Rassegna Stampa di Giovedì 31 Gennaio 2008

RASSEGNA STAMPA – giovedì 31 Gennaio 2008

Contro ogni previsione, Olmert ce l’ha fatta. Il rapporto della Commissione Winograd, reso pubblico ieri, non condanna (ma nemmeno difende) l’operato del premier israeliano, attribuendo la cattiva conduzine della guerra a disorganizzazione e impreparazione delle forze armate.

Francesca Bertoldi sull’Avvenire riporta le dichiarazioni di Olmert, che si dichiara pronto a riorganizzare l’esercito secondo le indicazioni del giudice Winograd, ma non intenzionato a dimettersi, e riferisce il commento di Hezbolah: “con quel rapporto, israele ammette la propria sconfitta”.

Robert Bongiorni sul Sole 24 Ore traccia un quadro più incerto sul futuro del premier. Anche se il rapporto è meno negativo del previsto, soprattutto per quello che riguarda la tanto criticata ultima offensiva via terra, quando l’ONU avave deciso la tregua (offensiva che Winograd definisce “essenziale” ma “inutile”), Olmert rimane appeso alla decisione di Barak: se il Ministro della Difesa si dimette, come avea assicurato di fare nel caso di un giudizio negaticvo delle Commissione, è dubbio che il governo regga.

Bel colpo l’intervista a Mubarak di Nicola Lombardozzi e Alix Van Buren pubblicata da Repubblica pagina 13. Il premier egiziano dichiara che sta chiudendo di nuovo al frontiera di Ramah, e che “Israele non scaricherà Gaza su di noi”. Dice di non esere disposto a scambi territoriali, e giudica che Hamas è uscita rafforzata invece che indebolita dalla vicenda di Gaza. Mubarak si augura che la pace con i palestinesi si possa concludere presto e si dimostra fiducioso che una intesa possa essere raggiunta; ma ammette di aver intensificato i rapporti con Teheran (fuori dalla porta, scrivono i due inviati, lo attende uan delegazione iraniana!) e difende la proliferazione del nucleare pacifico, di cui ormai quasi tutti i Paesi arabi si stanno dotando.

E a proposito di nucleare, Ahmadinejad, racconta Liberazione, inaugurando un nuovo reattore nucleare “costruito dalla Federazione Russa” nel porto di Bushehr, ha dichiarato che la fine del sionismo è imminente: una caso la coincidenza tra l’anuncio ella fine di Israele e l’inaugurazione di un reattore nucleare?

Il Messaggero pubblica un interessante articolo di Walter Ruhe sull’amnesia che manifestano i tedeschi nei confronti dello sterminio nazista, Il 53% deiliceali, secondo un sondaggio, non saprebbero nemmeno chi è Hitler. A Monaco di Baviera, cenrtale nella storia del Reich, durante il Giorno della Memoria si è tenuta la tradizionale sfilata dei carri di carnevale. E lo scorso 9 novembre, anniversario della Notte dei Cristalli, il governo del Baden Wuerttemberg ha organizzzato il “Ballo della Stampa”. Il Giorno della Momoria è poco osservato, e solo con manifestazioni fredde e formale; e il tentativo nelparlamento regionale di Schwerin, di far osservare un minuto di silenzio in onore delle vittime dei campi di sterminio, è stato boicottato dai deputati neonazisti della NpD, che sono rimasti seduti a chiacchierare.

