Neonazisti e ultrà: la nuova Europa ha un cuore nero

Neonazisti e ultrà: la nuova Europa ha un cuore nero

Manifestazione neonazista

Manifestazione neonazista

di Andrea Tarquini

BERLINO – A Budapest sfilano in centro indossando l’ uniforme nera, sventolano i gagliardetti delle Croci frecciate alleate di Hitler, giurano di salvare la patria dagli zingari, dal capitalismo e dagli ebrei. A Praga contattano ogni giorno i loro camerati tedeschi della Npd neonazista, e spesso affrontano la polizia in violenti scontri di guerriglia urbana. A Bratislava il loro partito è addirittura al governo, partner preferito ai democristiani per formare una coalizione dal premier socialdemocratico-populista Robert Fico. Europa centrale, inverno 2008: mentre il più importante dei nuovi membri dell’ Unione Europea, la Polonia, è una solida democrazia, una società dalla cultura democratica diffusa nella sua coscienza collettiva e dall’ economia ancora in boom, in altri tre paesi membri della Ue, tre giovani democrazie risorte dopo mezzo secolo di comunismo e di colonialismo sovietico (Ungheria, Repubblica Cèca, Slovacchia), il neonazismo non è più solo uno spettro, né la minaccia violenta di minoranze arrabbiate ma marginali: è realtà quotidiana, è un modo di pensare che si diffonde nei salotti buoni, è una forza politica che ha imparato a sfidare la libertà sia con la violenza di piazza sia con successi elettorali e coalizioni. Diciannove anni dopo la caduta della Cortina di ferro, quelle tre giovani democrazie appaiono infettate da una voglia di ordine diventata mostro. E il mostro è un virus contagioso: nell’ Europa senza frontiere, i successi magiari, cèchi e slovacchi possono dare esempio e forza ai suoi adepti ovunque nell’ Unione.

L’ Ungheria è il caso più appariscente della nuova sfida all’ Europa. Jobbik, cioè “i migliori”, si chiama il partito. Come sempre accade al fascismo, due volti vi convivono, il doppiopetto e il manganello. Il doppiopetto sono l’ elegante look sportivo – camicia button down e pullover inglese – del suo leader Gabor Vona, o gli abiti chic della bionda, giovane, attraente Krisztina Morvai, avvocato e docente di giurisprudenza, ex attivista per i diritti delle donne e delle minoranze, convertita al sogno della destra nazionale. Il manganello si chiama Magyar Garda, “guardia ungherese”. È la milizia paramilitare del partito, conta oltre duemila aderenti, ma presto supererà i settemila. È organizzata in compagnie e reggimenti, i suoi membri entrandovi prestano giuramento di fedeltà assoluta come si fa in un esercito regolare. E si addestrano alle arti marziali e al tiro con le armi da fuoco.

Lo sfondo nazionale è desolante. Diciannove anni dopo la fine del comunismo, l’ Ungheria è un’ economia in crisi e soprattutto uno Stato sulla soglia della bancarotta. Solo iniezioni di liquidità somministrate in extremis dal Fondo monetario internazionale e dall’ Unione Europea hanno salvato il governo socialdemocratico (postcomunista) del premier Péter Gyurcsany, ma il malcontento rimane. Fa da sedimento a una simpatia sempre più diffusa per l’ ultradestra, ha avvertito di recente Paul Lendvai, decano dei corrispondenti del Financial Times, gentiluomo ungherese fuggito a Occidente durante il comunismo che da Vienna, nei decenni della Guerra fredda, era una delle fonti più attendibili su qualsiasi cosa accadesse o si preparasse nell’ “altra Europa”.

Altre voci autorevoli sono purtroppo d’ accordo: odio xenofobo, discriminazione, diffidenza verso minoranze e diversi, spiega la sociologa Maria Vasarhely, sono sempre più diffusi in ampi strati della popolazione. Venti ungheresi su cento, avverte il suo collega Pal Tamas, sui grandi temi della politica e della vita la pensano come l’ ultradestra, e trenta su cento, secondo una sua indagine scientifica, sono da considerare antisemiti.

