Intrafada – Nuova formazione Fatah a Gaza: ‘Terza Intifada, ma contro Hamas’

Nuova formazione Fatah a Gaza: ‘Terza Intifada, ma contro Hamas’

GAZA – Attivisti di Fatah hanno annunciato la formazione di una nuova dirigenza nella Striscia di Gaza, “diversa da quella attuale, guidata dal dott. Zakaria al-Agha, membro del Comitato centrale del movimento,fortemente criticato”.

In un comunicato stampa, gli attivisti hannodichiarato che la decisione di formare un nuovo comitato di dirigenza è nata “dopo lunghe trattative ea seguito dell’incapacità del comitato centrale ditrovare qualsiasi soluzione tattica e strategica”.Questa impossibilità, hanno aggiunto, “è dovuta al fatto che i fratelli sono impegnati in altri ambiti e che la dirigenza di Fatah a Gaza non si assume le proprie responsabilità a livello nazionale”.

Nel comunicato hanno anche criticato l’attuale dirigenza del movimento nella Striscia di Gaza, guidata da al-Agha, e istituita dal presidente Mahmoud Abbas a seguito della presa di potere di Hamas nell’area, a metà di giugno dell’anno scorso. E hanno aggiunto chesi impegneranno ad affrontare “sul terreno il movimento golpista, in modo da riportare quegli avventurieri sulla giusta strada”.

Essi hanno sottolineato di “rifiutare l’uso della forza contro Hamas” e di scegliere “mezzi di lotta popolare per risparmiare un bagno di sangue palestinese”. E hanno invitato gli attivisti di Fatah a Gaza,a dispetto di “tutte le differenze di posizioni”, a dichiarare “l’allerta totale e a rimanere attenti e pronti ad assumersi le responsabilità verso il movimento e la patria”, a intensificare “le attività a livello popolare per esprimere il rifiuto nei confronti del brutale golpe, a preparare iniziative popolari nei quartieri, nei campi profughi e nelle città, e a sviluppare nuove esperienze di lotta”.

Il comitato ha, inoltre,sollecitato i sostenitori di Fatah a Gaza a organizzare una “terza intifada” contro Hamas: “Se nel nostro destino c’erano le due Intifada, la prima e la seconda, contro l’occupazione, non scapperemo certo di fronte a una terza contro il golpe oscuro”.

Il comunicato non ha riportato i nomi dei nuovi capi che dovranno gestire il movimento a Gaza.

L’anno scorso, Hamas ha allontanato dalla Striscia di Gaza l’ala di Fatah ritenuta “golpista” e responsabile dei disordini pubblici, e accusata di collaborazionismo con Israele, sostituendo le forze di sicurezza fedeli al presidente Mahmoud Abbas con quelle del movimento islamico.

(Infopal, 24 settembre 2008 )

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Ex consigliere di Arafat chiede una nuova intifada

Ex consigliere di Arafat chiede una nuova intifada

Ramallah, 1 set, 10:04 -Serve una nuova intifada, popolare e pacifica, per uscire dallo stallo attuale tra Israele e Autorità palestinese. Lo ha affermato un ex consigliere di Arafat, Bassam Abu Sharif, in un’intervista alla stampa palestinese. “Occorre un’escalation delle dimostrazioni pacifiche e dei sit in” ha detto Abu Sharif, secondo cui spetta all’Anp l’incarico di mettere a punto un programma d’accoglienza per migliaia di sostenitori dall’estero che partecipino attivamente a quella che lui chiama “l’intifada dell’indipendenza”.

Intanto secondo l’“Equipe palestinese per gli studi strategici” potrebbe rendersi necessario l’abbandono della formula dei “due Stati per i due popoli” e il ritorno al progetto di un unico stato binazionale e democratico “nell’intero territorio della Palestina storica” che ospiti sia gli israeliani sia i palestinesi. Fra quanti partecipano ai dibattiti di questa équipe figurano esponenti di al-Fatah (Jibril Rajub, Mohammed Shtayeh) e di Hamas (Samir Abu Eishe) e figure indipendenti come il politologo Ali Jarbawi dell’Università di Bir Zeit a Ramallah.