Il Manifesto continua nella sua polemica anti-Israele e nel sostenere il bolicottaggio ella Fiera dell Libro, affidandosi oggi alla voce del regista arabo-israeliano Mohammed Bakri che unilateralmente si dichiara boicottato dal governo israeliano per il suo film “Jenin Jenin” e chiede aiuto all’Italia. Ovviamente Chiara Organitini, giornalista del Manifesto, si guarda bene dal dare un giudizio sul film in questione, quindi il lettore non può farsi un’idea se il boicottaggio sia politico o artistico. Bakri si dichiara boicottato anche da altri Paesi europei, che però avevano distribuito in passato gli altri suoi film. Lo sostiene Saverio Costanzo, che lo ha utilizzato come attore in Private, un film talmente di parte sull’occupazione israeliana da far pensare al titolo “Uomini e no” di Vittorini: da una parte i palestinesi tutti buoni,intelligenti, generosi, capaci di amare, dall’altro i soldati israeliani tutti brutali, biechi, violenti.. ia traduzione in film di ciò che pensa il Manifesto, per il quale la verità è in bianco e nero. Peccato che tanta solerzia nell’ascoltare Bakri non sia controbilanciata almeno da un tentativo di appurare se il cosidetto”boicottaggio” del suo film esiste davvero e ha davvero ragioni politiche…

Interessante sulle pagine di Avvenire l’intervento di Ariel Lewin che, prendendo spunto dal discorso di Grossman, riflette sull’importanza della libera esperessione di pensiero, riferendosi sia alla Fiera del Libro di Torino che al mancato intervento del papa alla Sapienza.

Sul Corriere della Sera Arturo Colombo segnala il libro di Muller “Alice Herz Sommer” insolita testimonianza sulla vita di uanpianista che nel lager di Theresinstadt si salvò suonando Chopin.

E infine una notizia raccapricciante, che viene confermata da quasi tutti i quotidiani: al Carnevale di Rio sfilerà un carro dedicato all’Olocausto, con centinaia di corpi scheletrici ammassati. Viene da pensare alle Danze macabre, la samba dei cadaveri… Che l’Olocausto diventi oggetto di divertimento per il Carnevale è un insulto per chiunque abbia un minimo di dignità.

Viviana Kasam

Ucei.it

Le macabre sparate di Hamas&Hezbollah e l’ostinato giustificazionismo di D’Alema

Le macabre sparate di Hamas&Hezbollah e l’ostinato giustificazionismo di D’Alema

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Un tema su cui ho aperto la rubrica nel 2008 è stato il dramma dei soldati israeliani rapiti da Hezbollah e Hamas e di cui nessuno sa nulla da un anno e mezzo, il silenzio e l’assenza di reazioni attorno a questa vicenda, soprattutto da parte di chi è invece prontissimo ad accusare Israele di tutte le nefandezze del mondo. Il primo esplicito “intervento” sul tema è venuto dallo sceicco Nasrallah, capo di Hezbollah, che ha dichiarato che il suo movimento detiene pezzi di cadaveri di soldati israeliani: piedi, gambe, teste e persino un tronco. Non ha specificato quali siano le modalità di conservazione. A un simile proclama, degno di un serial killer, non ha reagito quasi nessuno. Le teste si sono girate dall’altra parte. Nel mondo islamico non si è levata una sola voce, nessuno si è vergognato o ha sentito l’esigenza di prendere le distanze, almeno per salvare la faccia. Eppure ci si trovava di fronte alla prova tangibile che i proclami e le “carte costituzionali” (come quella di Hamas) che stabiliscono l’obiettivo di trucidare ogni ebreo a tiro non sono chiacchiere.

Sarebbe stato naturale che la delegazione musulmana che si accingeva a visitare la Sinagoga di Roma almeno prendesse le distanze pubblicamente. E invece, per tutta risposta, la visita è stata annullata, sotto la pressione della dichiarazione di un esponente di spicco dell’Università al Azhar, secondo cui «il dialogo con l’ebraismo non è contemplato finché non saranno restituiti i diritti a chi ne è titolare). Come ha spiegato Magdi AIlarn, questo significa semplicemente: finché la Palestina non sarà interamente sottratta agli ebrei.

Che cosa si sarebbe detto se l’esponente di un’altra religione (per esempio un crìstiano) avesse fatto dichiarazioni come quelle di Nasrallah e nessuno le avesse deplorate, rincarando anzi la dose con la cancellazione della visita alla Sinagoga sotto lo stimolo di un intervento come quello proveniente da al Azhar? Sarebbe scoppiato uno scandalo di proporzioni enormi.