Manganello e doppiopetto agiscono in sinergia, nell’ Ungheria della crisi, conquistano la ribalta ogni giorno nella Budapest splendida ma dove la nuova povertà e il degrado urbano, con troppe facciate di palazzi asburgici diroccate anziché risanate come in Polonia, mostrano che qualcosa non va. A Hoesoek Tére, la piazza degli eroi, luogo-simbolo della nazione, la Magyar Garda sfila spesso e volentieri. Oppure conduce giorno e notte pattuglie, per intimidire gli zingari. O suoi simpatizzanti lanciano escrementi, pietre e uova marce contro il teatro della comunità ebraica. «Il problema dei senzatetto e degli zingari si può risolvere diffondendo batteri della tubercolosi», affermano i suoi ultrà, «perché dobbiamo difenderci».

Vona e la signora Morvai no, non giungono a tanto. Ma affermano a ogni comizio: «Chi sono gli zingari? Amano l’ Ungheria o no? Hanno voglia di lavorare? Vogliono adattarsi e assimilarsi o no? Possiamo fidarci?». E più spesso ancora diffondono l’ idea che nel dopo Guerra fredda i politici dei partiti democratici hanno «trasformato l’ Ungheria in un Paese sconfitto, una colonia dell’ Occidente». Siamo a un passo dal mito mussoliniano della “vittoria mutilata”. La Grande Ungheria è il loro sogno, il rifiuto del Trattato di Trianon che nel 1918 tolse ai magiari (parte dell’ Impero asburgico) i territori ora slovacchi o romeni è slogan e bandiera. Erano le idee-forza della dittatura dell’ ammiraglio Miklos Horthy, alleato di Hitler, e degli estremisti delle Croci frecciate di Imre Szalasi.

Ma nell’ ex Europa asburgica il nuovo fascismo si diffonde anche dove le tradizioni democratiche dovrebbero essere più solide. Guardiamo poco più a ovest, nella splendida, prospera Praga, capitale di un Paese devastato dal mezzo secolo bolscevico e ora tornato al capitalismo ma anche segnato dalla corruzione e dall’ instabilità politica. Il Partito dei lavoratori (Ds, guidato da Tomas Vandas) ha chiare matrici neonaziste e contatti con la Npd tedesca. Qualche settimana fa nella città di Litvinov ci sono voluti oltre mille poliziotti in assetto di guerra per affrontare in una notte di guerriglia urbana almeno settecento squadristi del Ds decisi a dare l’ assalto a un quartiere abitato da gitani. I loro slogan sono ancor più duramente anti-occidentali di quelli dei camerati ungheresi: «Alzati, lotta contro il liberalismo», titolava uno degli ultimi numeri di Delnické listy, il loro organo. Il partito neofascista cèco è in prima fila, come i comunisti nostalgici dell’ occupazione sovietica, contro i piani Nato sullo scudo difensivo in Cèchia e Polonia per affrontare i missili iraniani.

E sull’ esempio magiaro, anche nella Repubblica cèca un altro gruppo, il Partito nazionale, ha fondato una sua milizia paramilitare. Guidato da Petra Edelmannova, il partito vuole presentarsi alle elezioni politiche del 2010 proponendo la «soluzione finale della questione degli zingari». Linguaggio senza pudore, che evoca esplicitamente quello del nazismo hitleriano nella «soluzione finale», cioè l’ Olocausto. Il governo cèco non vuole restare a guardare, anzi non può permetterselo anche perché tra poco gli toccherà la presidenza di turno dell’ Unione Europea. Per cui sta studiando la possibilità giuridica di una messa al bando dei nuovi fascisti.

Una possibilità del genere è lontana anni luce a Bratislava, la capitale della Slovacchia. Perché qui Robert Fico, primo ministro e leader del locale partito socialdemocratico (schierato su posizioni di sinistra nazionalpopulista, era stato persino temporaneamente sospeso dal gruppo socialista all’ Europarlamento), ha scelto di governare e garantirsi il potere alleandosi non con i democristiano-conservatori bensì con lo Sns, il Partito nazionalista slovacco di estrema destra. Lo guida Jan Slota, politico di provincia che ama abbandonarsi a eccessi alcolici per poi scatenarsi ancor meglio nei comizi. Propone «la frusta» per risolvere (rieccoci) «il problema degli zingari», sogna di diventare europarlamentare per «rendere di nuovo vive le acque marce e sporche di Bruxelles e di Strasburgo». I suoi bersagli preferiti sono, oltre ai gitani, la minoranza ungherese e gli omosessuali.