Sui banchi, a scuola d’Intifada

Sui banchi, a scuola d’Intifada

MEDIO ORIENTE LO SCANDALO DEI LIBRI DI TESTO PALESTINESI

Sui banchi, a scuola d’Intifada

I testi usati nelle scuole di Arafat incitano all’odio contro Israele. Alcuni neppure riportano sulle mappe l’esistenza dello stato ebraico. E l’Occidente, Italia compresa, continua a finanziarli.

di Matteo Spina

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Scene dell’Intifada di Al Aqsa: i giovani e giovanissimi sono spesso in prima fila nelle manifestazioni e negli scontri.

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In una riunione segreta tenutasi fra Yasser Arafat e alcuni alti esponenti degli apparati della sicurezza il 5 novembre 2000, il leader palestinese ha annunciato l’assegnazione di un «premio» ai bambini dell’Intifada di Al-Aqsa per il successo conseguito con la loro partecipazione ai tumulti e in segno di riconoscenza nei confronti delle vittime. Il premio consiste nell’addestramento dei bambini al tiro con le armi per superare la fase del lancio di pietre durante gli scontri. Diversi gruppi di bambini, a partire dai 10 anni, hanno già iniziato l’allenamento nei poligoni di tiro degli apparati della sicurezza dell’Autorità palestinese. Data l’importanza della loro missione, l’addestramento deve avvenire a un livello più elevato rispetto a quello che i bambini della stessa età hanno ricevuto nei campi estivi durante le ultime vacanze scolastiche.

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La fase del tiro delle pietre e quella dell’utilizzo di armi sono il complemento dell’istruzione teorica che i bambini ricevono a scuola, a partire dalle prime classi fino alle superiori. Guardando le trasmissioni della televisione palestinese e consultando i libri di testo utilizzati nelle scuole sottoposte alla giurisdizione palestinese, si comprende come l’educazione alla violenza e all’odio verso Israele e gli ebrei non sia cambiata dall’inizio del processo di pace. I libri scolastici incitano alla jihad (la guerra santa) e al terrorismo e menzionano i trattati di pace non come accordi che rappresentano una svolta nella storia palestinese, ma come accordi che hanno permesso alle forze palestinesi di entrare nella striscia di Gaza e in Cisgiordania.

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Nelle cartine usate nelle scuole palestinesi, d’altronde, non compare il nome dello stato di Israele. Il nome Palestina campeggia su tutta la superficie dello stato di Israele. Le città israeliane vengono rappresentate come città palestinesi. L’industria e l’agricoltura israeliane vengono illustrate come successi palestinesi. I testi scolastici negano qualunque collegamento storico o attuale del popolo ebreo con la terra di Israele. I brani riportati nei libri di testo incoraggiano a tirare pietre contro soldati e cittadini israeliani. Nei libri di scuola e nelle trasmissioni della televisione palestinese Israele e gli ebrei vengono definiti scaltri, truffatori, traditori, sleali, animali selvatici, aggressori, ladri, banditi, nemici, conquistatori, rapinatori, nemici dei profeti e dei credenti. Ecco qualche esempio.

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«Sono venuto da te, con la spada in mano… li getteremo in mare… il tuo giorno è arrivato, conquistatore, e così regoleremo i conti. Non ci sono limiti al nostro rancore, con pallottole e pietre». (Poesia recitata da un bambino in un campo estivo, trasmessa alla televisione palestinese il 2 luglio 1998).

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«Ogni bambino porta nel cuore la Palestina e in mano una pietra, un fucile e un ramo d’ulivo…». (Televisione palestinese, 14 maggio 1998).

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Foto di una donna che sventola la bandiera palestinese e, sullo sfondo, una cartina della Palestina che include l’area dello stato d’Israele. (Educazione palestinese nazionale per il primo anno, pagina 11).

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Sulla cartina d’Israele figura l’espressione «La nostra terra Palestina». (Educazione palestinese nazionale per il secondo anno, pagina 21. La stessa frase appare anche nell’Atlante del Nuovo mondo).

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«L’importanza della Palestina deriva dal fatto che Allah la scelse per essere il centro di tutte le religioni. È il luogo in cui nacque Gesù il Nazareno, figlio di Maria, di santa memoria, e in cui Maometto – che la pace e ogni benedizione siano con lui – fece il suo viaggio… Migliaia di cristiani sono venuti in Palestina per ottemperare ai propri doveri religiosi…

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Turisti di tutto il mondo arrivano in Palestina per visitare i luoghi santi… I musulmani vengono per visitare il primo Kiblah… I cristiani vengono per visitare Betlemme, dove nacque il Messia, e la chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme…». (Educazione palestinese nazionale per il quarto anno, pagina 5, pagina 23).