In questo contesto drammatico, di fronte al continuo lancio di missili da Gaza sui territori israeliani, le inevitabili reazioni di Israele vengono stigmatizzate dal nostro ineffabile ministro degli Esteri, secondo il quale se «nessuno può giustificare il lancio di missili da Gaza», allo stesso tempo «la punizione collettiva di un’intera popolazione, attraverso il taglio di servizi essenziali, tramite misure che mettono in discussione persino il funzionamento degli ospedali non può essere compresa».

A prescindere dal fatto che questo taglio ha avuto finora un’entità molto limitata e che la responsabilità dell’esodo di palestinesi da Gaza verso l’Egitto ricade tutta su Hamas, sarebbe interessante sapere da D’Alerna che cosa farebbe lui al posto di Israele, a parte lasciarsi bombardare senza reagire. Ma soprattutto si vorrebbe sapere da lui come vada definito il lancio di missili che ha praticamente ridotto la città di Sderot a una città fantasma, da cui la gente fugge perché è diventato difficilissimo viverci. Colpire la popolazione civile di un’intera città, in modo indiscriminato non è forse una “punizione collettiva”? Se non si ammette questo, vuol dire che si considerano i civili israeliani alla stregua di militari, ovvero si accetta la tesi dei terroristi. Questo è l’uomo che taluni descrivono come un vertice di intelligenza e di razionalità. La verità è che si tratta di una mente ottenebrata dall’ostilità e dal pregiudizio. La buona notizia è che il paese non sarà più rappresentato da un siffatto ministro degli Esteri.

Giorgio Israel, Giornale 31 Gennaio 2008

Ahmadinejad: I giorni d’Israele sono contati

Ahmadinejad: I giorni d’Israele sono contati

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L’Iran sta raggiungendo “il culmine” del suo programma nucleare e non si piegherà alle pressioni dell’occidente che lo vorrebbe fermare. Lo ha dichiarato mercoledì il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad parlando alla folla durante una visita nel porto meridionale di Bushehr. “Se voi (potenze occidentali) credete che la nazione iraniana arretrerà, vi sbagliate di grosso – ha detto Ahmadinejad nel discorso diffuso dall’agenzia iraniana IRNA e trasmesso dalla televisione – Sulla strada del nucleare ci stiamo rapidamente avvicinando al culmine”.

Passando a parlare di Israele, Ahmadinejad ha detto: “Il religioso popolo palestinese abbatterà con il suo forte braccio l’ultimo paravento del teatrino sionista. È tempo di porre fine al teatrino di questo regime fantoccio”.

Il presidente iraniano ha aggiunto che “i giorni d’Israele sono contati” e che “è arrivato alla fase finale”, ed ha sollecitato le potenze occidentali “a prendere atto dell’imminente collasso” di Israele. “Quello che vediamo in questo momento – ha detto – è l’ultimo capitolo, che la nazione palestinese e le altre nazioni della regione affronteranno e alla fine volgeranno a favore della Palestina”.

Rivolgendosi alle potenze occidentali che appoggiano Israele, ha aggiunto: “Coloro che restano in silenzio davanti ai crimini di questo regime e lo appoggiano, devono sapere che partecipano all’eccidio del popolo palestinese e che in futuro saranno giudicati. Gli stati del mondo non saranno mai perdonati per questo”.

Nonostante le pressioni internazionali, l’Iran continua a lavorare alla produzione di proprio combustibile nucleare, una tecnologia che l’occidente teme possa essere usata per produrre armi atomiche.

Le parole di Ahmadinejad sono giunte due giorni dopo che l’Iran ha ricevuto dalla Russia l’ultima di una serie di otto forniture di combustibile nucleare destinate ad alimentare l’impianto di Bushehr. Secondo Teheran, l’impianto entrerà in funzione alla metà del 2008. Secondo Mosca, le forniture avrebbero dovuto indurre l’Iran a cancellare il programma di produzione di combustibile in proprio, ma Teheran si rifiuta di sospenderlo sostenendo che ha scopi pacifici.