Il premier Fico tace, volta la testa dall’ altra parte. Si preoccupa solo di litigare col governo ungherese, perché l’ ultima partita di calcio tra squadre dei due paesi, a Dunajska Streda, si è conclusa con una notte di duri scontri tra teppisti magiari e slovacchi, tutti legati alle due ultradestre. E alla fine la polizia slovacca per una volta è intervenuta duramente, ma pestando quasi soltanto i violenti ungheresi. L’ unica, debole speranza dell’ Unione Europea è questa: che la furia nazionalista dei nuovi fascisti nell’ Europa ex asburgica sia talmente virulenta da indurli a volte a considerarsi tra loro nemici mortali anziché alleati. Ma anche in questo il rovescio della medaglia è l’ abdicazione del potere statale. Dopo la notte di sangue a Dunajska Streda, la Magyar Garda ha presidiato e chiuso i valichi di frontiera con la Slovacchia; nessuno glielo ha impedito. I nuovi radicalismi, denunciava l’ altro giorno Joseph Croitoru sulla Frankfurter Allgemeine, sono un’ ipoteca grave e imprevista sul futuro delle tre giovani democrazie europee. L’ epidemia è scoppiata non in paesi lontani, ma all’ interno dei confini aperti della Ue e della Nato.

(Fonte: Repubblica, 07 dicembre 2008, pag. 30)

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Durban II, Israele non parteciperà alla conferenza di revisione

Per chi volesse saperne di più sulla VERGOGNOSA Conferenza Mondiale contro il razzismo (sic!) tenutasi a Durban nel Settembre 2001, consigliamo questa lettura e la visione di questo sito

Durban, Israele non parteciperà alla conferenza di revisione

Uno dei tanti documenti anti-israeliani circolati alla Conferenza di Durban del 2001

Uno dei tanti documenti anti-israeliani circolati alla Conferenza di Durban del 2001

Gerusalemme, 19 nov (Velino) – “Israele non legittimerà e non parteciperà alla conferenza di Durban II”. Lo ha annunciato oggi il ministro degli Esteri dello Stato ebraico, Tzipi Livni, davanti all’assemblea generale delle comunità ebraiche unite del Nord America. “Due anni fa – si legge in una nota del ministero degli Esteri di Gerusalemme -, l’Assemblea generale dell’Onu ha deciso di tenere a Ginevra nel 2009 la conferenza di revisione di Durban, appuntamento consecutivo alla Conferenza mondiale contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza che si era tenuta nella città irlandese (irlandese??? Ma Durban è in Sudafrica!!!!) a settembre del 2001. L’evento divenne un forum di accuse perniciose e di incitamento contro Israele – prosegue il testo -, di attacchi al sionismo, giudicato una forma di razzismo, di diniego dell’unicità e della natura speciale dell’Olocausto e di distorsione del termine di anti-semitismo. Benché noi abbiamo avuto diverse ragioni per ritenere che la Conferenza di revisione sarà una ripetizione di quanto accaduto a Durban 1, Israele ha annunciato a febbraio del 2008 che prima di dare l’assenso avrebbe atteso garanzie che gli atti avvenuti a settembre del 2001 non si sarebbero ripetuti. Da quel momento, però, sfortunatamente non abbiamo avuto alcuna prova che le cose andranno meglio”.

“Al contrario – si legge nella nota -. Un documento del gruppo Asia, sottoposto al comitato preparatorio di Durban 2, contiene lo stesso linguaggio che ha minato il primo appuntamento. Il testo riproduce, quasi parola per parola, la retorica del Teheran planning meeting del 2001 che portò Durban 1 a diventare una farsa. Una volta ancora – spiega il ministero degli Esteri israeliano -, gli estremisti arabi e gli Stati musulmani che mirano al controllo dei contenuti della conferenza hanno deragliato dalla loro missione originaria”. Inoltre, “il documento del gruppo Asia è stato trasformato nella bozza ufficiale dell’evento e oggi appare su un sito internet ufficiale dell’Onu. E in questo documento nessun Paese è citato a eccezione di Israele. Durante gli ultimi mesi abbiamo espresso la speranza che il linguaggio dell’odio non si sarebbe ripetuto. Abbiamo dichiarato che non avremmo scelto di tirarci fuori dalla conferenza e che avremmo posto le nostre obiezioni alle accuse e alle condanne contro Israele. Ma, nonostante i nostri sforzi e quelli dei Paesi amici, la conferenza appare divenire ancora una volta un tribunale contro di noi, il che non ha nulla a che fare con la lotta al razzismo”.