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I luoghi sacri agli ebrei non vengono menzionati.

«Ricordate che l’inevitabile risultato finale sarà la vittoria dei musulmani sugli ebrei». (La nostra lingua araba per il quinto anno, pagina 67).

«Chi è il ladro che ha diviso il nostro paese?». (La nostra lingua araba per il sesto anno, pagina 15).

«Perché gli ebrei odiano l’unità dei musulmani e vogliono creare divisione tra loro? Fornite un esempio delle malvagità compiute dagli ebrei prendendo ispirazione dai fatti accaduti oggi». (Educazione islamica per il settimo anno, pagina 19).

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«Gli ebrei sostengono che questo è uno dei luoghi di loro proprietà e lo chiamano “il muro del pianto”, ma non è così». (Racconti e testi letterari per l’ottavo anno, pagina 103).

«È giunta l’ora di sguainare la spada. Gli assassini sono in azione a Gerusalemme». (Al-Mutalaa’ Wa Al-Nasus Al-Adabiyah’ per l’ottavo anno, pagina 120).

«Gli esempi più palesi di dottrine razziste e discriminazione razziale in tutto il mondo sono il nazismo e il sionismo». (La storia moderna degli arabi e del mondo, pagina 123).

Una canzone di lode dedicata a chi tira le pietre (Al-Mutalaa’ Wa Al-Nasus Al-Adabiyah’ per il nono anno, pagine 146-148).

«Scrivete sul quaderno: “Un episodio che illustra il fanatismo degli ebrei in Palestina contro i musulmani o i cristiani”». (Educazione islamica per il nono anno, pagina 182).

«Bisognerebbe combattere Israele con l’aumento demografico che, agli occhi di Israele, rappresenta un pericolo per la sua esistenza. Nei prossimi vent’anni bisognerebbe pertanto aumentare il tasso di natalità tra i palestinesi». (Società palestinese per l’undicesimo anno, pagina 29).

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In questo modo, anziché venire preparati per le sfide della scienza e della tecnologia del Terzo millennio, i bambini palestinesi vengono indottrinati e spediti in missione nei violenti tafferugli per le strade. Anche grazie ai finanziamenti concessi dall’Occidente: solo per fare un esempio, la Gran Bretagna ha donato 13 milioni di sterline, mentre l’Italia ha contribuito con 2,5 milioni di dollari. Il Giappone, i paesi dell’Europa occidentale, l’Unione Europea, la Banca mondiale e l’Unesco forse non sanno che stanno sovvenzionando libri di testo e finanziando una scuola che incitano i bambini alla violenza.

Liberali per Israele

La solitudine di Salaam Fayad

La solitudine di Salaam Fayad

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da un articolo di Khaled Abu Toameh

Dalla sua nascita, nel 1994, l’Autorità Palestinese ha ricevuto miliardi di dollari in aiuti internazionali. Tutto quel denaro avrebbe dovuto aiutare i palestinesi a costruire una forte economia e salde istituzioni di governo. Il presupposto era, allora, che il benessere economico avrebbe indebolito gli estremisti e rafforzato i moderati all’interno del campo palestinese.

Ma centinaia di milioni di dollari finirono su conti bancari segreti o servirono per costruire sontuose ville per gli alti funzionari dell’Autorità Palestinese. Lo stesso Yasser Arafat usò il denaro per comprarsi la lealtà dei suoi, reclutando quante più persone possibile come impiegati civili e “militari”. Privando la sua gente degli aiuti finanziari, Arafat spinse molti palestinesi nelle braccia di Hamas e di altri gruppi estremisti. Molti furono i palestinesi ferocemente delusi dal “processo di pace”, perché non ne godettero mai i frutti.

La comunità internazionale che riversava denaro nell’Autorità Palestinese non sembrò preoccuparsi granché delle notizie di corruzione e malversazione che giungevano da Cisgiordania e striscia di Gaza. Né i donatori prestarono molta attenzione al fatto che Arafat continuava imperterrito a istigare la sua gente non solo contro Israele, ma anche contro quegli stessi “infedeli” che intanto firmavano assegni su assegni.

Quando scoppiò la seconda intifada, nel settembre 2000, la cosa fu possibile perché molti palestinesi non avevano nulla da perdere. Anziché creare zone industriali per dare lavoro ai tanti disoccupati palestinesi, Arafat aveva aperto un casinò e comprato veicoli di lusso per i suoi fedelissimi. Anziché costruire case per chi ne aveva bisogno, Arafat aveva stabilito per sua moglie una gratifica mensile di 100.000 dollari con cui fare shopping a Parigi.