L’Iran, quarto maggior produttore mondiale di greggio (ma talmente sprovvisto di raffinerie da dover importate benzina dall’estero), sostiene di voler costruire una rete di impianti nucleari per poter riservare i suoi giacimenti di petrolio e di gas per l’esportazione.

La scorsa settimana le potenze mondiali hanno concordato le linee di una terza risoluzione Onu per sanzioni contro l’Iran, che prevede un bando obbligatorio ai viaggi di specifici esponenti iraniani e il congelamento di loro beni, e vigilanza nei rapporti con le banche del paese.

(Da: YnetNews, Ha’aretz, 30.01.08)

Ahmadinejad: “L’esistenza di Israele è un insulto alla dignità umana”

Ahmadinejad ad Annapolis

Israele.net

La Carta Araba dei Diritti dell’Uomo propugna l’eliminazione di Israele

La Carta Araba dei Diritti dell’Uomo propugna l’eliminazione di Israele

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In una lettera diffusa lunedì, l’organizzazione UN Watch sollecita l’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani a chiarire la sua recente presa di posizione a sostegno della Carta Araba dei Diritti Umani, un documento che contiene “diverse clausole che promuovono temi classicamente antisemiti”.

UN Watch, ente che ha lo scopo di monitorare il rispetto dei principi della Carta dell’Onu da parte dell’Onu stessa, punta il dito su diverse frasi della Carta Araba, come ad esempio quella dove dice di “respingere tutte le forme di razzismo e di sionismo, che costituiscono una violazione dei diritti umani e una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale”, o dove si dice che “tutte le forme di razzismo, sionismo, occupazione e dominazione straniera costituiscono una lesione della dignità umana” e che “tutte queste pratiche devono essere condannate e si deve fare ogni sforzo per la loro eliminazione”.

La Carta Araba dei Diritti Umani dovrebbe servire come base per i principi di libertà a cui dovranno attenersi le nazioni arabe, ed è volta a garantire i diritti civili, culturali, economici, politici e sociali dei popoli di queste nazioni.

La Lega Araba adottò inizialmente la Carta nel 1994. Dopo di allora, il documento subì vari cambiamenti, ma finora non era entrato in vigore perché mai ratificato dal numero minimo di sette stati membri della Lega Araba. All’inizio di questo mese, però, gli Emirati Arabi Uniti sono diventati il settimo paese che l’ha ratificata, dopo Giordania, Bahrain, Algeria, Siria, Libia e Autorità Palestinese.

Lo scorso 24 gennaio Louise Arbour, attuale Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, ha espresso soddisfazione per la ratifica, che farà entrare in vigore la Carta Araba, dicendo che si tratta di “un importante passo in avanti” per l’affermazione dei diritti umani nel mondo arabo. “L’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani – ha dichiarato la Arbour – è impegnato verso gli stati sottoscrittori della Carta ed è pronto a sostenerli nel garantire che i fondamentali valori dei diritti umani vengano rispettati”.

“Il sionismo – spiega UN Watch nella lettera – è il movimento di auto-determinazione nazionale del popolo ebraico e asserisce il diritto, intrinseco ed internazionalmente riconosciuto, di Israele ad esistere. Un testo che equipara il sionismo al razzismo, che lo descrive come una minaccia alla pace mondiale e come un nemico dei diritti umani e della dignità umana, e che invita ad adoperarsi per la sua eliminazione è un testo manifestamente antisemita. Quand’anche la Carta Araba contenesse disposizioni positive – conclude la lettera – nulla può giustificare il sostegno dato a un testo che contiene parole così cariche di odio”.