“Israele – aggiunge il ministero degli Esteri -, è pienamente consapevole dell’importanza della lotta internazionale al razzismo, alla xenofobia e all’intolleranza e perciò speriamo che la conferenza di revisione sia un successo. Ma il contenuto e il ‘tono al vetriolo’ della bozza continuano a minare gli scopi genuini e gli obiettivi del meeting e non ci lasciano scelta se non quella di ritirarci da ciò che appare, ancora una volta, una piattaforma per denigrare Israele. A seguito di questa situazione, non parteciperemo alla conferenza e chiediamo a tutta la comunità internazionale di fare altrettanto in modo di non legittimare l’odio e l’estremismo, mascherati da lotta al razzismo”.

Il Velino

Scritte antisemite a Roma, “Olocausto una menzogna”

SCRITTE ANTISEMITE A ROMA, “OLOCAUSTO UNA MENZOGNA”

di Carla Sannia

All’indomani del 65/esimo anniversario del rastrellamento nazista al ghetto di Roma, scritte antisemite e svastiche sono ricomparse sui muri della capitale. Netta e tempestiva è stata la condanna unanime, a partire dal sindaco Giannni Alemanno: “Esprimo la più ferma condanna e indignazione, non posso che stigmatizzare queste frasi vergognose, che alimentano l’antisemitismo, il razzismo e la xenofobia” ha detto il primo cittadino della capitale.

La scritta “L’olocausto è la più grande menzogna della storia. Il presidente iraniano Ahmadinejad”, è spuntata la notte scorsa, in caratteri neri su uno striscione bianco, sul ponte della tangenziale est, all’altezza della Batteria Nomentana. Era accompagnata da alcune svastiche ed era firmata Militia, come un’altra, che invita invece alla “autodifesa nazionale contro l’immigrazione”.

La paternità è quindi, come ha rilevato anche Alemanno, della stessa organizzazione che il 25 settembre, mentre il presidente del Senato Renato Schifani era in visita ad Auschwitz, aveva firmato sui muri del cimitero del Verano la scritta “Schifani l’ebreo sarai te”. E netta è stata la reazione proprio di Schifani: “invito questi giovani che si firmano Militia ad andare ad Auschwitz – ha detto – capiranno se l’ Olocausto c’é stato oppure no: abbiano questo coraggio”. Gli inquirenti dell’antiterrorismo della capitale, che hanno effettuato rilievi fotografici e scientifici per individuare gli autori dell’azione, si sono limitati ad osservare che questa iniziativa è da attribuire “a movimenti di estrema destra che già in passato a Roma si erano resi protagonisti di episodi analoghi”.

Alemanno, che si è augurato che “gli autori di questi atti vengano assicurati al più presto alla giustizia”, ha annunciato di aver immediatamente attivato l’ufficio del decoro urbano “per togliere questi striscioni spregevoli; Roma deve dire basta a gesti così indegni”. “Il razzismo si sconfigge solo con la coerenza dei comportamenti e con l’efficacia di una nuova cultura” ha dichiarato il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, mentre per il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo “se qualcuno, per assurdo, sostenesse che il razzismo non è mai esistito o che non è un pericolo capitale, c’é Militia con i suoi deliri a dimostragli chiaramente che si sbaglia”. Ma la recrudescenza di tali slogan non è limitata solo alla capitale perché la comparsa di scritte antisemite e razziste, questa volta firmate “Ultras Tharros”(sigla di cui si sta vagliando l’attendibilità), con il solito corredo di svastiche e croci celtiche, è stata segnalata anche in Sardegna, dove ad Oristano sono state tracciate, con uno spray nero, sui muri dell’istituto tecnico commerciale Mossa frasi contro gli ebrei,i romeni e cinesi.