Fu anche per coprire la corruzione dilagante e la pessima amministrazione dell’Autorità Palestinese che Arafat scatenò un’ondata di istigazione all’odio contro Israele e l’occidente, soprattutto sui suoi mass-media e nelle moschee. È la classica modalità con cui i dittatori arabi cercano di deviare l’attenzione dai loro reali problemi interni: mobilitare le masse nell’odio verso l’occidente e Israele.

Si calcola che l’Autorità Palestinese di Arafat abbia ricevuto circa 6,5 miliardi di dollari in aiuti internazionali. Una volta un ex consigliere di Arafat ha ammesso che, se la maggior parte di quel denaro fosse stata investita nel promuovere il benessere dei palestinesi, molto probabilmente questi non avrebbero fatto ricorso alla violenza nel settembre 2000 e non avrebbero votato per Hamas sei anni dopo.

Progetti di riforma dell’Autorità Palestinese sono venuti emergendo sin da quando Salaam Fayad venne nominato ministro delle finanze, nel giugno 2002. Ma per lo più quei progetti rimasero sulla carta a causa delle rivalità personali e delle lotte di potere fra i vari esponenti e gruppi politici all’interno dell’Autorità Palestinese. Arafat fece di tutto per far fallire gli sforzi di Fayad perché non voleva che consolidasse il suo potere emergendo come un leader forte e credibile. E molti alti funzionari di Fatah si adoperarono per vanificare i piani di Fayad finché restò in carica come ministro delle finanze fra il 2002 e il 2005.

All’inizio del 2007 Fayad venne rinominato ministro delle finanze nel governo di unità nazionale Hamas-Fatah, ma di nuovo non fu in grado di apportare reali cambiamenti a causa della dura lotta intestina fra le due fazioni palestinesi.

Ora Fayad ha ripreso in mano il piano per riformare l’Autorità Palestinese. Come quello precedente, anche questo è stato definito “ambizioso”. E le sfide che Fayad deve affrontare non sono diverse da quelle che fecero naufragare i suoi precedenti tentativi. Ad esempio, Fayad vorrebbe licenziare migliaia di impiegati civili e “militari”, una manovra che ha già suscitato aspre critiche tra gli attivisti di Fatah.

E poi Fayad è tuttora circondato da molti di coloro che in passato ostacolarono attivamente i suoi progetti di riforme con la scusa che stava applicando l’agenda di israeliani e americani. Sono le stesse figure che temono un successo di Fayad, perché minerebbe il loro status e migliorerebbe le prospettive del primo ministro di scalare il potere.

Anche se i miliardi di dollari promessi alla recente conferenza dei donatori a Parigi potranno migliorare le condizioni di vita dei palestinesi e rafforzarne un po’ l’economia, tuttavia non v’è nulla che garantisca che l’aiuto economico eserciti un effetto di moderazione su gran parte dei palestinesi. Si tratta di denari che hanno soprattutto lo scopo di mantenere Fatah al potere impedendo a Hamas di assumere il controllo anche in Cisgiordania. A meno che l’Autorità Palestinese non cambi improvvisamente la sua retorica mettendosi a promuovere sul serio una genuina pace e coesistenza con Israele, i milioni di dollari non serviranno affatto a creare una nuova generazione di palestinesi moderati.

D’altra parte, anche le necessarie misure di sicurezza di Israele, fra cui le limitazioni ai movimenti, non aiutano a rafforzare la posizione del campo moderato.

L’unico modo per minare Hamas non è versare miliardi di dollari alla dirigenza dell’Autorità Palestinese, bensì offrire ai palestinesi un’alternativa migliore a quella del movimento islamista jihadista. Se vuole riguadagnarsi la fiducia dell’opinione pubblica palestinese, Fatah deve innanzitutto riformare se stessa e aprire la strada a volti nuovi. Le decine di migliaia di palestinesi che hanno partecipato alle manifestazioni per l’anniversario della nascita di Hamas avrebbero dovuto suonare come un campanello d’allarme a Ramallah e a Parigi: il movimento islamista continua a godere di un massiccio sostegno popolare nonostante le sanzioni economiche imposte alla striscia di Gaza.

(Jerusalem Post, 18 dicembre 2007 – da israele.net)