(Da: Jerusalem Post, 29.01.08)

Nella foto in alto: Louise Arbour, attuale Alto Commissario Onu per i Diritti Umani

Un dozzina di parole cruciali

Israele.net

La commissione per i diritti umani dell’0nu è un cancro antisemita

30.01.2008 La commissione per i diritti umani dell’0nu è un cancro antisemita
le parole chiare del figlio di Woody Allen e Mia Farrow, Ronan Farrow

Testata: Corriere della Sera
Data: 30 gennaio 2008
Pagina: 15
Autore: Alessandra Farkas
Titolo: «Il figlio prodigio di Woody Allen «L’Onu? Un cancro antisemita»»

Dal CORRIERE della SERA del 30 gennaio 2008:

NEW YORK — Suo padre, Woody Allen, è stato accusato per anni dalle organizzazioni ebraiche di essere un «self-hating jew», un ebreo che si odia in quanto tale. Sua madre, Mia Farrow, è una cattolica praticante. Ciò non ha impedito al loro unico figlio biologico, Ronan Seamus Farrow, di firmare sul Wall Street Journal un editoriale pro-Israele e anti-Onu tanto appassionato da meritargli il ringraziamento personale dell’ambasciatore di Gerusalemme al Palazzo di Vetro.

«La scorsa settimana il Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, in una sessione di emergenza organizzata dai Paesi arabi e musulmani, ha condannato Israele per le incursioni a Gaza — tuona il 21enne Farrow —. Che il Consiglio sia stato capace di una reazione rapida è una benvenuta sorpresa. Non lo è però che Israele sia la sola nazione capace di provocare tale azione ». «Nei 17 mesi dalla sua creazione, il Consiglio dei Diritti Umani ha approvato 13 condanne: 12 di queste contro lo Stato ebraico», prosegue l’editoriale, che accusa il Consiglio dell’Onu, nato due anni fa sulle ceneri della screditata Commissione per i Diritti Umani, di essere «un cancro antisemita altrettanto maligno del suo predecessore». E invita i Paesi membri a buttare tutto alle ortiche «per ricominciare da capo».

La passione delle sue argomentazioni non è passata inosservata alla Missione d’Israele alle Nazioni Unite. «È una ventata d’aria fresca in mezzo ad un mare di fango antisemita — spiega l’ambasciatore di Gerusalemme all’Onu Dan Gillerman —, Farrow fa bene a chiamare il Consiglio un cancro. È un cancro mostruoso, perché mentre calunnia Israele ignora i genocidi e gli abusi dei diritti umani veri, in aumento in tutto il mondo ».

Nel suo editoriale Farrow dice anche questo. Una presa di posizione a sostegno dello Stato ebraico in netto contrasto con le politiche di suo padre, accusato per anni di schernire la cultura ebraico-americana e di avere una predilezione per le «shiksas », o donne non ebree. «Mi accusano di essere un ebreo che si odi» si difende Allen in un’intervista al Jerusalem Post dove spiega che «se è vero che sono ebreo e non mi amo molto, la religione non c’entra nulla».

Anche in questo il giovane Farrow è insomma l’opposto del padre, cui non rivolge la parola dai tempi della traumatica separazione dalla madre, nel 1992, e la successiva battaglia legale per la sua custodia, vinta dall’attrice. «È un amorale, ha sposato mia sorella Soon Yi e mi ha reso al tempo stesso suo figlio e cognato», ha proclamato in un’intervista.

Mentre il regista di «Manhattan» e «Mariti e mogli » si è sempre vantato di non aver terminato gli studi (fu espulso dalla New York University nel 1953) suo figlio è una sorta di enfant prodige, corteggiato per anni dalle università più prestigiose del Paese. A 11 inizia a frequentare i corsi universitari al Simon’s Rock College del Massachusetts, a 15 diventa il più giovane laureato nella storia del Bard College. L’anno dopo, a 16, viene accettato alla prestigiosa Yale Law School ma rinvia la frequenza per lavorare come «Assistente Speciale» dell’ex ambasciatore americano all’Onu Richard Holbrooke. La sua grande musa: sua madre, da anni attivista dell’Unicef. Con lei viaggia nel Sudan dilaniato dalla guerra civile e in Nigeria ed Angola, lavorando sul fronte dei diritti umani e scrivendo articoli impegnati dalla prima linea che vengono pubblicati da testate quali l’International
Herald Tribune e il Washington Post.