Ansa

Vienna: cori nazisti contro ebrei e polacchi: arrestati 100 tifosi tedeschi prima di Germania-Polonia

Cori nazisti contro ebrei e polacchi: arrestati 100 tifosi tedeschi prima di Germania-Polonia

VIENNA – La polizia austriaca ha arrestato un centinaio di sostenitori tedeschi che scandivano slogan xenofobi e antisemiti mentre marciavano per assistere al match inaugurale della loro Nazionale contro la Polonia agli Europei di calcio. Alcune persone sono state arrestate a scopo preventivo e verranno al più presto rimpatriate. Gli hooligan tedeschi marciavano nel centro storico di Klagenfurt, gridando parole ispirate al passato nazista della Germania. «Tutti i polacchi devono portare una stella gialla», urlavano i tedeschi, vagando per le strade di Klagenfurt prima di essere fermati dalla polizia. Come è noto, durante il Terzo Reich gli ebrei furono costretti dai nazisti ad applicare sul proprio abbigliamento una stella gialla in modo da essere riconoscibili.

(Il Messaggero, 8 giugno 2008 )

La bella protesta

La bella protesta

In questa Italia, sempre pronta a manifestare contro le democrazie americana e israeliana, a bruciare le loro bandiere e a tirar sassi contro le loro ambasciate, è una notizia, davvero una buona notizia, che ci sia chi si è mobilitato per protestare pacificamente contro le violazioni dei diritti umani in Iran, le deliranti affermazioni del suo presidente, Mahmoud Ahmadinejad «Israele sarà presto cancellato dalle carte geografiche» e i suoi programmi nucleari. In questa Roma ancora turbata dalle ultime vicende della sua maggiore Università dove il corpo accademico, in nome dell’antifascismo (?), ha espresso la sua solidarietà al preside della Facoltà di Lettere sequestrato dai collettivi studenteschi di sinistra – ciò che, infatti, resterà della visita del presidente iraniano in occasione del vertice della Fao (l’Agenzia dell’Onu per l’agricoltura e l’alimentazione), sarà la manifestazione di ieri sera organizzata dal Riformista e dalla comunità ebraica.

Non ha tutti i torti, allora, la stampa iraniana che se la prende anche con il direttore del Riformista, Antonio Polito, per il clamoroso insuccesso della visita di Ahmadinejad, che né papa Benedetto XVI né il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, né quello del Consiglio, Silvio Berlusconi, hanno ricevuto. Questa è la forza dell’informazione indipendente e della libera opinione pubblica in un Paese di democrazia liberale. Si è trattato di un evento nell’evento che ha fatto onore al nostro Paese. Ma la singolare eccezionailtà dei due eventi romani e della loro concomitanza la riunione della Fao e le manifestazioni di ieri presso il Campidoglio e a pochi metri dalla sede della stessa Fao non si arresta qui. Va oltre.

La presenza a Roma, oltre che di Ahmadinejad, del dittatore dello Zimbabwe, Robert Mugabe, ha coinciso, infatti, con la presa di posizione delle Nazioni Unite contro il decreto del nostro governo che sancisce, a meno di ripensamenti preannunciati dallo stesso nostro presidente del Consiglio, il reato di immigrazione clandestina. Ha detto l’alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Louise Arbour: «Le politiche repressive e gli atteggiamenti xenofobi sono una seria preoccupazione. Ne sono esempi la decisione del governo italiano di rendere reato l’immigrazione illegale e gli attacchi ai rom».

Ora, che a una riunione sull’Alimentazione abbia partecipato Robert Mugabe un despota che affama il suo popolo sarebbe già un curioso paradosso. Che, poi, l’alto commissario dell’Onu abbia accusato l’Italia di razzismo, mentre l’antisemita Ahmadinejad partecipava anch’egli alla riunione, indetta dalla stessa agenzia dell’Onu, è qualcosa di più di un paradosso. E’ – quale che sia il giudizio sull’operato del governo Berlusconi in tema di immigrazione – un tragico esempio di quel «mondo alla rovescia» che sono ormai diventate da tempo le Nazioni Unite. Un dato di fatto sul quale la nostra diplomazia dovrebbe, forse, riflettere.

