credere che questo accordo possa essere raggiunto in un tempo non troppo lungo. Jirai, per esempio, pensa che sia giunto il momento di valutare la soluzione di “un solo Stato”.

Diversamente da quello cui aspira Hamas, egli dice, questo non dovrebbe essere uno Stato islamista, ma uno Stato secolare e democratico dove musulmani cattolici ed ebrei abbiano gli stessi diritti. All’ultimo incontro di uno dei consigli interni di Fatah, la soluzione di “uno-Stato-unico” è stata discussa per la prima volta dal 1974. Un’altra ragione per cui la vecchia guardia tenterà di assicurarsi che il congresso si svolga sencondo le sue regole oppure un’altro buon motivo per puntare a un nuovo rinvio.

The Economist – 28 giugno 2008