Informazione Corretta

Magdi Allam: dopo il diktat egiziano sulla visita alla Sinagoga di Roma la Grande Moschea della capitale non può rappresentare l’islam italiano

30.01.2008 Dopo il diktat egiziano sulla visita alla Sinagoga di Roma
la Grande Moschea della capitale non può rappresentare l’islam italiano: un articolo di Magdi Allam

Testata: Corriere della Sera
Data: 30 gennaio 2008
Pagina: 21
Autore: Magdi Allam
Titolo: «L’Islam e la Grande Moschea di Roma Quegli ordini che vengono dall’estero»

Dal CORRIERE della SERA del 30 gennaio 2008:

Può la Grande Moschea di Roma, il centro istituzionale dell’islam d’Italia, continuare ad essere retta da un imam che prende ordini e viene stipendiato dal governo egiziano, da un segretario generale che è designato e risponde del suo operato al re del Marocco e dall’ambasciatore dell’Arabia Saudita che provvede in modo discutibile alle spese correnti?

Il quesito si ripropone oggi con maggiore impellenza dato che, a fronte di una strategia messa in atto negli ultimi mesi dal ministro dell’Interno Amato per attribuire alla Grande Moschea la funzione di cardine nella costruzione di un islam italiano che escluda l’Ucoii, di fatto prima la revoca della visita dell’imam alla Sinagoga di Roma il 23 gennaio e poi la convocazione per la prima volta dell’Assemblea dei soci del Centro culturale islamico d’Italia (l’organismo che sovrintende all’attività della Grande Moschea) il 26 gennaio, hanno evidenziato, da un lato, un forte condizionamento da parte dell’estremismo islamico e, dall’altro, una gestione arbitraria e disastrosa. È proprio nel corso della riunione d’esordio dell’Assemblea dei soci, dopo ben 13 anni dall’inaugurazione della Grande Moschea il 21 giugno 1995, che sono emerse le incompatibilità di fondo a livello di leadership e l’esito fallimentare dell’attuale gestione. La riunione era presieduta dall’ex ambasciatore Mario Scialoja, mentre la relazione introduttiva è stata tenuta dal segretario generale Abdellah Redouane. Questi era fresco di nomina, il 21 dicembre scorso, a membro del «Consiglio della comunità marocchina all’estero », un organismo voluto personalmente dal re Mohammed VI, in cui compare con il titolo di «dottore in Scienze delle organizzazioni e in Sociologia». Ufficialmente Redouane è un funzionario del ministero marocchino dei Beni religiosi, ha un passaporto diplomatico, ma al tempo stesso ambisce a diventare il referente istituzionale dei musulmani d’Italia. A tale fine egli sta creando una rete di moschee che accettano di sottomettersi all’autorità della Grande Moschea di Roma (l’hanno già fatto in una ventina), sottoponendo loro un «Accordo di cooperazione» in cui si auspica genericamente «l’integrazione dei musulmani con la società italiana e la convivenza tra le due culture », ma non si fa il benché minimo riferimento alle questioni concrete e cruciali, come la denuncia della predicazione d’odio, violenza e morte diffusa nelle moschee all’insegna della negazione del diritto di Israele all’esistenza e dell’apologia del terrorismo islamico.