Piero Ostellino – Corriere della Sera – 4 giugno 2008

Roma, raid neonazista al Pigneto

Un gruppo con il volto coperto da foulard con la svastica ha distrutto le vetrine di due alimentari e di un call center

Roma, raid neonazista al Pigneto

Il quartiere Pigneto

Picchiato un extracomunitario

Alemanno: “Atto di gravità inaudita, puniremo i colpevoli”

Gli abitanti del quartiere in piazza contro razzismo e xenofobia

ROMA – Una vera e propria spedizione punitiva al grido di “Sporchi stranieri” e “Bastardi”. Nel mirino gli extracomunitari del quartiere Pigneto a Roma. Oggi pomeriggio un gruppo di venti ragazzi, guidati da un uomo, con i volti coperti da foulard con la svastica, ha fatto irruzione in un alcuni negozi di una delle zone più multietniche di Roma. In via Ascoli Piceno i teppisti hanno danneggiato due vetrine e un frigo bar di un negozio di alimentari e le vetrine di un call center. In via Macerata sono stati assaltati un altro alimentari ed è stata infranta la vetrata del portone di un’abitazione. Un extracomunitario del Bangladesh è stato picchiato dalla banda. “E’ stato colpito da una bastonata e non ha avuto bisogno di andare a farsi medicare in ospedale”, hanno raccontato alcuni testimoni.

LA GALLERIA FOTOGRAFICA

La squadraccia è arrivata improvvisamente di corsa, tenendo in mano assi di legno, e si è scagliata contro l’extracomunitario. Tanta la paura nel quartiere, dove sono molti gli immigrati che gestiscono attività commerciali. Tutti sono scappati e molti hanno chiuso le saracinesche dei negozi.

Il primo ad essere assaltato è stato un negozio di alimentari in via Macerata, gestito da quattro anni da un immigrato indiano al quale sono state distrutte a bastonate le vetrine esterne. Successivamente, gli assalitori si sono diretti nella parallela via Ascoli Piceno, dove sono state mandate in frantumi le vetrine di una lavanderia-phone center e di un altro alimentari, entrambi gestiti da cingalesi. L’alimentari è stato il più colpito dal raid, con la distruzione di un frigo e della merce presente sugli scaffali, soprattutto bottiglie di birra e vino.

Una cronista dell’Agi, testimone dell’episodio, ha tentato invano di chiamare il 113, per molti minuti, ma nessuno ha risposto (Audio: il racconto della giornalista). Dopo pochi minuti, la banda è scappata e molti abitanti del quartiere si sono riversati nelle strade e si sono affacciati dalle finestre per capire cosa fosse accaduto.

“Non capiamo perché sia avvenuto questo attacco – hanno detto i bengalesi titolari della lavanderia di via Ascoli Piceno – Siamo da anni qui, lavoriamo, paghiamo le tasse e mandiamo i soldi a casa. Cosa abbiamo fatto?”.

Il Pigneto è un quartiere popolare della Capitale dove si trovano il centro sociale Snia Viscosa, uno dei più grandi e attivi della capitale, il Bar Necci, famoso per essere stato il bar di Pier Paolo Pasolini, e una storica sede dell’Associazione Nazionale Partigiani Italiani. Dopo l’aggressione gli abitanti del quartiere sono scesi in strada per manifestare il loro rifiuto di ogni forma di razzismo e xenofobia.

Il quartiere, a metà anni ’90, ha conosciuto una rinascita che lo ha portato a essere luogo di ritrovo di artisti e musicisti. E’ stato proprio in virtù del suo passato di quartiere degradato che molti immigrati, prevalentemente dal Bangladesh, hanno scelto di aprire al Pigneto attività commerciali di vario tipo, bazar e bar in particolare, sfruttando il basso costo dei locali.

Durissima la reazione delle autorità, a cominciare dal sindaco Gianni Alemanno: “Il raid e l’aggressione al Pigneto nei confronti di cittadini extracomunitari, ai quali va la mia solidarietà, è un atto di una gravità inaudita che mi lascia sdegnato e che non passerà sotto silenzio. Mi sono già attivato con le forze dell’ordine affinché i colpevoli di questo gesto siano presi e puniti in maniera esemplare”.

Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente della Regione Piero Marazzo: “Roma è una città aperta e multiculturale che non ha nessuna intenzione di lasciare spazio a drammatici episodi di razzismo e intolleranza e di rivivere anni bui e dolorosi di un passato che vogliamo definitivamente vedere alle nostre spalle”. E il presidente della Provincia Nicola Zingaretti sottolinea che quello del Pigneto è “un altro episodio di violenza e xenofobia che non è davvero più possibile tollerare” e che “tutte le istituzioni dovrebbero condannare duramente e con fermezza” perché “Roma ha bisogno di tornare a respirare un’aria di pace, libertà e di vero rispetto nei confronti del prossimo”.

(24 maggio 2008 )

Teste rasate e antisemiti, allarme nel Nord Est

Teste rasate e antisemiti, allarme nel Nord Est

I servizi segreti: il Veneto è la zona più calda. Dai raid nelle piazze alle violenze negli stadi

La passione per il pugilato, i richiami ai legionari romani e le croci uncinate

di Alberto Custodero

ROMA— È il Nord Est, secondo i servizi segreti italiani (l’Aisi) «la zona a più alta densità di militanti naziskin del Paese». Secondo il rapporto dell’Agenzia informazioni e sicurezza interna, proprio nel bacino fra Verona (la città dove è stato aggredito Nicola Tommasoni), Vicenza, Padova e Treviso, il «fronte skinheads-Vfs, costituito a Vicenza negli anni Ottanta e ispirato al modello britannico, conta su alcune centinaia di giovani attivisti». Il loro è il look del «guerriero metropolitano». Fanno pugilato, thai box e sollevamento pesi, e si riconoscono nei valori fondanti dello skin style individuati nell’appartenenza di classe e nel sentimento nazionalista». La dimensione ideologica, come il richiamarsi ai legionari romani, c’entra poco, ma è utile «per saldare gli atteggiamenti improntati alla forza fisica ad un ruolo socio politico».

«Quando perquisiamo le loro case—racconta un alto funzionario della Digos — nelle stanze, sulla testata del letto, troviamo bandiere con la svastica o la croce celtica. Ma il loro livello culturale, molto basso, ci porta a parlare di bullismo con la testa rasata». Il credo naziskin è infatti—secondo gli esperti dell’intelligence — una sorta di sottocultura violenta, teppistica, xenofoba, razzista e antisemita, che si manifesta in scala crescente, dalla strada al quartiere, fino alla curva dello stadio. E trova proseliti soprattutto fra le «fasce di giovani culturalmente meno preparate che eleggono a loro passatempo preferito del sabato sera il boot party», come vengono sarcasticamente chiamate le aggressioni fini a se stesse. Il violento pestaggio di Verona non ne è che l’ultimo, tragico, esempio. Le teste rasate sono giovani dalla doppia militanza: nell’antagonismo il sabato per «fare casino in piazza», e fra le tifoserie la domenica dove il campo di battaglia diventa la curva. I richiami politici — osservano i servizi segreti— sono poco più che simbolici.

Nel mucchio degli ottantamila ultrà d’Italia, il grumo eversivo, secondo il ministero dell’Interno, è di circa ventimila tifosi, e proprio negli ultimi anni la gran parte sono diventati di destra (63 gruppi, circa 15 mila sostenitori), mentre la componente di sinistra, molto forte negli anni Settanta, è oggi ormai una minoranza, 35 associazioni per circa 5 mila persone. Sono state proprio le curve degli stadi— osserva l’intelligence — i luoghi nei quali la «tifoseria oltranzista ha assorbito l’esperienza di lotta della “cellula politica” con l’acquisizione di schemi organizzativi, slogan ossessivi, strategie di militarizzazione». E così che negli stadi sono comparsi, ad esempio, striscioni antisemiti o xenofobi (ora vietati dopo le norme sulla sicurezza negli stadi del ministro Amato).Al di là dei divieti di esporre bandiere o slogan dal contenuto ideologico, gli ultrà-naziskin si sono organizzati in «strutture stabili e complesse», con tanto di gadget, tesseramento. E sono capaci, pur appartenendo a squadre diverse divise da rivalità secolari (come Roma e Lazio), di allearsi per assaltare le caserma della polizia e la sede del Coni, come avvenuto nella Capitale nel novembre scorso qualche ora dopo la morte del tifoso laziale, Gabriele Sandri.

Ma l’allarme naziskin non riguarda solo le aggressioni boot party,le violenze negli stadi e le guerre fra tifoserie durante le trasferte. L’allarme del Viminale riguarda anche il risveglio dell’antisemitismo in Italia, con profanazione di tombe ebraiche e la comparsa sui muri di tutta Italia di scritte inneggianti il Duce, Hitler e i forni crematori. Su questo fronte dell’intolleranza razziale, si assiste ad un fenomeno del tutto nuovo: gli slogan antisemiti sono di moda non solo fra i naziskin e gli ultrà, ma anche fra i movimenti antagonisti dell’estrema sinistra e in alcuni ambienti di studenti leghisti «antagonisti padani».

(Fonte: Repubblica, 5 Maggio 2008 )