Un simile intervento s’imponeva all’indomani della revoca della visita dell’imam Alaa Eldin Mohamed Ismail Al Ghobashy alla Sinagoga di Roma, dopo una fatwa emessa il 21 gennaio dallo sheikh Abdel Fattah Allam, il braccio destro del Grande imam di Al Azhar, lo sheikh Mohammed Sayed Tantawi, in cui ha sentenziato: «Il dialogo tra islam e ebraismo non è contemplato finché non saranno restituiti i propri diritti a chi ne è titolare». Ovvero niente intese con gli ebrei italiani fino a quando Israele non sarà annientata. Ma è proprio in seno all’Assemblea dei soci che il delegato egiziano, in rappresentanza dell’ambasciatore in Italia Ashraf Rashed, ha chiarito a quali ordini risponde l’imam della Grande Moschea: «Il nostro contributo alla gestione del Centro islamico lo diamo assicurando lo stipendio e le spese dell’imam».

La precisazione del delegato egiziano è avvenuta nel contesto della presentazione di un formulario in cui si è chiesto alla ventina di persone invitate all’Assemblea dei soci, scelti da Redouane con un criterio discrezionale, di limitarsi a barrare con una croce la casella del «sì» o del «no» corrispondente alle domande relative all’approvazione o meno del bilancio in corso del Centro islamico (indicato in 393.000 euro di uscite e un passivo di 100.000 euro), del prossimo bilancio (con l’indicazione della richiesta di un finanziamento da parte dell’Arabia Saudita di 500.000 euro, di cui i due terzi per gli stipendi e un terzo per le spese correnti).

Dietro a queste cifre si cela una situazione catastrofica: ormai da tempo nella Grande Moschea mancano il riscaldamento e l’acqua calda, così come sono state tagliate alcune linee telefoniche. Perché non ci sono i soldi per pagare le bollette. Possibile che con il barile a 100 dollari l’Arabia Saudita non sia in grado di sopperire al minimo indispensabile per il funzionamento della Grande Moschea? Il terzo quesito sottoposto all’Assemblea dei soci era sulla proroga di un anno del Cda del Centro islamico. Si tratta di un organismo di 15 membri, presieduto dall’ambasciatore saudita, di cui fanno parte gli ambasciatori di Indonesia, Egitto, Pakistan, Malesia, Senegal, Marocco e Bangladesh.

Ebbene torniamo al quesito iniziale: possono essere questi i rappresentanti dei musulmani d’Italia? Può essere questo il contesto dove realizzare un islam italiano? Evidentemente no. Eppure questa è la desolante realtà di una classe politica che non vuole assumersi la responsabilità di far maturare una rappresentanza islamica che sia compatibile con i nostri valori e che aderisca alla nostra identità nazionale.

Informazione Corretta

Selezione della Rassegna Stampa del 30 Gennaio 2008

RASSEGNA STAMPA – mercoledì 30 Gennaio 2008

Buona parte degli articoli oggi sono ancora dedicati alla commemorazione della Shoah e alle polemiche sulla Fiera del libro di Torino: polemiche interessanti soprattutto perché rivelano quanto è profondo e tormentato, all’interno della sinistra, il pregiudizio aprioristico anti-israeliano. Così, mentre in un lungo intervento sull’Unità Fulvio Abbate, difende Israele e la sua presenza alla Fiera del Libro, Il Manifesto pubblica la lettera con cui Ibrahim Nasrallah, poeta palestinese (omonimo del macellaio che rivendica la proprietà di pezzi di corpi di soldati israeliani?) rifiuta di partecipare alla Fiera insieme agli “assassini” israeliani, e ospita una “proposta politica” di Ester Fano, docente della Sapienza (e si suppone ebrea almeno di origine) che vorrebbe invitare solo gli scrittori israeliani pacifisti e critici verso Israele, uscendo dalla logica della Fiera di invitare Stati, e sostituendola con proposte tematiche. Potrebbe non essere una cattiva idea che la Fiera proponesse annualmente un tema piuttosto che un Paese, ma è difficile condividere la posizione che solo gli scrittori giudicati “buoni” dalla Fano possano intervenire. Ma il Manifesto ha due anime, e Daniele Giglioli, come già aveva fatto Valentino Parlato, difende invece l’invito a Israele.

Il Sole 24 Ore dedica oggi un’intera pagina alla Comunità ebraica di Roma, analizzandone i cambiamenti, intervistando il rabbino Di Segni, e segnalando la prossima nascita di una nuova sinagoga a Monteverde e di una università ebraica, la Touro, che già esiste in altri Paesi.

Sul Corriere della Sera, da non perdere l’articolo di Magdi Allam sulla grande Moschea dio Roma, quella da cui, la settimana scorsa, è venuto “il gran rifiuto” della visita alla Sinagoga. Allam rivela come la Moschea sia assolutamente dipendente dai Paesi Arabi, per i finanziamenti, le linee politiche, le scelte; e come il suo Consiglio sia composto esclusivamente da ambasciatori dei Paesi musulmani, tra cui Indonesia e Pakistan. E’ un giusto modo, si chiede Allam di rappresentare i musulmani italiani e di creare una identità nazionale a questa comunità che diventa sempre più numerosa?

Sempre il Corriere della Sera ospita una notizia curiosa. Quella dell’attacco di Seamus Farrow, unico figlio biologico di Woody Allen, contro il Consiglio dei diritti umani dell’ONU, reo di essere “un cancro antisemita”. Su 13 condanne per reati contro i diritti umani nei 17 mesi della sua esistenza, il Consiglio ne ha emesse 12 contro Israele. La corrispondente Alessandra Farkas sottolinea come, a differenza del padre, che si definisce un ebreo antisemita, Seamus, considerato un genio, sia invece impegnato nel difendere l’immagine di Israele.

La fatwa non esiste solo nei paesi islamici. Stefano Ciavatta, su Il Riformista, racconta della probabile condanna dello storico americano di origine polacca Ian Tomasz Gross, reo di avere scritto un libro suil’antisemitismo in Polonia dopo Auschwitz. In Polonia, rischia tre anni di galera chi sostiene che il Paese o i suoi cittadini sono responsabili o hanno collaborato coni crimini nazisti e comunisti. Negazionismo puro, questa volta di Stato: la legge 132 è stata approvata dal governo Kacynski nel 2006.

Il Sole 24 Ore dedica una lunga intervista a quello che potrebbe esere definito il Berlusconi israeliano: Arkadi Gaydamk, di origine russa, miliardario fatto-da-sé, proprietario di squadre di calcio, appassionato di sondaggi, che nel 2007 ha fondato il partito “Giustizia sociale”. Roberto Buongiorni ne traccia un ritratto interessante: Gaymadak non sarebbe interessato a diventare premier, se il governo dovesse cadere, ma sarebbe interessato a diventare sindaco di Gerusalemme, con l’idea di renderla una città aperta e di migliorare le condizioni di vita della popolazione araba.

Le Monde pubblica con molto rilievo l’appassionata richiesta di Marie Rajablat, responsabile per Médecins de France dei programmi nei territori palestinesi, in cui sollecita l’unione Europea a intervenire con fermezza a Gaza, illustrando la disastrosa situazione della popolazione. Rajablat ha ben presente che le responsabilità sono anche di Hamas, e invita i governi europei a richiedere la cessazione del lanci dei missili contro Sderot e la riapertura dei valichi con Israele.

E per finire due piccole notizie curiose. L’attore Mario Malinverno ha ritirato il diritto di utilizzare al sua immagine nel film “Hotel Meina” di Lizzani, spiega la Stampa, dopo aver verificato le gravi discrepanze con la realtà storica. Complimenti. Non è frequente che un attore si rifiuti ai falsi storici. E a Roma è nato l’osservatorio delle Donne di Fede per volontà del Comune, racconta La Repubblica nelle pagine della cronaca locale. Un luogo in cui donne di ogni religione possano incontrasi e discutere. La pace e il dialogo verranno dall’altra metà del cielo? C’è da augurarselo.

Viviana Kasam

Ucei.it